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Comitato politico nazionale 17 e 18 settembre 2005 |
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Precipitare il conflitto contro il governo |
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Documento conclusivo proposto dalla Segreteria nazionale |
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Liberazione 23 settembre 2005 Il governo delle destre si dibatte in una crisi irreversibile e senza prospettive e si dimostra incapace di saper individuare una risposta efficace e credibile alla crisi economica, sociale e politica del Paese. Il dibattito che è iniziato sulla prossima legge finanziaria è lo specchio fedele di questa situazione: un governo allo sbando, senza idee, una maggioranza che, di fronte alle scelte da assumere, si sfarina assieme al proprio blocco sociale di riferimento. Nel contempo, si aggravano le condizioni reali del Paese: l’impoverimento di massa è la cartina di tornasole della recessione e del declino provocati dalle politiche neoliberiste. E’ necessaria una precipitazione del conflitto contro il governo, a partire dal rilancio di una intransigente e decisa opposizione alla legge finanziaria, avanzando limitate e precise proposte alternative in materia di redistribuzione del reddito, difesa dello stato sociale, di attacco alla rendita finanziaria e in connessione alle lotte promosse dai sindacati, le associazioni, i movimenti. L’autunno è il banco di prova di questa mobilitazione: lo sciopero nazionale dei lavoratori metalmeccanici il 29 settembre e quello del 15 ottobre della manifestazione nazionale contro la Direttiva europea Bolkestain sulla privatizzazione dei servizi e il “dunping” sociale, ne rappresentano i primi appuntamenti. Queste mobilitazioni saranno seguite dalla campagna contro la precarietà e da quella contro lo scippo del Tfr e contro i fondi pensione. Conquistare, anche attraverso questa via, l’obiettivo della caduta anticipata del governo e nuove elezioni politiche è un obiettivo da porre con chiarezza. Rifiutare le modifiche della legge elettorale Fallita la politica economica e sociale, le destre cercano una via di uscita disperata nell’empireo della politica separata, attraverso il “cavallo ruffiano” della modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Al di là degli inganni e della truffa che è connessa a questa proposta, essa va rifiutata pregiudizialmente e dobbiamo impedirci una discussione di merito oggi sul sistema elettorale. Il motivo è semplicissimo. Il “berlusconismo” è stata un’operazione ambiziosa e complessa sul terreno della politica economica, quella sociale, quella del rapporto democratico con le autonomie (autonomia dei poteri costituzionali, autonomie dei governi locali e così via). Su di essa, le classi dirigenti hanno puntato per rompere ogni elemento di coesione sociale e mettere sotto schiaffo ogni postazione o potere democratico che potesse esercitare una resistenza. Questa operazione è stata portata avanti dentro questo quadro istituzionale e con questa legge elettorale. Non dobbiamo oggi consentire scorciatoie o scialuppe di salvataggio: con questa medesima legge elettorale devono essere sanciti il suo fallimento e la sua fine! La discussione sul sistema politico e la legge elettorale va rimandata, quindi, all’indomani dell’apertura di un nuovo corso. Allora, sarà maturo e necessario l’avvio di una riflessione sull’inadeguatezza del sistema politico del Paese e sui guasti provocati dal sistema maggioritario e può essere lanciato l’obiettivo di una riforma in senso proporzionale della legge elettorale, nel quadro di una più generale democratizzazione del Paese, di sviluppo delle autonomie e delle forme di partecipazione. Il punto che proponiamo è che il contrasto alla modifica della legge elettorale non può essere adeguatamente portato avanti nella sfera puramente istituzionale ma va connesso al rilancio dell’opposizione sociale a partire dalla legge finanziaria. E’ necessario, quindi, che questione democratica e questione sociale siano connesse in una precipitazione dell’opposizione al governo. La crisi del capitalismo italiano Il “berlusconismo” non è una parentesi della storia e il caso italiano non è un’anomalia del panorama europeo. Essi stanno dentro la cornice generale del prevalere delle politiche neoliberiste. La loro crisi non può essere compresa senza il riferimento al fallimento più generale del neoliberismo. Per questo, riteniamo fondamentale ricostruire un’analisi della società italiana. Crisi del blocco sociale, declino dell’economia, aggressività delle rendite finanziarie speculative, implodono nel cannibalismo in cui varie cordate, incapaci anch’esse di progetto e di espansione, si contendono le spoglie dell’esistente. Proponiamo di organizzare, entro il prossimo febbraio, un convegno impegnativo sul capitalismo italiano che ricostruisca un punto di vista di classe e di sinistra, una lente che consenta di indagarne gli elementi di crisi e corrompimento a partire dai caratteri strutturali di questo capitalismo. L’alternativa di società Oggi va riaffermata la necessità e possibilità storica dell’alternativa. Necessità derivante dalle contraddizioni di fondo strutturali, del quadro internazionale e del caso italiano, della crisi, della recessione e del declino. Possibilità suscitata dall’irrompere di