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Comitato Politico Nazionale (Roma, 22-23 aprile 2006) |
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Gli interventi 1 |
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Liberazione 28 aprile 2006 Claudio Bellotti Dobbiamo guardare con lucidità la situazione reale. La rimonta inaspettata di Berlusconi va compresa in termini di conflitto di classe, non è la semplice fotografia di un presunto "ventre di destra" del paese, ma il risultato di uno scontro in cui Berlusconi ha interpretato fino in fondo gli interessi sociali avversi ai nostri, mentre Prodi ovviamente non poteva interpretare con la stessa decisione gli interessi dei lavoratori. Berlusconi, al di là dell’esito del suo "assedio" al nuovo governo, ha gettato i semi avvelenati della destra del futuro: una destra reazionaria che non si fa problemi a lanciare i messaggi più aberranti per sfondare non solo fra i privilegiati, ma anche in settori popolari colpiti dalla crisi. Il governo dell’Unione si muoverà su un sentiero molto stretto, determinato non dai progetti di questo o quel gruppo dirigente, ma da stringenti necessità economiche. Di fronte a una possibile ondata speculativa contro l’economia italiana, simile a quella del 1992-93, a cosa serve parlare di "partecipazione" o di "governo allargato"? Le decisioni verranno prese altrove e il partito si troverà in una situazione difficilissima, costretto a scegliere fra subire misure inaccettabili o essere emarginato. Ho ben chiaro che la maggioranza non intende ripetere la rottura del ’98; ma nessuno si pone il problema che potremmo trovarci esclusi dal governo anche nostro malgrado? Aggrapparsi a Prodi è una tattica di brevissimo respiro che ci lega le mani lasciandoci senza alternative. È necessario avviare una seria discussione, anche attraverso una conferenza d’organizzazione, che affronti il problema di garantire il funzionamento delle strutture di fronte allo spostamento di larga parte del gruppo dirigente nelle istituzioni. Infine voglio dire che a queste difficoltà non si può rispondere con avventure scissionistiche verso il nulla, voltando le spalle a un partito che comunque - lo dimostra il voto - è stato investito di tante speranze di cambiamento. Alberto Burgio L’esito del voto ha determinato la rottura del quadro politico in cui si incardinava il governo delle destre ma ancora non equivale, di per sé, alla fine di un sistema di relazioni, di poteri, di orientamenti (il cosiddetto "berlusconismo"). La vittoria politica dell’Unione (e il buon risultato del Prc) va dunque assunta come la premessa per un formidabile lavoro di lunga lena nel campo della politica e della cultura, della relazione sociale, persino dell’elaborazione morale. Il problema è che le forze preponderanti nel centrosinistra si pongono in sostanziale continuità con il quadro di riferimento politico e ideologico dei governi dell’Ulivo (neoliberismo temperato, fedeltà a Maastricht, dottrina dell’interventismo democratico). In queste condizioni, per mettere a valore il risultato elettorale e trasformare la vittoria numerica in una compiuta vittoria politica, radicata nella società, sarà decisivo il ruolo del nostro Partito e delle altre forze sociali e politiche (partiti, sindacati, movimenti, giornali e associazioni) della sinistra di alternativa (un’area che - considerata anche la sinistra Ds - costituisce il 28,9% alla Camera e il 31% al Senato del totale dell’Unione). A tal fine occorre salvaguardare e rafforzare l’autonomia politica ed organizzativa del nostro Partito - garanzia di un coerente orientamento anticapitalistico - e promuovere efficaci forme di unità di azione tra tutte le soggettività che pongono alla base del proprio agire il no al neoliberismo e il rifiuto della guerra. Chiudo sul referendum contro la controriforma costituzionale della destra. Temo la volontà di rivalsa e la capacità di mobilitazione dell’elettorato della Cdl. Dobbiamo sapere che nel caso sciagurato di una conferma della controriforma, non solo la Costituzione repubblicana e antifascista verrebbe stravolta, ma si verificherebbe un marasma istituzionale. Occorre dunque mobilitarsi, con la consapevolezza che l’esperienza, la cultura politica e la capacità di iniziativa dei comunisti costituiscono risorse necessarie alla battaglia per la difesa delle conquiste democratiche in questo Paese. Paolo Cacciari Le vittorie più sofferte sono le più belle! Ritengo il quadro analitico