Comitato Politico Nazionale (Roma, 22-23 aprile 2006)

Gli interventi 2

 

Liberazione 28 aprile 2006

Alessandro Leoni

Il nostro dibattito non coglie, sufficientemente, la complessa difficoltà che ci viene consegnata dal risultato elettorale. Infatti la positività del dato riguardante il nostro Partito e con esso, più in generale, quello delle altre soggettività (Pdci, Verdi, etc… che si collocano a sinistra del costituendo "Democratic Party" non risulta, pur nella sua importanza, tale da rimuovere l’ostacolo del condizionamento che i, reali, rapporti di forza nelle istituzioni (esempio emblematico: il Senato!) e nel paese comporteranno sulla stessa azione della "maggioranza" (l’Unione) che determinerà il nuovo esecutivo. Le riserve, forti, sulla qualità del "programma" definito in sede di trattative fra il centro-sinistra e il Prc vengono, oggi, ulteriormente rafforzate dalla considerazione relativa l’influenza che sul nuovo governo eserciteranno i così detti "moderati" (l’"Udc") e la stessa Confindustria, per non parlare delle "istituzioni" extranazionali dal Fondo Monetario all’Unione Europea! La recentissima vicenda che ci ha visto "puntualizzare" i limiti fissati dal "programma" rispetto alla stessa richiesta di Epifani, per la Cgil, sulla Legge Biagi è indicativa dei ristrettissimi margini entro i quali siamo, ormai, confinati. Una maggiore consapevolezza e un maggiore realismo, come da noi lungamente suggerito, ci avrebbe permesso, oggi, di risultare meno inchiodati ad una situazione così difficile e precaria. Ricordare ciò non è volontà di polemica, ma bensì richiamo all’esigenza, per tutti, di una maggiore attenzione reciproca nei passaggi importanti del/per il Partito! Al presente ritengo che il Prc oltre a difendere il risultato conseguito con la cacciata della "banda Berlusconi" debba farsi promotore, senza ambiguità, di una proposta forte di rilancio dell’unità della "Sinistra", tenendo presente la difficoltà delle altre componenti e soprattutto della "sinistra Ds" ormai destinata a dover sciogliere le proprie ambiguità. Se il così detto "Partito della Sinistra europea/sezione italiana" si proponesse di diventare la "casa comune" di tutte le diverse soggettività di sinistra e non già un, velleitario, nuovo soggetto ideologico potremo creare un effettivo riequilibrio dell’asse politica italiana oltre a rimuovere un ostacolo, certamente non piccolo, per l’unità politica del nostro stesso partito.

Ezio Locatelli

C’è un punto insistito nella relazione del segretario. Il risultato di queste elezioni, risicato quanto si vuole, rappresenta uno spartiacque: siamo alla sconfitta di Berlusconi, all’apertura di una nuova fase. A proposito del crinale stretto e scivoloso che siamo chiamati a percorrere. E’ una consapevolezza che dobbiamo avere ma senza perdere di vista l’ordine delle priorità, dei problemi, delle risposte a meno di scegliere una sorta di messianismo politico. Sulla linea di condotta da tenere. Anche su questo condivido lo sviluppo di ragionamento sul nesso alternanza-alternativa. Massimo impegno per la tenuta del vincolo politico-programmatico intervenuto con l’Unione, da assumere non nei termini di un vincolo subito, ma l’esatto contrario, di un vincolo che rappresenta delle potenzialità, che deve essere agito per dare corso ad una effettiva svolta politica. In quest’ottica l’aspetto fondamentale sono i rapporti di forza che costruiamo nella società. Lo dico a partire dal caso paradigmatico della Lombardia dove sì, il risultato di Rifondazione è un buon risultato, in alcuni casi straordinario, non solo il frutto di un trend ma di un certo tipo di presenza politica, tuttavia questo è un risultato che si iscrive in un contesto in cui non c’è spezzatura del blocco di riferimento della destra. Di sicuro la destra giocherà questo risultato in termini ostracistici, di contropotere. Allora penso di un partito che anche nella sua dimensione nazionale deve fare una scelta, riconoscendo maggiormente l’importanza di alcuni processi politici e di alcuni territori, ragionando intorno ad un investimento di risorse, di progetti, di nostro radicamento, di modificazione di rapporti di forza. Il partito, i problemi di rinnovo del gruppo dirigente. Visto il passaggio delicato affrontiamoli all’insegna di una larga unità.

