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Comitato politico nazionale 17 e 18 settembre 2005 |
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Gli interventi |
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Liberazione 21 settembre 2005 Imma Barbarossa Sono molto d’accordo con le linee di programma esposte su “Liberazione” da Fausto Bertinotti, che mi paiono delineare una vera e propria carta di intenti su cui lavorare. Ad esempio, sulle questioni della democrazia e della difesa della costituzione, che non può essere solo una battaglia parlamentare ma deve assumere un vero e proprio carattere di percorso di ricostruzione di un tessuto sociale, politico, culturale di “tipo nuovo” (si pensi alla democrazia di genere e al superamento nei fatti della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio). Su questo versante stiamo lavorando con Franco Russo in una sorta di interfaccia (se la parola “ambiguità” intesa in senso etimologico), con il forum sociale europeo (per la costituzione europea) e con giuristi/e e costituzionalisti/e. La Costituzione italiana va difesa (anche con critiche al titolo V modificato durante il governo di centrosinistra) perché rappresenta anche il testo e il contesto su cui sviluppare lotte sociali; provo a fare qualche esempio, lotta alla precarietà come diritto alla dignità umana, l’autonomia della magistratura, le garanzie costituzionali, la laicità dello stato. A questo proposito penso che abbiamo impropriamente rimosso la questione della invasività delle gerarchie ecclesiastiche e anche del sacro e della religione non solo nella vita pubblica ma anche nelle coscienze e nella soggettività singola e collettiva. Occorre sviluppare una critica profonda, radicale che incroci anche paure e insicurezze di massa, in nome di una etica pubblica laica, uno spazio di convivenza e differenze fondato sul nesso personale/politico. Guido Benni Voglio correre il rischio di apparire strutturalista e meccanicista, per dire che la parte della relazione del comp. Bertinotti che riguarda i concetti di “crescita e decrescita”, non mi convince. Ritengo, infatti, che un partito comunista abbia, ogni tanto, il dovere di capire le cause strutturali dei fenomeni che si trova ad affrontare. Mi pare che l’attuale momento sia caratterizzato dalla grave crisi recessiva mondiale che la classe dominante, la borghesia, è incapace di affrontare e di risolvere. Questo produce, da una parte, politiche economiche sempre più restrittive nei confronti dei ceti subalterni, dall’altra, la fine della spinta propulsiva della borghesia come classe capace di produrre innovazione e sviluppo. Questa incapacità, a sua volta, determina quella involuzione democratica e di valori che il nostro Segretario ha giustamente denunciato come “crisi di civiltà”. L’attuale momento non è, quindi, assimilabile a quello del primo centro sinistra dove, in effetti, si ottennero grandi riforme, ma in un clima economico che era, allora, espansivo. Oggi tutto ciò non è più possibile. Mi pare, quindi, di poter affermare che la borghesia ha, con ogni evidenza, esaurito la sua funzione storica. Ne deriva, quindi, che ogni margine riformista è oggi precluso. Il compito di un partito comunista dovrebbe essere, in tali condizioni, quello di riguadagnare al proletariato, di cui va capita l’attuale strutturazione, quote del potere perduto nei lustri scorsi. Anche alla luce di ciò, mi sembra gravemente sbagliato l’atteggiamento da noi assunto nei confronti della legge “proporzionalista” proposta dalla casa delle libertà. Intendiamoci, così com’è formulata, essa si configura in effetti come una “legge truffa”. Ma noi avremmo dovuto denunciarne gli elementi truffaldini e dichiararci disponibili a ragionare attorno ad una modificazione del testo proposto. Avremmo intercettato anche il malessere del centrodestra acuendone la crisi. Il non averlo fatto mette in luce una nostra subalternità, seppur inconscia, alle compatibilità del centrosinistra. Abbiamo, persino, utilizzato il peggiore degli argomenti prodiani, affermando che una legge elettorale non si cambia alla vigilia del voto. Storicamente è vero l’esatto contrario. Ogni nuova legge elettorale, dal ’92 in poi, è sempre stata introdotta prima del voto, anche per non delegittimare le nuove rappresentanze elette. Abbiamo creato disorientamento in chi ci ha sempre visti come una forza proporzionalista e abbiamo perduto l’occasione di condurre una prima battaglia per la riconquista di un sistema proporzionale che è garanzia di una nostra autonomia politica e di quella del proletariato. Alberto Burgio Vorrei concentrarmi sulla questione della legge elettorale, che va colta in tutta la sua complessità. È una partita cruciale. Il sistema maggioritario è nemico della democrazia, perché viola il principio di eguaglianza e perché provoca una potente pulsione centrista. Su questo e sulla necessità di tornare al proporzionale siamo d’accordo. Dove ci dividiamo? Evidentemente su come rispondere alla proposta della CdL in materia elettorale. Due aspetti vanno ben distinti. Il primo è il motivo per cui la destra avanza questa proposta. Si tratta del tentativo di ribaltare i pronostici delle elezioni. Questo intento si riflette sul contenuto della proposta, irricevibile perché fondata su espedienti truffaldini. Ma c’è un secondo aspetto, altrettanto rilevante. Questa proposta ha rimesso in circolazione l’idea del ritorno al proporzionale, riaprendo una questione che negli ultimi dieci anni è stata tabù. Questo fatto cambia uno scenario che peraltro conosciamo benissimo. Ci sono forze come il nostro partito che vogliono una riforma in senso proporzionale e altre che non la vogliono affatto. È possibile che noi si risponda alla proposta della destra esattamente come le forze dell’Unione che non sono soltanto contro questa proposta, ma anche contro il proporzionale? Si assicura che il discorso si riaprirà dopo le elezioni. È poco credibile, perché Prodi, Fassino, D’Alema e Rutelli non hanno mai accennato a un ripensamento su questa materia. Quello della legge elettorale è un terreno fondamentale che incide sulla costituzione e sull’autonomia dei partiti. Per questo, trattandone, bisognerebbe evitare di far prevalere considerazioni contingenti. Quella che si è aperta con la proposta della destra è una partita chiave, nella quale dovremmo recuperare in pieno la nostra autonomia, dichiarandoci pronti a dare il nostro contributo per introdurre una buona legge proporzionale già nel corso di questa legislatura. Salvatore Cannavò Non credo che le primarie costituiscano una forma avanzata di democrazia. Troppo permeate di leaderismo e di relazione individuale con il personaggio. C’è molta distanza tra la democrazia del conflitto, della partecipazione organizzata, con il messaggio che invia il “post-it”. Eppure non è questa la ragione principale della mia contrarietà allo strumento. Non lo è nemmeno la constatazione della esclusività con cui è stata presa la decisione, comunicata