Comitato Politico Nazionale 16 e 17 novembre 2002

Gli interventi 4

 

Liberazione 19 novembre 2002

Bruno Casati direzione nazionale

Il salto di qualità di Firenze rispetto a Genova è dato dalla massiccia presenza della Cgil e di parte della sinistra riformista. Sbaglia chi considera questo un limite. Al contrario, questa presenza consente una nuova offerta politica, da parte di una generazione, che: non si condanna al solo sfondamento di "zone rosse"; si progetta il futuro; riscopre la cultura del collettivo, che è straordinario veder riemergere dopo vent’anni di massacro sociale e desertificazione ideologica che hanno essiccato le forze politiche della solidarietà; e che, infine, interroga i partiti, li prende di petto. E’ questa la novità di Firenze che, oggi, viene aggredita con cinica freddezza con il colpo di coda della repressione. Ma il movimento, appunto, chiede due cose ai partiti: chiede contiguità nella costruzione della grande idea della trasformazione; chiede - novità nella novità - l’unità delle forze che si misurano su quella grande idea. Con Firenze, e nel contesto delle lotte della Cgil e della Fiom - a partire dalla lotta alla Fiat - cambia quindi lo scenario. Ripeto: cambia lo scenario. E a noi, i comunisti, parte del Movimento e soggetto di quelle lotte, è assegnato il compito non tanto di esserne i cantori, quanto di provare a saldare in un blocco sociale i protagonisti di Firenze e delle lotte in corso. E’ poi il blocco sociale la radice di una sinistra alternativa, che è impossibile declinare ora. Più concretamente, provare a saldare i soggetti critici di questo modello di produzione e di consumi - quelli che si provano a intervenire in alto e in basso del "ciclo di vita del prodotto" e, quindi, di intervenire sul "cosa e per chi" produrre - con i soggetti collocati al centro di quel ciclo, ove si trovano i luoghi della produzione e del sapere, soggetti che devono essere sollecitati a intervenire sul "come produrre". Vorrei essere ancora più concreto con quattro proposte: mentre manifestiamo contro la guerra preventiva, operiamo - una conferenza di produzione? - per riconvertire le fabbriche di armi (in cui Pax Christi e tutti i pacifisti siano il primo riferimento); mentre sosteniamo la lotta alla Fiat e la sua pubblicizzazione, progettiamo un nuovo sistema di mobilità (tutti gli ambientalisti sono di fatto, con il mondo dell’Università, il naturale riferimento); mentre sosteniamo un nuovo modello di mobilità, pensiamo a un diverso uso dei porti, dei cantieri, della navalmeccanica - una conferenza delle città marinare? - per lo sviluppo del cabotaggio interno con le vie del mare (Attac e Greenpeace si muovono già su questo terreno); mentre sosteniamo le lotte della Cgil, "avanti tutta, Cgil", dobbiamo registrare che essa non ha tuttora una piattaforma di medio periodo e, quindi, l’elemento della lotta alla precarizzazione diventa il punto di saldatura vero di tutti i soggetti.