Marco Nesci

La relazione offre spunti di riflessione molto interessanti, condivido l’analisi e l’impianto di fondo, esprimo una preoccupazione e alcune brevi valutazioni. Non c’è dubbio sul fatto che occorra presidiare il programma dell’unione, che l’alternanza sia alternativa alla grande coalizione, e che solo a partire da qui si può orientare l’azione verso una alternativa di società. Molto interessante l’analisi di rifondazione culturale di "popolo" che è il cuore vero del progetto. La preoccupazione sta nel fatto che lo stato del partito, la sua capacità di saldare l’azione politica con i soggetti sociali, marca molti punti di distacco, in particolare verso il mondo del lavoro e verso quei soggetti coinvolti nei temi dell’assistenza sociale e sanitaria. In questo contesto l’interlocuzione tra potere e clientela (intesa come assistenza e favoritismo spicciolo), ossia la creazione di "dipendenza" alla classe dominante che esercita il clientelismo per ottenere l’esigibilità dei diritti rischia di rendere impenetrabile proprio quella "rifondazione culturale di popolo" e creare una barriera insuperabile al passaggio dall’alternanza all’alternativa. La risposta sta dentro una profonda ristrutturazione organizzativa del partito che al pari dell’apertura all’esterno e della costruzione della sinistra europea, è fondamentale per riuscire nell’impresa. Da qui anche, come sottolineava Fausto, la necessità di "autonomia" del partito. Il partito in Liguria avanza in modo significativo in voti assoluti rispetto alle regionali di un anno fa di 36.735 al Senato e di 20.067 voti alla Camera rispettivamente pari al 68,31% e del 37,31% del precedente elettorato. In primo luogo occorre sottolineare che la scelta politica di accordo politico con l’unione si è rivelata largamente condivisa dal popolo largo della sinistra che ha riversato, dentro questa scelta, un orientamento verso il nostro partito, proprio a valorizzare ed accentuare una connotazione di sinistra per superare Berlusconi e il berlusconismo. Da indagare lo scarto negativo in voti assoluti tra Senato e Camera al Prc. Il voto giovanile al Prc c’è stato, è evidente che il fenomeno di spostamento tra il voto del Senato e la Camera riguarda quindi oltre mezzo milione di voti. In ogni caso occorre approfondire due aspetti del voto giovanile: Il voto giovanile a destra e centrodestra è significativo seppur quello dato al centrosinistra è largamente maggioritario. Il voto giovanile al centrosinistra va in modo prevalente e massiccio all’Ulivo. Questo ci pone alcuni interrogativi che mi limito solo a citare: la cultura prevalente dell’individualismo e della competizione attraversa tutte le generazioni, anche quelle più giovani, e ciò premia a destra e il moderatismo di centrosinistra; il coinvolgimento dei soggetti sociali, a partire da quelli giovanili, sui temi politici e sociali è molto marginale e tale da non costruire "cultura" e "coscienza di classe"; troppo forte il distacco tra "l’enunciato" e la pratica di conflitto sui territori sui grandi temi sociali del lavoro e dei diritti (salute, trasporti, assistenza).

Vito Nocera

Le scelte fatte in questi anni segnano per noi – insieme – un risultato e la necessità di una nuova ripartenza. Nel voto vince o regge meglio - in entrambe le coalizioni chi parla a strati reali e larghi dell’Italia, ne interpreta meglio bisogni materiali e pulsioni emotive, chi prova ad assumersi rappresentanza sociale di realtà articolate di parti del paese. Sta qui la cifra del risultato nostro: la refrattarietà a ogni politicismo, l’idea che la società non è un insieme omogeneo ma luogo di conflitti, interessi, pulsioni emotive, blocchi di energie che si scompongono e si ricompongono. La società italiana è tutt’altro che permeata dal progetto dell’Unione. C’è da indagare la realtà difficile del Nord, alcune aree del Mezzogiorno, anche quella parte dell’Italia dove permane una forza ma più come replica di rapporti del passato che per un progetto nuovo. Per questo è decisivo il ruolo nostro. Dobbiamo sfuggire la tentazione di fare i capofila delle forze minori di sinistra, limitarci al solo campo della sinistra radicale. Ha ragione Bertinotti, la linea che separa elettore radicale e riformista non è di separazione netta, c’è qui un punto di riflessione che ci spinge a una ricerca più ambiziosa. Del resto è necessario per la crisi e i limiti degli altri. La curvatura della campagna elettorale sul debito pubblico è stata un errore, al Nord non è un valore e al Sud ha fatto temere una nuova politica di tagli. Qui l’affondo populista di Berlusconi ha strappato risultati. In Campania hanno votato 700 mila elettori in più di un anno fa’, più di 600 mila li ha guadagnati F.I. e dall’astensione arriva anche l’aumento nostro più che da serbatoi politicizzati. Non dobbiamo coltivare istinti di restaurazione, ma andare ancora più avanti con grande slancio di innovazione e di apertura.