a mezzo stampa e senza la minima consultazione degli organismi dirigenti. Insomma, si poteva convocare un Cpn a luglio o, almeno, la direzione. La ragione principale del dissenso muove invece dal fatto che con le primarie Rifondazione accetta preventivamente l’accordo di governo – accettando il regolamento e la bozza di programma comune dell’Unione - e, soprattutto, chiude un suo ciclo storico: da forza esterna al centrosinistra si pone oggi come forza compiutamente interna a quello, sia pure sotto forma dell’Unione, incaricata non più di costruire una sinistra alternativa ma “di spostare a sinistra l’Unione”. E’ un cambio di passo rilevante che dovrebbe farci riflettere. Un passaggio che avviene proprio nel mentre l’Unione, con le polemiche estive sul capitalismo bancario, mostra la sua vera faccia: espressione degli interessi della borghesia italiana, dilaniata da uno scontro tra borghesia “nazionale” e borghesia “europeista” (e tra l’altro ci servirebbe davvero un’inchiesta, fatta da noi, sul capitalismo italiano). Ma questo scontro avviene tutto nel centrosinistra e non riguarda per nulla la destra. Tanto che, per dirla con una battuta, spostare a sinistra l’Unione, oggi rischia di somigliare allo spostamento a sinistra… dell’Unipol. Il punto è che il riformismo, di fronte alla crisi del liberismo, non reagisce prospettando un’alternativa ma gettando un’àncora di salvezza a quello proponendosi come carta di ricambio. E l’Unione si propone come carta di ricambio alla borghesia italiana delusa e insoddisfatta dall’azione di governo di Berlusconi. Diceva Bertinotti in un’intervista di quest’estate che le primarie “servono a riempire un vuoto”. Ma cos’è questo vuoto e perché si è determinato? Stiamo parlando del movimento di cui abbiamo parlato in questa sede decine di volta sempre per smentirne la crisi ma senza mai analizzarne seriamente la situazione. Io credo che del movimento viva ancora il depositato di coscienza critica alimentato dalle mobilitazioni degli ultimi anni ma che questo si accompagni a una fragilità sociale, a un’inefficacia nei risultati e a una solitudine delle lotte in corso, come dimostra quella del Sult. Fare leva su questa presunta forza rischia di farci fare la fine di Willy il Coyote che cammina nel vuoto per poi accorgersi che gli manca la terra sotto i piedi e sfracellarsi quindi al suolo. Il rischio per il nostro partito è esattamente questo. E quindi, invece dell’Unione, ci servirebbe un’unione sociale per rilanciare, con le forze di cui disponiamo, una ricomposizione dei fronti di lotta, una ricostruzione di soggettività critica, di forza sociale: la manifestazione del 15 ottobre, che dovrebbe vivere come una grande manifestazione sociale, può andare in questa direzione. E’ questo, del resto, l’unico terreno per far vivere anche la sinistra alternativa. Altrimenti prevalgono i terreni più politicisti siano essi le primarie o la lista Arcobaleno. Abbiamo bisogno di un ambito in cui recuperare il rapporto con le forze di movimento, le associazioni, i sindacati e costruire una Sinistra alternativa che sia innanzitutto alternativa al riformismo e al centrosinistra e che abbia un chiaro profilo anticapitalista. Stiamo assistendo, invece, al paradosso, del riformista Lafontaine che non accetta di fare un governo con Schroeder mentre noi, rivoluzionari, finiamo nel governo di Prodi. Mimmo Caporusso Care compagne cari compagni, della relazione del segretario ho condiviso i passaggi inerenti la battaglia che dovremo – come partito - mettere in piedi in occasione della prossima legge finanziaria. Per quell’appuntamento si deve mettere in piedi una mobilitazione imponente e senza tentennamenti, al cui centro venga posta la centralità delle politiche del lavoro. Io sono un operaio metalmeccanico di quel Mezzogiorno in cui il livellamento verso il basso delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori assume proporzioni non più sopportabili. Difficoltà accresciute da episodi - sempre più frequenti - come quello accaduto nelle scorse settimane a Taranto: non è più accettabile che per salari da fame e condizioni di lavoro disumani si debba morire. La battaglia per salari più alti e per il rilancio della sicurezza sui luoghi di lavoro deve diventare la centralità della nostra proposta anche all’interno delle primarie: dobbiamo trasformare questo strumento sbagliato in una opportunità finalizzata al conseguimento del migliore dei risultati. Non ho invece condiviso il ragionamento che si fa intorno al proporzionale. Sono consapevole del tranello che si nasconde dietro questa farsa proporzionalista che l’attuale governo vuole imporci. Il tentativo è chiaro e tutto deve essere messo in moto per rigettarla. Ma allo stesso tempo non possiamo essere noi comunisti - che in questi anni abbiamo fatto anche della battaglia proporzionale una battaglia di civiltà e democrazia - ad arroccarci sulla difesa del maggioritario. Rigettare l’attuale provocazione del governo non può e non deve rappresentare la rinuncia al ritorno ad un proporzionale senza truffe. Qualora ciò dovesse accadere saremmo di fronte ad una involuzione strategica con la quale la “connessione sentimentale” con le forze popolari diventerebbe una stolta chimera. Giusto Catania Sarebbe un grave errore da parte nostra se discutessimo il merito della legge elettorale, saremmo completamente fuori tema. La destra, infatti, ha proposto la modifica delle legge elettorale non perché si scopre improvvisamente proporzionalista, ma perché ha paura di perdere le prossime elezioni. Inoltre, siamo davanti ad una manovra di palazzo che serve ad alzare un polverone con l’obiettivo evidente di nascondere il merito della prossima legge finanziaria. Tutto ciò mentre si sta costruendo una nuova partecipazione dal basso e si è attivato un processo democratico che vede uomini e donne mobilitarsi per partecipare alle elezioni primarie. Le primarie sono un terreno di battaglia politica che nulla hanno a che vedere col processo di americanizzazione della politica: basterebbe solo il fatto che negli Stati uniti votano esclusivamente gli iscritti ai partiti mentre in Italia si sta costruendo una partecipazione diffusa. L’importanza delle primarie è molto percepita all’esterno del nostro partito, mentre troppe resistenze vi sono al nostro interno: qualche compagno si è perfino rifiutato di raccogliere firme e qualcuno ha dichiarato che non voterà per Bertinotti alle primarie. Tutto ciò mostra che spesso il nostro dibattito interno è più arretrato rispetto ai processi della società. Con le primarie si sta anche costruendo il programma. È evidente che alcuni temi che prima erano oggetto di riflessione di una minoranza, stanno lentamente diventando patrimonio diffuso del popolo dell’Unione: dalla pace al ritiro delle truppe in Iraq, dalla tassazione delle rendite all’abolizione delle leggi vergogna di Berlusconi, dall’abolizione dei cpt alla cancellazione della legge Moratti. Forse non ci siamo neanche accorti che l’Unione