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CPN 16 dicembre 2007 |
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Gli interventi 2 |
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Liberazione 20 dicembre 2007 Fosco Giannini Anche una bocciofila, se si trasforma in birreria, consulta i suoi dieci soci. Il Prc no: si fa Cosa Rossa ( cancellando anche la falce e il martello) senza consultare nessuno dei suoi 80 mila iscritti. Anzi, cancella il Congresso. Se il Prc fosse una società per azioni i suoi soci addiverrebbero alle vie legali. E davvero ipocrita è l’argomento – utilizzato non solo dalla maggioranza – secondo il quale il Congresso deve slittare perché c’è la consultazione. Perché, era scritta nel cielo? La consultazione: come può il gruppo dirigente portare il Partito a tanto disastro ( fallimento del governo Prodi, rottura con i movimenti, complicità nelle politiche di guerra e confindustriali) e poi deresponsabilizzarsi, passando la palla avvelenata alla base? No: un gruppo dirigente porta sino in fondo il proprio progetto e poi si fa giudicare al Congresso. E se gli iscritti bocciano la linea si dimette. E’ forse per questo che non si vuole il Congresso? Non solo: non lo si vuole perché sarebbe d’impaccio alla costruzione veloce della Cosa Rossa e alla scelta rapida di una legge elettorale fatta con Veltroni e Berlusconi e volta a soddisfare il bipolarismo di Mussi. Nel senso che di fronte a Berlusconi non rimarrebbe che il Partito Democratico con al suo fianco l’ancella della Cosa Rossa. Mandando in pensione il Prc ( almeno lui, direbbero i lavoratori di fronte al Protocollo del 23 luglio) e spegnendo i movimenti si normalizza per un po’ il quadro sociale e politico. Proprio nella fase in cui prioritario sarebbe lanciare e sorreggere un nuovo ciclo di lotte sociali. Ma tant’è: il governismo rischia di divenire strategico e va di pari passo con la scelta di rompere con gli operai di Mirafiori, con Genova, con il popolo vicentino, con la NoTav, col movimento contro la guerra, con i diritti civili. Abbracciando i nuovi rivoluzionari Mussi, Folena e Occhetto. Bel lavoro, Presidente Bertinotti! Stefano Cristiano Ritengo che in questa fase sia necessaria più che mai chiarezza e onestà intellettuale fra di noi. Io da sempre ritengo strategico e vitale un accordo confederativo con le forze politiche e sociali della sinistra di alternativa, a differenza di molti compagni che in passato privilegiavano ipotesi diverse. A mio parere la vita e la forza di tale soggetto deve avere come presupposto il rispetto dell’autonomia dei soggetti che lo comporranno e una salda base politica programmatica comune. Quei compagni che, in nome di una più “convinta volontà unitaria” forzano su un terreno politicista e organizzativistico, rischiano, come per la sinistra europea, di far naufragare il progetto unitario, a meno che tale forzatura (partito unico, simboli ecc.) non abbia come obiettivo l’unità a sinistra bensì il superamento di rifondazione Comunista in quanto struttura organizzata. Ecco perché ritengo sbagliato spingere su liste unitarie e simboli unici alle elezioni, a prescindere da tre condizioni che a mio parere sono irrinunciabili: 1) L’accordo fra tutte le forze che partecipano al processo di costruzione del soggetto unito e plurale. 2) L’autonomia decisionale da parte delle strutture di partito statutariamente indicate come responsabili di tale scelta. 3) Un programma condiviso che permetta di sostanziare tale intesa su contenuti avanzati. Queste condizioni a mio parere garantiscono lo sviluppo di una solida prospettiva unitaria a sinistra che non si trasformi, più o meno esplicitamente, in un sostanziale superamento nei fatti di Rifondazione Comunista in quanto soggetto politico. Vincenzo Pillai Mentre si svolgeva l’assemblea nazionale della Sin.Arc i nostri compagni, insieme ai movimenti antiglobal della Sardegna manifestavano davanti alla zona rossa di Cagliari dove dieci ministri mediterranei della difesa disegnavano barriere per salvare l’Europa dai profughi che lasciano le coste dell’Africa. I collettivi sardi hanno dedicato la prima giornata ai temi del disarmo, del colonialismo e delle malattie che l’insediamento militare in Sardegna si porta dietro con la sperimentazione di nuove armi. Il corteo della seconda giornata è stata una prima mobilitazione in vista del G8 che il governo italiano, con l’entusiastico consenso del presidente Soru, ha deciso di collocare a La Maddalena. E’ stata contestata la divisione fra i nostri compagni nel voto sul finanziamento