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Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista (Roma, 17 giugno 2006) |
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Gli interventi |
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Liberazione 28 giugno 2006 Salvatore Bonadonna Dovremmo riflettere tutti sul perché questa riunione si sfilaccia e si disperde in crocchi fuori dalla sala. Siamo in una situazione complessa e difficile della quale Franco Giordano ha dato conto nella relazione che condivido. E questa situazione è resa impegnativa anche per l’incombenza di integrare la Segreteria del Partito. Capisco che ci siano dei problemi; ma non credo utile affrontarli in discussioni "separate"; tanto meno possiamo rinviare. Si tratta, invece, di come mettiamo a tema la preparazione della Conferenza di Organizzazione e le fasi costituenti della Sinistra Europea come fatto politico, culturale e sociale, e non solo come aggregazione di gruppi variamente costituiti. Dobbiamo interrogarci su come noi veniamo percepiti dal popolo che su di noi ha fatto un investimento politico, da chi agisce, anche in questi giorni - penso ai precari dell’Atesia e al personale dei Servizi Radiomarittimi di Telecom, per parlare solo di quanto sto seguendo - movimento e conflitto sociale. Credo che, malgrado il malessere per le modalità di formazione e la composizione numerica del Governo, l’investimento di fiducia nei nostri confronti sia alto e da noi ci si aspetta interlocuzione e risposte. Per questo è importante che noi restiamo ancorati al programma dell’Unione malgrado gli strappi che altri tentano e malgrado le manovre, da più parti convergenti, per mettere ai margini la sinistra radicale. Questo vale anche a proposito delle scelte di politica economica annunciate a fronte della verifica dello stato dei conti pubblici; la stabilizzazione del rapporto debito-Pil è il cardine attorno al quale deve ruotare la politica economica e, in ogni caso, non può essere accettato alcun taglio alla spesa sociale e agli investimenti. Il risanamento dei conti deve accompagnarsi al risarcimento per quelle fasce di popolazione che più hanno sofferto delle politiche liberiste e populiste del Governo Berlusconi. E, anche in questo caso, sarà decisivo il rapporto che dovrà svilupparsi tra conflitto sociale e scelte di governo. Per questo credo che occorra lavorare di più e meglio nel rapporto tra centro e periferia del Partito ma anche tra Partito e gruppi parlamentari al fine di evitare che le contraddizioni e i conflitti - sulla politica economica come sulle scelte di politica internazionale - finiscano con il prodursi come interni al Partito, interiorizzati, quasi che dall’esito del nostro confronto interno dipendessero le scelte dell’intera coalizione. Prodi e le altre componenti della coalizione debbono avvertire tutto il peso dei problemi, dei conflitti e dei movimenti, senza la possibilità di rappresentarli come espressione di una parte "estremista". Della discontinuità da Berlusconi tutto il Governo deve darsi carico. La segreteria che eleggeremo avrà un compito arduo nel fare avanzare il confronto interno, nel combattere e superare fenomeni negativi che abbiamo riscontrato nella campagna delle amministrative e che danno conto del differenziale "non fisiologico" tra questo e il voto politico di Aprile; fenomeni che attengono anche a forme di autonomizzazione e di autoreferenzialità di pezzi di gruppi dirigenti. Alberto Burgio (Direzione Nazionale) Gli avvenimenti di queste settimane - a meno di un mese dall’insediamento del governo Prodi - confermano le nostre più allarmate previsioni. Su tutti i terreni cruciali della sua azione, il governo dell’Unione ha assunto posizioni marcate da un deciso timbro moderato. Occorre trovare una risposta di alto profilo, rilanciando la nostra iniziativa e recuperando tutta la nostra autonomia di giudizio e di proposta. Se non poniamo argine a questa deriva, corriamo il rischio di esserne travolti, risucchiati in un processo che nega in radice le ragioni della nostra partecipazione al governo e che può mettere a repentaglio la stessa tenuta del Partito. I timori più fondati riguardano la politica estera. Si era detto che il programma dell’Unione prevedeva il "ritiro immediato" dei militari dall’Iraq. Oggi si parla dell’autunno, e l’autunno arriva al 20 dicembre. C’è poi