Comitato Politico Nazionale 17-18 settembre 2005

Documento proposto da Cannavò e altri

 

Liberazione 23 settembre 2005

1. La fase politica continua a essere contrassegnata da una profonda instabilità che è soprattutto un’instabilità delle classi dirigenti riflessa sugli assetti istituzionali. E’ ormai chiaro che il governo Berlusconi, oltre a scontare un’erosione del consenso sociale tra i settori popolari, ha perso qualsiasi sostegno nei settori dominanti del capitalismo italiano che si preparano a sostenere il ricambio di governo dell’Unione. Berlusconi non è riuscito a garantire nulla né in termini di recupero di competitività alle imprese italiane, costrette a una durissima competizione globale, né in termini di legislazione complessiva come dimostra la difficoltà (per noi positiva) sulla previdenza integrativa o quella sulla legge del risparmio. Emblema di questo scollamento, e di questo fallimento, è il caso Fazio, additato da una parte cospicua, e maggioritaria, della borghesia italiana come fulcro di una gestione di parte delle istituzioni, volta a sostenere un nuovo capitalismo rampante, e a vocazione nazionalista, contro i progetti di integrazione europeista cari al grande capitale bancario e finanziario. Sul caso Bankitalia si è misurata tutta la distanza tra la maggioranza di centrodestra e l’establishment economico-finanziario italiano alla ricerca di un’alternativa convincente.

2. L’instabilità è riscontrabile anche a livello internazionale dove l’offensiva imperialista degli Stati Uniti non riesce a stabilizzare la fondamentale area mediorientale, provocando anzi nuove tensioni e nuovi orrori, né a ricucire un rapporto ordinato con i suoi alleati. La stessa vicenda dell’uragano Katrina ha mostrato le fragilità che attraversano l’amministrazione Usa alle prese con una crisi di consenso a sua volta alimentata dalla disastrosa gestione irachena. La stessa instabilità si avverte in un’Europa ancora sotto shock per effetto del referendum francese e alla ricerca di un nuovo equilibrio che però appare minato dalle forti instabilità che attraversano la politica francese e tedesca alle prese con un possibile ricambio dei vertici istituzionali. Si tratta di instabilità che rivelano le contraddizioni del dominio capitalistico su scala mondiale e mostrano l’attualità e le potenzialità di una posizione di sinistra antiliberista e anticapitalista. La costruzione di questa soggettività politica, soprattutto a livello europeo e internazionale, ci appare più che mai necessaria.

3. Tanto più che la vicenda Bankitalia nel nostro paese, al pari delle vicissitudini della socialdemocrazia internazionale (si pensi alla Spd tedesca) mostra le compromissioni strutturali tra quest’ultima e i settori dominanti del capitalismo. Lo scontro sulla “questione morale” in Italia è significativo delle dislocazioni dei due principali partiti del centrosinistra, Ds e Margherita, e dello scontro che li anima. Da una parte chi, come Prodi e Rutelli è più legato al mondo tradizionale della borghesia italiana (dalla Confindustria di Montezemolo alle grandi banche come l’Intesa di Bazoli) e chi, i Ds, punta a un nuovo spazio con il sostegno alla scalata Unipol sulla Bnl. Si tratta non di questione morale ma di una grande questione materiale che spiega, meglio di tante parole, la natura sociale del centrosinistra e il suo ruolo di ricambio per la borghesia italiana delusa da Berlusconi. Questo schieramento, ovviamente, non ha reciso i legami con i settori popolari ai quali propone un progetto di compromesso sociale al ribasso, sostanzialmente ricalcando le linee strategiche della concertazione anni 90 e che rappresenta il profilo fondamentale del programma dell’Unione desumibile da quel “Progetto per l’Italia” che costituisce la base politica delle primarie.

4. Lo svolgimento delle primarie rappresenta lo strumento per stabilizzare questo progetto ricercando l’investitura popolare del premier e concedendo così a questo la piena libertà di azione fuori da lacci e lacciuoli dei partiti della coalizione. Nate in seguito allo scontro tra Prodi e la Margherita, le primarie si caratterizzano come uno strumento che punta ad affermare il progetto di stabilizzazione moderata dell’Unione. Nulla hanno a che vedere con la partecipazione democratica che può darsi solo in un coinvolgimento attivo, senza deleghe, al leader di turno; una partecipazione che scatta solo se viene attivata una reale mobilitazione sociale: Genova 2001 o il 15 febbraio 2003 stanno lì a dimostrarlo. Al contrario, le primarie rappresentano un adattamento al processo di americanizzazione che ha colpito la politica italiana da oltre dieci anni. Personalizzazione e mediatizzazione sono effetti di un confronto per forza di cose semplificato e diretto a sancire la supremazia del “personaggio” sulla politica che intende rappresentare (si noti, tra l’altro, che Rifondazione non ha nemmeno riunito gli organismi dirigenti per decidere di partecipare alla competizione, decisione assunta direttamente dal leader). La democrazia diretta, partecipata, in grado di produrre trasformazioni è sempre connessa al conflitto, all’organizzazione delle lotte e alla effettiva possibilità di autodecisione dei vari soggetti coinvolti.

