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Comitato Politico Nazionale 16 e 17 novembre 2002 |
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Gli interventi 3 |
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Liberazione 19 novembre 2002 Dario Danti segreteria regionale Toscana Credo che dobbiamo porci il problema di come far vivere quell’oltre scaturito dalle giornate fiorentine del Fse: "oltre" del movimento, "oltre" del partito. Il Movimento è riuscito ad andare oltre se stesso, oltre Genova 2001 e 2002. Anche quella che avevamo individuato come "latenza anticapitalistica" sta sempre più affiorando e si rende esplicita: il no alla guerra e alle politiche neoliberiste è oramai un binomio esplicito. E proprio la guerra globale permanente - congiuntamente alla "repressione preventiva" espressa negli arresti di questi giorni - rappresenta il terreno di dominio dell’ordine imperiale. Il nostro compito, come partito, è quello di raccogliere la sfida e andare oltre noi stessi: ossia come ci attrezziamo, come riusciamo a far vivere dentro di noi l’esperienza del Fse, come raccogliamo esperienze e vissuti, come ricalibriamo la nostra iniziativa e come acceleriamo il processo di costruzione della sinistra di alternativa. Sul versante del Movimento, di pari passo allo straordinario successo del Fse, assistiamo a una crisi dei Forum sociali locali: dobbiamo comprendere le ragioni di queste difficoltà, ma anche porci l’obiettivo del rilancio dell’iniziativa locale. Il Movimento ci ha insegnato il "navigare in mare aperto": per questo il nostro approccio deve essere orientato all’efficacia, piuttosto che all’organizzativismo. Per questo dobbiamo tenere insieme sia i Forum sociali locali, laddove essi rappresentano elementi reali di allargamento delle pratiche di conflitto e di inclusione di singoli e di nuove soggettività, sia lavorare a reti che, a partire dalla tematicità dell’intervento, sappiano essere motori di aggregazione e di azione politica. Penso, in particolare, a quattro assi d’intervento scaturiti dal Fse: lavoro/precarietà; ambiente/acqua; formazione/saperi; migranti. Anche il partito deve saper lavorare a rete, mettendo al centro le pratiche, all’interno di un quadro che dà la priorità al lavoro per campagne. Il lavoro per campagne se da un lato rende necessaria l’interdisciplinarità dei settori di lavoro, dall’altro attraverso l’individuazione di una responsabilità unica di coordinamento ci aiuta in efficacia e tempestività di scelte e indirizzi della campagna medesima. In Toscana, da questo punto di vista, oltre all’iniziativa contro la finanziaria ci concentreremo sui temi delle privatizzazioni e, in particolare, sulla questione dell’acqua. Giordano Bruschi federazione di Genova Un anno eccezionale, il 2002, per la presenza di massa del Movimento in tutti i fronti del conflitto sociale e politico. Una ricchezza poco, insufficientemente, utilizzata nei territori. Come allora indirizzare la spinta di milioni scesi in piazza il 23/3, il 16/4, il 14/9, il 9 novembre, come passare dalle potenzialità al protagonismo delle masse, far vincere la radicalità dei contenuti? Le battaglie da combattere sono molte e tra loro si intrecciano. La prima, ovvia, contro la guerra e la conseguente ondata repressiva. La seconda riguarda il cedimento di gran parte del ceto politico del centrosinistra. Più complessa l’iniziativa nei confronti dell’area che Bertinotti ha definito "neoriformista" e che dispone di presenze radicate nella società, tra i lavoratori e che è sceso in campo consistentemente a Firenze. Qui giochiamo la parte più importante della sfida per acquisire egemonia nel vivo della società. Ciò richiede uno sforzo enorme del Prc, tuttora inadeguato e ancora poco impegnato nelle decisive vertenze territoriali, collegate all’inflazione, alla Finanziaria 2003, alle lotte per l’occupazione. In particolare occorre un’ampia promozione di iniziative sulle questioni sociali, su quelle politiche di troppi enti locali - nei quali amministriamo - che attuano privatizzazioni nel trasporto pubblico, nei servizi sociali, che favoriscono la cementificazione. Proprio sulle questioni che coinvolgono direttamente il mondo