Roberta Fantozzi segr. fed. Pisa

Le giornate di Firenze nella loro ricchezza e radicalità sono l’esaltante conferma della linea congressuale, dell’analisi che abbiamo fatto del Movimento, della scelta di internità ad esso che abbiamo praticato. E’ il punto di partenza del Movimento, il suo nascere dalla crisi della illusione liberale che fa sì che esso domandi soluzioni radicali, e raccolga - come è stato sottolineato - tutto il radicalismo politico del ’900, dalla teologia della liberazione alle culture comuniste, ambientaliste, femministe. E sono anche il frutto della nostra internità ad esso, il dispiegamento e crescita di radicalità e politicità. Il Movimento sta producendo una nuova cultura politica. E’ stato giustamente sottolineato il carattere di "comunità di ricerca" delle giornate fiorentine. Ritengo che questa sia assolutamente omogenea a quello che abbiamo indicato nelle tesi congressuali sulla necessità di costruire una prospettiva di liberazione come ricerca dell’intreccio dialettico, delle coerenze interne, (e dunque non per giustapposizione o sommatoria) fra la liberazione del lavoro, l’assunzione della nozione di limite, la centralità dell’individuo concreto, sociale e sessuato, la rideclinazione dell’idea di democrazia. Sono assolutamente d’accordo con l’analisi fatta per cui la richiesta di "unità" che viene dal movimento è richiesta di costruire la massa critica necessaria a fronte della percezione drammatica dell’imbarbarimento di civiltà prodotto dalla globalizzazione capitalistica e della sua crisi. Ed è tutt’altra cosa dalla richiesta di unità della "sinistra che c’è". Sono stati sottolineati i rischi di "incursione moderata", i tentativi di sussunzione del movimento ad ipotesi "neoriformiste" che continuano ad assumere il centrosinistra come propria collocazione strategica, sulla base in particolare di una assolutizzazione della dimensione etica. Concordo che la nostra replica non debba essere quella del timore concorrenziale, né una risposta che sancisca una sorta di divisione fra chi sarebbe depositario della dimensione etica e chi di quella politica, ma viceversa il far emergere il carattere intimamente contradditorio dell’ipotesi neoriformista, attraverso il pieno dispiegamento dei contenuti nel movimento. Sulla pace e sulla guerra, sui diritti del lavoro e la lotta alla precarietà con la fondamentale battaglia sui referendum, e anche sul terreno della democrazia con lo sviluppo dell’iniziativa sul terreno delle forme di democrazia diretta, ma anche con il disvelamento del carattere regressivo, di modello sociale, del maggioritario. Concordo, infine, che la battaglia per lo sciopero generale europeo contro la guerra sia assolutamente il centro della nostra iniziativa.

Milziade Caprili direzione nazionale

Vorrei ritornare su Firenze per parlarne dal punto di vista del partito. Del contributo che abbiamo dato nella preparazione prima e poi nel concreto svolgimento del Forum e della nostra internità al Movimento, che stando lì si poteva apprezzare ancora più pienamente, si è già detto. E, d’altra parte, non mi pare metta conto perdere tempo su giudizi di circostanza che, a cose fatte, risultano anche troppo facili. Il tema che, tra i molti possibili, a me interessa è un altro: come, lavorando alla concretizzazione delle indicazioni politiche sortite dal V Congresso, siamo già cambiati. Vorrei fare un piccolo ma significativo esempio di come, a questo punto, l’innovazione si possa solo praticarla. Si può dire, sino allo sfinimento, della necessità dell’apertura da parte dei nostri circoli e delle altre strutture di cui siamo dotati e, generalmente, in via teorica, non vi sono obiezioni che invece si affacciano nella pratica. Sto parlando, intendiamoci, di una cosa alta e non di una semplice riduzione organizzativistica; sto parlando di come riusciamo a dare gambe alle intuizioni politiche di cui siamo capaci, di come si rendono efficaci le nostre scelte politiche. In buona sostanza vorrei dire che la scelta dei referendum e la relativa campagna della raccolta delle firme così come la preparazione della giornata del Forum, hanno operato da acceleratori rispetto al superamento del limite di chiusura e di una pratica quasi da ceto politico che spesso ha contraddistinto le nostre vicende interne. C’è da aggiungere, a mio parere, che tutto quanto è stato fatto che la scelta di stare da subito nel Movimento, che l’apertura a nuovi soggetti, che la messa all’ordine del giorno di certi temi politici, che il superamento dell’ambito nazionale per scoprire nuove connessioni con quello europeo e mondiale, tutto questo è il frutto di una scelta che starei per definire di linea politica: una scelta consapevole e dai più vissuta come un investimento, l’unico investimento oggi possibile e giusto. So bene l’obiezione per cui darei del partito e della sua iniziativa una lettura tutta positiva mentre sussistono problemi, zone d’ombra, atteggiamenti sbagliati. Il vero problema è, intanto, capire i segnali di novità e poi lavorare, soprattutto dalla direzione, per consolidare i tratti positivi del nostro lavoro. L’idea, per esempio, di investire in questa fase nell’iniziativa contro la Finanziaria (alla quale collegare quella sui referendum, a partire dall’articolo 18) e fare - di tutto questo - tema per rapporti con soggetti diversi, va in questa direzione e può offrire occasioni di lavoro buono per tante compagne e tanti compagni.