il problema dell’Afghanistan, da affrontare seguendo due coordinate: Rc ha sempre votato contro la missione militare e ha sottoscritto l’appello pacifista di Zanotelli, Don Ciotti, Strada e Dall’Olio. Senza timidezza dobbiamo chiedere che il governo si impegni, anche in politica estera, su di una linea di aperta discontinuità rispetto alle scelte del governo precedente, proponendo in modi impegnativi un calendario per il rientro. Infine, il mio voto contrario alle proposte di integrazione per la Segreteria. Circa due mesi fa la maggioranza ha formulato l’auspicio e la proposta, da noi prontamente accolti, che si inaugurasse una nuova fase di gestione unitaria del Partito. A questi intenti non ha fatto seguito alcun gesto concreto; al contrario, soltanto chiusure. La composizione di questa Segreteria, come del resto le scelte in merito agli incarichi parlamentari, si inscrive in tutt’altra logica, assai poco lungimirante e che è per noi, ad ogni modo, del tutto impraticabile. Andrea Catone Il rifinanziamento delle missioni militari è parte del problema più ampio della definizione delle linee fondamentali della politica estera italiana, dei suoi rapporti con la superpotenza USA, che, nella fase attuale di crisi e rimodulazione degli assetti mondiali, è, per ragioni strutturali (per l’enorme indebitamento il dollaro si sostiene solo grazie alla proiezione politico-militare) il fattore principale dello scatenamento di guerre imperialistiche. Occorre che l’Italia, recuperando la sostanza dell’articolo 11, rifiuti di servire da supporto militare e politico alle guerre, comunque camuffate. Al pari di quella in Iraq, anche la missione in Afghanistan supporta l’occupazione di un paese collocato strategicamente nel cuore dell’Eurasia, tra Russia, India, Cina e Iran, dove non erano mai giunte truppe USA e che ora pullula di basi americane, presupposto per nuove aggressioni militari. Il rifiuto della guerra fa parte del DNA del comunismo (1914: rottura con le socialdemocrazie sui crediti di guerra imperialista). Per questo, il messaggio da mandare a tutta l’Unione è che non sono possibili escamotage, o aggiustamenti di facciata, ma solo la definizione di modalità e tempi certi e brevi del completo ritiro delle truppe. Va decisamente contrastata la tesi prevalente nell’Unione, che considera sbagliata la guerra contro l’Iraq del 2003 perché decisa unilateralmente dagli USA, mentre, legittima come interventi di "polizia internazionale" le guerre in Afghanistan (2001) e Jugoslavia (1999). Sulle conseguenze di quest’ultima vi è troppo silenzio e disattenzione da parte del PRC. Salvo qualche eccezione, si tace sulla situazione in Kosovo, trasformato alla presenza delle forze militari della KFOR (prevalentemente paesi NATO) e dell’amministrazione ONU (UNMIK), in una prigione a cielo aperto per i pochi serbi e rom rimasti, mentre oltre 300.000 hanno dovuto abbandonare, sotto la violenza del nazionalismo estremista albanese espresso dall’UCK, la terra che abitavano. I serbi sono costretti a vivere in condizioni di estrema insicurezza. Bersaglio di attacchi e violenze quotidiani, sono discriminati nell’accesso al lavoro e alle cure mediche, privati dell’uso della propria lingua negli uffici pubblici, nei tribunali, nelle istituzioni. Dove sono finiti i difensori dei "diritti umani"? Le potenze che nel 1999 scatenarono la guerra contro la Jugoslavia (e tra esse ebbe un ruolo decisivo il nostro paese, allora guidato dal governo D’Alema), si apprestano a dare origine ad un nuovo microstato etnicamente puro. La formalizzazione internazionale dell’indipendenza del Kosovo significherà l’espulsione massiccia di tutti i serbi rimasti. L’ulteriore spezzettamento di quella che fu la Jugoslavia - con la recente secessione del Montenegro e l’annunciata formazione di uno stato monoetnico del Kosovo - non favorisce i processi di pace. Il PRC che - unico sulla scena italiana - si oppose alla "guerra umanitaria" del 1999, non può oggi ignorare la drammatica situazione dei Balcani. Vanno avviate campagne di sensibilizzazione di massa, va sviluppata una politica che contrasti ulteriori processi di frantumazione della ex Jugoslavia e tuteli i diritti delle minoranze del Kosovo a ritornare nella loro terra e a vivere una vita dignitosa e sicura. Paolo Ferrero Condivido la relazione di Franco Giordano e la proposta di segreteria; ritengo utile