dei più deboli, si misurerà l’efficacia delle battaglie contro le varie forme di liberismo. Alessandro Giardiello federazione di Napoli Nella relazione manca un’analisi sulle lotte del movimento operaio (America Latina in particolare). La manifestazione di Firenze non può essere compresa al di fuori del quadro internazionale. Non condivido quanto si dice del Movimento, che non può essere capito dall’esterno (non avrebbe capacità di espansione, e invece ce l’ha) né la visione univoca che se ne dà (quando invece è attraversato da opzioni politiche che si fronteggiano). Si ripropone la sinistra alternativa, si tratta di una proposta di fronte, di un nuovo soggetto politico, di una federazione o di altro ancora? La crisi capitalistica pone all’ordine del giorno la questione della proprietà e del potere. Questo ci dice l’esperienza di lotta dei compagni argentini con un centinaio di fabbriche che producono sotto il controllo operaio. L’esperienza esemplare della Zanon parla ai lavoratori della Fiat e a quelli che rischiano di perdere il posto di lavoro sotto i colpi della recessione. La proposta della nazionalizzazione fatta dal partito è in realtà una proposta di intervento pubblico come è stato precisato. Un ritorno a Keynes. Il compito dei comunisti non è quello di proporre una strategia di sviluppo in un quadro capitalistico, tanto più in un contesto di crisi e di eccedenza produttiva (20 milioni di auto all’anno). Non è un problema di "golden share" o di alleanze con il polo pubblico tedesco o francese. Dovremmo rivendicare apertamente la nazionalizzazione della Fiat sotto il controllo operaio, promuovendo comitati di lotta (coordinati nazionalmente) e casse di resistenza, con l’obiettivo di occupare gli stabilimenti a partire da quelli direttamente colpiti dai licenziamenti. Come nel 1980 la lotta alla Fiat assume oggi un ruolo centrale e un partito comunista che non è in grado di capirlo è condannato. Bisogna concentrare le forze con un piano di intervento incisivo e coordinato. Se tutto il partito c’è tanto meglio ma se così non fosse l’importanza della posta in gioco impegnerà comunque i compagni convinti in questo senso. Come è giusto che sia per dei rivoluzionari di fronte a questioni cruciali che riguardano le sorti generali della classe lavoratrice. Niccolò Pecorini segretario federazione di Firenze Ma cos’è successo? Questa domanda percorre nuovamente la nostra discussione, come dopo Seattle, dopo Genova, ancora dopo Firenze. Una buona abitudine. Ce lo chiediamo perché a Trani e a Latina alcune e alcuni come noi, amici e amiche prima che compagne e compagni, sono ridotte alla galera, e ora guardano il cielo con i nervi attorti alle sbarre della finestra. Ce lo chiediamo perché Firenze ha scoperto una nuova opera d’arte, multiforme e protesa alla vita. Perché un milione di persone hanno marciato, ballato, gridato "no alla guerra globale", cominciando la narrazione di un’Europa possibile e necessaria. Ce lo chiediamo perché affacciarsi al balcone della Fortezza da Basso nei giorni del Forum sociale europeo era uno spettacolo. Ritratto verista di uno strano animale che squarcia il nuovo millennio, che riannoda i fili di un bisogno metapolitico, la critica radicale alla società delle merci insieme alla possibilità di un’alternativa. Ce lo chiediamo perché gli eventi aiutano gli attenti lettori a capire che non siamo che all’inizio. Per noi, all’inizio della Rifondazione: una nuova cultura politica, oltre il Novecento, comincia a definire se stessa, politicizzando la sua capacità analitica, portando in dote una inedita capacità di utilizzo delle dinamiche della società dello spettacolo. Comunicazione, rete, simbolico, pluralismo e autorganizzazione sono solo alcuni nomi imprecisi e non sanno descrivere con dovizia di particolari. Intanto, come sempre è accaduto, nel fuoco del conflitto una nuova generazione riscopre la politica come luogo della trasformazione sociale... Se non ora quando? Ezio Locatelli segretario regionale Lombardia Non c’è dubbio, il Movimento sta dimostrando ancora una volta maturità di risposta di contro al tentativo di schiacciamento, di distoglierlo dal piano della partecipazione e della mobilitazione