ha già raggiunto un’intesa programmatica su un punto importantissimo, infatti la scelta di far votare i migranti alle primarie è evidentemente il primo passo per una legge di modifica della cittadinanza per diritto di sangue che vige nel nostro Paese. Alberto Deambrogio La costruzione dell’appuntamento delle Primarie può e deve diventare lo snodo di un processo in cui l’efficace conoscenza della realtà sociale ci permetta di agire proficuamente verso inedite e disomogenee domande di politica. Scegliendo la cifra della partecipazione per connotare la campagna verso il 16 ottobre abbiamo, in realtà, avviato una narrazione della società alternativa a quella proposta negli ultimi anni dalle centrali politiche ed economiche che guidano il Paese. Questa operazione, seppur imperfetta e grezza, recupera delle disponibilità soggettive, che vanno colte e valorizzate alfine di ricostruire luoghi, categorie e linguaggi attraverso i quali la politica torni a consistere. Scommettendo dunque sulla partecipazione dobbiamo essere disponibili ad indagare senza pregiudizi ogni esperienza di protagonismo sociale e collettivo. In questo senso possiamo affrontare le nuove pratiche di comunità, sapendo che la loro carica di ambiguità va valutata criticamente e non semplicemente rifiutata. Non è possibile infatti non vedere come in questi anni si siano sviluppate dinamiche comunitarie che, oltre a proporre vertenzialità locale, hanno collegato quest’ultima a principi generali e universali come la difesa dei beni comuni. Il nostro compito è quello di lavorare ad una composizione di ogni emergenza sociale positiva in grado di segnalare una ripoliticizzazione della società. Marco Ferrando Esprimo un dissenso profondo e preoccupato sulla rotta generale del partito. Le vicende di questa estate sui casi Antonveneta e Unipol hanno mostrato una volta di più che il centro dell’Unione (Margherita e maggioranza Ds) esprime gli interessi e le contraddizioni della grande borghesia italiana, contendendosi l’egemonia sulla sua rappresentanza politica. Gli indirizzi programmatici del centro ne sono il riflesso: dalla rivendicazione in politica estera di “un rapporto privilegiato con gli Usa e di una maggiore capacità di impegno sul versante della difesa” (leggi spese militari) sino all’annuncio di un programma di risanamento finanziario per la prossima legislatura, basato su “misure impopolari e inevitabili sacrifici”, come Prodi ha candidamente dichiarato su “La Stampa” del 4 settembre. Le primarie hanno un rapporto con questo scenario. Prodi le ha chieste non solo come mezzo di riequilibrio verso la maggioranza della Margherita, ma come forma di investitura popolare diretta su cui far leva per rafforzare il proprio futuro ruolo di premier nella gestione delle politiche dei sacrifici. Non a caso il 20 giugno, giorno del varo delle primarie, Prodi ha chiesto e ottenuto da tutti i partiti della coalizione un impegno di legislatura vincolante, pena il ricorso, in caso di defezioni, a elezioni anticipate: un patto di tipo presidenzialista che rafforza i poteri del premier rispetto alla sua coalizione e maggioranza. Qui sta la responsabilità del nostro partito sulle primarie: quella di partecipare al processo di consolidamento di una prospettiva politica che si volgerà contro i lavoratori. Non mi sfugge il fatto che la candidatura Bertinotti possa catalizzare domande positive di svolta, in aperta diffidenza verso il centro dell’Unione: ma proprio la prospettiva di governo dell’Unione, a braccetto col centroliberale cozza di fatto contro quelle domande e le subordina ad uno sbocco opposto. In questo quadro appaiono del tutto subalterne le opzioni “critiche” di Ernesto ed Erre, che si limitano a rivendicare uno “spostamento a sinistra dell’Unione”, o attraverso una maggiore pressione negoziale o attraverso una maggiore pressione di movimento. Il punto non è continuare ad alimentare l’illusione in una politica di pressione sulla borghesia, ma di ribaltare l’intera impostazione politica del partito. Non si tratta di spostare a sinistra l’Unione, ma di liberare dall’Unione la sinistra: ossia di rompere con le rappresentanze politiche di Montezemolo e Unipol e di sfidare l’intera sinistra italiana e tutte le rappresentanze dei movimenti di questi anni a raggrupparsi in un polo di classe indipendente. Solo rompendo con Romano Prodi e il centro dell’Unione è possibile rilanciare un’opposizione di massa e radicale a Berlusconi che miri a rovesciarlo dal versante dei lavoratori: un’opposizione oggi compressa e dispersa proprio dalla prospettiva dell’alternanza e dalle sue ricadute sui movimenti e le organizzazioni di massa (Cgil). Solo rompendo con Romano Prodi è possibile sviluppare la democrazia di massa dei lavoratori: che implica il diritto e la libertà di tutti i lavoratori, i movimenti, i protagonisti di lotta di questi anni, di definire in autonomia i propri programmi e le proprie prospettive, senza doversi subordinare a quel quadro precostituito di centrosinistra che le primarie concorrono a rafforzare. Progetto comunista non propone quindi al partito una politica di passività e autoisolamento. Propone al contrario una politica attiva, di aperto investimento nelle potenzialità di lotta del movimento operaio, capace di incunearsi nella contraddizione tra gli stati maggiori liberali dell’Unione e le esigenze delle classi subalterne; ma proprio per questo una politica che sciolga con nettezza il nodo di fondo: o l’unità con la borghesia contro i lavoratori, o l’unità dei lavoratori contro la borghesia. In ogni caso a questa coerenza Progetto comunista non ha mai rinunciato e non rinuncerà mai. Saverio Ferrari Le “primarie” potranno riservare più di una sorpresa, misurare, tra l’altro, lo scarto di ciascun partito con il proprio insediamento elettorale, noi compresi. Rispetto la battaglia che si sta giocando è più che evidente come il nostro elettorato sia un passo più avanti riguardo al corpo del partito con i suoi distinguo e i suoi timori. Il rischio per Rifondazione Comunista è di divenire un mondo a sé con i suoi conflitti, le sue ritualità e la sua asfissiante vita correntizia. Due questioni, tra le altre, di fronte a noi: la cosiddetta candidatura “no global” e la “lista arcobaleno”. Riguardo alla prima va colto il dato positivo, al di là delle modalità e dei percorsi specifici, di una volontà a sconfiggere le destre. Va rifiutata nei confronti di quest’area ogni seppur minima tentazione di conflittualità. La “lista arcobaleno” pone invece un problema politico. Pur condividendo le ragioni della nostra impossibilità a convergere ora con questo cartello elettorale, credo, da un lato, sia auspicabile il superamento da parte di questa lista della soglia di sbarramento del 4%, dall’altro, la necessità di raccogliere una richiesta di unità che travalica la dinamica dei ceti politici. Va pensata una politica di rapporti e di relazioni nel quadro della costruzione della sinistra alternativa. Alfonso Gianni E’ molto opportuna