sottolineare due elementi. Per quanto riguarda la manovra economica e me non pare utile il metterne in discussione la necessità; penso invece sia necessario intervenire decisamente nel merito della medesima. Noi dobbiamo proporre con nettezza e decisione che i pilastri su cui costruire la manovra sono tre: giustizia sociale, sviluppo e riduzione del deficit. Le destre ci hanno lasciato un pesante buco di bilancio ma questo deve essere colmato con una operazione di redistribuzione del reddito. In altre parole penso che la nostra parola d’ordine debba essere: "questa volta devono pagare loro" e su questo dobbiamo fare una campagna di massa nel paese. In secondo luogo vedo la necessità di precisare la nostra linea politica in merito alla nuova fase. Il partito, anche nei suoi gruppi dirigenti, tende ad essere risucchiato tra una logica adattativa o in una logica di contestazione. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati e soprattutto completamente inefficaci. Il nostro problema è quello di modificare i rapporti di forza tra le classi anche utilizzando la leva di un governo che - abbiamo detto per mesi - è più permeabile alle istanze sociali di quello delle destre. Da questo punto di vista il problema non è di dare i voti al governo - buoni o cattivi che siano - ma di costruire le dinamiche sociali e politiche che obblighino il governo a fare i conti con i nodi sociali presenti nel paese. Per questo è assolutamente necessario "contrattualizzare" le rivendicazioni sociali, riuscire a definire i passi concreti da rivendicare volta per volta per dar corso a quella dinamica riformatrice che è stata al centro della nostra scelta di linea politica al congresso. La capacità di individuare gli obiettivi giusti, anche limitati ma che spostino i rapporti di forza complessivi, è il punto decisivo della nostra linea politica. Contrattualizzare, disturbare il manovratore, individuare obiettivi realizzabili per costruire un senso comune di massa sul fatto che cambiare si può. Questi mi paiono i punti fondamentali per evitare di dividerci tra le chiacchiere del "tutto e subito" e la pratica del "niente e mai". Alessandro Giardiello Ancora non è passato un mese dall’insediamento di Prodi e già si è scatenata una campagna martellante sulla necessità di dure politiche di rigore. Nonostante i tentativi di alcuni compagni di minimizzare lo stato dei conti pubblici la situazione del debito è critica e la crescita è ridotta. Qualsiasi proposta di stabilizzazione del debito non può che passare da misure feroci e antipopolari e infatti si parla di una manovra complessiva di oltre 40 miliardi di euro, la più dura dal governo Amato (1993). L’unica alternativa sarebbe una rottura con le compatibilità di Maastricht e un attacco frontale agli interessi capitalistici. I grandi poteri economici insistono sulle politiche di sempre: Iva, privatizzazioni, tagli, pensioni, moderazione salariale. E noi come pugili suonati balbettiamo che il rigore va coniugato allo sviluppo, senza vedere che le posizioni del partito non passano su nulla: immigrazione, droga, cpt, caso Menapace. Sulla politica estera si sbandiera il ritiro dall’Iraq ma già ci si prepara a una nuova missione mascherata da "missione civile". Sull’Afghanistan le cose stanno ancora peggio, con D’Alema che si rende disponibile al potenziamento della presenza italiana. Il partito cerca un terreno di compromesso parlamentare che offusca le differenze profonde fra noi e l’Ulivo invece di renderle chiare a livello di massa. Quante bare devono ancora tornare prima che ci si decida a realizzare la mobilitazione necessaria impiegando tutti i mezzi disponibili, fino alla minaccia se necessario di ritirare la nostra delegazione dal governo se l’Unione votasse il finanziamento alla missione? In poche settimane l’immagine radicale del partito si è appannata, i militanti sono confusi e disorientati, parte dell’elettorato ci abbandona come dimostra il dato negativo delle ultime amministrative. L’istituzionalizzazione è galoppante, con tanto di candidati che si fanno campagne elettorali personali da decine di migliaia di euro. E necessaria una strategia per uscire dal pantano, accompagnando la presa di coscienza del carattere liberale e borghese della politica di questo governo preparando le condizioni per quell’alternativa di sinistra che può nascere solo dalle mobilitazioni