di quella iniziativa ; ciò dice quanto lungo sia il cammino appena intrapreso come Sin.Arc, e della necessità che su quella scadenza si vada rapidamente a un incontro perché i compagni sardi si troveranno di fronte a problemi politico-organizzativi, ben maggiori di quelli che ha dovuto affrontare il G8 genovese. Camminare domandando, facendo e correggendo, anche le date dei congressi, tanto nessuno di noi potrà sfuggire alle proprie responsabilità, ma almeno evitiamo di praticare forme ambigue di consultazione, definiamo bene soggetti e oggetto e regole, tanto più dopo il vergognoso referendum sindacale. Si definisca lo strumento per conseguire gli obbiettivi possibili e favorire, lo sviluppo di forme nuove del fare politica dando, a chi non è iscritto ai quattro partiti ,la possibilità di un tesseramento analogo a quello sperimentato dalla FLM, in modo che tutti sentano di poter avere un ruolo nella definizione di piattaforme , di lotte, di rappresentanti. Lasciamo una terra ridotta ormai ad una palude che ci ingoia ogni giorno di più per navigare in un mare tempestoso: grande sarà il caos sotto il cielo e il grande (?) timoniere è già pronto a reggere la rotta? Ma ne abbiamo proprio bisogno? Ezio Locatelli Diciamolo chiaramente. Quella di cui facciamo tuttora parte è un’esperienza di governo in fase di esaurimento e non certo per responsabilità nostra. Abbiamo chiesto una verifica legata all’assunzione di alcuni aspetti programmatici che spero possa produrre un qualche risultato e favorire al tempo stesso l’adozione di una buona legge elettorale. Detto ciò è evidente di un problema di tenuta e di rimotivazione di rapporto con il nostro insediamento sociale. Non credo proprio che ciò dipenda da una scelta di collocazione istituzionale che qualcuno oggi liquida come scelta fallimentare. Semmai il problema è di una opzione politica che invece di essere vissuta in termini di confronto più aspro, di contestuale costruzione di rapporti di forza nella società, si è affidata - questo il limite di fondo che abbiamo avuto come partito nel suo insieme - alla nostra limitata capacità di manovra istituzionale. Condivido le proposte del segretario. In questo momento la priorità è sul piano della riorganizzazione della risposta e dell’iniziativa politica. In questo momento mi preoccupa cosa pensiamo di fare. E dunque ben venga la discussione sui contenuti della verifica, la costruzione nei territori del processo unitario della sinistra, l’investimento per la riuscita di una consultazione non ratificante ma che dovrà essere concepita sulla base di un dibattito politico largo e partecipato. Per queste ragioni condivido l’opportunità di un rinvio del congresso anche per dare allo stesso la possibilità di accogliere e sviluppare, al di là della contingenza politica, una profondità di pensiero e di discussione sulla prospettiva a cui vogliamo guardare come sinistra. Ugo Boghetta Sono contro il rinvio del congresso. In passato dicevamo che questi dovevano avvenire dentro l’attività politica. Ciò è vero anche ora. E poiché sono forti i temi da affrontare: Sinistra, il governo verifica/consultazione, relazione con i conflitti, a maggior ragione era necessario fare il congresso. Per far il bilancio, per correggere gli errori, per verificare il gruppo dirigente, per eleggere Giordano segretario. Chi ha convenuto per lo spostamento per le difficoltà esistenti ha solo rinviato il problema. In politica i problemi vanno affrontati prima se se ne è capaci e se se ne ha coraggio. Né credo si possa continuare a gestire una linea politica (che condivido) in modo incoerente con Carrara. Sulla trattativa delle pensioni non è stato mai convocato un attivo nazionale: né prima, né durante, né poi. È un altro sintomo della nostra fuoriuscita organizzativa dal conflitto di classe. La questione del salario, come quella della sicurezza dopo Torino, finiscono per essere intesi prevalentemente come azione governativa. Così facendo il governativismo rientra dalla finestra. Sulla questione della sicurezza sociale ci siamo limitati a decidere come ci si comportava sul decreto, mentre era ancor più necessario dare direzione politica rispetto ad un problema che esiste tutti i giorni nei territori e che non si risolve, anche qui, con le sole leggi. Ed anche in vista della grande iniziativa dell’8/9 della Sinistra era necessario convocare i Cpf/Cpr ed il Cpn prima, per discutere delle difficoltà che incontriamo, orientare l’iniziativa, decidere. A questo riguardo il come stare nella Sinistra, cosa proporre, il giusto doppio