democratica per una trasposizione dello scontro che si vorrebbe sul terreno perdente dello scontro con gli apparati dello Stato. Bisogna agire in profondità perché le risposte siano e continuino ad essere sul piano dell’iniziativa in campo aperto, il solo su cui il Movimento ha la capacità di rispondere alle intimidazioni e di continuare a crescere. E a proposito dell’invito a riflettere a fondo su ciò che hanno significato le giornate di Firenze. Riduttivo, sono d’accordo, sarebbe parlarne in termini di manifestazioni grandi e riuscite. Quelle giornate dicono di più, segnalano uno spartiacque, l’entrata in campo di nuove soggettività e possibilità sul terreno dell’alternativa. Abbiamo visto giusto ma adesso ciò che importa è che una nuova consapevolezza, insieme ad una riconversione del nostro agire, si faccia largo nel partito. Infine, il compito che ci sta davanti non è tanto la sublimazione ma l’insediamento, la presa sociale del movimento, come spendiamo la grandiosità, la portata storica di un evento, i grandi progetti nei luoghi in cui viviamo. Qui spesso non ci siamo: non cogliendo che è proprio nei territori, nei sistemi locali e regionali, che precipitano i processi di globalizzazione, che trova applicazione l’idea devastante di un uso del territorio e del lavoro in funzione della competizione globale. Da qui due proposte impegnative che intendiamo portare avanti in Lombardia nel solco delle cose che ci siamo detti. La prima: la costruzione di una rete di discussione e di lavoro, una sorta di "contropatto" da anteporre al "patto per lo sviluppo" di Formigoni. La seconda: una grande campagna su pace, lavoro, diritti, giustizia sociale costruita su itinerari politici, nei luoghi della vertenzialità e del conflitto sociale. Nicoletta Pirotta segreteria regionale lombarda Firenze è stato un luogo importante per il Movimento: si sono consolidate esistenza e analisi. Voglio qui sottolineare due elementi: l’importanza dell’essere interni a questo movimento per coglierne le caratteristiche e la potenzialità e la novità di impostazione del rapporto movimenti-partiti. La nostra scelta di internità al Movimento ci ha evitato di considerare conclusa la sua fase espansiva solo perché, magari, qualche Social forum territoriale aveva qualche difficoltà di funzionamento, come se bastasse guardare il dito mentre il dito indica la luna! Sul secondo aspetto credo che Firenze abbia confermato due elementi: una forte diminuzione dell’atteggiamento fobico nei confronti dei partiti (grazie anche al buon lavoro condotto dal nostro) e la volontà di articolare in modo del tutto originale, senza deleghe o distinzione rigida di ruoli, il rapporto società/politica. Ma Firenze è stata importante anche per il movimento delle donne che si è reso visibile (grandiosa la Conferenza sulla necessità del conflitto donne/uomini) e si è dato prospettive concrete di lavoro sui temi dei diritti e dell’autodeterminazione, del rapporto migranti-native, e della guerra. Tre elementi hanno caratterizzato questa presenza: la volontà delle donne di rioccupare lo spazio della politica agendo il conflitto di genere come strumento di trasformazione del mondo; la considerazione che le pratiche e la qualità delle relazioni sono aspetti sostanziali della politica; la costruzione di rapporti con le giovani donne che cercano di coniugare concretamente l’intreccio fra appartenenza di genere e di classe. Lo strumento che ha consentito il dispiegarsi di tutto ciò è stato la Marcia delle donne contro le guerre, la violenza e la povertà; una rete femminista presente in Italia, in Europa e nel mondo, che, pazientemente, ha costruito le condizioni per ridare vita ad un movimento politico e organizzato di donne. C’è bisogno che le donne del nostro partito si misurino con questi processi reali in corso. Per questo, ora più che mai, si pone la necessità di indire la seconda Conferenza delle donne comuniste, cioè di un luogo dove tutte le donne del partito analizzino collettivamente la realtà e individuino prospettive di lavoro. Claudio Bellotti direzione nazionale Il successo della mobilitazione di Firenze mette in luce ancora più chiaramente l’enorme scarto tra la potenzialità