la scelta di convocare un convegno sulle tendenze in atto nel capitalismo, mondiale e italiano. Dire crisi della globalizzazione non basta, bisogna capire quale è la tendenza prevalente. Le vicende di questa estate hanno messo in luce la lotta tra i gruppi di potere in campo finanziario, e non solo, per posizionarsi meglio in vista di un nuovo governo. Capire di che si tratta è indispensabile per evitare che l’iniziativa di un governo di alternativa sia paralizzata dai poteri economici. D’altro canto anche i naturali referenti della sinistra moderata si stanno autonomizzando. Questo è anche il significato dell’attivismo di Unipol, che provoca divisioni dentro i Ds e l’Ulivo tra opposte fazioni. Ma è tutto il capitalismo mondiale che ripiega su stesso. La bolla immobiliare comincia a New York, passa poi per Londra e Parigi prima di approdare a Roma, anche se da noi la particolare storia del nostro capitalismo lo fa ancora più fragile. In realtà il capitalismo, accanendosi contro il lavoro, precarizzandolo e rendendolo servile, marginalizzando il conflitto sociale, si è priva di un potente fattore di innovazione quale è stato il conflitto stesso nei luoghi della produzione. Ne consegue una mancanza di innovazione senza precedenti. Il dibattito sul nostro giornale sulla decrescita mi pare che ci faccia arretrare da alcune acquisizioni che pensavo fossero ormai consolidate. Quando discutemmo del programma europeo affrontammo la critica al concetto di “sviluppo sostenibile”, termine in voga presso l’Ulivo. Tale critica, che univa compagni economisti e compagni ambientalisti, comporta non solo la demistificazione della crescita, ma anche il rifiuto di una concezione che tollera lo sviluppo solo fino a che non colpisce l’ambiente, Se si giunge a quel punto bisognerebbe deaccelerare, cioè decrescere. Quello che abbiamo proposto è invece altro, cioè fare della difesa e della valorizzazione dell’ambiente un fattore di un nuovo modello di sviluppo e di società. Mi pare che questa scelta avremmo dovuto appoggiare, ma non lo abbiamo fatto, nella discussione che si è aperta fra Italia Nostra e Legambiente, visto che le posizioni di quest’ultima sono sicuramente più vicine a quel tipo di critica allo sviluppo sostenibile. Riprenderemo la discussione, con toni più ragionati e ragionevoli, sulla rivista Alternative. Sulle primarie dobbiamo decidere alla fine di questo Cpn che tutto il partito, malgrado le differenze di giudizio tra noi, si impegni per il successo della candidatura di Bertinotti. Alessandro Giardiello Il segretario nel suo programma insiste sulla grande riforma e il “nuovo compromesso sociale dinamico”. Si tratta di una proposta di collaborazione di classe che si inserisce in un contesto di declino del capitalismo italiano. Mentre dal 2004 è in atto una ripresa mondiale, l’Italia resta sostanzialmente in recessione. La crisi è particolarmente evidente nell’industria. Secondo “l’Economist” per ridare competitività alle imprese italiane bisognerebbe tagliare 500.000 posti di lavoro. Gli investimenti sono ai minimi storici. Il deficit pubblico si attesta tra il 4 e il 5%. Manovre correttive e stangate saranno inevitabili. I nostri alleati e Prodi non parlano d’altro: risanamento, politiche europeiste e rigore finanziario. Non si capisce come in un tale contesto un futuro governo dell’Unione possa aumentare salari e pensioni. Le finanze pubbliche non possono sostenere alcuna politica keynesiana e redistributiva. Per colpire la rendita (che non è separabile dalla borghesia produttiva) è necessario aprire uno scontro che deve proiettarsi oltre le compatibilità capitalistiche. È inevitabile per questo rompere con Prodi e il centro borghese dell’Unione. La coalizione, da quando ne facciamo parte, non si sposta a sinistra ma va sempre più a destra. I movimenti non avanzano ma arretrano. Al congresso della Cgil per la prima volta dal ’91 non ci sarà un documento alternativo. Le primarie rappresentano l’ultimo anello che incatena il partito all’Unione. Gli effetti sulla nostra linea sono evidenti. Oggi non si sorprende più nessuno se nelle giunte di centrosinistra approviamo finanziamenti alle scuole private o firmiamo decreti di sgombero contro lavoratori immigrati come è avvenuto a Sassuolo. Ogni giorno che passa vengono marginalizzati i militanti più combattivi e si rafforzano le tendenze istituzionali. Ma l’esperienza sarà maestra, i compagni ovunque collocati nel dibattito interno, potranno verificare la linea nei prossimi mesi e anni. È compito di chi si oppone oggi alla svolta governista non cadere nell’isterismo settario ma preparare quell’alternativa che è necessaria al partito e ai lavoratori di questo paese. Claudio Grassi 1) Sulla legge elettorale mi sarei aspettato da Rifondazione Comunista un atteggiamento meno appiattito sul centrosinistra. Oltre a denunciare la strumentalità dell’iniziativa della Casa delle libertà, dovevamo farci carico di chiedere all’Unione di avanzare una proposta di legge elettorale priva dei caratteri truffaldini di quella del Polo e al tempo stesso capace di eliminare i disastri provocati da 10 anni di maggioritario. Non averlo fatto ha evidenziato una carenza di autonomia che mi preoccupa per il fatto in sé e anche per quello che può voler dire per il futuro. 2) Il segretario ha detto che vede l’irrompere nell’Unione di positivi elementi di discontinuità. Questa analisi non mi pare suffragata dai fatti, su una vicenda decisiva come le misure antiterrorismo varate da Berlusconi, non solo non vi è stata una proposta alternativa, ma vi è stato un voto bipartisan. Così come sul ritiro delle truppe dall’Iraq è ormai da tempo che non si riesce più a scrivere da nessuna parte la parola “immediato” e quindi nemmeno proporre tale posizione. Anche sulla crisi economica l’unica cosa precisa che Prodi ha proposto in questi mesi è una misura inaccettabile che risale agli anni 80 e 90: la riduzione del costo del lavoro. Inoltre nel documento sottoscritto da tutti i partiti dell’Unione – quindi anche da noi – vi è un punto grave, che recita: “Il rispetto degli impegni derivanti dai Trattati e dalle Convenzioni internazionali liberamente sottoscritti è un elemento essenziale della nostra azione”. Mi sembra chiaro il riferimento all’Alleanza atlantica e all’Onu che purtroppo, come mostra l’esperienza passata, possono fare o avallare azioni di guerra. Ecco perché io penso che quella cosa che Bertinotti giustamente propone anche nel programma, e cioè che bisogna rompere la legge del pendolo, sia difficilmente realizzabile. Per ottenerla sarebbe necessaria una discontinuità vera che, allo stato, non è data. Continuo a ritenere che sarebbe bene discutere le differenze prima del voto e non dopo. Le difficoltà che incontreremmo nel registrare prima delle elezioni la non praticabilità di un pieno accordo – difficoltà che ho ben presenti – sarebbero di gran lunga meno gravi, per il partito e per tutta la sinistra, del dover prendere atto che dopo le elezioni l’accordo non regge e che si determina di nuovo una rottura con il rischio di un ritorno delle destre alla guida del paese. 