Bruno Pastorino

Se il voto a Rifondazione è straordinario (anche a Genova. In alcuni quartieri sopra il 17%: cifre da vertigine); la fotografia del Paese che ci fornisce questa tornata ci interroga sulla dimensione surreale di tante nostre discussioni passate e su una profonda incapacità di decifrazione della società. Il binomio populista sicurezza-illegalità conquista pezzi della nostra classe che in quella ricetta trovano ingredienti convincenti per sopravvivere al disastro sociale e al loro precipitare in basso. Altro che moderatismo, allora. La politica deve riacquisire radicalità che non è - sia chiaro - la frase scarlatta o l’uso agitatorio di qualche proposta; ma l’avvio di una stagione riformatrice concreta ed esigibile. Bisogna pensare come contrastare il progetto moderato delle classi dirigenti italiane generalmente più gattopardi che caimani. Allusa già in campagna elettorale con una prepotenza mediatico-culturale capace di oscurare il congresso della Cgil con il convegno della Confindustria, di gettare nell’ombra la vicenda francese sul Cpe e di ridurre il termine "noglobal" a sinonimo di archeologico e minoritario, l’ipotesi di grande coalizione viene adesso presentata come antidoto al sovversivismo di alcuni settori. Per sconfiggerla dobbiamo forse pensare a tre cose. Una; scartare la nozione del governo amico. Due; la scelta convinta de L’Unione vincendo l’idea che sia un cartello da usare occasionalmente. Tre, la Sinistra Europea. Di quest’ultima piuttosto della presunta accelerazione contesterei la troppa lentezza. E mi preoccuperei che non sia delegata ai soli piani alti dei gruppi dirigenti, che sappia articolarsi nelle reti concrete dei territori e che venga superata l’ambiguità di quanti tra noi spesso l’approvano nazionalmente ma poi - quando va bene- non spendono alcuna attenzione perché nelle periferie viva davvero.

Gianluigi Pegolo

La ricerca dell’unità interna del Partito richiede in primo luogo che si rimuovano discriminazioni ingiustificabili ai danni delle minoranze. Il risultato elettorale assegna significativamente alle minoranze solo 7 parlamentari su 68. La ricerca dell’unità implica anche una convergenza politica. A tale proposito è utile soffermarsi su tre questioni. La prima riguarda l’analisi del voto. Temo che abbiamo sottovalutato la portata del recupero nell’ultima fase del centrodestra. Questo evento non è solo il portato degli errori tattici compiuti dall’unione ma anche di una sua profonda inadeguatezza condizionata dal retroterra liderista delle sue componenti moderate. Un secondo elemento di riflessione riguarda la prospettiva politica per battere la tentazione neo centrista non è sufficiente assumere come principio ispiratore della propria iniziativa la "garanzia di affidabilità" nei confronti dell’unione. L’unità non può essere conseguita attraverso l’appiattimento dovremo insomma essere unitari ma non subordinati. Il terzo elemento di riflessioni riguarda il che fare. E’ giusto impedire l’arretramento della coalizione del centro sinistra rispetto al programma sottoscritto, ma questo orientamento necessario non è tuttavia sufficiente. Restano fondamentali iniziative che non rientrano nell’orizzonte della coalizione. Penso al ripristino della scala mobile, alla lotta contro le privatizzazioni e al rifiuto di vecchi e nuovi impegni militari. Ritengo infine che la proposta della sinistra europea sia in questo quadro inadeguata in quanto preclusiva della costruzione di un ampio schieramento della sinistra di alternativa, condizione essenziale per impedire svolte moderate nella coalizione di governo.