Licia Sema federazione di Trieste

La relazione del segretario ampiamente esaustiva sul grande - superiore ad ogni aspettativa - successo del Social Forum di Firenze, nonché sulle successive ritorsioni, presenta, a mio giudizio, il limite di non aver dedicato altrettanto spazio e approfondimento alle condizioni materiali di vita e di lavoro nel nostro Paese, per non parlare di chi il lavoro del tutto non ce l’ha o, ancora peggio, di coloro che nel nostro Paese sono venuti a cercarlo. Solo un’intervento ha rimarcato questo aspetto. Non credo sia sufficiente, in previsione del processo che dovrebbe portare alla costituzione della sinistra alternativa, fare nostre le elaborazioni del Social forum, da assumere - se ho bene inteso - quali linee programmatiche; ma è necessario un nostro autonomo approfondimento strategico e tattico, pena l’annullamento dell’autonoma capacità di elaborazione e di lotta del nostro partito, e pena la mancata risposta alle attese della classe. Inoltre, considerato che la cacciata del governo Berlusconi non è nell’agenda del Social forum, e che a tal fine viene del tutto respinta l’unità con il centro sinistra, ritengo necessario decidere da subito le posizioni da assumere in quelle regioni, come la mia, che la prossima primavera andranno alle urne, possibilmente senza operazioni di vertice, ma con il più ampio coinvolgimento della base del partito. Un’ultima notazione: ritengo utile un approfondimento sulla composizione di classe dei nostri iscritti. Lo spostamento a gennaio delle feste del tesseramento non ha tenuto conto che in dicembre chi lavora riceve la tredicesima e che, quindi, nelle famiglie ci sono un poco più di disponibilità economiche che induce i compagni a pagare senza troppi sacrifici la tessera del partito. In gennaio, invece, la tredicesima è falcidiata e per le famiglie si tratta del mese più pesante. A meno che il partito non abbia più bisogno del sostegno degli iscritti.

Alessandro Leoni segreteria regionale toscana

Se risulta generale il giudizio positivo sul "Fse" di Firenze, non altrettanta unanimità esiste sulla determinazione della natura del "movimento" e, soprattutto, sulle conseguenze politiche immediate. Mi sembra che nel giudizio propostoci si enfatizzino alcuni dati, sicuramente reali, ma si rimuovano le implicazioni derivanti da altri (esempio: presenza della Cgil, ruolo degli amministratori locali, presenza di Cofferati e del "correntone Ds", peso e ruolo dei Cobas, ecc.). Necessita, al Prc, una maggiore aderenza alle lotte sociali in corso, soprattutto a quelle che hanno per protagonisti gli operai della Fiat e i metalmeccanici in generale ("questione salariale", ecc.); bene la nostra "proposta" di nazionalizzazione della Fiat, a patto che non resti isolata, decontestualizzata dalla più complessiva esigenza di riproporre una politica che contrasti la deindustrializzazione dilagante e il declino economico del nostro paese. Positivo è l’impegno maturato contro la Nato (Praga, 20 novembre) che in qualche maniera sottolinea il superamento della passata distrazione del nostro Partito, emblematicamente manifestatasi il 6 novembre a "Camp Darby". Per inciso, le motivazioni enunciate dalla segretaria di Pisa, a giustificazione dell’assenza ufficiale del Prc, non reggono minimamente in quanto se malauguratamente applicate, avrebbero determinato l’assenza di ogni maturazione del Movimento. Riguardo, infine, il progetto di costruzione della "sinistra d’alternativa" sottolineo quanto già in passato ho espresso, ovvero, in sintesi: il rafforzamento politico-organizzativo del Prc è insostituibile e prioritario obiettivo del nostro impegno, anche per evitare frustranti esperimenti come quelli della spagnola "Izquerda Unida".