3) Sulle primarie ho un’opinione critica nei confronti dello strumento e credo sia legittimo mantenerla. Non ritengo che le primarie siano utili perché farebbero aumentare la partecipazione e metterebbero “il popolo” in condizione di decidere. Io sono propenso a pensare che ci troviamo di fronte a un rafforzamento della personalizzazione della politica, del presidenzialismo, del maggioritario. Ritengo dannosa l’estensione delle primarie a tutte le consultazioni elettorali. Credo che accettare questo processo non ci aiuti nella battaglia contro la tendenza in atto di concentrare sempre maggiori poteri nelle persone e negli esecutivi. Detto questo, sappiamo distinguere la critica dall’impegno e dal lavoro per il partito. A questo punto, favorevoli o contrari alle Primarie, siamo in campo e per tutti, non solo per una parte, è importante ottenere il massimo risultato perché ciò sarà utile per il partito e per la discussione programmatica. Franco Grisolia Le “scalate” finanziarie estive hanno confermato la natura sociale dell’Unione. La Margherita ha dimostrato di essere il partito organico del grande capitale tradizionale. La maggioranza DS di settori più “nuovi” della borghesia rampante. Per questo non ha senso parlare del rapporto tra sinistra “radicale” e sinistra “moderata”. Quello che esiste è un rapporto tra un centro liberale e una sinistra moderata (che va dalla sinistra DS alla maggioranza del nostro partito) che si incontrano sul terreno del primo per gestire gli affari del capitale. E’ stata una estate di “programmi” per l’Unione. In primo luogo Prodi ha chiarito il suo progetto strategico di “sacrifici necessari”. Poi Rutelli, Prodi, D’Alema e Fassino, si sono trovati unanimi nel riconoscersi nel programma enunziato da Luca di Montezemolo all’assemblea di Confindustria. Non si può pensare di cambiare questa situazione né aprendo un confronto su quattro o cinque “paletti”; né con la “pressione dei movimenti”. Perché quello di cui stiamo parlando non è un confronto d’idee, ma la realtà pesante della rappresentanza degli interessi materiali della classe dominante. L’unica politica realistica per spostare i rapporti di forza tra le classi e costruire una prospettiva di alternativa resta quella della rottura col centro borghese (Margherita e maggioranza Ds) non per arroccarci, ma per proporre un fronte unico all’insieme della sinistra politica, sindacale e dei movimenti: un polo autonomo di classe. Avanzando una piattaforma anticapitalistica e proponendo una vertenza generale sugli obbiettivi fondamentali dei lavoratori. Le primarie odierne si inseriscono invece totalmente nel quadro della collaborazione di classe. Per questo vanno respinte e la candidatura Bertinotti va ritirata. Mentre va sviluppata una vera partecipazione di massa dei lavoratori e dei movimenti, che parta dalla base e si conclude con una grande assemblea di delegati per confrontarsi ed elaborare il progetto programmatico e di azione per una alternativa di classe. Damiano Guagliardi La Calabria, regione dove le minoranze congressuali hanno raggiunto circa il 70%, ha raccolto 5000 firme per la presentazione del compagno Bertinotti. Cosa è successo? Un passaggio plebiscitario nelle fila della maggioranza nazionale? Per nulla! I compagni della Calabria, pur non condividendo lo strumento delle primarie, sono saliti sul ‘treno’ di cui parlava il segretario, sapendo che maggiori consensi egli ottiene e più forte è il partito nella costruzione dei punti programmatici. E se di programma si parla, due a mio parere sono i temi che mi permetto di suggerire: sistema elettorale e sviluppo del Mezzogiorno. Per esigenze di spazio, mi limiterò al primo. La costruzione di un polo di centro, a mio avviso, è un progetto a uno stadio molto avanzato e probabilmente si concretizzerà alla prima crisi del governo dell’Unione. Da quel momento non ci sarà più spazio in Italia per le forze estreme di destra e di sinistra: noi soprattutto. Battersi per il ritorno al proporzionale significa salvare l’articolazione plurale delle espressioni politiche e salvare anche il partito, oltre che la nostra autonomia. Abbiamo fatto bene a contrastare la legge truffa delle destre, che si regge sull’imbroglio del premio di maggioranza e sulla scelta degli eletti. Ma se quella proposta viene corretta e diventa un proporzionale con premio di maggioranza non è forse vicinissima alla nostra proposta di sistema elettorale tedesco? E, allora, cosa faremo: diremo di no? Oggi per salvare la democrazia bisogna sconfiggere il sistema bipolare-maggioritario: pensiamo ai DS che con un 20% di consenso elettorale sono al governo del 50% dei Comuni, Province e Regioni e che hanno una rappresentanza spropositata a livello parlamentare. Domenico Jervolino La crisi della politica è profonda ed è largamente avvertita. Dobbiamo perciò agire in controtendenza. Valorizzare quelle esperienze che cercano di sperimentare nuove forme di partecipazione. Tra queste io colloco anche il movimento al quale hanno dato vite alcune riviste (come Alternative, Aprile, Carta ecc.) del Cantiere del futuro: quest’iniziativa ma anche molte altre simili a livello nazionale o locale, così come esperienze associative che vanno nella stessa direzione (tra cui la nostra Associazione Alternative Europa) mostrano che c’è una domanda di politica partecipata e pulita che è diffusa e va incoraggiata e recepita. Il Cantiere delle riviste si muove prevalentemente nel campo dell’elaborazione programmatica, ed avrà nuove scadenze in autunno, a Bari sulla democrazia e la democratizzazione della vita, a Bari il 5-6 novembre, a Roma il 25-26 novembre sulla conoscenza come bene comune, coinvolgendo quei settori del mondo sindacale e dell’associazionismo che si sono battuti contro la Moratti e che chiedono, come noi, all’Unione, una discontinuità esplicita rispetto alle politiche di destra in materia di scuola, università, ricerca. Rispetto a queste domande e questi movimenti che non si limitano ad agire nel sociale ma assumono una esplicita valenza politico culturale, si chiede a un partito non solo attenzione e partecipazione, ma anche gesti espliciti e fatti concreti, sul piano della moralità politica, dei costi della politica, dello stile di presenza nelle istituzioni. Valorizzare il volontariato politico nel partito, nei movimenti, ma anche nelle istituzioni (come personalmente ho cercato di fare nel corso della mia breve esperienza al governo di una città come Napoli, dove ancora continuano ad operare insieme a me gratuitamente per il Comune docenti ed esperti nel campo dell’educazione degli adulti e in altri progetti formativi). Va bene anche una formale proposta che stabilisca limiti agli emolumenti istituzionali di qualsiasi natura, purché sia seguita da comportamenti coerenti. Altro punto su cui auspico una iniziativa è una ripresa di riflessione e di attenzione sulla questione