Marilde Provera

La cultura politica italiana è progressivamente scivolata, nel finire del ’900, dal riconoscimento maggioritario dc, prima nell’aggressivo individualismo craxiano e poi nel berlusconismo esasperando nella cultura liberista l’individualismo e l’interesse gretto di piccoli gruppi che tendono a difendere il loro interesse immediato, indifferenti alle sorti del Paese e delle prospettive della collettività nel suo insieme sociale e ambientale. Tende a distruggere il riconoscimento in classe perché impone modelli e paure estranei alla reale condizione materiale delle singole persone. Svalorizza conclusivamente il lavoro prestato, produttivo, esaltando il valore dell’accumulazione di capitale a prescindere dalla sua origine e modalità. Solo nella lotta di fabbrica si ricostruisce tra i lavoratori la lotta di classe che però non trova un’immediata corrispondenza nel disegno politico di società più ampio e, così si richiude in fabbrica e nella rispondenza alla sollecitazione della sola organizzazione sindacale. Nel voto, infine, si astrae e laddove c’è minore maturità sociale e sindacale è preda delle ultime e più immediate suggestioni. Questa devastazione culturale e sociale è registrata dal voto che batte Berlusconi (per fortuna) ma mantiene un blocco moderato centrista (berlusconiano, di cultura ex D. C. o di deriva centrista di parte dei Ds) molto forte. Nel voto risulta evidente l’affermazione di un’altra Italia (percentualmente e in voto assoluto) della sinistra più radicale con un buon risultato di Rifondazione Comunista. Ci si attende da noi, una capacità di azione coerente con il voto espresso; per altro verso se un progetto culturale politico e sociale non si estende nella società, nel sentire profondo delle persone in carne ed ossa, si rischia di essere stretti nella sola azione governativa tra il cedere o il rompere, con disastrose conseguenze nella lettura dell’elettorato. In questo quadro non mi cimento sull’affermazione di "perseguire l’alternanza tra due modelli di governo come passaggio utile verso l’affermazione di un’alternativa di sinistra", anche perché sarà condizionata da scelte non solo nostre. Ritengo invece indispensabile comprendere in cosa sostanziamo il nostro agire e il nostro modo di essere. Diventa determinante definire come l’azione del Partito possa dispiegarsi, autonomamente dalle contingenze governative, nel rapporto con i movimenti quando sollecitano lotte e movimento, quando il riflusso annichilisce la capacità autonoma di organizzarsi della società. In questa autonomia di elaborazione, di movimento e di lotta del partito e degli altri attori sociali, che sappia ricostruire anche con le nuove generazioni, oltre a prime concrete risposte immediate anche orizzonti e possibilità di spendersi, da battersi per un’"utopia realizzabile". Primo banco di prova che delineerà immediatamente in quale quadro ci si muoverà nel rapporto con le altre forze di Governo: la stesura della legge finanziaria, l’immediata attuazione del ritiro delle truppe dall’Iraq, la cancellazione della legge 30 e degli ammortizzatori sociali e la campagna sul referendum costituzionale. Per tutto ciò diventa urgente e necessario ridefinire, sulla base del progetto politico che si intende perseguire lo strumento organizzativo: il Partito nel rapporto e nelle modalità di autonoma relazione: 1) con la sezione italiana della Sinistra Europea di cui è parte integrante, 2) con l’azione dei compagni che saranno impegnati e direttamente esposti nelle istituzioni.

Patrizia Sentinelli

La relazione di Bertinotti offertaci al dibattito non è solo puntuale, disegna un quadro d’insieme utile a compiere approfondimenti e passi in avanti nella nostra comune ricerca: il nodo alternanza alternativa e il ruolo centrale dei Movimenti. Il nostro risultato positivo – direi un successo - dentro la vittoria dell’Unione ci consente una discussione serena e l’obbiettivo cacciata delle destre-governo, una ripresa di solidarietà interna. Il voto ci dice di una difficoltà e insieme di una nuova possibilità per i processi di trasformazione sociale. Mai, infatti, per noi il governo è stato l’obiettivo finale. Solo un passaggio, uno strumento. Il "potere" verbo servile come ci ha ricordato Lidia Menapace a San Servolo. Non occupazione politicista delle istituzioni ma processo in movimento. Il successo ottenuto premia la linea tracciata in questi anni: le vertenze territoriali, i beni comuni, la nonviolenza, il Movimento. Proprio la territorializzazione che ha assunto il movimento, è l’elemento che va più indagato per comprendere quanto i processi di nuova identità, di risogettivazione sociale tornano a ridefinire comunità e senso sociale. Per risalire la crisi della politica si riparte da qui e per il governo e la maggioranza parlamentare dal programma condiviso e di nuovo dai conflitti. Perciò ritengo che un compito cui non possiamo sfuggire sia proprio quello di individuare veri e propri istituti di democrazia partecipativa, non solo sedi di consultazione ma reali luoghi di decisione compartecipata. Le destre hanno sistematicamente distrutto nell’azione di governo e di concezione istituzionale i corpi sociali intermedi in una corsa alla verticalizzazione propria dell’impresa, all’opposto l’Unione dovrà ricercare la circolarità, le reti, l’orizzontalità. Sta anche qui la ragione per votare No al referendum confermativo sulla controriforma costituzionale riscrivendo una nuova pagina per la democrazia del Paese, così come la priorità verso la lotta alla precarietà e l’affermazione dei beni comuni dovranno essere la barra del nuovo ciclo politico.