e propositivo che ci propone Bertinotti pienamente rispondente alle nostre necessità. Solo due questioni non mi convincono. Non riesco a separare l’idea di "popolo" (in tutte le sue accezioni identitarie) da quella di nazione. E io sono uno di quei compagni che ritiene il nazionalismo la fornace di ogni orrore. Secondo. Mi pare che sia sottovalutata la "questione settentrionale" (nel senso di una persistente incapacità delle sinistre, sia moderate che radicali, di ottenere consensi nell’area dove prevale la industrializzazione diffusa). Dal Nord è partita una insidiosa operazione politica di rappresentazione del voto. Si vuol far credere che al Nord vi sia un "ceto produttivo" omogeneo socialmente ed egemonizzato politicamente dalle figure degli imprenditori; un vero "corpo sociale" compatto, senza distinzione tra lavoro salariato e autonomo, programmaticamente e ideologicamente ostile al prossimo governo di centrosinistra. E la cosa grave è che l’Ulivo è il primo ad esserne convinto. Tant’è che da tempo insegue le destre in una gara a chi è più compiacere nell’assecondare l’imprenditoria diffusa nordestina e padana. Le parole chiave sono: più autostrade, più flessibilità sul lavoro, federalismo fiscale. Io credo che noi dovremmo: A) indagare a fondo sulla realtà della piccola e piccolissima impresa diffusa per coglierne differenze e specificità (continuando il lavoro sui "localismi"); B) riuscire a far dire al nuovo governo "qualcosa di sinistra" anche in materia di politica industriale per offrire anche alle imprese delle aree dei distretti manifatturieri una prospettiva credibile; un patto che stringa assieme produzioni utili, lavoro buono, qualità dell’ambiente. Salvatore Cannavò Vorrei associarmi ai ringraziamenti verso il partito per la bella campagna elettorale. Un compito assolto al di là delle divergenze politiche che ha reso più confortante il lavoro collettivo dentro al partito in genere sacrificato dalle contrapposizioni emerse dal congresso scorso. Anch’io credo che ci troviamo in una nuova fase e quindi è con questo approccio che vorrei fare le mie osservazioni: mantengo divergenze consolidate, che in alcuni casi si acuiscono, ma è giunto il momento di confrontarci nel merito della politica perché il progetto che è stato proposto al partito entra oggi nella sua fase di verifica. Abbiamo accenti diversi sulla sconfitta di Berlusconi. Pur non sottovalutando l’importanza della perdita del governo non credo tuttavia che sia finita l’era berlusconiana. Berlusconi è riuscito a rappresentare metà del paese e a diventare il narratore di un’Italia ripiegata in sé stessa e desiderosa di affrontare la crisi sulla base di una nuovo egoismo sociale. Pur non rappresentando un blocco sociale coeso, Berlusconi è riuscito magistralmente a dare a quest’Italia una sintesi politica, una vocazione e una potenzialità che peserà sulla prossima fase. Anche perché la sua mezza vittoria è contestuale e speculare a due altri elementi. Il primo è la mezza vittoria dell’Unione che in realtà, nel suo essere un’alleanza composita che va dai centri sociali alla Confindustria, perde la scommessa di rompere il fronte delle destre, di eroderne consenso. Anche Prodi è sconfitto in questo cimento non sapendo, e non potendo, esercitare un’egemonia sociale e politica vincenti in virtù della sua politica e delle sue finalità. Ha pesato nell’Unione il suo essere un’alleanza di compromesso sociale che ha impedito di utilizzare al massimo, ad esempio, la carta della precarietà, tassello portante nella campagna contro le destre. Prodi ha inviato un messaggio pasticciato e ambiguo proprio perché ambiguo è il suo programma per lo meno così come viene "narrato". E se le destre hanno un narratore d’eccezione lo stesso non si può dire del centrosinistra. Ma è il secondo aspetto il più delicato: perché queste elezioni fotografano quello che cerchiamo di dire da due anni a questa parte e cioè che i rapporti di forza sociali sono ancora sfavorevoli, che c’è bisogno di un lungo impegno per ribaltarli, di vittorie sociali, di conquiste e di creare le condizioni favorevoli a un reale cambio di sistema. Certo, ci sono stati movimenti importanti che hanno anche permesso di raggiungere il punto di massima debolezza delle destre. Lo scorso anno, dopo le regionali, la forza di Berlusconi era al minimo ma le responsabilità di chi non ha promosso nessuna iniziativa di massa per far cadere il governo sono ancora più pesanti. In questo quadro la