cattolica, a partire dalla fondamentale conquista che considero costitutiva del nostro partito della comune e riconosciuta militanza di compagni e compagne credenti e non credenti (o meglio diversamente credenti) nello stesso partito. Di fronte all’offensiva neoconservatrice e all’uso strumentale della religione vecchie forme di anticlericalismo che già Gramsci ai suoi tempi ripudiava rappresenterebbero una regressione culturale e un errore politico. Alessandro Leoni Non ritenendo utile ripetere quanto, abbondantemente, già espresso durante il nostro ultimo congresso nazionale circa la concezione dei rapporti fra il PRC e il centro-sinistra, le prospettive di governo, le conseguenze implicite alla scelta sulle “primarie”, ecc... e non essendovi, al momento, elementi oggettivi tali da giustificare mutamenti, rilevanti, d’analisi e proposta esprimerò una sintetica riflessione critica su tre argomenti maggiormente alla ribalta del presente dibattito politico quali: A) la nostra posizione sulla questione della legge elettorale “proporzionale” che evidenzia, ulteriormente, l’assunzione, da parte della “maggioranza congressuale” del nostro partito, proprio di quel modello istituzionale definito, fino a pochi anni fa, dallo stesso segretario, caratteristica distintiva della “democrazia autoritaria” prodotta dalla presente fase neo-liberista della crisi capitalistica; B) sulla vicenda irachena dobbiamo registrare l’assenza di ogni impegno, iniziativa per promuovere quella, necessaria, presa di contatto fra le forze antibelliciste italiane e i settori espressioni politiche della Resistenza irachena, obbiettivo tanto qualificato anche per ridare dignità al ruolo internazionale del nostro paese coinvolto, servilmente, nelle avventure imperialiste USA; C) infine sul congresso CGIL registro una diffusa, generalizzata, insufficiente riflessione accompagnata da scarsa consapevolezza sia dello stato, presente, della classe lavoratrice sia delle implicazioni strategiche connesse a questa importante scadenza del/per l’intero mondo del lavoro dipendente. Termino invitando il partito, tutto, a considerare seriamente anche l’impatto che la nostra, ritengo non remota, entrata nell’area di governo potrebbe determinare sui comportamenti etico-morali dei compagni/e. Mirko Lombardi Le primarie sono una straordinaria inchiesta di massa, e se noi le utilizzeremo bene serviranno a far crescere il dibattito sui contenuti. D’altronde è già così, come dimostrano la questione della guerra e la questione dei PACS. Esse sono una opportunità consistente di pratica sociale per far conoscere i nostri orientamenti programmatici e di rendere partecipe l’elettorato. Per questo quasi tutte le forze dell’Unione hanno inizialmente cercato con forza (e con un qualche tono minaccioso) di dissuadere Bertinotti dal candidarsi. Mai avremmo avuto la forza e i mezzi per un confronto di popolo così potente, sia diretto che su tutti i media. A chi ha fatto obiezioni sul metodo della decisione dico solo che ne abbiamo già discusso a lungo al congresso scorso, e deciso a cominciare da quelle pugliesi. Ma credo e spero che anche chi dissente sappia che ogni voto in più che prenderà Bertinotti non sarà indifferente per prossimi appuntamenti politici. Sono molto d’accordo sulla necessità di calendarizzare un robusto convegno di studi sul capitalismo italiano in questa fase, soprattutto per aggiornare la nostra lettura sui fenomeni di accumulazione di ricchezza tramite la rendita finanziaria e la criminalità organizzata. Sul congresso della CGIL penso che le posizioni che ha illustrato Nicolosi siano un disastro e mi è parso, se non ho inteso male, che la propensione ecumenica di Paolo Ferrero le comprenda) perché di fatto tendono a cancellare l’elaborazione e la pratica coraggiosa che la Fiom ha costruito fino ad oggi e che sono contenute negli emendamenti. Sul dibattito “crescita- decrescita” di questa estate intravedo in alcune posizioni (in particolare quelle di Brancaccio) un arretramento rispetto alla elaborazione che il partito ha fatto da dieci anni a questa parte. Mi pare che tenda a riemergere una linea sviluppista, magari permeata di una qualche compatibilità ambientalista, ma che espunge la radicalità del limite ambientale che si manifesta oggi come potente e oggettivo elemento (Katrina docet) della crisi della globalizzazione neoliberista e del suo essere ormai incompatibile con le basi materiali della vita stessa. Continuiamo il dibattito, ma in avanti, pensando che, forse, la tutela ed il miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva passa dal comprendere che l’80% della ricchezza consumata (dunque anche dei salari spesi) se ne va in discarica o negli inceneritori accompagnando l’80% del valore d’uso delle merci letteralmente buttato via. Claudio Napoleoni ci diceva di “cercare ancora”; così dobbiamo fare. Aurelio Macciò Le divergenze tra noi sulla scelta di partecipazione alle Primarie sono riconducibili a 3 questioni. 1) il tipo di terreno. E’ un segno ulteriore di americanizzazione nella vicenda politica italiana, di affermazione della personalizzazione, del leaderismo, del presidenzialismo. Come si fa ad essere contrari all’elezione diretta del premier, contenuta nel disegno di stravolgimento costituzionale delle destre, quando le primarie vanno in quella direzione? Si dice: le primarie sono sì un terreno spurio, ma noi proviamo a cambiarne il segno. Chiedo: ma non si era dichiarata la necessità di un’assoluta (quasi più etica che politica) corrispondenza tra mezzi e fini? 2) la definitiva internità all’Unione. E’ una svolta rispetto a tutta la precedente vicenda del PRC. Non più l’obiettivo, pur con tattiche elettorali flessibili e adeguate, di rappresentare un polo autonomo di sinistra alternativa nella politica italiana. Ci si candida ad essere la sinistra del centrosinistra. In controtendenza rispetto al quadro europeo, dove la costruzione della sinistra alternativa e/o anticapitalista avviene dappertutto in alternativa alla socialdemocrazia e alla sinistra moderata. 