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Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista (Roma, 17 giugno 2006) |
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L’Unione di fronte alle proprie responsabilità |
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Documento proposto dalla Segreteria nazionale |
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Liberazione 28 giugno 2006
L’Unione di fronte alle proprie responsabilità Siamo a un passaggio impegnativo e delicato nella storia del nostro Paese, un passaggio che può ipotecare gran parte del futuro stesso dell'alleanza che ha sconfitto le destre e il rapporto tra l'Unione e il suo popolo. Il nuovo governo è atteso a una prova allo stesso tempo difficile e decisiva: essere all’altezza delle attese e delle speranze di cambiamento che attraversano il tessuto sociale profondo del Paese, anche oltre gli strati sociali e i soggetti che gli hanno affidato il proprio consenso nelle ultime elezioni politiche. Il nemico principale che abbiamo di fronte è il "continuismo". Il rischio è quello di vedere frustrate le grandi domande sociali di cambiamento dentro una logica delle compatibilità dettata da chi, attraverso di esse, nasconde, in realtà, la volontà di proteggere vecchi privilegi e non vuole che siano messe in discussione rendite di posizione. Il rischio è che le priorità per l'azione del governo possano provenire non dall'ascolto della richiesta che sale dai movimenti e dalla grande maggioranza del popolo italiano per la fuoriuscita dalla precarietà e dall'insicurezza sociale in nome di una vera discontinuità con il precedente governo, bensì vengano dettate dalle sirene che ripropongono, nelle scelte concrete prima che negli schieramenti politici, una sorta di "grande coalizione materiale" in cui è la continuità con il passato che diviene la vera cifra strategica. Il continuismo con il passato non solo metterebbe in crisi le istanze di cambiamento radicali che sono rappresentate da tante forze come la nostra che, al pari di altre, sono costitutive dell'alleanza che ha sconfitto le destre, avrebbe la conseguenza di rinsecchire il rapporto tra l’Unione e il suo popolo e di determinare le condizioni per la rivincita delle destre. Segnali di apertura verso una nuova fase e ripiegamenti verso vecchie pratiche e vecchie ricette, che già nel passato si sono dimostrate fallimentari, si sono alternati in queste prime settimane. Il governo, anche nella sua pletorica composizione, e la maggioranza, anche con episodi di squallido trasformismo, non sono stati esenti dal fornire questa immagine contraddittoria. Il nostro sforzo va nella direzione opposta: quella della partecipazione popolare come elemento costitutivo dell'alleanza dell’Unione, quella della realizzazione coerente del programma come asse fondamentale dell'azione del governo, quella dell’apertura ai movimenti e alle istanze di cambiamento che vengono dal mondo del lavoro e dalla società. Uno sforzo coerente e convergente che sappia far vivere il pluralismo che caratterizza l’alleanza dell’Unione come un valore e rifiuti come mortale per l’alleanza la sua riduzione a una cultura prevalente o a una tolda di comando. L’autonomia del partito, lo sviluppo dei movimenti e la loro indipendenza sono necessari per affrontare questa fase con la decisione necessaria e sconfiggere le sirene della grande coalizione e dell’appannamento del profilo riformatore del governo. Una capacità nuova, che deve intervenire non a valle per rimettere in discussione scelte antipopolari assunte dal governo, come avveniva con quello delle destre, ma a monte per incidere nelle priorità e nella direzione di marcia del governo dell’Unione. Per questi motivi, riteniamo di grandissimo rilievo il cartello delle forze, politiche, sindacali, sociali, di movimento, che si è riunito attorno all’appello per una mobilitazione generale contro la precarietà, ed ha promosso l'assemblea dell’8 luglio a Roma e ha annunciato una grande manifestazione nazionale per il prossimo autunno. Dentro questa mobilitazione dobbiamo far vivere un impegno forte e autonomo del partito per contribuire a una riunificazione dei movimenti che favorisca la loro capacità di incidenza nelle scelte del governo e consenta di far vivere ogni movimento di lotta dentro una ispirazione generale, dentro la costruzione comune di un progetto per il futuro del Paese. Va rifiutato, quindi, ogni processo di delega dei movimenti rispetto alle forze politiche, anche quelle radicali, o di queste ai gruppi parlamentari e alle proprie delegazioni al governo. Al contrario, dentro il processo complessivo di ripresa delle lotte e di un progetto di alternativa, occorre avere la capacità di saper