5. Ma l’elemento politicamente più grave delle primarie è dato dall’investitura preventiva che si dà all’accordo di governo. Con il loro svolgimento, con l’accettazione del “Progetto per l’Italia” si accetta infatti l’idea che il vincitore sarà premier senza sapere ancora nulla del suo programma, anzi sapendo che sarà un programma improntato all’alternanza e non all’alternativa di società. Di fatto c’è una investitura preventiva che Rifondazione non deve accettare, mantenendo una collocazione esterna al centrosinistra. Anche perché si tratterebbe di una legittimazione in assenza di un vero confronto programmatico in cui il governo è sancito in partenza da un accordo interpartitico e le primarie servono solo a rafforzarlo.

6. In presenza di un orientamento che colloca pienamente il Prc nell’Unione e che contribuisce alla sua stabilizzazione, anche attraverso le primarie, assisteremmo a uno stravolgimento del ruolo del partito che smetterebbe, dopo più di un decennio, di essere il terzo protagonista, accanto ai due poli, della politica italiana. Si chiuderebbe così un ciclo della Rifondazione comunista chiamata oggi, per ammissione della maggioranza del partito, a “spostare a sinistra” l’Unione e a rendere “meno peggio” il suo programma.

7. Questa torsione e questo slittamento sono rintracciabili negli orientamenti rispetto alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Non c’è dubbio che la Cdl punti alla riforma della legge elettorale come ultima ancora di salvezza per evitare la catastrofe così come è evidente che non è possibile accettare una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza che, congiunti, configurerebbero una vera e propria legge truffa. Per questo occorre modificare l’atteggiamento assunto dai vertici del partito in questi giorni: insieme ad una netta ostilità a un proporzionale truffa delle destre, occorre uno scarto fuori da ogni vincolo di coalizione rispetto al resto dell’Unione per affermare, anche in questa legislatura, una nostra capacità di iniziativa autonoma su un punto dirimente del nostro programma, il proporzionale come sistema elettorale in cui la rappresentanza del conflitto sociale riesce a irrompere più efficacemente nelle istituzioni.

8. Crediamo quindi che il Prc non debba partecipare alle primarie e rilanciare, in alternativa, una iniziativa sociale che punti a realizzare, attorni a dei nodi programmatici, il più ampio fronte politico e sociale e a ricomporre i vari settori di movimento oggi dispersi tra loro. I movimenti di massa hanno finora seminato senza raccogliere risultati e devono ancora fare i conti con la propria efficacia. Ma non è con la “manovra politica” che possono guadagnare più forza e invertire i rapporti di forza sociali che restano decisivi ai fini di una vera e propria alternativa di società. Continuare a sostenere che serve “stare dentro” e non più “fuori”, cioè compromettersi con un sistema di alleanze istituzionali, significa alimentare il sentimento della sconfitta dentro e fuori il partito. Senza l’efficacia sociale non c’è politica di mediazione che possa funzionare, specialmente se questa si balocca attorno all’illusione di una mediazione avanzata con forze che oggi sono soprattutto orientate a dare uno sbocco alla crisi del capitalismo italiano e una rappresentanza alle sue istanze principali. Per questo va impegnato a fondo il partito nella costruzione del movimento: a cominciare dalla manifestazione nazionale del 15 ottobre contro la Bolkestein che dovremmo caratterizzare maggiormente in senso “sociale”: manifestazione per il lavoro, il reddito, i servizi sociali, contro le privatizzazioni.

