CPN 16 dicembre 2007

Documento respinto

Primo firmatario Claudio Bellotti

Liberazione 20 dicembre 2007

Con il voto sul protocollo sul Welfare è stata messa l’ultima parola al dibattito sulla possibilità di introdurre riforme favorevoli ai lavoratori e alle classi subalterne attraverso la nostra partecipazione al governo. La modalità con la quale si è arrivati al voto di fiducia non solo riconferma i contenuti negativi del protocollo (innalzamento dell’età pensionabile attraverso gli scalini, definitiva conferma della legge 30, ecc.), ma costituisce anche una sconfitta diretta del nostro partito e della strategia scelta dalla maggioranza del partito, che aveva teorizzato la possibilità di ottenere dei miglioramenti attraverso il dibattito parlamentare. Questa strategia si è dimostrata fallimentare.

Si tratta solo dell’ultimo passaggio di una lunga serie, cominciata con l’Afghanistan e proseguita poi con le leggi finanziarie, l’aumento delle spese militari, i regali alle imprese, le campagne repressive e xenofobe trascritte nel pacchetto “sicurezza”, l’ossequi ai diktat vaticani sui Dico, la negazione della commissione sul G8. Oggi, con un quadro politico che si sposta ulteriormente a destra, con il Partito democratico che avanza come un rullo compressore, con un vertice sindacale completamente piegato alla logica della competitività e del “risanamento”, con un profondo distacco di massa fra i lavoratori, i giovani, i precari, gli immigrati, gli sfruttati, e le forze della sinistra, è inimmaginabile che da una “verifica” di governo possa emergere qualcosa di diverso da quanto abbiamo visto fino ad oggi.

La rottura con questo governo e col Partito democratico è sempre più una necessità urgente, un passo indispensabile affinché il nostro partito possa disporsi al lavoro di ricostruzione del proprio radicamento nelle lotte e nei conflitti, con un percorso di opposizione di fondo non solo al governo Prodi, ormai moribondo, ma all’intero impianto del Partito democratico, che si pone come pietra angolare delle C future formule di governo in nome e per conto degli interessi del capitale, pienamente dispiegati nella ideologia e nella pratica del Pd. Questa è la discriminante che dobbiamo assumere anche nei rapporti a sinistra e nel dialogo con quelle forze che non sono confluite nel Partito democratico. L’unità è utile e auspicabile se si produce nei conflitti, su piattaforme chiare, anche parziali, ma che abbiano l’obiettivo della mobilitazione. Viceversa, l’esperienza di questi mesi, dal 9 giugno al 20 ottobre alla vicenda del welfare, ha mostrato una unità di vertice, completamente dominata da una logica istituzionalista ed elettoralista, ma una divisione profonda ogni volta che si sono poste in modo stringente questioni di classe e autentici percorsi di mobilitazione.

La Dichiarazione d’intenti scaturita dall’assemblea dell’8-9 dicembre riflette pienamente questa realtà. Si tratta di un documento che rivendica apertamente l’internità al centro sinistra, un documento dal quale è espunto qualsiasi riferimento di classe, antagonista, ma anche solo antiliberista. La dichiarazione peraltro nasconde con una serie di formulazioni evasive le differenze tutt’ora esistenti tra le forze promotrici. A conferma della natura istituzionalista del progetto, queste divisioni si manifestano nel modo più aspro non appena si apre il dibattito sulla legge elettorale. Il Prc non può affrontare il dibattito sulla legge elettorale con logiche strumentali, mettendo in gioco la difesa dei diritti democratici nel tentativo di ottenere una legge elettorale che favorisca l’occultamento dei problemi politici determinati dal fallimento delle linea di Venezia. Tantomeno possiamo renderci disponibili a sostenere o favorire l’avventura di possibili governi “istituzionali” in nome dell’obiettivo delle legge elettorale. E’ necessario invece, a partire dalla rottura col Partito democratico, avviare una discussione di massa nel partito e oltre su come affrontare la prossima fase.

Al centro delle nostre priorità devono esserci: Un dibattito di natura programmatica che sviluppi la necessaria piattaforma sulla quale ricostruire l’intervento del partito. La logica della trattativa interna al governo, che ha dettato le priorità di tutte le proposte avanzate dal partito in questi anni, deve essere rovesciata e sostituita dalla costruzione di un programma di rivendicazioni a vasto raggio, antagonistiche, sul terreno del salario, dei diritti, della precarietà, dell’immigrazione, dell’internazionalismo. Un intervento a tutto campo nei conflitti in corso, a partire dalla vertenza dei metalmeccanici, che riguarda non solo il rinnovo contrattuale più importante dell’industria, ma anche uno scontro decisivo dal quale può dipendere l’intero dibattito sul cosiddetto “nuovo modello contrattuale”, ossia il tentativo di smantellamento del contratto nazionale. Un serio lavoro di costruzione nei luoghi di lavoro, che si ponga l’obiettivo a partire dal milione di No espressi nella consultazione  consultazione sul welfare, di costruire piattaforme, vertenze e forme di autorganizzazione dal basso in opposizione alla campagna normalizzatrice che avanza nella Cgil. Una mobilitazione di massa sulla guerra, per il ritiro immediato di tutte le missioni militari a partire da quella in Afghanistan, dove la guerra si estende ulteriormente e dove l’Italia si appresta a prendere il comando della missione Isaf. Fare dispiegare appieno il dibattito congressuale, facendo del VII congresso del Prc un’occasione centrale di svolta e rilancio del Prc come partito di lotta e di opposizione. E’ in questo grande lavoro che va investita la forza e la voglia di partecipazione e di lotta espressa dalla manifestazione del 20 ottobre, dove si è espresso quanto di meglio questo partito e la sinistra rappresentano nel nostro paese e nelle classi subalterne.

5 voti a favore

 

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