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Comitato Politico Nazionale 16 e 17 novembre 2002 |
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Gli interventi 5 |
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Liberazione 19 novembre 2002 Claudio Grassi segreteria nazionale Credo che questo Comitato politico nazionale, così come già avvenuto nella Direzione nazionale di martedì scorso, segni un passo avanti verso una ricomposizione unitaria del partito. Certo, sarei un ipocrita se non denunciassi che in alcune realtà i gruppi dirigenti sono stati costruiti non rispettando una delle premesse del congresso e cioè che una articolazione della maggioranza non avrebbe comportato una penalizzazione nella gestione del partito. A ciò bisognerà porvi rimedio. Non vorrei si dimenticasse che i compagni/e che hanno sostenuto gli emendamenti sono parte integrante della maggioranza di questo partito, di cui rappresentano il 33%, e hanno concorso in modo unitario alla elezione del segretario nazionale e alla stesura del documento politico finale del congresso. Detto questo, dobbiamo guardare avanti. Nella relazione del segretario sono state poste riflessioni importanti che, in larga parte, condivido. Firenze è stato un salto di qualità rispetto a Genova perché ha saputo darsi contemporaneamente un obiettivo politico più avanzato - contro la guerra anche se ha la copertura dell’Onu – ampliando lo spettro dei partecipanti. Contro la guerra americana in Iraq – questo il senso della manifestazione del 9 novembre – sono intervenuti quelli di Genova, ma anche la Cgil, il Correntone, la Sinistra giovanile e altri dei Ds. Questo è un fatto importante che dovremmo cercare di non disperdere. Credo che questo spostamento sia stato determinato, oltre che dalla tenuta del movimento, dalla ripresa di un conflitto di classe che ha evidenziato grandi potenzialità: altro che fine del lavoro!! La Cgil si è dimostrata, a differenza dell’Ulivo o del centro-sinistra, un soggetto permeabile, maturando una posizione di netta contrarietà alla guerra. Lo spostamento del più grande sindacato italiano su una posizione non concertativa e contro la guerra ha contribuito a determinare una connessione con il movimento dei movimenti. Sulla Fiat in questo Cpn si è discusso troppo poco, propongo che si riunisca la Direzione nazionale a Termini Imerese e ad Arese, subito. Occorre far crescere la richiesta di uno sciopero generale europeo se si decidesse la guerra e, qualora si profilasse un coinvolgimento del nostro paese, i nostri eletti devono chiedere un pronunciamento per la pace in tutte le assemblee elettive, a partire dal rispetto dell’art. 11 della Costituzione. Oltre a ciò, è importante rilanciare una campagna forte contro la presenza delle basi Nato e Usa nel nostro paese. La manifestazione di Camp Darby, a cui è stato giusto partecipare, così come la manifestazione del 20 novembre a Praga, vanno in questa direzione. Nei Ds convivono posizioni molto differenziate. Il perdurare di un conflitto di classe e di movimenti contro la guerra, può rafforzare una ipotesi neo-riformista. E’ quello su cui si stanno misurando Cofferati e gli altri compagni della sinistra. Il nostro compito è quello di chiedere loro coerenza, con l’obiettivo di allargare il fronte sui due obiettivi di fondo - no alla guerra, no al liberismo – e per questa via rendere possibile la costruzione della Sinistra alternativa. Ma mentre lavoriamo per favorire questo processo, dobbiamo rafforzare e investire sull’espansione di Rifondazione comunista che in termini elettorali e di iscritti può riposizionarsi sui dati precedenti la scissione. Dobbiamo evitare che la nostra proposta di Sinistra alternativa appaia come una ammissione di impotenza rispetto alla nostra espansione elettorale che invece esiste come ha dimostrato anche il recente test elettorale di Pisa. Franco Grisolia direzione nazionale La manifestazione di Firenze, e anche quelle di ieri in risposta ai provocatori arresti contro decine di compagni del Sud, hanno espresso la grande forza del movimento "no global". Ciò non risolve il problema delle sue prospettive programmatiche e anche delle sue modalità di dibattito e di organizzazione. Oggi predomina in esso una vaga ideologia, con elementi programmatici che prospettano utopisticamente una modifica sostanziale della realtà senza mettere in questione il dominio capitalistico e porre il problema del potere. Noi dobbiamo lottare per spingere verso un programma diverso. Come quello fatto proprio in Argentina dal movimento "piquetero" (e anche dal coordinamento delle Assemblee Popolari) che si è dotato di un vero programma di obiettivi anticapitalistici (dal salario ai disoccupati al riparto delle ore di lavoro, alle nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo operaio, fino all’indicazione del governo dei lavoratori come progetto politico del movimento di massa). E ciò sulla base di una vera democrazia fondata su delegati