sociali che oggi vengono narcotizzate anche dalla nostra presenza in un governo a cui sembra che giuriamo fedeltà eterna. Alessandro Leoni Il profondo malessere, oggi palesatosi in questo Cpn, è il risultato, razionalmente ed onestamente prevedibile, della scelta compiuta all'ultimo, nostro, congresso e pervicaciemente realizzata dalla "maggioranza" emersa, appunto, a Venezia. Di più, l’unica seria motivazione con la quale poter spiegare la nostra attuale collocazione, quanto meno nella maggioranza parlamentare, risulta essere lo stato "d’emergenza democratica" rispetto all'aggregazione berlusconiana che ha assunto e non da ora, caratteristiche concretamente reazionario-fascistoidi. Ma tale argomento, ripeto l'unico degno di un qualche significato, è stato, di fatto, espunto in ossequio alla, nefasta, operazione ideologica di liquidazione della "storia" del ‘900 o, per meglio dire, dei comunisti terzointernazionalisti. Anzi siamo giunti ad inventare l'assurda, illogica teoria dell'alternanza viatico per/dell'alternativa! Ora, con ogni evidenza, stiamo assistendo alla "tempesta" abbondantemente seminata e concimata negli anni scorsi. Il ritardo e la debolezza con le quali anche il Prc partecipa alla battaglia referendaria in difesa della Costituzione repubblicana costituiscono l’ulteriore prova non solo della fragilità, della precarietà organizzativa del partito, quanto, anche e soprattutto, della diseducazione ideologico-culturale operata in questi anni d’esercizio dell'egemonia del pensiero, si fa per dire, "ecclettico-post-moderno". Le evidenti difficoltà presenti (…dalla così detta "manovrina" all’impegno in Afghanistan…) sommate alla prospettiva, sempre più ravvicinata, della nascita del "Democratic Party" impongono al PRC rapide ed incisive scelte in direzione della costruzione, non velleitaria, dell'aggregazione della "sinistra" d'alternativa che al di là delle querelle nominalistiche sostanzi la stretta cooperazione, non solo elettorale, di tutte le forze che rifiutando l'omologazione capitalistica ripropongano, nella loro soggettiva autonomia, una credibile strategia alternativa. Insomma una sinistra plurale (Prc, PdCI, Verdi, sinistra socialista-Ds, ecc…), autonoma dai centri di potere economico-finanziari, referente certo per la classe lavoratrice, in grado cioè di presentersi alternativa credibile all'attuale egemonia moderata. I risultati delle elezioni sindacali alla Fiat c’indicano il rischio che corriamo. Non c’è molto tempo. La scelta compiuta con la nuova segreteria nazionale sembra indicare la non comprensione della gravità della fase in corso rispetto al partito e al paese. Il rifiuto della, saggia, proposta del compagno L. Vinci è l’ulteriore occasione persa; voglio sperare, per il futuro di tutti noi che sia l’ultima bavure di questa maggioranza! Mirko Lombardi E’ chiaro il disegno di rendere sterile il programma, di affidarlo agli archivi per riaprirne la ricontrattazione. Ci lavorano Confindustria, forze moderate, organi di stampa. Il programma è invece la carta delle proposte dell’Unione, il patto che il Governo è chiamato a realizzare. Il Governo deve essere "esecutivo" e non luogo della rimediazione degli indirizzi programmatici. Ma perchè questa modalità si imponga come metodo fin dall’inizio, è indispensabile sviluppare costantemente l’iniziativa politica, istituzionale e di movimento. In tutti i campi. Così abbiamo fatto reagendo al ddl Bersani sull’energia con iniziative critiche da parte dei nostri compagni delle commissioni di Camera e Senato, ma anche di movimento, con l’importante conferenza stampa dei comitati no-coke e il loro l’appello alla mobilitazione e con l’attivazione dei canali europei, in previsione del G8 di luglio sull’energia a Sanpietroburgo. Lo stesso si è fatto sul tema dell’acqua e sulla direttiva Bolkestein. Dunque un programma non va evocato come litania che burocraticamente ne chiede l’applicazione, ma che vive di politica fatta, non enunciata, di quella politica, insomma, che è la fatica quotidiana di piattaforme di lotta, di allargamento del consenso, di costruzione di conflitti. Non conosco altra strada per realizzare il programma se non questa. Non possiamo sottrarci; non ci sono zone franche nel partito, nella maggioranza e nemmeno nelle minoranze; tutti i livelli, territoriali e nazionali sono impegnati in questo lavoro difficile e pieno