3) il rapporto con i movimenti. Rischia di affermarsi un’idea pessimista e depressiva sulla loro efficacia. Altre dovrebbero essere le priorità su cui impegnarsi da subito, nell’autunno: sulle vertenze contrattuali, sulla rapina del TFR, sul reddito sociale (non solo in Lombardia), contro la direttiva Prodi – Bolkestein. Occorre recuperare capacità di autonomia politica per il PRC e le sinistra alternativa, dar fiato e gambe ad un programma di mobilitazione sociale. Roberto Musacchio La relazione di Bertinotti, che condivido, ci indica un quadro d’iniziativa articolato su più piani. Le primarie sono un perno centrale che ci consente di incarnare nella candidatura di Fausto un’idea di alternativa. E’ in questa stessa fase che noi dobbiamo cimentarci con la ripresa del Movimento. Per questo è importante la Manifestazione europea del 15 ottobre contro la Bolkestein per la rilevanza del tema e per lo schieramento che la propone. Ci consente di affrontare uno snodo decisivo come quello della crisi dell’idea liberista dell’Europa e che interviene con forza su punti dirimenti aperti dalla Bolkestein, appunto, ma anche la direttiva orario, il bilancio, le politiche agricole. E di farlo in modo alternativo a quello preannunciato da Blair e che la crisi delle socialdemocrazie può rendere cogente. Quando parliamo di una costruzione in movimento, penso a una procedura opposta alla sommatoria politicista che si profila con l’operazione arcobaleno. Dinamica di movimento che chiede anche un nuovo orizzonte culturale e programmatico. Per questo ho partecipato con passione al dibattito aperto sull’ambiente su Liberazione, convinto come sono che dobbiamo con forza continuare a percorrere la strada intrapresa da tempo con la nostra partecipazione al movimento di critica alla globalizzazione, verso un modello diverso di società ed economia assumendo l’indispensabile rottura con il “compatibilismo” dello sviluppo sostenibile e guardando anche al nucleo di verità e provocazione positiva insito nell’idea della decrescita. Alfio Nicotra Siamo in piena campagna elettorale per le primarie. La decisione di parteciparvi - se si fossero tenute- era stata assunta dal congresso nazionale. Trovo fuorvianti le critiche di metodo. Noi rimaniamo contrari al sistema maggioritario e alla sua torsione autoritaria. Ma la domanda che dobbiamo porci – dato che questo sistema esiste- se era meglio consegnarci ad una trattativa tutta chiusa nelle stanze della segreterie di partito o provare - tramite le primarie- a fare irrompere sull’Unione il peso dei movimenti e della società civile? Almeno le primarie costituiscono un popolo, aprono un dibattito sui contenuti... D’altronde la pressione su Prodi mi pare inequivoca. All’Onu dei Popoli a Perugia Prodi ha detto che il ritiro delle truppe dall’Iraq da parte del nuovo governo dell’Unione sarà veloce. Noi dobbiamo dire che il ritiro sarà ancora più certo e veloce più voti prenderà Bertinotti. Ma faccio notare la distanza che c’è tra il ritiro veloce di Prodi e quel “ritirarsi con lentezza” avanzato appena due mesi fa da Fassino e Rutelli. Sullo stato dei movimenti e del conflitto sociale- che sono per noi la gamba determinante del nostro agire politico - non avvallerei una impostazione pessimistica. In Toscana abbiamo raccolto decine di migliaia di firme per la ripubblicizzazione dell’acqua. E’ in corso la campagna per i beni comuni, sono già indette per l’autunno manifestazioni nazionali contro la Bolkestin, per il diritto alla casa e dei migranti. Non si può chiedere ai movimenti di vertenzializzare e territorializzare la propria iniziativa per poi lamentarsi di una mancanza di visibilità centrale. Credo che sul carovita, finanziaria e salari sia necessaria una campagna a tappeto con l’obiettivo di congelare prezzi e tariffe. Non dimentichiamo poi che il movimento ha un profilo mondiale. A Washington il 24 Settembre davanti al summit congiunto di Banca Mondiale ed FMI si terrà una manifestazione che si annuncia gigantesca non solo contro la guerra militare ma anche contro quella economica. Sarebbe bello collegarsi non solo idealmente dal Pallalottomatica con la prima manifestazione degli antiwar Usa dopo la vergogna dell’uragano Katrina. Vincenzo Pillai Condividendo la relazione, intervengo solo perché mi sembra necessario dare voce a quei compagni di Rifondazione che militando nella CGIL e in “Lavoro Società” hanno lavorato sodo in questi anni per conseguire due risultati così sintetizzabili: spostare a sinistra l’asse strategico della CGIL e, al contempo, costruire un’ampia e forte sinistra sindacale. Mi sembra che il primo punto sia in parte conseguito, anche se non dobbiamo nasconderci che forti restano le contraddizioni nella CGIL fra affermazioni di principio del Direttivo nazionale e pratica contrattuale delle categorie e dei territori confederali. Ciò nondimeno il documento per il Congresso può essere uno strumento forte per dare alla CGIL un ruolo di sinistra nel dibattito politico in corso per la definizione della piattaforma programmata dell’Unione. Abbiamo invece sostanzialmente fallito il secondo obiettivo; ma io vedo, nella possibilità di presentare emendamenti a tutti i testi, lo strumento per i comunisti della CGIL di ritrovarsi uniti nella battaglia per una sintesi più avanzata (sul tema delle politiche economiche, sulla difesa dei beni comuni, su pensioni e tfr, su diritti e democrazia sindacale, sul modello contrattuale) e dare un importante contributo alla costruzione di quella sinistra sindacale che dovrà misurarsi sulle scelte che l’auspicabile governo di centro-sinistra presenterà a tutta la CGIL. Non spetta certo ai dirigenti della CGIL proporre le forme attraverso cui i partiti della sinistra devono presentarsi alle elezioni (è pertanto del tutto fuori luogo l’appello lanciato da alcuni compagni/e per la formazione di una lista arcobaleno), ma è certamente nostro compito impegnarci affinché il confronto della linea della CGIL con i partiti avvenga sui temi programmatici in piena trasparenza e con l’assunzione di precise responsabilità da parte di tutti. Giovanni Russo Spena Correttamente la relazione argomenta in quali forme, attraverso quali percorsi, con quali possibili esiti la crisi del capitale, in Europa (ma non solo), viva all’interno, nel cuore dei rapporti sociali. La borghesia tenta disperatamente, con un fallimentare e stanca coazione a ripetere, di proseguire sulla strada di un liberismo sempre più autoritario. Il cambiamento si pone, in questo contesto, come necessità storica, per evitare che la regressione degradi in quella che Gramsci chiamò “rivoluzione passiva”. Alternativa di governo e alternativa di società sono più che mai connesse: il tema è la “grande riforma della politica” di cui parte rilevante è il tessuto delle “nuove municipalità”. I movimenti vivono, giustamente, la loro articolazione; ma dobbiamo porci l’obiettivo di una ricerca e di un conflitto comune per sviluppare la massa critica necessaria. Con radicalità ed autonomia. Tocca a noi riaprire la “questione democratica” contro proibizionismo ed emergenzialismo; a partire dalla concezione della democrazia conflittuale contro la democrazia “governante”, dall’amnistia e dall’indulto, dalla centralità della chiusura dei CPT e della cittadinanza di residenza per i migranti. Franco Russo Innanzitutto tre scadenze. 30 settembre al Residence Ripetta a Roma incontro sulle questione della democrazia: relatori Ferrara e Dogliani, conclusioni di Bertinotti. 15 ottobre corteo a Roma contro la direttiva Bolkestein nel quadro delle manifestazioni europee per il suo ritiro. 