pressione sul nostro partito sarà micidiale. Ci sarà da rispettare il vincolo di coalizione in luogo di una limpidezza programmatica che è l’unica carta per battere sul serio le destre. In questo quadro non convince l’enfasi posta sull’alternanza perché è proprio dentro l’alternanza che crescono le condizioni per una politica neocentrista come quella rappresentata da un possibile Padoa Schioppa all’Economia. In realtà rischiamo di essere incastrati nella tenuta dell’alternanza per sognare un’alternativa che mai ci sarà. E invece è proprio un governo di alternativa che potrebbe rappresentare la via di uscita dalla situazione che si è creata, altrimenti lo stesso Prodi non dura. Prodi sta invece formando un classico governo di alternanza e per questo non crediamo esistano le condizioni per l’ingresso al governo. Certo, al punto in cui siamo arrivati questa posizione non ha molte chances ma rappresenta la continuità coerente con quanto abbiamo sempre affermato. Oggi si va a formare un governo, quindi, rispetto al quale assume maggiore rilevanza che in passato la centralità dei programmi e dei contenuti. Abolirà Prodi la legge 30, la Moratti, la Bossi-Fini? Si ritirerà dall’Iraq, ridistribuirà il reddito a vantaggio dei lavoratori? Queste sono le questioni. Ma ce n’è un’altra non ancora affrontata, l’Afghanistan. Su questo nell’Unione non c’è accordo. E allora che facciamo? Io non credo che possiamo votare una missione militare in contrasto con la nostra identità e la nostra storia. Carlo Cartocci Il buon risultato del voto all’estero ci prospetta due diversi tipi di impegni: interni al partito e nel governo. Non mi dilungherò sulle ragioni per cui il partito deve consolidare i rapporti con i compagni all’estero, ne ho già parlato e scritto più volte, spero che presto potremo organizzare un seminario specifico sul tema a cui invitare i vari dipartimenti e i nostri rappresentanti parlamentari. Per ora mi limito a pochi punti: 1. Nel partito occorre da un lato affrontare il tema della nostra organizzazione all’estero: bisogna rafforzare e riorganizzare il sistema delle federazioni e dei circoli, stabilire un circuito comunicativo ed una attenzione alla realtà politica e culturale che i compagni all’estero rappresentano. D’altro lato occorre contattare e organizzare i tanti compagni sparsi nei paesi latinoamericani, in Canada e in Australia. Queste elezioni hanno creato una prima sottile ed estesa rete, bisogna rafforzarla. Se riusciremo a dare il segnale che il partito si interessa ai compagni emigrati, avremo un ritorno di impegno generoso ed entusiasta. 2. Sul voto all’estero è forte l’influenza che hanno i patronati: di fatto in queste elezioni sono stati eletti candidati appoggiati o dall’Inca o dalle Acli, si tratta di padronati egemonizzati da Ds e Margherita. Noi non possiamo continuare a guardare con sufficienza ai padronati, dovremmo invece rapportarci ad essi, essere più presenti così come lo siamo nei sindacati. 3. I forti legami che ci sono fra immigrati e emigrati vanno riconosciuti e declinati: stesse rivendicazioni di diritti, stessi bisogni, stessa dignità, stessa autodeterminazione. Il diritto al voto per gli emigrati resterà dimezzato se non ci sarà un analogo diritto al voto degli immigrati in Italia, e se non si promuoveranno accordi con i paesi di accoglienza per la concessione del voto agli emigrati. Infine non va dimenticato il fenomeno ormai numericamente rilevante degli "emigrati di ritorno", provenienti soprattutto dall’America latina, che vivono in Italia una realtà frustrante: né cittadini, né stranieri. Sarà necessario impostare una politica comune per immigrati, emigrati ed emigrati di ritorno ed elaborare una strategia unitaria. 4. Sul piano organizzativo il settore degli italiani nel mondo nel partito dovrebbe essere sostenuto e rafforzato e dovrebbe essere oggetto di attenzione e di relazione da parte dei vari dipartimenti e aree di intervento del partito stesso. Forti sono infatti le interrelazioni politiche, culturali, economiche, commerciali e di cooperazione che si possono stabilire nel lavoro del partito e della Sinistra europea con questo settore. Una cosa è auspicabile: da oggi ogni compagno della direzione che si recherà all’estero dovrà sentire la necessità di inserire, sempre, nel suo programma un incontro con la comunità italiana locale e con i nostri compagni, più o meno organizzati. 