Giovanni Russo Spena

Non dobbiamo diventare "partito di governo", ma essere partito che vive il governo come passaggio necessario per l’efficacia del conflitto sociale e per l’apertura del grande tema della "riforma politica", della "costituente di popolo" (che è il cuore, alto ed innovativo, della ricerca che la relazione ci indica). Una riforma politica che, per non essere idealista e, insieme avventurista, ha bisogno di vedere la società nascosta, sommersa; ha bisogno di radici e radicamenti sociali, di movimento: di ricostruire pazientemente la rete delle territorialità, delle comunità, delle vertenzialità, un tessuto di strutture intermedie. Un "movimento di cooperazione sociale", avrebbe detto Marx. E’ evidente, infatti, che la crisi di civiltà è divenuto anche fattore antropologico e spacca la società non solo verticalmente, ma anche orizzontalmente. Ha ragione Revelli: basta analizzare anche l’esito del voto per arguirlo, partendo da alcune regioni come il Veneto, la Lombardia, parte del Piemonte; vi è una parte larga di società che non pensa nemmeno più in termini di "sistema paese". Non siamo ormai nemmeno più al "niente stato"; ma alla piena incapacità di concepire una qualunque forma di "noi". E’ proprio in questo popolo "devastato" dalla rivoluzione restauratrice della globalizzazione la necessità della riforma della politica.

Nando Simeone

Abbiamo considerato il berlusconismo come un’anomalia italiana. In realtà, esso rappresenta una tendenza europea ed internazionale che ha come punto di riferimento i neocon americani. Infatti, la campagna elettorale 2006 di Berlusconi si è fondata sulle basi di quella americana, un tentativo di imitazione di quella fatta da Bush contro Kerry nelle ultime presidenziali Usa. Sfiorando, peraltro, il colpaccio, scongiurato per appena qualche migliaio di voti. Questa è l’ennesima dimostrazione che tra un neo-liberismo aggressivo (Casa delle libertà) ed un liberismo che si presenta tiepido e incerto (Unione), è il primo a vincere perché più persuasivo all’interno del suo blocco sociale e tra le fasce d’elettorato più indecise. La relazione del segretario rappresenta uno spostamento ulteriore verso posizioni più moderate rispetto alle ultime tesi congressuali. In particolare, ciò che riguarda l’accordo di governo come un passaggio verso un’alternativa di società. Oggi, invece, si riconosce che lo schieramento governativo rappresentato dall’Unione è soltanto un governo di alternanza che potrà evolvere verso l’alternativa: rimangono però oscuri i passaggi politici per giungere all’obiettivo. La Grande coalizione (considerata il pericolo principale) e l’alternanza, pur rappresentando due forme diverse da un punto di vista politico-istituzionale, in realtà prefigurano, comunque, le moderne forme di dominio della grande borghesia per governare la globalizzazione neo-liberista. Lo schema dell’alternanza, Prodi lo ha già praticato dall’opposizione quando, durante il punto più alto della crisi del governo Berlusconi scoppiata nel luglio dello scorso anno grazie alle mobilitazioni sociali, scelse di non far cadere il governo sulla spinta di quelle mobilitazioni, preferendo attendere il momento elettorale. L’unica strada possibile che ha di fronte questo governo, secondo me, è quella di frantumare il blocco sociale conservatore, compattato in cinque anni di berlusconismo, attraverso una politica che punti decisamente al miglioramento delle condizioni economico-sociali dei settori popolari. Gli obiettivi sono noti: abolizione della legge 30, aumento dei salari e delle pensioni, taglio delle spese militari, investimenti su scuola e sanità pubbliche. Mettendo in campo misure coraggiose in politica estera, come l’immediato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, Afghanistan e da tutti i teatri di guerra. Scelte chiare e decisive sulle quali l’Unione ha posizione differenti se non contrapposte. Questa maggioranza, del resto, contiene al suo interno forze politiche, come la Rosa nel Pugno o La Margherita, così diverse tra loro su alcune questioni fondamentali, da rappresentare già da sola una Grande coalizione. Per questo, il mio timore è che l’Unione si troverà di fronte a grosse contraddizioni che impediranno qualsiasi ipotesi di alternativa. Pertanto, ritengo che la sola possibilità di salvare l’autonomia del nostro partito e la sua internità ai movimenti e alle lotte sia quello di limitarsi a fornire un appoggio esterno al governo Prodi per evitare coinvolgimenti in eventuali scelte sciagurate e impopolari come, ad esempio, quella di rifinanziare la missione in Afghanistan, primo vero banco di prova di questo governo.