di preoccupazioni, ma anche affascinante. Qui si misura un gruppo dirigente (e un congresso) che ha deciso di non stare ad osservare e commentare la politica, ma di provarci. Mi pare questo il senso politico della relazione del Segretario. La condivido. E condivido le proposte di integrazione della segreteria, nelle quali mi risulta evidente sia l’elemento di innovazione generazionale che il significato ed il valore delle proposte, a cominciare da quella di Zipponi. Per questo le pesantissime critiche metodologiche di Vinci mi sembrano eccessive e poco comprensibili, anzi mi alimentano il dubbio che in realtà ci sia una sua non condivisione del merito delle proposte e del loro significato politico. Se non è così perché allora, caro Vinci, chiedi addirittura la sospensione ed il rinvio della votazione sulla segreteria quando sai che, invece, bisogna por mano subito a consentire il pieno dispiegarsi dell’azione del partito, a cominciare dalla segreteria, dagli incarichi, ecc. ecc? Roberto Musacchio Condivido pienamente la relazione di Giordano e la proposta di Ferrara. Giordano pone con chiarezza che la sfida in cui siamo impegnati è quella dell’alternativa di società, dunque tutt’altro che una mera dinamica istituzionalista e politicista. Io continuo a ritenere evidente che sia difficile per le forze della sinistra moderata far ritornare semplicemente il pendolo a prima di Berlusconi. L’uscita dall’Irak non è "un contentino" che lascia tutto il resto come prima: è l’evidenza di una crisi profonda dell’impianto che dalla guerra umanitaria ha portato alla guerra preventiva e della forza dei movimenti. Per questo l’uscita dall’Irak consente di ridiscutere tutta la politica estera, nell’agenda e nelle finalità affrontando in questo quadro la questione Afghanistan. Come la crisi dell’impianto monetaristico dell’Europa si manifesta sia dal punto di vista economico sociale che politico democratico. Per questo il no ai due tempi, risanamento e poi sviluppo, ci consente di dire che vanno tenuti insieme il "ritorno all’Europa" con il cambiare radicalmente questa Europa. Non c’è dubbio che chi vorrebbe tornare semplicemente alla gestione temperata può ammiccare alla grande coalizione tedesca. Ma, come il Blairismo, essa può dimostrarsi più parte del problema che soluzione di esso. Anche qui la sfida è aperta tra alternativa e grande coalizione, come tra sinistra europea e partito democratico. La linea proposta da Giordano va in questa direzione. Come la proposta di Ferrara ci avvicina significativamente verso l’esigenza di ridefinire una nuova fase organizzativa dopo la splendida esperienza della direzione di Bertinotti. Gli innesti tra gli altri di un compagno del percorso politico di Zipponi e di un compagno giovane come De Palma, ci dicono di questa ricerca di collegialità, innovazione, allargamento di cui abbiamo bisogno e che dobbiamo fare con attenzione, ma "in corsa", perchè la situazione non sta certo ferma. Gianluigi Pegolo La relazione del segretario ha affrontato tutti i temi principali dell’agenda politica ma li ha in gran parte elusi. Il punto fondamentale è che la coalizione di governo si sta rivelando inadeguata per l’ipoteca rappresentata dalla presenza di posizioni moderate. Pensare di contrastare queste tendenze appellandosi puramente al doveroso rispetto del programma concordato è in gran parte illusorio. Tale programma, infatti, per alcuni versi contiene posizioni discutibili (è il caso delle privatizzazioni dei servizi pubblici) e per altri versi semplicemente non affronta temi che hanno assunto un peso fondamentale (come è il caso del ritiro dall’Afghanistan). Occorre invece che il Partito recuperi, anche nell’ambito di una coalizione di governo la propria autonomia. Unità non può significare subalternità. I temi sono squadernati di fronte a noi sul ritiro delle truppe italiane non si può pensare di approvare il mantenimento del contingente in Afghanistan sulla base di qualche orientamento generale di politica estera contenuto in una mozione parlamentare. Va ribadita l’assoluta necessità del disimpegno dell’Italia sia dall’Iraq che dall’Afghanistan con tempi certi. Sulla questione della politica economica va da subito contrastato un orientamento teso a varare un provvedimento finanziario di grande entità basato, in primo luogo, sulla riduzione della spesa sociale. Se non si recupera da subito