5. Per quanto riguarda il futuro governo andrà deciso quale segnale di cambiamento si dovrà dare agli emigrati nei primi 100 giorni. Inoltre sarà necessario affrontare presto il tema del Ministero degli Italiani all’estero, dovremo decidere, con gli altri dell’Unione, se conservarlo, trasformarlo o potenziarlo, ecc. Certamente dovrà essere rivista la legge sul voto per corrispondenza, che in questa sua prima applicazione, ha mostrato tutte le sue incongruenze. Dovremmo infine avere alcuni deputati e senatori che seguano il settore. In conclusione il partito deve decidere se ritiene utile e necessario curare il rapporto con gli emigrati e di conseguenza investirci politicamente e culturalmente: io mi auguro di sì. Andrea Catone L’analisi del governo Berlusconi proposta dal segretario insiste su elementi "sovrastrutturali": un disegno reazionario volto a una modificazione genetica dei tratti peculiari della democrazia partecipativa. Ma non si deve rimuovere l’analisi degli interessi di classe rappresentati dagli schieramenti politici. Schematizzando: Berlusconi rappresenta gli interessi di una frazione di un nuovo capitalismo italiano, aggressivo e rampante, fuori o contro le regole del gioco su cui si era sviluppata la grande borghesia all’interno dello Stato italiano e del progetto politico europeista. Non a caso contro di lui si è schierato il grande capitale europeo, con i suoi giornali, dall’Economist al Corsera. Il bipolarismo maggioritario modello Usa, introdotto agli inizi degli anni ’90 in aperta violazione dello spirito della Costituzione e perfezionato con l’ultima legge elettorale, non è fatto per collocare ad un polo il capitale, e, all’altro, il lavoro, gli oppressi, ma per escludere l’opposizione di classe dalla rappresentanza politica o costringerla a schierarsi in modo subalterno all’interno di un polo. Nello scontro tra due frazioni del capitale i comunisti e la sinistra di alternativa hanno scelto di combattere il nemico principale in questa fase, rappresentato dal sovversivismo sregolatore e antistatalista di Berlusconi. L’Unione è stata prima di tutto un’alleanza per scalzare Berlusconi dal governo. Il buon risultato elettorale è il premio a questa scelta di unità. Ma bisogna essere consapevoli del carattere di classe e, quindi, dei limiti dello schieramento dell’Unione, per poter operare politicamente con lucidità e rigore in una situazione oggettivamente difficilissima, nella quale il ricatto del ritorno di Berlusconi, sconfitto di esigua misura, ma certamente non sradicato dal suo insediamento sociale e politico, può essere usato dal grande capitale per imporre politiche economiche e sociali antipopolari. Se si cedesse a questo ricatto, si disorienterebbero i lavoratori e gli sfruttati, molti dei quali, nella crisi, come è già accaduto in passato coi fascismi e anche in queste elezioni, potrebbero essere attratti dalle sirene reazionarie. La prospettiva di sviluppo democratico del paese, nonché quella del superamento in senso socialista del capitalismo, per la quale il Prc è sorto come partito politico, subirebbero un colpo durissimo. Aurelio Crippa Non c’è corrispondenza fra paese reale e paese della politica: questo dice il voto, anche per noi (vedi risultato alla Camera). L’esito elettorale va assunto come quello di un Paese politicamente diviso per le elezioni, ma non per tutto il resto (si vota diversamente ma al lavoro, nelle scuole, nei territori ci si ritrova con gli stessi bisogni, problemi). Due le sfide da reggere: 1. quella con le destre ed il suo populismo (troppo superficialmente, dopo le passate elezioni, si è decretata la fine del Berlusconismo); 2. l’altra, per non far affermare l’opzione moderata nella coalizione (le sirene in tal senso si sono già fatte sentire). Il Partito è attrezzato? Senza esitazione: No. C’è bisogno di più Partito, non di meno Partito, per la nuova fase politica, per dare impulso alla costruzione della Sezione Italiana della Sinistra Europea. Si convochi, finalmente, la Conferenza d’Organizzazione; si discutono le forme e le modalità più idonee per l’essere e l’agire come un moderno Partito Comunista di massa. Nel contempo si rivitalizzi la vita democratica, il ruolo dei Circoli, si riconduca a normalità la "vena istituzionalistica", andata fuori misura, si ricostruiscano i Giovani comunisti. Si riporti un’adeguata rappresentanza del Partito negli organismi dirigenti (deve essere la maggioranza rispetto a quella istituzionale). Ho letto e sentito il Segretario sottolineare a più riprese, l’importanza dell’unità. Bene. Mi