Giuseppina Tedde

In questo momento di forti tensioni sociali credo che vadano sottolineati i fatti più salienti dell’ultimo periodo. La manifestazione di Firenze costituisce una forte boccata d’ossigeno. Ancora una volta è stato dimostrato come su temi condivisi sia possibile l’unità tra soggetti diversi: il no alla guerra preventiva e agli attacchi ai diritti ne sono un esempio. La "riscoperta" della piazza da parte dei sindacati per tornare a vincere; dopo anni di calma quasi piatta, registriamo manifestazioni quasi quotidiane. Che dire poi del nostro partito? Dopo la raccolta delle firme sui referendum sociali registriamo un altro successo: chi avrebbe immaginato che la nostra proposta di partecipazione pubblica nella Fiat trovasse il consenso prima della Fiom, poi di Cgil-Cisl-Uil e anche di una parte del governo Berlusconi? Segno evidente che il nostro partito è vincente se è in grado di proporre e indicare soluzioni credibili. A questo punto credo sia necessario fare una riflessione all’interno del nostro partito. Nell’ultima direzione e nel Cpn si è parlato di una forte accelerazione nella costruzione di una sinistra alternativa europea. Cosa si intende? Forti perplessità suscitano progetti vaghi, se non supportati da basi su cui farli camminare. Cosa vuol dire "nuovo animale politico"? Non sapere chi sono i soggetti che dovrebbero farne parte, è cosa da sottovalutare? Io credo che Rifondazione comunista ha le potenzialità per aggregare, se fa proposte concrete (la Fiat è un esempio); da qui la necessità di aprire un ampio dibattito in tutto il partito, onde evitare scelte che potrebbero disorientare anziché orientare.

Andrea Ricci resp. nazionale Economia

A Firenze si è verificato un nuovo salto di qualità del Movimento, che lo fa entrare in una nuova fase del suo sviluppo. La stretta repressiva non avrà efficacia perché colpisce in ritardo, quando il Movimento è ormai conscio della sua forza e centralità. La repressione non divide il Movimento, ma i suoi avversari. Il cambio di fase consiste nella ricerca da parte del Movimento di una relazione diretta con la politica. Nulla a che vedere con il vecchio tema dello sbocco politico. Questo Movimento non si pensa come strumentale verso ulteriori forme di conflitto. La trasformazione della realtà che esso chiede è tutt’uno con la propria crescita e il proprio sviluppo. In questo senso il Movimento è autocentrato e portatore di una vocazione egemonica, che oltrepassa la classica distinzione tra fini e mezzi. E’ il primo movimento post novecentesco. La sfera della politica è la successiva tappa di questo processo di egemonia. Il Movimento sente di essere già riuscito a cambiare la sfera dei valori, della cultura, dei simboli. Finora invece la politica è stata impermeabile alle sue istanze, mostrandosi ad esso con il volto della repressione, dell’integrazione o della strumentalità. Oggi il Movimento chiede alla politica di farsi attraversare e rivoluzionare da esso. Viene posto così il tema della rifondazione della politica. Questa pulsione egemonica si sprigiona da un’assoluta radicalità etica. Nulla di limitativo o riduttivo in questo. La radicalità etica, ancorata a una dimensione immanente, è il presupposto della rivoluzione e della liberazione. Questa radicalità etica è irriducibile alla politica della globalizzazione neoliberista. Rimane ancora aperta la questione se essa sia irriducibile al capitalismo "sans phrase". In questo contesto dentro al Movimento appare un’ipotesi politica neoriformista, accanto a quella anticapitalista. Non si tratta della lotta per l’egemonia sul movimento. L’ottica è rovesciata. E’ l’egemonia del Movimento sulla politica che potrà rifondarla in un senso o nell’altro. Allora, che fare? La costruzione della sinistra alternativa è la risposta. Forme e contenuti di questa nuova soggettività politica da costruire possono formarsi solo dentro lo sviluppo del Movimento. Dobbiamo quindi far vivere dentro al Movimento il programma e la pratica di un progetto anticapitalista. Questo richiede a noi un salto di qualità, teorico e pratico, analogo a quello compiuto dal Movimento.

