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Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista (Roma, 17 giugno 2006) |
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Documento mozione "falce e martello" |
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Liberazione 28 giugno 2006 Il governo Prodi è già posto di fronte a scelte qualificanti. Il contesto internzionale, quello economico, le stesse tensioni interne all’Unione richiedono che il nostro partito assuma un orientamento di fondo capace di impedire che venga stritolato dalle forti pressioni che già ora si fanno sentire prepotentemente sul governo e sulla sua maggioranza. Per l’Unione il tempo delle parole è finito, e a maggior ragione lo è per Rifondazione comunista. Sul fronte economico si addensano nubi preoccupanti. Il contesto internazionale è di ripresa ciclica, ma l’Italia è solo debolmente agganciata ad essa; di contro, la tendenza dei tassi d’interesse su scala internazionale è verso l’alto (con relative tensioni nelle Borse mondiali). I poteri forti della finanza internazionale si preparano a una possibile ondata speculativa contro il debito pubblico italiano, cosa che può costare cifre colossali allo Stato in termini di maggiori interessi da pagare sui debiti futuri. La Banca d’Italia si schiera apertamente a capo del fronte che reclama nuovi, inaccettabili sacrifici per i lavoratori e i settori popolari: aumento consistente dell’età pensionabile, altre privatizzazioni, liberalizzazioni, flessibilità. La manovra aggiuntiva sui conti pubblici è ormai certa per una cifra che può toccare i 10 miliardi di euro. Confindustria presenta a sua volta il conto rivendicando non cinque, ma dieci punti di taglio del "cuneo fiscale", a tutto vantaggio delle imprese, rivendica la legge Biagi e la "buona" legislazione del governo Berlusconi. Più in generale si prepara un clima da stato d’assedio nel quale chiunque tenti di opporsi al rilancio di politiche antipopolari possa venire isolato e additato come colpevole del dissesto economico. La politica estera fa già emergere tutte le contraddizioni dell’Unione. Il ritiro dall’Iraq, contenuto nel programma elettorale, è oggetto di uno scontro sulle date che rimanda al tentativo di settori centristi di rilanciare in un secondo tempo la "missione civile". Particolarmente critico il dibattito sulla presenza italiana in Afghanistan Il paese è in ebollizione, Kabul ha visto in questi giorni una vera e propria rivolta contro le forze occupanti. In questo contesto, e con la guerriglia talebana in piena ripresa, l’Italia è sottoposta a forti pressioni volte non solo a riconfermare la presenza delle truppe (circa 1300 soldati), ma anche ad inviare i caccia Amx e ad allargare i compiti della missione, inviando forze nel sud ribelle. D’Alema si dichiara disponibile a questa partita di giro; gli Usa, infatti, si appresterebbero a ritirare 3000 uomini dall’Afghanistan per inviarli in Iraq, dopo che già hanno fatto lo stesso con altri 1500 di stanza in Kuwait e ora inviati a Baghdad, al di là delle chiacchiere sulla cosiddetta exit strategy. La minore presenza americana in Afghanistan verrebbe appunto compensata da un maggiore impegno degli alleati, Italia compresa. Si tratta con ogni evidenza del teatro di una vera e propria guerra di occupazione nel quale le truppe italiane sono e saranno sempre più coinvolte a pieno titolo. Il Prc rivendica pertanto che l’Unione ritiri le truppe italiane anche da quel paese e laddove questa posizione non venisse accolta, impegna i propri parlamentare a votare contro il rifinanziamento della missione, facendo appello in tal senso a tutte le forze della sinistra. Più in generale appare ora in tutta la sua evidenza il pericolo che corre il nostro partito di vedere snaturare le proprie ragioni all’interno di quelle di un’alleanza che sta già mostrando in queste ore, come già è stato nella campagna elettorale, la sua completa incapacità di farsi carico delle richieste di profondo cambiamento che vengono dal proprio elettorato, e ancora meno di dare una prospettiva a quei settori popolari che nelle elezioni politiche hanno dato credito alle sirene berlusconiane precisamente perché respinti dal profilo prevalentemente borghese dell’alleanza guidata da Prodi. L’Unione ha già mostrato nelle votazioni al Senato di essere vulnerabile alle incursioni del settore centrista, come nel caso dell’imboscata parlamentare contro la compagna Menapace. Non si tratta solo di episodi di trasformismo, di sottobosco della politica. Sono anche chiari avvertimenti di come in un futuro anche prossimo l’Unione avrà un fianco permanentemente scoperto di fronte alle incursioni della destra: oggi per una presidenza di commissione, domani anche per questioni politiche di importanza decisiva. E necessario un progetto di vasto respiro che si ponga come fine il pieno recupero dell’autonomia politica del Prc. Tempi e modi sono inevitabilmente condizionati dal percorso che abbiamo alle spalle e che ci ha condotto fin qui: obiettivamente il partito è parte integrante dell’Unione e una rottura maldestra verrebbe interpretata come l’ennesimo segno di inaffidabilità e improvvisazione da parte del Prc. Non c’è tuttavia altra strada possibile; se il