rivolgo a te, Fausto: comincia dal partito, ricostruisci una sua gestione unitaria. Daniela Dioguardi Ho trovato la relazione di Bertinotti particolarmente densa, un ulteriore passo avanti nella direzione della rifondazione del Comunismo. Alcuni passaggi mostrano già la contaminazione con altre culture critiche del ’900, tra cui il femminismo, a cui però Bertinotti non fa riferimento esplicito. Sempre più spesso intellettuali e politici utilizzano categorie del femminismo, senza nominarne l’origine. Un sorta di appropriazione del pensiero femminile che non si traduce a vantaggio della differenza la quale implica, per uomini e donne, il riconoscersi nella parzialità di soggetti sessuati. La politica delle donne ha messo al centro la necessità di stare alla realtà, se si vogliono realizzare cambiamenti. Oggi il nostro partito deve assumersi insieme al centro-sinistra la responsabilità di governo e contemporaneamente avere una pratica autonoma nella società, nei movimenti, un dentrofuori, anche questa pratica del femminismo, che ci permetta di indirizzarne più a sinistra possibile le scelte. La costruzione di un popolo richiede la politica del simbolico. Non a caso Bertinotti ha parlato della necessità di un’uscita radicale dall’economicismo. Si tratta di un lavoro di significazione attraverso cui un popolo colpito dalla precarietà, dall’insicurezza, abbrutito anche dalla televisione, ritrovi un senso, un ubi consistam. Non possiamo permettere che l’unica risposta sia quella della chiusura identitaria, con il necessario binomio amico-nemico, dell’integralismo autoritario, del ritorno all’ordine patriarcale con l’imbarbarimento delle relazioni sociali. Basta fare attenzione alla cronaca. Il ritorno del delitto d’onore a Messina, l’episodio di Partinico, il terribile caso di Tommy. Dobbiamo essere in grado di contrapporre un’altra narrazione che arrivi al cuore, né moderata né ideologica, radicale e che necessita di buona scuola e di altra televisione, che costruisca una nuova relazione tra i sessi e una vera convivenza. Il risultato delle elezioni regionali siciliane non sarà indifferente al governo nazionale. Non possiamo permettere che la Sicilia diventi la roccaforte della destra e dell’illegalità. Rita Borsellino rappresenta la discontinuità, la rottura dell’indifferenza e della rassegnazione, un ritorno per tante/i alla politica. Può iniziare un’altra storia. Di questo occorre che il partito nazionale abbia consapevolezza. Gianni Favaro Vorrei utilizzare la tribuna di questo Cpn per informare il partito sull’accordo che abbiamo raggiunto per le elezioni comunali di Torino. Lo faccio soprattutto per correggere una campagna di disinformazione che ha ridotto l’accordo ad una nostra resa sul progetto Tav Torino Lione in cambio di posti nella prossima giunta comunale. Si tratta di una cosa totalmente falsa, è vero invece che la nostra posizione di contrarietà al progetto Tav resta totale e ferma l’accordo con l’Unione a Torino come in Regione o per il Governo non modifica la nostra posizione. Da mesi stiamo lavorando con un pezzo della Torino sociale, con loro abbiamo costruito un nostro programma alternativo su Torino e lo abbiamo discusso con le forze politiche del centrosinistra, un lavoro che guarda alla possibilità concreta di dare vita ad una sinistra di alternativa e che pensiamo sia stata anche una delle ragioni del nostro buon risultato elettorale che al Senato ci fa sfiorare il 10%. L’esperienza fin qui fatta rafforza la mia convinzione che la proposta di dare vita alla sezione italiana della Sinistra Europea sia efficace, effettivamente c’è una domanda in una diffusa parte della sinistra del lavoro, ambientale e sociale di organizzarsi per rispondere alla nascita del Partito Democratico. Occorre però evitare di commettere due errori: 1 la Se non può essere una operazione di vertici sia nel senso classico (partiti e dirigenti) sia nel senso che la piattaforma politica su cui si sta lavorando deve essere aperta. 