aprire vertenze su terreni specifici e saper cogliere anche risultati parziali che vanno nella direzione del cambiamento e della discontinuità. Cambiare la politica estera dell’Italia Pensiamo vada avviata una discussione di fondo per introdurre una radicale modifica della politica estera e del ruolo internazionale del nostro Paese e, in questo quadro, vada riconsiderato, in particolare il nostro rapporto con i Paesi dell’area del Mediterraneo e del Sud del mondo, affidando un ruolo strategico alla cooperazione internazionale, al suo potenziamento e alla sua differente articolazione. Questa radicale modifica di indirizzo non può non comprendere anche il ruolo del nostro Paese in relazione alle crisi internazionali e portare a una ridefinizione dell’opportunità della presenza delle nostre forze armate in missioni militari all’estero e della natura di tali eventuali presenze. In questa prospettiva, l’approccio multilaterale e multipolare come ispirazione di una nuova politica estera contenuto nel programma dell’Unione rappresenta un elemento di riferimento importante. E’ evidente come la guerra e l’occupazione militare non solo non hanno risolto il problema del terrorismo ma lo abbiano alimentato. Ma non si tratta solo di trarre un bilancio concreto delle conseguenze prodotte sul terreno della cosiddetta lotta al terrorismo. Più in fondo si tratta di cogliere un bilancio sia nei termini di orrore prodotto per le distruzioni e le perdite di vite umane provocate sia nei termini più politici per le fratture provocate con parti enormi delle popolazioni del mondo, per le culture di odio che sono state alimentate, per l’esplosione di ulteriori fattori di crisi internazionale che sono stati implementati. La logica dell’ideologia della guerra preventiva così come del terrorismo internazionale si basa sulla moltiplicazione dei fattori di crisi e dell’instabilità come terreno necessario per il loro riprodursi. Noi abbiamo avviato una discussione nel governo e presso i gruppi parlamentari dell’Unione affinché l’insieme delle missioni militari all’estero vengano ridiscusse alla luce di una diversa impostazione di fondo della politica internazionale dell’Italia e del suo ruolo di pace in ottemperanza all’articolo 11 della Costituzione. Su un punto fondamentale del programma, il ritiro delle truppe dall’Iraq, il governo si è pronunciato con chiarezza: il nostro ritiro sarà totale e deve avvenire nei tempi tecnici necessari a garantirne l’effettiva realizzazione. Questo disimpegno dalla guerra in Iraq, non deriva da motivazioni tecnico militari ma da un preciso giudizio politico sulla guerra e l’occupazione come "grave errore". E’ molto importante notare che la nostra richiesta di abbandonare i Prt (Provincial Recustrion Team) è stata pienamente accolta, nonostante le diffuse opposizioni di settori importanti dei grandi mezzi di informazione e di settori interni alla medesima Unione. L’accordo sui Prt del precedente governo, infatti, avrebbe previsto la permanenza di circa 800 militari italiani a protezione di non più di 30 civili. Questo è il vero segno di discontinuità che con questa scelta netta si compie e, in questo contesto, si realizza un punto fondamentale di avanzamento, come richiesto dal movimento pacifista e dal popolo italiano. Su altre due questioni, in particolare, è necessario che venga focalizzata l’attenzione. La prima riguarda la discussione circa l’opportunità della nostra presenza in Afghanistan e la natura del nostro ruolo in quel teatro di guerra e occupazione, tema questo che nel programma dell’Unione non fu affrontato nello specifico. Anche in questo caso, va considerato un bilancio effettivo degli esiti prodotti dall’occupazione militare e affrontato politicamente quello che il Ministro degli Esteri ha definito in Parlamento "punto di crisi" della missione militare. La nostra opzione politica resta quella del ritiro del nostro contingente militare da quel teatro di guerra e siamo, quindi, fermamente contrari a ogni ipotesi di incremento o allargamento della nostra presenza militare rispetto all’attuale situazione. Non riteniamo "indispensabile" la missione "ISAAF" e non saremmo d'accordo sull'unificazione sotto il comando statunitense di "ISAAF" e "Enduring Freedom", in quanto consideriamo queste due missioni in continuità con l'azione bellica guidata dagli Usa. Abbiamo proposto, pertanto, una discussione nella maggioranza, che garantisca anche su questi aspetti l'autosufficienza dell'Unione, su due piani: il primo riguarda la valutazione nel merito dei decreti di finanziamento di tutte le missioni prima che esso venga presentato al Consiglio dei Ministri; il secondo riguarda la non meno rilevante discussione su una risoluzione