tesseramento, la presentazione unitaria alle prossime amministrative sono, per la loro rilevanza, temi congressuali. Questi esempi ci dicono sono pericoli reali l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, una gestione scorporata della linea politica, l’incoerenza fra le dichiarazioni di esistenza del partito e la pratica. Sono contrario alla “democrazia del giorno dopo”, ai congressi di ratifica. Igor Kocijancic Faccio parte di quel 14% che si è dichiarato contrario al rinvio del congresso, perché ritenevo che una consultazione fosse perfettamente compatibile con la fase congressuale ed avrebbe potuto influire positivamente anche sul dato della partecipazione. Appreso che la consultazione così come articolata nella proposta sarà vincolante e terrà conto dell’espressione di voto di iscritte ed iscritti (oltre che di una eventuale platea più ampia, da non sovrapporre o sommare) e che i circoli di fatto potranno svolgere i congressi anche prima dell’estate, ritengo si possa procedere come indicato nella relazione del segretario. Mi dichiaro d’accordo anche con le proposte operative delineate, ricordando però che la loro approvazione ci consegna un’agenda fortemente impegnativa. Lo dico a proposito dell’assemblea operaia a Torino e dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori. Si tratta di uno degli impegni approvati in uno dei precedenti Cpn che le Federazioni avrebbero dovuto svolgere a livello provinciale entro ottobre. A Trieste l’abbiamo svolta il 12 ottobre, davanti ad una platea di un centinaio di persone in rappresentanza di più di 30 realtà aziendali locali. E’ stata provata la ns. capacità d’ascolto e di interesse, più della metà dei presenti è rimasta in sala fino alle 23.00, quando Alessandro Bianchi, Gianfranco Gilardi ed Alessandro Favilli hanno chiuso i lavori. Non mi risulta però vi siano state altre conferenze provinciali sul tema. Lo dico perché non vorrei si evidenziasse anche nel processo di costruzione del soggetto plurale ed unitario della sinistra questa propensione di fissare temi e scadenze e di non portarli a termine, o di farlo molto oltre ai tempi previsti, quando le cose non producono alcuna utilità o efficacia. Purtroppo abbiamo spesso modo di constatare, dentro il partito, la poca voglia di conoscere, di approfondire, di studiare e leggere materiali e schede relativi alla condizione materiale di lavoratori e lavoratrici. Tutto ciò, naturalmente, non impedisce a nessuno di continuare ad invocare la centralità del lavoro nel corso dei comitati politici e di iniziative pubbliche. Alle conferenze partecipano molti lavoratori e lavoratrici ma singole presenze degli organismi dirigenti. Roberta Fantozzi Sono di fronte a noi nodi decisivi: la verifica aperta sul governo intrecciata al confronto sulla legge elettorale, la concreta declinazione del percorso unitario a sinistra. Ci arriviamo con un carico di aspettative ma anche di difficoltà all’interno del partito, in un contesto sociale in cui è forte la delusione rispetto al bisogno di cambiamento e rischiano di incancrenirsi sfiducia e senso di impotenza. Per questo il percorso che abbiamo davanti va definito in maniera chiara. - La verifica che abbiamo aperto sul governo è reale ed aperta a tutti gli esiti. Discuteremo delle priorità, a partire dalle questioni sociali: salari, orari, contrasto alla precarietà, immigrazione, ma anche diritti civili e pace. La consultazione che ci apprestiamo a fare sugli esiti della verifica deve essere un momento di partecipazione vera, per ricostruire anche in questo modo una connessione fra bisogni sociali e politica, per contrastare rassegnazione e passività e determinare un protagonismo di massa. - Il confronto aperto sulla legge elettorale si intreccerà temporalmente alla verifica sul governo. E’ un passaggio decisivo. Il referendum può portare alla compiuta americanizzazione del nostro sistema politico. All’opposto il proporzionale è la base per ricostruire la relazione fra articolazioni sociali e rappresentanza, rompere la coazione bipolare, scegliere le alleanze in autonomia. E’ decisiva dunque sul terreno della ricostruzione della politica come possibilità di protagonismo collettivo e di trasformazione sociale. Le modifiche che abbiamo chiesto al testo Bianco, doppio voto e riparto nazionale sono dirimenti. - Il percorso unitario a sinistra va perseguito con determinazione. C’è bisogno di una sinistra che si dia un progetto di trasformazione sociale radicale. Che fuori da ogni logica leaderistica sia capace di ri-radicarsi nella società, nei