forze soggettive, portatrici di conflitti che chiedono di uscire fuori da quel modello. Si ripresenta l’occasione storica della Riforma del Paese, di riforme strutturali che incidano direttamente non soltanto a valle del processo distributivo ma anche a monte, nelle grandi scelte strategiche sull’economia, la società, le relazioni sociali. Noi dobbiamo camminare su due gambe: l’alternativa di governo e l’alternativa di società. Senza questa connessione, che deve costituire l’ispirazione della nostra politica, saremmo condannati alla sconfitta. Ciò vuol dire rifiutare radicalmente ogni politica dei due tempi: quella che impone oggi i sacrifici alle masse popolari e rimanda a dopo il rinnovamento necessario e quella che separa la pratica di governo quotidiana dall’ispirazione del progetto di società: così, inevitabilmente, senza una direzione e una rotta precise, è inevitabile incagliarsi sugli scogli della governabilità di una alternanza senza alternativa. La discontinuità nelle scelte di governo che chiediamo va connessa al progetto generale di cambiamento e va fondata sulla valorizzazione di tutte le autonomie. Una politica di pace è fondante di questo progetto di cambiamento. Il ritiro immediato delle truppe all’Iraq è il punto di partenza di questa nuova politica. Questa deve essere in grado di promuovere una iniziativa internazionale per la soluzione del conflitto israelo palestinese che veda la nascita dello Stato di Palestina, contesti il muro della separazione che il governo israeliano vuole imporre, preveda il ritiro da tutti i territori occupati, garantisca il diritto alla pace e alla sicurezza ai due popoli e ai due Stati. Questa nuova politica deve concretizzarsi anche in scelte concrete nella politica nazionale come per esempio la riduzione delle spese militari. Un confronto aperto dentro l’Unione Non sottovalutiamo l’insidia dell’ipotesi neocentrista. Essa si presenta oggi non con l’obiettivo della costruzione di una soggettività politica specifica ma con l’aspirazione egemonica sulla politica di entrambi gli schieramenti. Ma questa ipotesi, anche nelle sue espressioni più colte e avvertite, mostra di essere più una via di fuga che una risposta ai problemi posti dal fallimento del neoliberismo e non riesce che a riproporre la coazione a ripetere di politiche che sono la causa della crisi. Dentro l’Unione si assiste a una polarizzazione: un’offensiva neocentrista che si fa aggressiva in funzione di un’alternanza che lasci inalterato il cuore delle politiche precedenti, una forza di sinistra che fa valere in un confronto serrato le ragioni di una vera alternativa e trae energie dal processo di partecipazione popolare. In questa polarizzazione, le forze riformiste mostrano tutta la loro crisi strategica, incapaci, dopo aver perduto l’illusione di poter governare la globalizzazione capitalistica temperandone gli effetti, di saper indicare una strada e in bilico tra una deriva liberalsocialista e un nuovo ancoraggio a sinistra. L’occasione delle primarie Il confronto è aperto. Le primarie si inseriscono pienamente in questo percorso. Noi le attraversiamo come un’occasione per influenzare i processi in atto, per utilizzare il processo di partecipazione popolare come leva per spostare a sinistra l’asse politico e il profilo programmatico dell’Unione. Anche attraverso le primarie, la questione del programma esce dal gioco delle diplomazie tra i partiti e irrompe con la forza di una grande discussione di massa. La ripresa di settembre del confronto politico, in particolare il successo delle feste di Liberazione e dei dibattiti, mostra come nel popolo delle sinistre sia maturata una forte e matura tensione unitaria: dal se fare l’unità, il punto decisivo diviene come fare l’unità, ovvero di quale unità e quali programmi si tratti. Dobbiamo cogliere la connessione di una corsa lunga: le primarie, la definizione del programma dell’Unione, l’opposizione alla finanziaria, gli appuntamenti delle vertenze contrattuali e del movimento, il contrasto alle modifiche costituzionali e alla legge elettorale, la prossima campagna elettorale per le elezioni amministrative e politiche. In questo quadro, le primarie rappresentano l’occasione per un confronto serrato, la possibilità di determinare, attraverso la partecipazione popolare, una forzatura nella direzione dell’alternativa. Con questo obiettivo noi la attraversiamo in una campagna di ascolto e di inchiesta sulla condizione reale del Paese e la sua ansia di rinnovamento. L’interesse, l’attenzione, il successo che questa campagna sta suscitando già dal suo avvio ci incoraggiano a continuare sul percorso avviato. Una nuova stagione dei diritti Cresce una grande voglia di partecipazione e cresce una richiesta forte di cambiamento. Un cambiamento che chiede assieme nuova politica economica e sociale, beni comuni, qualità ambientale, estensione dei diritti collettivi e personali. Un cambiamento che chiede l’abbandono delle politiche delle grandi opere per altre scelte strategiche, a partire dalla difesa del suolo e dal garantire in tutto il territorio nazionale il diritto ai beni naturali, sottraendoli alla privatizzazione e al mercato. Un cambiamento che chiede una radicale modificazione delle politiche per il Mezzogiorno, che superi l’idea dell’importazione di un modello di sviluppo in crisi. Un cambiamento che