2 L’autonoma esistenza del Prc non solo non deve essere messa in discussione ma è, secondo me, uno dei pilastri portanti della stessa Se. Il nostro sostegno e il nostro ingresso nel futuro governo dell’Unione apre una fase nuova per il Partito. Bisogna superare le divisioni del congresso di Venezia e ricostruire l’unità dei gruppi dirigenti (senza rinunciare alla dialettica) per fare ciò occorre adeguare la linea con un nuovo congresso non più per mozioni ma a tesi. Accelerazioni o forzature sui gruppi dirigenti sarebbero dannose e indebolirebbero il Partito. Paolo Ferrero Nelle elezioni, Berlusconi ha fatto leva sulla paura, sull’insicurezza sociale che il suo stesso governo e le politiche liberiste hanno determinato, inventando i responsabili dell’insicurezza, costruendo un capro espiatorio, un nemico contro cui votare: i comunisti, gli immigrati, l’euro, le tasse, gli omosessuali, la Cina, ecc. Berlusconi ha fatto una campagna elettorale populista di estrema destra, simile a quanto è avvenuto in Europa dopo la prima guerra mondiale. Ha perso di misura ma noi sappiamo che una buona fetta di quel popolo che lo ha votato sull’onda della paura è possibile portarlo dalla nostra parte nella misura in cui sapremo rispondere alla diffusa e giusta domanda di sicurezza sociale, individuando i veri responsabili di questa situazione. Per fare questo dobbiamo agire dall’alto, ponendoci l’obiettivo di realizzare a pieno il programma che ci siamo dati come Unione e dal basso, costruendo consapevolmente percorsi di lotta in grado di individuare obiettivi parziali da conquistare. Costruire un conflitto articolato e diffuso sui nodi ambientali, sociali, economici, è la condizione per sconfiggere il neocentrismo che propone la concertazione - che avverrebbe per altro tutta all’interno al campo politico dell’Unione - e per evitare che il conflitto sociale, che vi sarà - perché la situazione sociale è molto grave – venga strumentalizzato dalla destra e assuma forme ribellistiche più simili alla vandea che al movimento operaio. Costruire un conflitto sociale articolato e un governo in grado di dialogare positivamente con esso sulla base del programma è il nostro primo obiettivo politico. Il secondo è una grande campagna sul referendum costituzionale, perché vincere quel referendum è decisivo per consolidare l’attuale maggioranza e può contribuire alla disarticolazione della destra. In terzo luogo dobbiamo avanzare rapidamente e con forza nella costruzione diffusa, sul territorio, della Sinistra Europea che è la vera risposta alla capacità di attrazione che l’Ulivo ha mostrato nelle elezioni e che ha determinato la differenza di voti tra Camera e Senato per quanto riguarda il nostro partito. Loredana Fraleone Rispetto all’analisi del voto presente nella relazione di Bertinotti, vorrei solo sottolineare che la "mutazione Antropologica", a cui fa riferimento il segretario, prodotta dal governo Berlusconi in tanta parte della popolazione, appartiene ad un processo che risale al craxismo. Un processo di devastazione culturale e valoriale più antico che, a mio avviso precipitato con Berlusconi, ma che ha avuto effetti profondi nella società proprio per il periodo lungo in cui ha potuto agire. C’è da meravigliarsi semmai su come circa la metà della popolazione abbia potuto resistere e pronunciarsi elettoralmente contro Berlusconi. I movimenti hanno giocato anche in questo un ruolo determinante, opponendo una barriera politica e valoriale, senza la quale non si sarebbe potuto vincere neanche di stretta misura. La riduzione dei diritti non ha costituito soltanto un peggioramento delle condizioni materiali di vita, ma ha anche minato la solidarietà nella testa della gente. Non poter accedere alle garanzie fornite dal contratto nazionale di lavoro, al fondo solidaristico delle pensioni, ha portato all’idea di poter rispondere solo individualmente ai propri bisogni, ha portato all’individualismo in opposizione alla solidarietà. Preferisco questo termine a quello di comunità, che capisco e condivido nell’uso che ne fa il segretario, per descrivere luoghi dove si ristabilisce un sentire comune. L’inversione di tendenza oggi si gioca sulla tenuta del programma dell’Unione, ma anche sulla riforma della politica, rispetto alla quale è ora di mettere in campo fatti concreti, che devono corrispondere a quella domanda diffusissima nella società, che altrimenti rischia di scivolare nel qualunquismo, per cui si considera l’eccesso dei privilegi dei parlamentari come un problema di risanamento economico invece che di risanamento della politica. Avremmo dovuto curare di più questo aspetto, visto che siamo gli unici ad aver detto delle cose in proposito. Allo stesso modo dobbiamo cominciare a praticare, piuttosto che a nominare soltanto, l’innovazione del partito, abbiamo persino chiamato così il dipartimento dell’organizzazione. Il partito si è alleggerito dal trasferimento di un bel pezzo del gruppo dirigente alle istituzioni, se