partito non avvia un percorso che lo porti a recuperare la propria indipendenza politica dall’Unione, l’unico sbocco possibile è che il distacco dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati da questo governo avvenga silenziosamente, in modo sotterraneo, fino a che "improvvisamente" ci troveremo in una delle prossime elezioni se non addirittura nelle piazze, ad assistere a un ritorno prepotente della destra nelle sue forme più reazionarie e pericolose. I risultati delle elezioni amministrative sono un serio allarme per il nostro partito. In Sicilia assistiamo allo sbocco disastroso di un’operazione di ingegneria elettoralistica che ha portato il partito a perdersi in una lista senza alcuna base politica comune, nella quale 6 partiti che alle politiche avevano circa il 14% hanno a malapena superato la soglia del 5%. Il partito, che era la forza più consistente della lista, non elegge neppure un deputato all’Ars. Quasi ovunque assistiamo a pesanti arretramenti rispetto alle percentuali delle politiche, con punte particolarmente negative a Napoli e a Milano. Si diffondono fenomeni degenerativi: massicce campagne elettorali personali di singoli candidati, liste decise al di fuori degli organismi dirigenti, gruppi dirigenti locali completamente assorbiti da logiche istituzionali nazionali e locali. Ci opponiamo ad ogni tentativo di fare ricadere il "risanamento" dei conti pubblici sulle spalle di chi ha sempre pagato. La manovra aggiuntiva, al di là di come concretamente verrà configurata, è precisamente l’osso buttato in pasto ai "mercati" (ossia al grande capitale finanziario) come pegno delle future politiche di rigore. Il taglio del cuneo fiscale è un furto (nella misura in cui vada alle imprese) o un inganno: dire che i soldi andranno nelle buste paga sollevando i redditi significa nascondere che i contribuiti sono salario differito, e che pochi soldi in nusta in più verranno fatti pagare domani con prestazioni ulteriormente peggiorate su pensioni, assistenza, stato sociale. "Meno contributi più soldi in busta" è sempre stato lo slogan demagogico delle destre e dei sindacati più collaborazionisti per conquistare simpatie fra i lavoratori con una demagogia a basso prezzo. Peggio ancora vanno le cose per i ventilati aumenti dell’Iva, una tassa indiretta che colpisce pesantemente precisamente i redditi più bassi. Il dissesto dei conti pubblici deve ricadere integralmente sulle spalle dei ceti privilegiati, sulla rendita finanziaria e immobiliare e sui profitti, non solo con modifiche profonde al sistema fiscale ma anche, se necessario, con provvedimenti che vadano fino all’esproprio di quelle gigantesche fortune che si sono accumulate con l’esplosione delle varie "bolle" speculative, a partire da quella immobiliare, e con il saccheggio del patrimonio pubblico portato avanti in 15 anni di privatizzazioni. Alla demagogia di Berlusconi, che paventa le mani della "sinistra" sul piccolo risparmio, si può rispondere solo indicando chiaramente quali sono i settori da colpire e con quali mezzi. Avviamo una battaglia a tutto campo contro la precarietà avanzando proposte precise non solo rispetto alla necessaria abolizione della legge 30, ma anche contro le forme di precariato precedentemente introdotte negli anni ’90. Contro l’impostazione del ministro Damiano, tutta interna alla logica del Pacchetto Treu, lottiamo per la trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato. Tale battaglia va avanzata sia in parlamento, sia con una forte offensiva nei luoghi di lavoro a partire da vertenze simbolo della lotta al precariato quale è quella di Atesia, aprendo una battaglia anche all’interno della Cgil contro la logica concertativa che ha portato a gravi cedimenti su questo terreno come è stato appunto nel caso di Atesia, ma anche del contratto dei chimici da poco firmato, che prevede nuove restrizioni al diritto di sciopero e clausole di deroga allo stesso contratto nazionale. Il Prc punta quindi a ricostruire il proprio profilo indipendente avanzando le proprie proposte al di fuori dal vincolo programmatico dell’Unione, facendo emergere un programma complessivamente alternativo che raccolga e generalizzi in una prospettiva anticapitalista quanto prodotto nelle mobilitazioni degli scorsi anni. È questa l’unica disciplina di programma alla quale possiamo sentirci vincolati: tra il ministro Di Pietro e la Valsusa, scegliamo la seconda; tra il ministro Damiano e i precari di Atesia, stiamo con questi ultimi. Scegliendo attentamente temi e terreni di questa battaglia possiamo fare sì che il nostro partito esca dalla stretta nella quale è imprigionato e possa affrontare l’inevitabile esplodere delle contraddizioni interne all’Unione in una posizione politicamente forte, chiara, comprensibile a livello di massa. Viceversa, se questo non accadrà l’approdo più probabile sarà quello di un progressivo indebolimento (di cui il modesto risultato elettorale delle amministrative può essere un annuncio) seguito da una nostra emarginazione una volta che maturino le condizioni per altri scenari politici. Claudio Bellotti, Simona Bolelli, Alessandro Giardiello, Jacopo Renda Respinto con 3 voti a favore, pari al 2%
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