12- 13 novembre a Firenze Assemblea europea per preparare la Carta dei principi dell’altra Europa. La legge elettorale del centrodestra ha lo scopo di affermare con un diverso vestito il bipolarismo – tende a ciò il premio di maggioranza alle coalizioni che si candidano al governo –, e di manipolare i risultati elettorali perché lo sbarramento al 4% colpisce soprattutto le forze del centro-sinistra (cancellando qualcosa come il 20% dei voti dai risultati elettorali) e soprattutto perché il premio di maggioranza è legato non ai voti ma ai seggi: essendo sottratto quel 20% può ottenere il premio la coalizione con meno voti. Le regole si scrivono sotto il velo d’ignoranza, non sapendo chi perde o vince. Il progetto del centrodestra non vuole istituire un sistema proporzionale, ma è solo un estremo tentativo di evitare o limitare la sua sconfitta alle prossime elezioni. Inoltre c’è uno scambio politico tra legge elettorale e approvazione della controriforma della Seconda parte della Costituzione. È prevedibile, anche se non augurabile, che la maggioranza del centrodestra la approvi in seconda lettura: ciò significherà la distruzione di fondamentali istituti che presidiano la democrazia e il sistema delle garanzie – come il ruolo del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del CSM –, lo stravolgimento del rapporto parlamento-governo con la istituzione del premierato assoluto espressione di un nuovo cesarismo, e con la cd devolution si produrrà la lacerazione del tessuto repubblicano di solidarietà tra le diverse regioni del paese. Occorre promuovere il referendum oppositivo e costruire, nella forma più ampia e unitaria, i Comitati del no nel referendum oppositivo alla controriforma, collegandoli a livello nazionale al Comitato Salviamo la Costituzione presieduto da Oscar Luigi Scalfaro. Serve una grande campagna referendaria per cancellare la controriforma rinnovando con il no popolare la legittimazione della Costituzione, minata da decenni di tentativi di stravolgimento dell’assetto delle istituzioni democratiche e della garanzia dei diritti. Il progetto rossoverde, oltre al significato culturale di ricercare nuove relazioni tra essere umano e natura, mira a determinare nuovi contenuti occupazionali, con proposte che incidono sulla “composizione dell’offerta”; per questo esso contribuisce a ridefinire nuove priorità economico-sociali: i beni comuni sono una strategia di innovazione che attraverso nuove finalità dell’economia garantisce diritti universali a beni primari e fondamentali per la vita – acqua, aria, sovranità alimentare, energie rinnovabili, sicurezza del territorio sono capitoli per una diversa economia da intrecciare con quelli per la gestione pubblica e collettiva dei servizi pubblici, tesi a garantire i diritti sociali. Patrizia Sentinelli C’è nel nostro dibattito un eccesso di autoreferenzialità. Prevale la posizione precostituita o lo schieramento. Questo non fa vedere ciò che avviene nella realtà. La situazione politica è dinamica e aperta a esiti non scontati. Invece - in chi critica le primarie - o il nostro comportamento rispetto alla proposta di legge elettorale avanzata dalle destre, a me pare fotografi una situazione statica. Rifondazione Comunista muove lungo una linea di movimento, si propone di scompaginare il quadro per affermare il processo di alternativa alle destre e spinge naturalmente alla competizione, anche all’interno dell’Unione. Abbiamo da un lato un’operazione, quella delle liste arcobaleno, fortemente caratterizzata da ceti politici e perciò opposta alla nostra, la quale tocca anche soggetti tradizionali di riferimento: penso all’appello di alcuni sindacalisti. Dall’altro l’ipoteca di forze moderate, per altro anche esse in competizione tra loro, che ha tentato di impedire lo stesso svolgimento delle primarie. C’è via via una sintonia di popolo che cresce, che consente di guadagnare attraverso la campagna delle primarie, consenso crescente attorno a ciò che proponiamo. Bertinotti diviene un simbolo per il cambiamento, tutto all’opposto della personificazione della politica. Così anche per la proposta della legge elettorale. Non è solo il merito - (la legge è una truffa assai lontana dalla regola proporzionale) che ce la fa rifiutare, ma il contesto politico in cui è maturata. Anche solo un nostro cenno di interesse non verrebbe capito. Siamo stati sempre contrari al maggioritario ma uno scambio con Berlusconi nessuno ce lo perdonerebbe nel popolo della sinistra. Si seppellirebbe così anche qualsiasi possibilità di ritornare a discutere di proporzionale nella prossima legislatura, come invece è necessario. Presi a criticare la nostra internità all’Unione non vediamo ciò che avviene. Manca il senso del mutamento che si produce. Così come anche nel dibattito estivo ciò che è mancato, tra l’altro, in chi criticava “gli ambientalisti”, è il riconoscimento della pratica agita dai soggetti sociali, la loro aspirazione al mondo diverso e l’inveramento, certo parziale, di uscita dal mercato (valori d’uso - valori di scambio). Siamo in piena crisi del capitalismo e nell’approfondimento che dovremo fare propongo anche di esaminare l’intreccio che c’è tra le ex municipalizzate, la rendita e i processi di privatizzazione dei servizi. Leggere più profondamente le vicende di ASM di Brescia o di Acea di Roma servirà anche a rafforzare la nostra lotta contro le privatizzazioni, affermare un nuovo pubblico e valorizzare i beni comuni, come paradigma di un’altra economia. Piero Valleise Neocentrismo: la crisi del blocco sociale che ha sostenuto la Cdl si intreccia in un rapporto di causa effetto con i progetti centristi. L’uno è propulsore dell’altro. La crisi del blocco è evidente, è verticale perché attraversa il ceto politico ed è orizzontale. Alle politiche nulla vedremo di grande centro. Chi sta organizzando l’operazione irromperà nel dibattito ai segnali di crisi dell’Unione. Berlusconi frena l’ipotesi centrista che sancirebbe la sua fine. Prova a tenere insieme i cocci. Devoluzione, sua riconferma, bipolarismo e legge elettorale. Passando per la ricomposizione della Cdl cerca la ricomposizione del blocco sociale. Elezioni primarie: una vittoria c’è già. Il gioco è solo tra noi e Prodi. Vorrei metter in evidenza due aspetti: uno negativo e uno positivo. Il primo: la geografia delle primarie rallenta la costruzione della sinistra alternativa. Non siamo riusciti a raggruppare attorno alla candidatura di Fausto tutta la sinistra di classe. Certo ci sono segnali locali positivi: l’Associazione Difesa Del M. Bianco, si schiera interamente con Bertinotti. Dal no al Ponte allora allo STOP AI TIR come nostro percorso. Siamo alla verifica delle intuizioni, dovremo cogliere l’occasione. Le primarie siano volano per il programma. Non dovranno rimanere chiuse nei nostri campanili di partito né geografici. Dovranno essere strabiche, un occhio all’Italia e uno a quello che nel mondo è antiliberismo. Ma questo è già parte dell’aspetto positivo. E’ l’eruzione nella società del patrimonio di un partito comunista nel 2005. Penso che un risultato largo di Fausto ridarebbe lena alla costruzione della sinistra alternativa. Con il PRC leader.
Altri materiali relativi al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione saranno pubblicati domani
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