luoghi di lavoro, come nelle tante periferie desertificate. All’opposto del superamento del progetto di Rifondazione Comunista, tutto questo ne richiede il rafforzamento. In una federazione capace di valorizzare al massimo movimenti, associazioni, singoli, ricostruire spazio pubblico, sperimentare modalità innovative di organizzazione e agire politico. Donatella Mungo Come essere efficaci senza perdere identità, percorsi, cultura politica? È una domanda che in varie forme si pongono tante/i compagne/i, al di là della loro convinta partecipazione al progetto dell’unità a sinistra. Perché la volontà di superare gli staccati e di mettere in comune le energie non è, né deve essere, una risposta politicista alla frammentazione del panorama politico o una mera pratica di sopravvivenza, ma funzionale alla ricomposizione di un blocco sociale che si presenta atomizzato e senza speranze. Non è un compito facile. Non voglio sottrarmi ad una valutazione sul tema della nostra presenza al governo - un tema centrale, visto che a gennaio si farà una verifica e poi una consultazione ampia su di essa. Non c’è qui lo spazio per approfondire, ma ci sarà senz’altro occasione per farlo. Così come non sminuisco la rilevanza del dibattito sulla legge elettorale, visto che dal suo esito può dipendere persino l’esistenza di una sinistra autonoma e radicata. Però penso che l’efficacia dell’azione politica, la cogenza di dover rispondere, già ‘qui e ora’, ai vecchi e nuovi bisogni di cittadini e migranti che vivono nel nostro paese, sia un’aspirazione più ‘alta’ e di più ampio respiro della questione ‘governo’. ‘La sinistra, l’arcobaleno’ è l’inizio di un cammino in cui non perdere noi stessi, che dovrebbe condurci a non contrapporre le ragioni del lavoro a quelle dell’ambiente, a non separare le ragioni dei precari da quelle dei lavoratori del’industria, a difendere sia pensioni dignitose che l’accesso al lavoro, a non gerarchizzare alcuni diritti rispetto ad altri, quando il tratto comune sia il miglioramento della condizione di vita. Fuori dall’utopia e dal sogno, dobbiamo lavorare ad una sinistra che riesca a far partecipare alla Politica precari, metalmeccanici, insegnanti, braccianti, ambientalisti, pacifisti, studenti, pensionati, donne uomini ragazze/.. dalla stessa parte, uniti, con obiettivi comuni. Al di là delle sigle e dei leader. Imma Barbarossa La strage degli operai di Torino ha mostrato, qualora qualche lavorista non se ne fosse accorto, il volto del capitalismo e la sfiducia di quella parte della società italiana, gli operai, che dovrebbero costituire il perno su cui si può ricostruire la sinistra. D’altronde nei giorni 8 e 9 dicembre la presenza volutamente “esterna” dei manifestanti contro la base di Vicenza , la critica delle femministe alle modalità non assembleari della giornata del 9 e la distanza tra la Nuova Fiera di Roma e il lutto di Torino, sono dei campanelli di allarme per il nostro impegno a ricostruire una sinistra fondata sulla dignità del lavoro, sul disarmo e contro la guerra, sulla laicità e sulla libertà femminile, sulla critica allo sviluppismo. Una ricostruzione che superi la federazione (e la competizione) tra i quattro partiti, ma nel senso di una federazione tra i soggetti dell’alternativa, sull’esempio della Sinistra Europea. Stride con tutto questo la violenza con cui si è voluta introdurre la questione del leader del nuovo soggetto, magari da incoronare con le primarie come Veltroni, in una sorta di bolla mediatica in cui l’applausometro sarebbe la forma ideale della nuova democrazia plebiscitari e postmoderna. Come ha scritto Lea Melandri, c’è un nesso tra il maschile, il potere, il sacro, e noi femministe siamo impegnate ad analizzarlo e a decostruirlo, anche con la partecipazione alla manifestazione del 24 novembre. Occorre ora credere nella verifica sul governo, che non va pilotata, che può portare anche a studiare le modalità del disimpegno da un governo la cui pessima qualità è sotto gli occhi di tutti. Occorre impegnarsi in un percorso congressuale che punti alla innovazione e al rafforzamento del partito e alla sua autonomia politica, culturale e organizzativa dentro un processo di unità della sinistra. Nella crisi del movimento e nell’appiattimento istituzionale centrale e periferico di Rifondazione la via d’uscita non può essere l’occupazione di un pezzetto di “cosa rossa” per andare a trattative su spartizione di potere, ma nell’analisi, nella riflessione, nelle lotte sociali e nelle pratiche quotidiane.
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