Alfonso Gianni deputato

Gli arresti dipendono da tre elementi in relazione tra loro: il primo, alla guerra preventiva si accompagna la repressione preventiva per evitare lo sviluppo della lotta per la pace; alla delegittimazione della magistratura si accompagna l’incoraggiamento dei settori più retrivi della stessa; dopo la violenza e poi le blandizie, giunge il tentativo di divisione del Movimento fra buoni e cattivi. La risposta del Movimento è quella giusta, allargare i referenti e i temi. Strategico è quindi il collegamento con la lotta della Fiat a partire da Termini Imerese. L’unità nel movimento è una conquista, non certo un dato acquisito. Anche lì vi è lotta per l’egemonia, come in ogni comunità umana. Bisogna farla concretamente, essendo interni e comunque partecipi, e non proclamarla. Al congresso dicemmo che la costituente dei movimenti era aperta, non così quella della forze dell’alternativa. Dopo Firenze è matura. Bisogna farlo mandando avanti i fatti prima che le formule. Così abbiamo fatto anche sul terreno culturale, con il convegno di Transform che ha creato una realtà di connessione con i migliori centri di pensiero europei, prima ancora di strutturarci organizzativamente e giuridicamente; cosa comunque da fare quanto prima. La stessa cosa avviene di fatto sul piano politico. Ma dopo Firenze siamo in grado di fare di più, di creare un evento o una serie di eventi che rendano visibile la costruzione di una sinistra d’alternativa, su scala europea e nel nostro paese. Nel centrosinistra e nei Ds difficilmente si produrrà una scissione, ma forse un’implosione, ossia qualcosa determinato non tanto da un progetto quanto dal venire al pettine di nodi non più comprimibili. Dobbiamo essere pronti di fronte a questa eventualità. Intanto registriamo il delinearsi di un’area che per ora definiamo neoriformista. In sostanza le sinistre da due diventano tre. Questo è un processo positivo. Va incoraggiato, anche perché questo può delineare il problema delle alleanze in modo diverso. Ma non con le blandizie, bensì con la capacità di incalzare sui temi. Questa sinistra neoriformista ha fatto passi in avanti sul terreno della lotta alla guerra ma non su quello della lotta al liberismo. Qui dobbiamo insistere. La grande occasione, oltre a quella della battaglia contro la Finanziaria e per la nazionalizzazione della Fiat, è data dai referendum della prossima primavera, rispetto ai quali dobbiamo da subito produrre una campagna per evitare che si determino pressioni sulla Corte Costituzionale (quella di Cassazione ha già detto sì) tesi ad evitarli.