una posizione critica e non si corregge l’indirizzo del governo vi possono essere ripercussioni sulla tenuta elettorale del Partito e sui suoi rapporti di massa. Il risultato delle amministrative costituisce un campanello d’allarme che non va sottovalutato. Se si pensa di poter ovviare a questi rischi, da un lato, separando il ruolo di governo dall’iniziativa sociale e, dall’altro rilanciando la proposta del Partito della sinistra europea ci si illude. In particolare, l’idea che alla nascita del Partito democratico si possa contrapporre con successo un nuovo soggetto politico dalla identità indeterminata e, in ogni caso, iscritto in una rigida logica bipolare non trova conferma nella realtà. Infine, un appunto sulle proposte sugli organismi dirigenti. Constato che alle profferte unitarie è seguita una totale chiusura nell’attribuzione degli incarichi istituzionali e oggi nella proposta della nuova segreteria. Ne consegue, da parte mia, l’impossibilità ad appoggiare questa proposta. Giovanni Russo Spena E’ importante avanzare sul piano della ricerca teorica, della elaborazione politica, ma anche della capacità di direzione plurale e, insieme, unitaria. Altrimenti il partito corre il rischio di giungere alla Conferenza d’organizzazione ed alla Costituente della Sinistra Europea spossato, disarticolato. Viviamo una fase di transizione in larga parte sconvolgente; siamo parte di movimenti di lotta e, insieme, di una maggioranza e di un governo in cui convivono continuità e discontinuità. Il tratto distintivo di questo governo è, infatti, l’ambivalenza, una specie di giochi di specchi. Recepisce, in parte, l’esigenza riformatrice ma è anche condizionato da un tentativo dei poteri forti (Confindustria, Vaticano, Multinazionali, Usa) di ricostruire una strategia di liberismo temperato, con la formazione del Partito Democratico come struttura di comando che emargina le sinistre radicali, i movimenti, i conflitti. Noi corriamo il rischio di essere drammaticamente attraversati dalla dicotomia governismo/antigovernismo, dalla doppia deriva "autonomia del politico" (con una sinistra moderata che, tra l'altro, vive una assoluta crisi di strategia, perché il liberismo temperato è globalmente sconfitto, da destra e da sinistra) e "autonomia del sociale" (dove il "sociale" non è forza unitaria e possente che spinge oggi univocamente). La nostra linea sarà praticabile se riuscirà ad aprire varchi e percorsi di avanzamento, senza scavarsi nicchie autoreferenziali e puramente testimoniali. Luigi Vinci Il metodo della proposta della nuova segreteria è il solito di una selezione dall’alto, da parte di alcuni esponenti dei brandelli in cui si è via via balcanizzata la mozione di maggioranza, a seguito delle idiosincrasie tipiche di una continua gestione personale del partito; è quindi il solito metodo dell’esclusione dalla selezione delle sue federazioni, dei suoi regionali, dei suoi settori di lavoro. Il merito della proposta. Non è in questione il valore di questa o quella figura. Ma la proposta è come al solito insensatamente punitiva di qualcuno o qualcosa: oggi del partito del nord. Si parla del nord come luogo di grandi processi che lo stanno trasformando, e con lui l’intero paese: produttivi, sociali, culturali, del territorio, delle aree urbanizzate: di ciò il centro del partito non si è mai accorto che con estremo ritardo e con estrema incertezza. Il nord è anche un’area politicamente ardua. Escludere il nord del partito dalla segreteria è una lesione grave e un errore grave. Ancora sul merito. Non si capisce l’esclusione aprioristica di membri delle minoranze, che hanno manifestato da tempo la disponibilità a un accordo di gestione, sui temi che la nuova fase propone. Il partito è stato orientato a suo tempo alla scelta giusta della partecipazione all’Unione e al governo da una surreale analisi ottimistica sull’Unione e sulla prospettiva di governo. Anche per questo oggi la maggioranza versa in stato confusionale e il partito è spappolato e al minimo storico della sua capacità di mobilitazione sociale e di iniziativa di massa. E’ evidente che possiamo venire fuori da una stretta pericolosa e tentare di influenzare con forza il corso di governo solo con un’autonoma capacità di mobilitazione sociale e con un più intenso rapporto di scambio al movimento. E’ evidente che per ottenere questo occorre ricomporre il