parlamentare di indirizzo al governo sul tema delle missioni militari fuori dal nostro Paese. E' una richiesta questa che il nostro Partito avanza da tempo e che era stata sempre rifiutata dai governi precedenti Una discussione a tutto campo che permetta anche di discutere l’impegno del nostro Paese, anche dentro il campo europeo, per un ruolo attivo dell’Italia e dell’Europa di partnership con i Paesi del Mediterraneo e per impedire una precipitazione drammatica della crisi mediorientale e in particolare in Palestina, a partire dallo sblocco dei sostegni economici a favore della popolazione e dell'Autorità Nazionale Palestinese. Un ruolo propulsivo del nostro Paese, dal punto di vista della diplomazia internazionale, della cooperazione e dell’intervento in tutte le sedi internazionali che favorisca la ripresa del dialogo secondo il principio del rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite sul ritiro dai Territori Occupati, del riconoscimento e della sicurezza dello Stato di Israele, della pace sulla base del principio "due Popoli, due Stati". Chiediamo al Partito, in un momento così difficile per la situazione in Palestina, un impegno forte affinché le ragioni della pace prevalgano. In questo contesto, va rilanciato un impegno per la ripresa della diplomazia dal basso, a partire dagli enti locali, dalle municipalità, dalle associazioni della solidarietà internazionale e del volontariato. Una nuova politica economica e sociale Il tema di una discontinuità netta nelle linee di politica economica e sociale è decisivo. Il fallimento del governo Berlusconi da questo versante è impressionante. Il governo delle destre è riuscito nel perverso miracolo di registrare un risultato fortemente negativo sui tutti i fronti: si è verificato il più pesante fenomeno di impoverimento di massa dall’ultimo dopoguerra e questo drammatico aumento delle disuguaglianze si è congiunto con l’esplodere di una crisi economica tra le più gravi per vastità e profondità e un andamento dei conti pubblici disastroso. Questo fallimento è dentro la cornice più generale della crisi profonda delle politiche neoliberiste e di un impianto che ha dominato nelle leadership politiche e padronali che ha fatto della riduzione del costo del lavoro lo strumento fondamentale per coltivare l’illusione di poter lucrare una rendita di posizione dentro la competizione dei mercati globalizzati. E’ la crisi strategica dell’Europa di Mastricht e delle ricette che i vari istituti di regolazione dei mercati ripropongono ossessivamente a prescindere da una valutazione di merito dei guasti prodotti sia nei termini della coesione sociale che in quelli classici del cosiddetto sviluppo delle forze produttive. Per questo non si tratta solo di "tornare in Europa" ma di cambiare radicalmente questa Europa. E’ quell’orizzonte che occorre mettere in discussione dentro una sfida, anche con i riformisti e dentro il campo dell’Unione, per far avanzare i contenuti di una vera alternativa di società. Per quanto riguarda l’attualità della situazione economica e sociale del Paese e il dibattito che si è aperto anche dentro il governo e la maggioranza, riteniamo che vada il tema del risanamento dei conti pubblici non possa essere isolato e assumere un ruolo sovraordinatore rispetto al complesso delle misure da assumere. Nuova politica economica per la ripresa e nuova politica sociale per l’equità e la redistribuzione del reddito sono facce della medesima medaglia e vanno intrecciate. Si tratta, in pratica, di dare concreta attuazione al programma che afferma testualmente: "Non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: prima il risanamento e poi gli interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito. I due criteri devono procedere insieme. Così pure la ripresa di competitività del paese non può ottenersi senza profonde innovazioni nel sistema produttivo e senza un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, in particolare dei gruppi e delle realtà sociali che più hanno sofferto negli ultimi anni. " A pagare cominci la rendita e la speculazione finanziaria, che sono state clamorosamente favorite in questi anni, a prendere comincino i lavoratori e i pensionati, che sono stati fortemente penalizzati. Accanto a quanto sopra, la lotta all’evasione e all’elusione fiscale deve rappresentare la priorità di qualsiasi manovra economica anche al fine del necessario aumento delle entrate e per impedire qualsiasi riduzione del livello di protezione sociale e di tutela ed preservazione ambientale, già così duramente colpiti in questi anni, perciò anche il tema dell’ambiente, beni comuni, acqua, energia, cicli corti, richiede una costante azione del governo in discontinuità con le politiche