Roberto Sconciaforni segretario federazione di Bologna

La mobilitazione operaia attorno alla crisi Fiat e le giornate di Firenze, con annessa manifestazione del 9 novembre, sono i terreni su cui rilanciare il lavoro del nostro partito. La crisi della Fiat, oltre a essere grave in sé, è anche l’espressione della profonda crisi di un sistema economico e industriale che basa la propria competitività su tagli dei costi e su precarietà, anziché su ricerca e qualità. Le proposte della famiglia Agnelli per uscire dalla crisi sono licenziamenti di massa e vendita a una multinazionale straniera. La grande mobilitazione dei lavoratori contro questi propositi, e il loro protagonismo nella vita politica e sociale, ci parlano della forza della nostra proposta di nazionalizzazione (oggi unica alternativa concreta al progetto degli Agnelli e del governo), ma anche della necessità di colmare il pesante ritardo che abbiamo, in termini di radicamento nel mondo del lavoro. Le giornate di Firenze testimoniano di una crescita quantitativa (vastissimo era l’arco di forze sociali, politiche e sindacali presenti) e soprattutto qualitativa: di un Movimento che fa della lotta alla guerra - intesa come espressione estrema delle politiche liberticide e ultraliberiste - il punto centrale della sua mobilitazione. La crescita del Movimento e le sue pratiche pacifiche hanno portato le componenti più reazionarie dei poteri forti a realizzare una vera e propria vendetta attraverso l’arresto di numerosi militanti. Il motivo è chiaro: in un contesto di guerra, un movimento pacifico, di massa, dai contenuti radicali e che vede un intreccio crescente tra istanze del Movimento no global e movimento dei lavoratori, va colpito e spezzato. E’ necessario continuare a mobilitarsi per la scarcerazione immediata di quei compagni. Più in generale, penso che, oggi più che mai, vi siano le condizioni per la costruzione nel nostro Paese di una sinistra alternativa, intesa non come una Izquierda Unida spagnola, in versione italiana, con conseguente cessione di sovranità e diluizione di identità per il nostro partito ma, come insieme di forze che convergono su obiettivi comuni, primi fra tutti: la lotta contro la guerra e contro le politiche liberiste. Dobbiamo lavorare in tutti i movimenti e proporre un’unità di azione alle forze del centrosinistra che sono su posizione neoriformiste, al fine di allargare il fronte del rifiuto alla guerra fino a richiedere in caso di attacco all’Iraq lo sciopero generale. Dobbiamo anche saper raccogliere quel senso comune che, attraverso i movimenti, rappresenta dal "no" alle politiche del governo Berlusconi, al sì all’estensione dei diritti come l’art.18. Infine, penso che un partito comunista sia più che mai necessario al fine di rispondere alle aspirazioni di trasformazione proveniente da larga parte dei movimenti.

Cesare Mangianti direzione nazionale

L’arresto di 20 compagni per pretestuosi reati di opinione dimostra che i poteri forti dello Stato, come in passato, cercano di criminalizzare un movimento che a Firenze ha offerto una grande prova di sé per quantità e qualità. Giusta è stata la scelta del partito - di tutto il partito - di stare dentro il Movimento che il 9 novembre ha saputo coinvolgere quello che io continuo a chiamare il popolo della sinistra, anche grazie alla forte presenza politica della Cgil. Giusta scelta, ma occorre che tutti i compagni sappiano starci come comunisti, forse ottenendo meno consensi, ma con la consapevolezza (altrimenti che comunisti saremmo?) di essere portatori autentici di valori che non si limitano alla contrapposizione al neoliberismo, ma che si pongono l’obiettivo della trasformazione della società in senso socialista. Non basta dire no alla guerra: occorre riprendere la lotta contro le basi Nato, superando incertezze interne ad alcuni settori del partito, emerse a Camp Darby. La relazione del segretario avrebbe dovuto porre l’accento con maggiore attenzione alla vicenda Fiat. Dal 6 luglio 2001, dalla Fiom all’intera Cgil di Cofferati ed Epifani, c’è la ripresa del conflitto di classe, altro che fine del lavoro! Il Prc deve creare comitati per l’art. 18 e rilanciare la lotta per le 35 ore. Sono nettamente contrario non alla sinistra di alternativa, ma ad una scelta che faccia sparire il Prc privandolo della propria identità e progettualità comunista: era la proposta di Occhetto e D’Alema... Un modello alla Izquierda Unida non mi interessa: porterebbe piombo alle ali di un progetto per una società socialista. Ho apprezzato le compagne parlamentari che hanno ritenuto di non partecipare alla seduta del Parlamento con la presenza del Papa: accanto a parole assolutamente condivisibili, se ne sono ascoltate altre da respingere. Il tutto in un clima agiografico di regime.