Rosa Tavella

Il nostro bel risultato elettorale rappresenta il riconoscimento di una linea e di una presenza politica percepita come positiva in questi ultimi 5 anni: la presenza nei movimenti e nelle lotte, l’internità ad essi, la ripresa di una discussione e di una tensione sui diritti sociali, di cittadinanza, di libertà, il ruolo politico svolto per la costruzione dell’Unione. Noi siamo parte importante dell’"altra Italia" che vuole contrastare l’Italia di Berlusconi. Abbiamo proposto simbologie positive, strumenti efficaci per rappresentare la nostra idea di società e di politica. Fausto Bertinotti è stato l’anima di tutto questo capace di mettere in ombra ciò che non va di questo nostro partito e di rappresentare viceversa la parte più interessante e innovativa della nostra ricerca politica. In questo senso per noi le due campagne elettorali, quella mediatica e quella vissuta nelle piazze si sono intrecciate e sono state entrambe utili e importanti. La presenza delle compagne elette, delle femministe oggi deputate e senatrici rappresenta il risultato di un lavoro lungo e tenace che oggi è importante valorizzare, rendere visibile, spendere nella costruzione del governo allargato e di quella grande riflessione su politica e società che il segretario propone. Sono particolarmente contenta per l’elezione di Vladimir Luxuria. La sua candidatura proposta come simbolo di una condizione negata ha travalicato positivamente questo intento. In campagna elettorale Vladimir con parole pacate, dolci, "normali" ha smontato l’idea della diversità come condizione "contro", si è messa accanto a chi non vive e non sente come lei e ha proposto se stessa come componente di una nuova e più larga umanità. Sono molto d’accordo con il Segretario nel valorizzare del risultato elettorale la sconfitta di Berlusconi e del suo governo ma sono molto preoccupata della complessità politica e sociale che il risultato elettorale ci consegna. Mi domando perché in larga misura le regioni governate dal centro-sinistra non abbiano contribuito alla sconfitta delle destre. L’Unione perde rispetto alle regionali un po’ ovunque e un po’ ovunque Forza Italia recupera moltissimi voti. La legge elettorale ha spostato il consenso dai singoli candidati alle liste e ai leaders nazionali che le hanno rappresentate. Questo ci ha favorito anche laddove non vi erano nella nostra lista candidature condivise e riconoscibili dai cittadini. E’ necessario dunque, per noi, costruire una riflessione più ampia e più attenta della società italiana. Come costruire comunità? Dalle mie parti si moltiplicano iniziative identitarie contrabbandate per riscoperta e difesa delle tradizioni locali. In tutto questo anche i canti di mafia e il familismo mafioso rischia di venire legittimato. Per noi è evidente che tutto ciò nasce da una eterodirezione di un bisogno di esistenza, di una affermazione della propria vita che la modernità con le sue rappresentazioni oggi nega ma noi dobbiamo saper intercettare questo bisogno facendolo interagire con idee e rappresentazioni alternative per la costruzione di un’altra idea di socialità e di umanità. Per fare questo abbiamo bisogno di un partito non solo aperto e duttile, capace di deporre le armi della becera competizione interna ma di un partito capace di ritrovare il gusto della discussione aperta e dell’inchiesta. Utilizziamo la nostra affermazione elettorale anche per affrontare con maggiore tranquillità e in un clima positivo i tanti problemi che anche al nostro interno ancora dobbiamo risolvere.