chiede, quindi, una riforma strutturale del Paese. Nel popolo delle sinistre si ritrova lo stesso grado di consenso allorché si parla di aumento di salari e pensioni, di salario sociale, attacco alla rendita, qualificazione dello stato sociale, riconoscimento delle unioni civili, abolizione dei centri di detenzione per i migranti e così via. Dobbiamo allargare questo consenso per determinare un vero processo di riforma democratica del Paese che parli di una nuova stagione dei diritti: il diritto dei lavoratori a votare le piattaforme e gli accordi, l’antiproibizionismo, l’amnistia e indulto e il contrasto alle iniziative di criminalizzazione dello conflitto sociale, l’affermazione dei diritti dei gay, lesbiche, transessuali, il riconoscimento delle unioni civili di convivenza, la ripresa forte di una iniziativa sull’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo e la cancellazione della legge 40 sulla procreazione assistita. Lo stop che la legge Moratti ha incontrato anche con il concorso delle Regioni e che, di fatto, impedisce l’avvio del cuore della controriforma, è un fatto straordinario: da un lato rappresenta il risultato di un movimento articolato e plurale di grande forza ed estensione, dall’altro dimostra la praticabilità dell’obiettivo della abrogazione della controriforma sulla scuola. Questo risultato ci da più forza per richiedere ed ottenere il completo abbandono di questa controriforma come della legge 30 sulla precarietà del lavoro e della Bossi Fini sui migranti. L’autunno di lotta L’autunno è il banco di prova di questa mobilitazione. Dobbiamo qualificare l’opposizione alla finanziaria, sapendo demistificare le mance populiste che, nell’ultima finanziaria del loro governo, le destre tenteranno di celare il carattere regressivo della manovra. Vanno proposti obiettivi chiari e proponibili. Misure urgenti per la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni, la restituzione del fiscal drag, interventi mirati per colpire le rendite, gli enormi guadagni di borsa, i grandi patrimoni, la difesa dello stato sociale, in particolare la sanità dai tagli che il governo si appresta a fare ai danni delle regioni e gli enti locali, misure per la calmierazione degli affitti, un piano straordinario per l’incremento di alloggi a canone sociale, il blocco degli sfratti. Pensiamo alla presentazione di una vera piattaforma sociale, con l’individuazione di interventi immediati e urgenti e su questa determinare, in relazione alle altre forze dell’Unione e ai soggetti sindacali, sociali e di movimento, una precipitazione dell’iniziativa politica e delle lotte. A queste va connesso l’appuntamento del 15 ottobre della manifestazione a Roma, in occasione della giornata europea di lotta contro la Bolkestain. In questo quadro, pensiamo sia fondamentale la campagna promossa per il rifiuto del trasferimento del Tfr nei fondi pensione e impedire che si realizzi, attraverso la truffa del silenzio assenso, un altro colpo mortale alla previdenza pubblica. Allo stesso modo, intendiamo portare avanti con determinazione la campagna sui beni comuni, le vertenze territoriali che si stanno estendendo in tutto il Paese, il sostegno alla proposta di legge di iniziativa popolare. La manifestazione nazionale di Roma del 24 settembre La manifestazione nazionale del 24 settembre al Palalottomatica di Roma rappresenta una tappa fondamentale di questa mobilitazione. Il grande meeting di Roma, a conclusione della Festa nazionale di Liberazione, è un appuntamento per tutto il partito, i suoi militanti, gli iscritti, ma anche per tutto il movimento di lotta contro il governo delle destre. Quella del 24 settembre sarà la prima manifestazione autunnale e l’avvio di un ciclo di lotte che attraverserà il Paese. Con questo spirito e questa determinazione, intendiamo fare del 24 settembre un evento importante che pesi nella costruzione della più ampia mobilitazione contro le destre. Il congresso del Partito della Sinistra Europea Il congresso del Partito della Sinistra Europea che si terrà a fine ottobre ad Atene rappresenta un passaggio cruciale nella costruzione della nuova soggettività della sinistra di alternativa in Europa. La crescita di una sinistra europeista e popolare è il fatto nuovo della scena politica europea. La vittoria del No in Francia al referendum sul trattato costituzionale ha rappresentato un fatto che può segnare una svolta nella costruzione di un’altra Europa. L’affermarsi di nuove soggettività, con modalità e forza differenti ma con un processo politico convergente, in Germania come in Gran Bretagna, gli spostamenti che si determinano nelle sinistre in Francia, parlano della fecondità di un percorso che ha rifiutato la logica di creare una nuova “centrale” ma che ha scelto la crescita plurale di una rete. Oggi siamo a un ulteriore passaggio importante con lo svolgimento del primo Congresso. Pensiamo che l’Europa rappresenti il quadro di riferimento essenziale per una politica di cambiamento, impossibile in una chiusura nazionalistica. Il Partito della Sinistra Europea rappresenta uno strumento efficace per la costruzione di una sinistra di alternativa che sappia essere all’altezza della sfida che la crisi del neoliberismo e della guerra pone di fronte alle forze del cambiamento. Approvato con 115 voti a favore
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