eletti dalle assemblee, del tutto sconosciuta al movimento "no global". E’ su queste basi che bisogna contrastare i tentativi di recupero che le forze socialdemocratiche portano avanti. E’ questo il caso di Cofferati e dei suoi alleati in Italia che cercano di subordinare il Movimento non solo a un’impostazione riformista, ma allo stesso centro sinistra "rinnovato", cioè a uno dei due poli dell’alternanza borghese. E sul piano internazionale un tentativo analogo si svilupperà certamente a Porto Alegre, anche grazie al peso del nuovo governo di Lula, basato sulla collaborazione di classe. Di fronte a ciò la proposta della "sinistra alternativa" mi appare assolutamente errata. Da un lato non è concreta e rischia di diluire il ruolo del partito, dall’altro è ambigua nei confronti della ricomposizione col centro sinistra "rinnovato" (Prodi-Cofferati), di cui anzi appare uno strumento politico. Si tratta invece di sviluppare una leale ma chiara battaglia politica nel Movimento, sulla base di un programma anticapitalistico e socialista, in rottura con ogni ipotesi di blocco interclassista col centrosinistra, sfidando su tale terreno le stesse forze socialdemocratiche. Vito Nocera segretario regionale della Campania Le prime manifestazioni in risposta agli arresti, unitamente al bagaglio di Firenze, fanno ritenere che non ci saranno arretramenti da parte di un movimento che sa fare egemonia. Gli arresti possono diventare un boomerang per chi punta a una vendetta su Firenze. Un impianto accusatorio fragilissimo che rispolvera i reati associativi e su cui mi pare non investe neanche il governo. Se questa analisi è corretta Firenze non sarà derubricata. Anzi in queste ore le mobilitazioni in ogni città, la connessione con i punti di conflitto sociale che emergono, l’obbligo per le forze politiche a prendere posizione, aiutano, perfino, il movimento e i contenuti di Firenze a stare al centro dei processi politici e sociali. Si riduce la frattura tra i grandi appuntamenti e l’articolazione del conflitto e si intravedono le prime positive connessioni: la pace, la Fiat, Termini Imerese, il Mezzogiorno, l’acqua, hanno attraversato le giornate di Firenze e stanno nella trama che snoda l’iniziativa del movimento in queste ore. A noi è richiesto uno scatto politico ulteriore di presenza nel movimento e nella costruzione di uno sbocco politico alternativo indispensabile a un movimento che, come tutti i movimenti politici di massa non minoritari, non disgiunge la radicalità dei contenuti dall’efficacia necessaria a realizzarli. Se ci illudessimo di fare un semplice percorso parallelo all’intera trama dell’iniziativa sociale su cui interviene ormai il movimento perderemmo la partita, insieme, del rapporto con esso e dello sviluppo del progetto nostro. Anche se non è semplice la strada che propone oggi con più forza il segretario, quella della costruzione di una più vasta sinistra di alternativa, deve essere assunta a questo punto da tutto il gruppo dirigente senza più riserve o resistenze. Roberto Musacchio Direzione Nazionale Non c’è dubbio che questa discussione, come quella già svolta in direzione ma anche nella riunione di bilancio del dopo Firenze promossa dal dipartimento movimenti, ci parla di un Partito molto cresciuto e trasformato. Anche su questo misuriamo la giustezza della scelta fatta col rapporto col movimento come bussola politica. Questa scelta ci consente di essere parte di un processo concreto e fattivo di ricostruzione di una prospettiva mondiale di trasformazione e, contemporaneamente di ricostruzione di soggettività a partire da quella comunista. Non c’è dubbio che il movimento sta agendo sulla politica e, anzi, lo fa in senso forte a partire dall’identità. Quello che si sta determinando è il chiamarsi dentro le opzioni del movimento, l’altro mondo possibile, il no alla guerra e al liberismo, di settori crescenti che decidono di militare in questo punto di vista. Quando parliamo di rottura della gabbia del centrosinistra io penso anche a questo. Nel centrosinistra il paradigma è la compatibilità con la globalizzazione, con tutto ciò che ne consegue, fino all’accettazione dell’orizzonte della guerra. L’asse no alla guerra, no al liberismo è la critica materiale alla globalizzazione. Certo non sfugge come per molti settori tuttora interni al centrosinistra, l’idea è quella di coniugare il movimento con l’alternanza, ma la ferocia della attuale fase di globalizzazione, spinge verso altri lidi. Naturalmente occorre lavorare a una sempre maggiore internità nostra al movimento, al rafforzamento delle esperienze associative nuove (da altra agricoltura al forum ambientalista) e di pratiche di movimento delle grandi associazioni e sindacati, allo sviluppo del radicamento territoriale e vertenziale. E’ su questa base che deve crescere quella sinistra alternativa, con il PRC come forza decisiva, indispensabile a coniugare radicalità e unità.
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