Rita Ghiglione direzione nazionale

Io penso che la mobilitazione contro la guerra sia uno dei punti principali, ma allo stesso modo il problema del lavoro sia altrettanto importante. Non posso non pensare alla Fiat, alle lotte di questi lavoratori/lavoratrici dal Sud al Nord, al dramma del Sud (dove il poco lavoro che c’è rischia di essere cancellato), alla lotta, alla mobilitazione, alla solidarietà per salvare l’auto. Il nostro partito ha proposto la nazionalizzazione che è stata assunta anche dal sindacato: dobbiamo sostenerla e fare tutto il possibile perché passi e non si chiuda nessuna fabbrica né al Sud né al Nord. Ma allo stesso modo credo che il problema del lavoro, o meglio del non lavoro, debba diventare per il nostro partito uno dei punti centrali di elaborazione politica, di proposte di politica industriale per dire no alla deindustrializzazione di questo paese che il governo Berlusconi sta attuando. Credo anche che il nostro partito si debba mobilitare per la costituzione di comitati per vincere il referendum sull’art. 18; non possiamo arrivare agli ultimi giorni. Va costruito per tempo nel Paese una mobilitazione su questo tema che è fondamentale per l’affermazione di diritti dei lavoratori. Io penso che Firenze, i girotondi, le grandi lotte della Fiom, della Cgil, ogni mobilitazione ponga a noi e a tutta la sinistra un quesito: la ricerca di unità d’azione per battere e fermare questo governo di destra che, a cominciare dalla Finanziaria, dalla scuola, dalla sanità, dal lavoro, dalla democrazia, dalla giustizia, dall’ambiente eccetera, sta distruggendo questo Paese. Penso che il nostro partito debba fare di più per ricercare questa unità d’azione con tutte le forze di sinistra e laiche; anche questo è un modo per avviare un processo di costruzione di una sinistra alternativa.

Bruno Steri federazione di Roma

Può essere utile segnalare che, dal particolare punto d’osservazione del Forum delle Autorità Locali, tenutosi come già a Porto Alegre a ridosso dell’assise generale del Forum Europeo, più evidenti sono apparsi la presenza e il peso istituzionale della "sinistra moderata". Nel merito, occorre tra l’altro tener conto del fatto che il contesto politico latinoamericano (e, in esso, del Pt) è cosa ben diversa da quello in cui i nostri ospiti fiorentini di centrosinistra ci hanno accolto. Di conseguenza, più evidente è stato il contributo portato specificamente dal nostro partito, con l’inserimento nella discussione di questo settore tematico (in verità, alquanto blanda) di 5 punti per noi dirimenti: il no alla guerra ("senza se e senza ma"), il riconoscimento dei diritti universali e indivisibili per tutte e tutti i residenti, il superamento del patto di stabilità (con i suoi effetti capestro per le risorse a disposizione degli Enti locali), il rilancio del ruolo pubblico con lo stop alle politiche di privatizzazione dei servizi essenziali, la concreta valorizzazione delle esperienze partecipative (da non confondere con una composizione concertativa di interessi localistici). Ma, al di là dei particolari ambiti e nonostante il persistere (direi, inevitabile in un movimento così articolato) di culture e linguaggi differenti, non vi è dubbio che, ancora una volta, emerge il dato politico rilevantissimo di una netta e generale opposizione ai progetti bellici statunitensi e una critica di fondo alle politiche neoliberiste: un dato clamorosamente consolidato dalla manifestazione del 9 novembre. Grandi opportunità per noi, dunque. In una situazione che tuttavia si presenta molto difficile, in particolare perché il mondo del lavoro non cessa di essere sotto attacco. I contenuti espressi nella sua relazione dal segretario vanno tenuti assieme alla tematizzazione della connessione stretta tra tema della guerra e questione del lavoro, come era stata dettagliatamente illustrata dallo stesso segretario in occasione del precedente Cpn. Deriva bellicista, restringimento degli spazi democratici e attacco ai diritti del lavoro sono parte di un unico progetto. Per questo, accanto all’impegno nella vicenda dei lavoratori Fiat, occorre rapidamente attivare la battaglia referendaria, l’opposizione alla finanziaria (che blocca le assunzioni nella pubblica amministrazione nello stesso momento in cui dilagano i rapporti di lavoro precari e non tutelati), la ripresa della questione salariale, la battaglia per la reintroduzione di un meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni e delle pensioni.