Sandro Valentini

Sono d’accordo con Bertinotti sul fatto che il risultato del partito, oltre ad essere positivo sul piano elettorale, può essere pienamente speso in questa nuova fase politica apertasi nel Paese con la sconfitta di Berlusconi. Come si sa non ho condiviso il modo con cui si è giunti all’accordo di governo con L’Unione. Ero per un percorso diverso: prima il confronto programmatico e poi l’accordo politico. Sono convinto che i nostri risultati sarebbero stati migliori. Ma all’accordo di governo dovevamo comunque giungere. Il popolo di sinistra non avrebbe capito una nuova desistenza o un nostro disimpegno dal governo, sarebbe stato per noi, ma anche per il Paese, un disastro. Non mi appassiona più di tanto il dibattito Berlusconi e il berlusconismo. Intanto Berlusconi non è più il Presidente del Consiglio e questo non è poco, è la prima condizione per realizzare una politica di forte discontinuità con le politiche neoliberiste. Bisogna assumersi come partito responsabilità di governo, occorre "mettere tutti e due i piedi nel piatto" proprio per condurre una coerente azione riformatrice. Guai a noi se la scelta dovesse essere quella di stare seduti sulla riva del fiume aspettando il cadavere di Prodi. La vicenda della Presidenza alla Camera e il nesso che c’è tra alternanza e alternativa sono due questioni tra loro fortemente intrecciate. E’ importantissimo chiedere l’attuazione del programma, come è altrettanto importante mettere il partito nella capacità di sviluppare una sua automa iniziativa e non bisogna sottovalutare l’importanza di avere una squadra di governo autorevole: ma non meno importante è essere considerati dall’opinione pubblica come una delle principali forze fondative dell’Unione. Per questo, per rendere più forte, anche sul piano istituzionale, il patto di governo, è giusto chiedere uno dei quatto massimi incarichi istituzionali. Giusta, inoltre, la intuizione di considerare l’alternanza un passaggio obbligatoria per l’alternativa. Non è questo un tema nuovo. Questa discussione era presente già nel Pci. Non è la politica dei due tempi, perché l’alternanza oltre a impedire la "grande coalizione" introduce già alcuni primi elementi riformatori caratteristici dell’alternativa. Per dare maggiore forza all’alternativa bisogna costruire la Se come prima tappa dell’unità dell’insieme della sinistra d’alternativa. Una sezione italiana della Se, non verticistica, con chi ci sta, larga, che guardi soprattutto all’esperienza della sinistra di classe tedesca. Raccolgo dunque la sfida lanciata, di qualificare la nostra presenza nel governo e di costruire la Sezione italiana della Se; ma per fare tutto ciò occorre anche rilanciare il processo della rifondazione comunista superando il congresso di Venezia e le mozioni. La rimozione delle divisioni e la ricerca dell’unità, col la fase nuova che si è aperta, devono avvenire attraverso un libero dibattito e non passare con un nuovo accordo tra le mozioni. Non faremmo così il bene del partito.

Pasquale Voza

Io vorrei porre un problema cruciale, che sta dinanzi alle forze dell’Unione, emerso dalla stessa vicenda elettorale e che poi chiama in causa, in maniera speculare e specifica, anche il nostro partito: il problema del grosso deficit di egemonia politica e culturale nella società. A questo - credo - alludesse Bertinotti nella sua relazione, quando ha parlato di crisi radicale della politica. (Del resto, è da tempo che diciamo che non si tratta soltanto di battere Berlusconi, ma soprattutto di sconfiggere il berlusconismo, che non è riconducibile al solo ambito delle culture politiche, ma anche a quello, ben più complesso e intricato, del senso comune, dell’immaginario, delle tendenze socio-culturali e ideologiche). Sì, è vero, si è in buona misura sgretolato in questi anni il blocco sociale del berlusconismo, il mix di populismo e liberismo su cui esso poggiava: ma nelle viscere profonde della società italiana si muove e resiste un’antipolitica di fondo, che è come la sintesi ideologica, la religione suprema, il contenitore complessivo di quel mix di populismo e liberismo. Dunque, sì, crisi del blocco sociale del berlusconismo, ma dobbiamo saperlo (soprattutto da Gramsci) che la crisi è anche ristrutturazione, almeno potenziale. (E l’"estremismo populista" dell’ultimo Berlusconi – di cui ci parlava Bertinotti - è assai indicativo anche in questo senso). Dunque, c’è bisogno di una forte iniziativa politica e culturale contro questo processo di crisi-ristrutturazione. Dobbiamo saperlo che siamo ancora nella fase di una gigantesca e inedita rivoluzione passiva, con al centro (ancora, anche se in forme nuove, rispetto a quindici-venti anni fa) una scissione profonda tra il sociale e il politico, che è la vera forma di un nuovo americanismo, e che può produrre una angosciosa frammentazione-proliferazione-afasia della società, e può inchiodare ad un antagonismo meramente difensivo e/o ribellistico. La nostra parola d’ordine, la nostra prospettiva dell’internità (dell’essere interni ai movimenti) forse va affiancata alla prospettiva di una nostra capacità di produrre, di suscitare noi movimenti, conflitti, azioni di lotta. Io penso che questo nodo cruciale del rapporto movimenti-partitiforme della politica dovrebbe diventare il cuore della nostra riflessione e iniziativa politica.