non lo rafforziamo rischiamo di grosso rispetto a quella necessità di tenuta del baricentro tra governo e movimento, a cui alludeva il segretario nella relazione introduttiva. Claudio Grassi Una tornata elettorale che doveva segnare la dèbacle delle destre e di Berlusconi si è risolta con una vittoria di misura dell’Unione. Ne deduco che la sconfitta delle idee, di cui si sono fatti portatori Berlusconi e i suoi alleati, è ancora tutta da conquistare nella società. Il fatto positivo è che nel centro sinistra viene premiata Rifondazione Comunista. Il nostro risultato evidenzia una cosa che avevamo visto nel 1996: la condizione che ci viene richiesta per ottenere un consenso più vasto è l’unità. Il voto a Rifondazione Comunista è stato percepito come un voto utile sia per battere le destre sia per spostare a sinistra l’asse della coalizione. Anche la differenza nei voti tra il Senato e la Camera non mi sembra così difficile da spiegare: innanzitutto ha pesato il fatto che al Senato quello di Rifondazione Comunista fosse l’unico simbolo visibile con la falce e martello; in secondo luogo alla Camera il voto alla lista dell’Ulivo, come già alle primarie con Prodi, è stato considerato, dentro il voto utile, lo strumento più idoneo a sconfiggere Berlusconi. Il risultato dell’Ulivo alla Camera, superiore della somma dei voti di Ds e Margherita al Senato, accelererà la costruzione del Partito Democratico. La risposta che noi dobbiamo dare è quella di rilanciare la costruzione della Sinistra di alternativa. Solo l’insieme di tutte le forze che hanno sostenuto il referendum per l’ articolo 18, può ingaggiare una sfida seria con il Partito Democratico. La Sinistra Europea, invece, non è in grado di raccogliere tutte queste forze; inoltre c’è il rischio che questa nuova formazione politica possa produrre - come già è avvenuto in Spagna con Izquierda Unida nei confronti del Partito Comunista Spagnolo - la marginalizzazione di Rifondazione Comunista e la sua perdita di autonomia politica, culturale e organizzativa. Un forte investimento congiunto sul Partito della Rifondazione Comunista e per la costruzione della più ampia Sinistra d’alternativa è l’obiettivo da rilanciare oggi, a partire dalla costituzione del forum dei parlamentari alla Camera e al Senato che assieme dispongono di una forza rilevantissima: circa il 30% dei parlamentari dell’Unione. Il problema vero è che sulla prospettiva di questo governo avanzo una valutazione meno ottimista di quella di Bertinotti. Non è in discussione la necessità di fare nascere il governo e di entrarvi: è la conclusione della scelta fatta dalla maggioranza di Rifondazione Comunista già prima del Congresso di Venezia; anche se noi manteniamo le critiche per come tutto questo è avvenuto. Noi nutriamo forti dubbi sulla reale volontà-capacità riformatrice di questo governo. Se non arrivano risultati tangibili, come nel 1996, l’entusiasmo iniziale si potrebbe trasformare in diffidenza e contrarietà. Il nostro partito potrebbe trovarsi in un vicolo cieco: dobbiamo fare tutto il possibile per evitarlo. Abbiamo bisogno quindi, sin da subito, di ottenere alcuni risultati concreti: restituzione del fiscal drag, aumento del salario, abolizione della legge 30, ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq. Infine vorrei formulare a Bertinotti un augurio sincero per il suo futuro importante lavoro di Presidente della Camera. È un successo suo personale e di tutto il nostro Partito che viviamo con estrema soddisfazione. Abbiamo attraversato in questi anni momenti di grande sintonia in passaggi difficili, penso al 1995 con la vicenda del governo Dini o al 1998 con la scelta dolorosa, ma necessaria, di non continuare ad appoggiare il governo di centrosinistra; e abbiamo vissuto momenti di aspro scontro e contrapposizione, penso all’ultimo congresso di Venezia. Tuttavia non si è mai determinata una situazione che ci portasse ad essere indifferenti alle nostre vicende. E quindi oggi siamo soddisfatti per tre motivi: abbiamo battuto Berlusconi, il partito ha avuto un buon risultato elettorale e abbiamo la presidenza della Camera. Spero che tutto questo sia di stimolo, come ha detto anche Bertinotti nell’introduzione, affinché si apra nel partito una fase nuova che non azzeri le differenze - questo oltre ad essere impraticabile non sarebbe neanche giusto - ma che determini un modo nuovo di stare insieme. Di questo ha bisogno tutto il Partito per le impegnative scadenze politiche e organizzative che ha di fronte. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Franco Grisolia C’erano una volta le "due destre" e la "gabbia del centrosinistra", cioè categorie politiche che individuavano in esso qualcosa di alieno a noi, ai lavoratori e ai movimenti. Ora tutto ciò è finito nel dimenticatoio, dimostrandone la assoluta strumentalità. Mentre si conferma che quello che è stata, sempre, la vera linea strategica del partito è quella che Bertinotti già nel ’94 definì "compromesso sociale dinamico" con la borghesia, cioè una ipotesi organicamente riformista. Per i comunisti invece l'indipendenza di classe è questione di principio. Come affermava Rosa Luxemburg: «Un partito marxista è per definizione un partito di opposizione, come partito di governo può farsi avanti solo sulle rovine dello stato borghese». Ma oggi non di questo parliamo, ma di partecipazione ad un governo confindustriale con un progetto di sacrifici per i lavoratori. In continuità con la politica dei governi di centrosinistra degli anni ’90. Compreso quello Prodi, che vide il Prc appoggiare misure come le finanziarie "lacrime e sangue", il pacchetto Treu, il taglio delle aliquote delle rendite finanziarie, l’istituzione dei Cpt, etc. Si dice che però allora non avevamo un programma comune e facevamo appoggio esterno. Ma questo argomento è un nonsenso, che rovescia la logica: se abbiamo capitolato così allora, tanto più lo faremo oggi che siamo meno indipendenti. Tanto è vero che oggi si arriva addirittura ad ufficializzare la difesa dell’"alternanza". Fa dunque specie che i dirigenti delle minoranze "critiche" si adattino ora al peggio della linea che criticavano un anno fa. Gli uni (L’Ernesto) capitolando puramente e semplicemente e votando a suo favore. Gli altri (Sinistra Critica) continuando a dirsi "preoccupati" invece di andare ad uno scontro netto. Quanto a noi di Progetto Comunista chiediamo che su questo ulteriore scivolamento a destra del partito si sviluppi un dibattito democratico tra gli iscritti, con una conferenza per delegati. Se ciò non avverrà e si realizzerà l’ingresso nel governo confindustriale, coerenti con quanto abbiamo affermato da tempo e cioè che «nessun governo borghese sarà privato di una opposizione di classe e comunista» ne trarremo le conseguenze e apriremo tra tutti i militanti critici del partito, di qualunque provenienza congressuale e anche tra quelli della sinistra esterna al Prc la prospettiva della costruzione di una nuova forza politica di classe e comunista. Domenico Jervolino Sono d’accordo sul fatto che oggi l’alternativa passa per l’alternanza, o in altri termini che le possibilità di praticare la ricerca di un’alternativa di società è passata e passa ancora per la capacità di sconfiggere definitivamente lo schieramento berlusconiano, con lo scenario rovinoso che una sua vittoria avrebbe evocato, e di consolidare la vittoria risicata del centrosinistra, conquistando nuovi consensi e contrastando le politiche di manipolazione dell’opinione pubblica e di mobilitazione populista che si sono rivelate purtroppo molto efficaci. Allora è indispensabile accettare la sfida del governo a partire dal programma concordato, che ha un respiro riformatore, frutto delle lotte sociali e del buon lavoro dei tavoli. E’ significativo che ci siano forze fuori e dentro l’unione che si mobilitano per ottenere degli arretramenti, come ad esempio abbiamo dovuto denunciare nel caso di formazione, università e ricerca. Anche per questo bisogna oggi respingere la prospettiva della grande coalizione, che probabilmente s’imporrebbe se il governo dell’unione fallisse. Occorre partire da due premesse: primo, che le formule politiche cambiano spesso di segno a seconda del contesto storico e sociale; per questo oggi e non ieri l’alternativa passa per l’alternanza, e l’unità nazionale del passato non è la grande coalizione di oggi. Secondo: che c’è una crisi vera delle forze che hanno scommesso in un passato recente su un neoliberismo temperato e che oggi sono costrette a fare i conti, in qualche caso persino con accenti radicali, con i guasti della globalizzazione capitalistica. Chi come noi ha una prospettiva di alternativa al neoliberismo, invece di chiudersi in universo dottrinario in cui non si percepiscono mai i cambiamenti culturali e sociali, ha invece oggi materia per tessere il proprio filo, e per aprire una vera lotta politica e sociale per l’egemonia.
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