9. Dalla crisi italiana, che non è crisi astratta, né di declino, ma crisi di accumulazione e, soprattutto, crisi nelle condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti popolari, si esce con un programma avanzato che è innanzitutto un programma di lotta. Solo così si possono mutare i rapporti di forza sociali e, quindi, quelli politici. Solo così si può pensare a una prospettiva di governo che contenga, nei suoi presupposti, elementi di contraddizione con il sistema capitalistico in un accordo virtuoso tra fini e mezzi. E dalla crisi si esce solo con una rivitalizzazione del ruolo dei movimenti tirandone il filo ancora incompiuto, magari riflettendo sugli errori o sulle insufficienze e ipotizzando una nuova stagione. Un partito come il nostro può darsi un progetto e un piano di lavoro. Esistono scadenze e obiettivi molto diversificati e spezzettati: il 15 ottobre si manifesta contro la Bolkestein; il 9 e 22 ottobre per i diritti dei migranti; ci sono vertenze sindacali in corso, contratti da rinnovare; in ampie aree della Cgil, anche oltre le sinistre sindacali, si parla della necessità di uno sciopero generale; ci sono campagne sul reddito, contro la precarietà, contro lo scippo del Tfr o per il ripristino della contingenza (proposte avanzate dal sindacalismo di base); vertenze contro la Moratti e altro ancora. Eppure tutto ciò viaggia in parallelo, senza contatti, senza tentativi di unificazione. E’ una delle responsabilità che attiene in primo luogo al sindacato confederale, alla Cgil in particolare, che non da uno sbocco unitario alle lotte. Noi, per quel che ci compete, dovremmo cercare di comporre il più possibile i vari fronti di lotta e di non farli dipendere dalle variabili della politica istituzionale. Non si può dire “prima le primarie, poi vedremo” quando invece siamo chiamati a un autunno difficile sul piano sociale e il cui svolgimento avrà un peso sulla capacità di battere o meno le destre (ma anche i disegni neocentristi). Quando parliamo di movimenti non alludiamo a nessuna mitizzazione dei medesimi e nemmeno confondiamo (ne l’abbiamo mai fatto anche quando la maggioranza del partito diceva il contrario) i vari soggetti politici che li animano (si pensi ai disobbedienti) con i movimenti stessi. Quando parliamo di movimenti pensiamo al lavoro paziente e tenace che dei militanti, delle militanti comuniste e comunisti devono realizzare per costruire, al pari di altri, i luoghi del conflitto sociale, esperienze di autorganizzazione, vertenze che possano portare a risultati, momenti unificanti, soggettività diffuse.

10. Per alimentare questa dinamica serva oggi un programma di emergenza sociale che passi per l’abrogazione delle leggi Bossi-Fini (ma anche Turco- Napolitano), legge 30 (ma anche pacchetto Treu), legge Moratti (ma anche Berlinguer) e avvii una stagione di lotte in nome del recupero del salario (con la scala mobile e il salario sociale), dell’intervento pubblico (a cominciare da un piano di nazionalizzazioni: banche, telecomunicazioni, trasporti, energia, tutti i settori vitali, i cosiddetti Beni comuni), della società sostenibile (ambiente, rifiuti, energia rinnovabile), dell’accesso ai servizi fondamentali (sanità, scuola, assistenza sociale, casa, informazione, nuove tecnologie), dell’uguaglianza dei diritti civili (unioni delle coppie di fatto, fecondazione assistita, no alle discriminazioni, diritti per i carcerati), del rifiuto dello scontro di civiltà (chiusura dei Cpt, diritto di voto ai migranti), del ripudio “senza se e senza ma” di qualsiasi guerra, con o senza l’Onu.

11. Qui si posiziona la questione della sinistra alternativa. Per come è stato posto finora il dibattito non ha molto senso, semplicemente perché propone ricette apparentemente diverse – lista unitaria o primarie - all’interno dello stesso quadro politico e della stessa prospettiva: accumulare forze per contrattare peso e spazio nell’Unione contro lo schieramento moderato di Ds e Margherita. Si tratta di un dilemma poco avvincente e che non consente di spostare significativamente i fattori in campo ma solo di rendere “meno peggio” il programma dell’Unione. La crisi italiana e internazionale richiede, invece, un sovrappiù di anticapitalismo, cioè un di più di ricette e programmi che incrinino l’attuale modo di produzione e ne mettano in luce l’inadeguatezza storica. Per fare questo serve una sinistra alternativa che non sia compromessa in nessun modo - e quindi non pensi di gestire un piano di governo - con forze della sinistra moderata che al contrario puntano a salvare gli interessi del capitalismo in crisi. Il successo dell’operazione Linkspartei in Germania mostra lo spazio che può riservarsi una “terza forza” e propri mentre questa prospettiva acquista credibilità in un paese chiave dell’Europa noi facciamo venire meno il nostro appoggio entrando nell’Unione.. Serve quindi un’autonomia cristallina, una dimensione qualitativa e quantitativa che punti a strappare a quelle forze l’egemonia sociale - che pure ancora detengono - e a candidarsi per un’alternativa anticapitalista. La sinistra alternativa, quindi, o è anticapitalista o non è; o e fuori dall’Unione o è una variante di essa. In questo senso non può proporsi di governare con le attuali forze del centrosinistra: può farci accordi mirati, tecnici o politici in chiave elettorale, ma il governo è questione che comprometterebbe seriamente l’intero percorso. Che accordo di governo si potrà mai fare con chi si divide tra Montezemolo e Consorte, tra Bazoli e Fiorani? E’ ora di considerare criticamente certe scelte che invece, anche con lo svolgimento delle primarie, stiamo rendendo irreversibili. E’ ora per Rifondazione comunista di riprendersi l’autonomia e il proprio spazio di manovra giudicando il resto del centrosinistra solo per le proposte concrete che metterà in campo. Prima che sia troppo tardi.

Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Gigi Malabarba, Flavia D’Angeli

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