 

Marco Ferrando (da Liberazione 29 aprile 2006)

Se Prodi ha battuto Berlusconi, il profilo complessivo dell’Unione segnato dalla benedizione dei piani alti di Confindustria, ha consentito a Berlusconi di conservare intatto il consenso innaturale di settori popolari e proletari, ben poco attratti da Romano Prodi e dalla memoria delle sue finanziarie nel nome dell’euro.

Il governo che ora si prepara minaccia di completare l’opera, offrendo a Berlusconi nuovi spazi di demagogia populista. L’annuncio di un’ulteriore manovra finanziaria basata sulla stretta della spesa pubblica, il ventilato aumento dell’Iva, il finanziamento alla missione militare in Afghanistan, sono l’ulteriore riprova, se ve n’era bisogno, che il Centrosinistra è quello di sempre: quello che insieme abbiamo combattuto per tanti anni come forza di opposizione; quello che ha già spianato la strada a Berlusconi nella penultima legislatura.

Eppure ho sentito qui nella relazione di Bertinotti che il nostro ruolo strategico è oggi divenuto "il presidio dell’alternanza", perché l’alternanza non sarebbe più quella del passato. Parallelamente - immagino nel nome del "nuovo" - sento che voteremo l’annunciata manovra bis, che voteremo il finanziamento della missione in Afghanistan, che la nostra posizione sulla TAV in Piemonte è improvvisamente cambiata, che rispetteremo il "compromesso" sulla legge 30. E questo prima ancora che il governo si formi. Immagino il seguito. La mia sgradevole impressione è che il presidio dell’alternanza sia dunque semplicemente il presidio dei propri ministeri e della conquistata Presidenza della Camera, al prezzo della contrapposizione, di fatto, alle ragioni dei lavoratori e dei movimenti. E’ lo scambio che incassano soddisfatti il Corriere della Sera e un bel pezzo dei poteri forti. Ma temo abbia poco a che vedere con la rifondazione comunista.

Siamo dunque a una stretta di fondo. Non si risponde ai nostri argomenti riconoscendo il nostro "diritto al dissenso interno" al partito, come ha fatto qui Bertinotti. Perché la posta in gioco non è lo spazio "concesso" a Progetto Comunista, ma la ragione fondante del nostro partito nel rapporto con i lavoratori e i movimenti. E in ogni caso Progetto comunista non ha mai anteposto l’interesse conservativo di un proprio spazio alle ragioni dei lavoratori e del comunismo.

Anche per questo mi permetto di rivolgere un appello al partito, al mio e nostro partito. Siamo nati quindici anni fa come cuore dell’opposizione, contro l’Europa di Maastricht, contro l’alternanza, contro la concertazione. Non possiamo approdare quindici anni dopo, con un paio di ministri, nel governo di Prodi, dei massimi sacerdoti di Maastricht, dei massimi paladini della concertazione. O meglio, possiamo farlo ma non nel nome della Rifondazione comunista. Non nel nostro nome.

Sono io dunque a chiedere al partito e alla sua maggioranza dirigente di fare un passo indietro; di bloccare l’ingresso nel governo; di evitare la scissione con le proprie ragioni sociali; di andare finalmente a una verifica democratica interna sul programma dell’Unione. Sì, perché nessun congresso ha votato a favore della missione in Afghanistan, della TAV, di nuovi sacrifici. Né l’hanno votato i movimenti. Né mai vi sono state le sbandierate primarie di programma. L’ingresso nel governo è dunque privo persino di una formale legittimità democratica. E questo tanto più dopo che già un anno fa, ben il 41% dei compagni si era pronunciato contro l’ingresso al governo.

Chiedo in particolare ai dirigenti di Ernesto ed Erre di sostenere almeno questa richiesta elementare di democrazia, evitando la corsa all’omologazione.

Dopo di che, ognuno si assumerà alla fine le proprie responsabilità. E noi certo non ci rassegneremo alla dissoluzione in Italia di un’opposizione comunista e alla liquidazione della rifondazione.

sul giornale di domani: i documenti, gli ordini del giorno, le dichiarazioni di voto e le conclusioni di Bertinotti

 

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