delle mobilitazioni e l’inadeguatezza delle risposte politiche, programmatiche e organizzative. Nascondere questo scarto dietro una concezione quasi mistica del movimento significa accettare questa situazione e, implicitamente, negare il ruolo dei comunisti. Per esempio, sulla guerra è positivo che l’insieme del Movimento la rifiuti anche se viene sostenuta dall’Onu, ma va anche detto che questo passo avanti si produce senza alcun nostro contributo, considerato che proprio il Prc ha insistito in maniera ossessiva sulla questione dell’Onu in tutte le guerre più recenti. Sulla questione degli arresti, è vero che non tutto il governo e la maggioranza sostengono questa linea repressiva, ma proprio per questo non dobbiamo fare sconti al governo su questo terreno: se l’iniziativa della magistratura sbilancia la destra, il nostro compito deve essere quello di passare all’offensiva approfittando delle loro contraddizioni, e non certo di dargli un margine di respiro. In generale l’orientamento della discussione sta prendendo una piega che ritengo molto pericolosa. Se si dice che il movimento non ha bisogno di risultati, può avanzare senza programma, che non si pone il problema di rovesciare il governo e in generale dei propri sviluppi politici, dicendo tutto questo si esaltano quelli che sono i punti deboli del Movimento. La ricerca di una facile popolarità compromette quindi le prospettive sia del Movimento che del partito e facilita l’intervento di chi vuole cooptare il Movimento (vedi Prodi) nelle politiche dominanti, in particolare europee. Erminia Emprin direzione nazionale Concordo con l’analisi che attribuisce gli arresti a una autonoma propensione repressiva di pezzi della magistratura. Già il movimento operaio nascente si misurò con una vocazione autonoma della magistratura italiana a reprimere con forzature giurisprudenziali le nuove forme in cui si presentavano le lotte sociali – in quel caso lo sciopero. Questa propensione viene evocata da tempo, a partire dai referendum antisociali e antidemocratici, che proponevano anche modifiche dell’ordinamento della magistratura. Riemerge oggi, per stroncare sul nascere nuove forme di organizzazione del conflitto sociale, nel punto in cui sono più strutturate e connesse con le lotte operaie. Ci richiede perciò anche una riflessione più generale sulle difficoltà di radicamento dei social forum in altre realtà. Occorre intensificare il lavoro per obiettivi sul territorio, per affrontare con radicalità i nodi posti dalle privatizzazioni e agire nuovi diritti di cittadinanza, costruendo altri terreni unitari oltre quello rappresentato dal no alla guerra. In questo quadro a mio giudizio la discussione sugli statuti regionali si sviluppa sotto un segno regressivo. Da un lato un eccesso di enfasi, come se si scrivessero le Costituzioni di 20 staterelli invece di declinare sul territorio i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Sul piano dei contenuti, il tentativo di ridurre il diritto alla gestione e al controllo pubblico e partecipato dei beni e servizi di pubblica utilità a diritto di accesso regolamentato ai servizi, eludendo il nodo delle privatizzazioni e le domande di una nuova cittadinanza. Per questo è urgente definire un indirizzo politico condiviso e unitario, sottratto alla sfera dell’autonomia del politico, coordinando i dipartimenti enti locali, riforma dello stato, welfare, scuola e lavoro. Il movimento interviene concretamente nel processo di trasformazione dei rapporti e dei ruoli sociali e sollecita un nuovo modo di ricoprire i ruoli istituzionali, stabilendo connessioni e attivando pratiche di disobbedienza anche istituzionale. Su questo terreno ho molto apprezzato la disobbedienza delle parlamentari che non hanno partecipato alla seduta con il Papa, che si prestava a indebite confusioni tra le reciproche autonomie e relazioni tra stato e chiesa cattolica, e propongo di affidare alle compagne della segreteria e della direzione l’elaborazione di una proposta per avviare la seconda conferenza delle donne del Prc, valorizzando la capacità di innovazione, le pratiche e l’autonomia politica delle donne.
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