Leonardo Masella cons. regionale Emilia Romagna

Gli avvenimenti di questi giorni (la natura della guerra, le resistenze statuali che incontra, il "ritorno" della classe operaia, la continuità straordinaria del "Movimento dei movimenti", l’ulteriore slittamento del gruppo dirigente dei Ds, ecc.) cambiano la situazione e riposizionano la nostra linea politica e la nostra stessa dialettica interna dopo il congresso, determinando la possibilità di nuove convergenze. Le priorità politiche mi sembrano fondamentalmente due (oltre alla lotta immediata contro la risposta repressiva al successo di Firenze): lavorare alla realizzazione dello sciopero generale europeo contro la guerra; estendere la mobilitazione sociale contro il neoliberismo (art. 18, Finanziaria, Fiat, salario, stato sociale). La ripresa non contingente delle lotte operaie (i milioni di lavoratori nelle piazze il 18 ottobre, la lotta alla Fiat, il contratto dei metalmeccanici); il successo straordinario del Forum Sociale europeo di Firenze e della manifestazione del 9 novembre; la crescita diffusa dei sentimenti popolari contro Berlusconi e ostili alla guerra e agli effetti del neoliberismo; sono tutti fenomeni che a fronte dell’ulteriore spostamento verso il centro dei Ds, ci dicono di una crescita esponenziale dello spazio politico sia per un partito comunista forte organizzativamente ed elettoralmente, che per una sinistra di alternativa larga e plurale. Le due cose non vanno contrapposte ma anzi coniugate sapientemente. Per questo ha fatto bene il segretario a non raccogliere le sollecitazioni favorevoli al modello di Izquierda Unida spagnola che ha limitato l’autonomia del partito comunista spagnolo, rendendolo invisibile. Nell’incontro di Bertinotti con la redazione di Liberazione, il segretario ha detto a proposito della assemblea più affollata di tutto il Forum di Firenze: «La cosa più sorprendente: un popolo di giovanissimi tutti largamente al di sotto dei 25 anni che ha intonato "Bandiera Rossa". L'inno dei comunisti, il canto più riconoscibile e simbolico». Dunque non solo dalle lotte della classe operaia, non solo dagli avvenimenti internazionali, ma anche dai giovani e giovanissimi del "Movimento dei movimenti" ci viene il segnale che un partito comunista ha un futuro (non solo un passato).

Pasquale Martino segretario regionale della Puglia

Confrontarmi con la relazione del segretario significa per me innanzitutto riflettere sulla giornata del 15 novembre in Puglia. Alle 4 del mattino, i Giovani comunisti con i disobbedienti erano per la prima volta davanti ai cancelli delle fabbriche, con i lavoratori metalmeccanici e con la Fiom. Nemmeno un’ora dopo, con le prime notizie degli arresti, incominciava il passaparola per la protesta davanti al carcere di Trani. Chi ha orchestrato la provocazione tenta di dividere il movimento colpendo un’area che ritiene più debole e meno legata a solidarietà politiche e sindacali (per quanto poi arrivi a coinvolgere anche elementi di spicco dei Disobbedienti): ne viene fuori un colpo all’area antagonista e a tutto il movimento nel Mezzogiorno. Parliamo dunque di noi, Rifondazione del Sud. Con quello che è stato fatto a Bari ieri forse incominciamo ad essere un partito meridionale e meridionalista. La lotta per il diritto all’acqua e contro la privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese intreccia l’"antica" questione meridionale con le contraddizioni planetarie della globalizzazione, e coniuga vertenze sul territorio, tematiche del movimento "no global", rapporto operativo fra diverse sinistre su un elemento di programma. E’ quello che è emerso evidente anche nella straordinaria manifestazione di massa che ha aperto a Bari la campagna del Prc "per cento manifestazioni in cento città", dove Pietro Folena ha discusso di unità d’azione con Emilio Molinari e con Bertinotti. Noi incontriamo oggi nel movimento (specie dopo Firenze) la presenza di una sinistra che entra in relazione proficua con noi ma mantiene una prospettiva diversa da quella della sinistra di alternativa. Lo sviluppo di quest’ultima - che è la nostra strategia - implica l’attraversamento non breve di una pratica quotidiana di relazione, di confronto unitario e di lotta per l’egemonia con quell’altra sinistra, ormai interna ai movimenti. Solo da questo lavoro può nascere la "massa critica" per la sinistra di alternativa.

 

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