del passato. Aprire la fase costituente della Sinistra Europea Confermiamo la scelta della costruzione di una nuova soggettività politica della sinistra di alternativa sulla base delle discriminanti politiche dell'alternativa alla guerra e al neoliberismo e dell'innovazione politica e culturale prodotta dal movimento in questi anni. Una soggettività politica che, anche sulla base dell'esperienza del Partito della Sinistra Europea, riesca a produrre una innovazione anche nella forma della rappresentanza politica. Lo stesso quadro politico, così come è uscito dalle elezioni politiche, è in pieno movimento, anche dentro il campo dell’Unione. Processi aggregativi si accelerano. L’accelerazione verso la costruzione del Partito Democratico pone su nuovi piani la competizione e la sfida, anche dentro un rapporto unitario nel governo del Paese, dentro il campo vasto delle sinistre. La costruzione della Sinistra Europea, come soggettività politica plurale e molteplice, anche da questo punto di vista, rappresenta una progettualità ineludibile per affrontare questa nuova fase. Pensiamo di dar vita a un processo costituente che realizzi un doppio superamento: il superamento dell'idea che una soggettività politica si costruisca attraverso un processo di scioglimento - scissione e ricomposizione delle forze in un soggetto partito oppure attraverso la semplice annessione di nuove forze dentro la soggettività più grande; il superamento della distinzione tradizionale per la quale ai movimenti spetterebbe l'organizzazione dei conflitti e ai partiti la sintesi generale dentro il campo della mediazione istituzionale. Non è quindi in discussione, per l'oggi e il domani, l’esistenza e l’autonomia politica e organizzativa del Partito della Rifondazione Comunista. Pensiamo, al contrario, che la stessa efficacia del processo che abbiamo avviato richieda un grande impegno per il rafforzamento del Partito e l'approfondimento del processo di innovazione politico e culturale della rifondazione comunista. Pensiamo che sia matura e necessaria una precipitazione politica che permetta di determinare l’avvio di una vera fase costituente della Sinistra Europea con un processo coinvolgente, aperto e inclusivo rivolto a tutte le soggettività politiche, sociali, di movimento che già di sono orientate verso questo progetto e a quelle che vorranno disporsi in un rapporto positivo verso di esso. Questo percorso deve essere veramente partecipato e intrecciato con i movimenti di lotta, le mobilitazioni sociali, le vertenze di lavoro e quelle territoriali. Dobbiamo su di esso investire pienamente dentro al Partito per svolgere una discussione che coinvolga tutti i gruppi dirigenti, i militanti e gli iscritti in un dibattito che connetta il tema della costruzione della Sinistra Europea con quello del rafforzamento e rinnovamento del Partito e l’approfondimento ulteriore del percorso della rifondazione comunista. Una discussione che affronti in maniera decisa anche i limiti che il Partito dimostra di avere, al centro come nei territori, nei termini della democrazia interna, di un ingessamento di carattere correntizio, dell'incapacità di saper coinvolgere tutte le forze e le energie straordinarie che dentro il Partito sono presenti. Gli organismi dirigenti del Partito sono impegnati a delineare contenuti, tempi e percorsi di questa discussione già nelle prossime settimane. Il Partito ha condotto una stagione di campagne elettorali impegnativa e difficile (che ancora non è conclusa per l’ultimo e decisivo impegno per la vittoria del No al referendum costituzionale), da cui esce complessivamente rafforzato, anche se il nostro risultato va investigato nella differenza che propone allorché è in discussione la linea generale e la fisionomia del partito e allorché, in particolare nelle elezioni di carattere amministrativo, il peso si sposta verso il tema del radicamento. Questa maggiore forza e capacità di incidenza aumenta le attese verso il Partito e accresce le sue responsabilità. Questi risultati sono stati possibili grazie a un lavoro nel profondo della società, una vera partecipazione alle lotte e ai movimenti, a un impegno militante che rappresenta la nostra grande forza. La fase che si apre non è meno impegnativa e difficile. La stagione delle feste di Liberazione, gli impegni di movimento, la costruzione in particolare della mobilitazione sui temi della precarietà e dell’estensione dei diritti sul lavoro e nella società, rappresentano tappe importante per intrecciare discussione politica e piena ripresa del conflitto. Giordano, Barbarossa, Ferrara, Ferrero, Fraleone, Migliore, Santroni, Sentinelli Approvato con 95 voti, pari al 61,5%
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