partito. E’ evidente che la proposta di nuova segreteria va in senso opposto a queste basilari necessità. Quindi a questa proposta sono contrario. Claudio Grassi In campagna elettorale avevamo detto che il Governo dell’Unione avrebbe praticato una discontinuità rispetto a Berlusconi e ai passati Governi di centro sinistra. Mi pare che il quadro che si sta prospettando sulla manovra economica non vada in questa direzione. Si parla di aumento dell’Iva, dell’età pensionabile, tickets per i ricoveri ospedalieri, trecentomila licenziamenti nella pubblica amministrazione, privatizzazioni e liberalizzazioni. Ritorna ossessivamente, esattamente come negli anni ’90, il tema del risanamento dei conti pubblici e del rispetto dei parametri di Maastricht, da realizzarsi come precondizione per poter fare tutto il resto. Se è così siamo alla riproposizione della politica dei due tempi: la stessa che avevamo detto non avremmo mai più praticato. Abbiamo commesso un errore nel dire subito di sì alla manovra bis. Il Governo doveva di chiedere, come Germania e Francia, la possibilità di dilazionare su più anni il rientro del debito. Questa posizione era auspicata anche dalle organizzazioni sindacali: avremmo potuto affiancarci ad una loro richiesta. Sta di fatto che oggi l’esordio del Governo Prodi si è caratterizzato agli occhi dell’opinione pubblica su due questioni: un numero esorbitante di ministri e sottosegretari con pochissime donne (un vero e proprio record: 102 persone!) e, sul piano economico, la prospettiva di ulteriori sacrifici. La seconda
questione che vorrei toccare è la mancata elezione della compagna Menapace
alla Presidenza della Commissione Difesa. Si è trattato di un fatto grave in
sé, ma ancor più grave è stato il fatto che l’Unione e Prodi non siano
andati oltre una condanna di circostanza. Se a ciò aggiungiamo che proprio
in quei giorni è uscita l'intervista sl giornale tedesco dove i comunisti L’ultimo aspetto riguarda la politica estera. Per quanto riguarda l’Iraq il ritiro sarà totale. E’ un fatto importante, che va ascritto prima di tutto all’iniziativa del nostro Partito, delle altre forze della sinistra di alternativa e del movimento contro la guerra. Sull’Afghanistan, invece, le ipotesi in campo sono preoccupanti. Rispetto alle difficoltà che su tale materia vanno profilandosi, non possiamo non ricordare l’allarme che per tempo avevamo lanciato: ricordo che io stesso chiesi, in un intervento al Cpn, in qual modo si intendesse affrontare il problema del rifinanziamento della missione in Afghanistan. Non si diede nessuna risposta e si scelse di non affrontare il problema. Non sarebbe stato più serio per il nostro partito - che ha sempre votato contro (ben 8 volte) la missione in Afghanistan - e per i nostri alleati, esplicitare in fase di elaborazione del programma la nostra contrarietà? La situazione è complicata poiché sia Prodi che il ministro degli esteri e della difesa si sono pronunciati per la riconferma del contingente in Afghanistan. Noi dobbiamo ribadire due cose con grande nettezza: è impensabile per Rifondazione Comunista un voto favorevole al rifinanziamento, ove si preveda un aumento del contingente o la riproposizione della missione così come avanzata in passato da Berlusconi. Nulla sarebbe più deleterio per la prospettiva del nostro Partito del fatto di accantonare obiettivi e valori costitutivi, come quello della pace, solo perchè dall'opposizione si è passati al Governo. Sulla base di queste considerazioni ritengo necessario un salto di qualità nell’iniziativa del nostro partito. Abbiamo bisogno di darci uno scrollone. Dobbiamo lavorare nella società per creare movimenti di lotta, poiché solo attraverso una tale iniziativa possiamo sperare di mettere in difficoltà la tendenza - forte nell'Unione - a tornare alle politiche di liberismo temperato. Da questo punto di vista un sostegno forte alla raccolta di firme per una nuova scala mobile non può che aiutarci nel contrastare la tesi, cara a Padoa Schioppa, della moderazione salariale. Così come la raccolta di migliaia e migliaia di firme in calce all’appello di Strada, Zanotelli, Ciotti, Dell’Olio, contro il rifinanziamento delle missioni militari ed anche l’organizzazione a Roma il giorno del voto di una grande manifestazione contro la guerra, ci sarebbero di grande aiuto.
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