Comitato Politico Nazionale 16 e 17 novembre 2002

Gli interventi 2

 

Liberazione 19 novembre 2002

Alberto Burgio responsabile Giustizia

Pur nella sua parzialità (scarsi accenni alla Fiat; nulla sull’emergenza democratica nel paese), la relazione del segretario mi è parsa in larga misura condivisibile. Condivido l’analisi degli arresti vendicativi e preventivi di Cosenza. A tal proposito, come responsabile del Dipartimento Giustizia, ho trasmesso a «Liberazione» una dichiarazione che il giornale ha sostanzialmente ignorato. Condivido poi il ragionamento sulle trasformazioni del movimento: quella fondamentale sta nell’avere colto la centralità della guerra, al punto di avere voluto che la manifestazione del 9 fosse la manifestazione di un grande movimento per la pace. Concordo anche con l’idea che il partito debba aprire un confronto con la posizione «neoriformista» interna all’Ulivo, all’insegna del binomio unità-radicalità. Ciò impegna tutti a una tenace opera di costruzione del partito. E’ la nostra autonomia e forza organizzata a dare credibilità al progetto. L’ulteriore crescita dei movimenti dipende anche dalla crescita del partito come forza autonoma intransigente nel perseguire una strategia di cambiamento strutturale della società che nessun altro soggetto politico nel paese assume nella sua integralità.

Graziella Mascia vicepresidente dei deputati Prc

Condivido l’analisi del segretario sul Movimento. Ne voglio sottolineare due aspetti: si tratta di un movimento autocentrato (non autoreferenziale), e in quanto tale è interessato alla propria crescita. Per questo è curioso, è sempre in fase di ricerca, disponibile ad accogliere ma sa scegliere. Non è paragonabile al movimento del ’68: chi si pone il problema dello sbocco politico significa che non lo conosce. Anche quando riesce a sviluppare un forte senso di appartenenza, come nel caso dei disobbedienti, non è un movimento settario. Il Prc ha un grande riconoscimento perché c’è una identificazione totale sui contenuti e perché non si è posto il problema dell’egemonia. Chiede radicalità e unità, ma non in termini politicisti. E’ interessato alla politica e al rapporto con i partiti, ma la cultura e l’approccio sono sempre di carattere europeo e internazionale. E’ giusto accelerare sulla costruzione della sinistra alternativa in Europa, sapendo che il rapporto di questi ragazzi con il voto è particolare. Possono votare per riconoscimento o per affetto, ma non lo considerano fondamentale.

E’ necessario che il partito investa sulla "università popolare" e sulle vertenze territoriali. Quindi è importante il lavoro delle federazioni e dei settori di lavoro. A questo proposito, andrà fatto un bilancio anche relativamente agli incarichi affidati dopo il congresso, a volte sulla base di un "pluralismo interno" ma non delle esperienze e delle attitudini. Il compagno Burgio lamentava che Liberazione gli avrebbe tagliato la dichiarazione relativa agli arresti: gli vorrei dire che non si dirige un settore di lavoro con le dichiarazioni e gli articoli su Liberazione, senza aver mai fatto una riunione. Ritengo peraltro che i suoi articoli non corrispondano al percorso, anche di Rifondazione, che si è fatto sulla giustizia: non li condivido. Non si può leggere anche le specificità senza il contesto mondiale. La linea autoritaria che si afferma in Italia, come in Francia, è una delle facce dell’attuale fase della globalizzazione capitalista, insieme alla guerra preventiva, la crisi economica, ecc.. E’ facile ora contestare gli arresti, ma se abbiamo le carte in regola è perché abbiamo votato contro la legge sul terrorismo che è legge contro il conflitto sociale. Se non avessimo avuto l’analisi del Movimento non avremmo potuto votare contro. Così come non si può parlare del 41 bis come fossimo a 10 anni fa. Le leggi emergenziali sono sempre sbagliate e pericolose. Oggi, in particolare, dobbiamo saper connettere la repressione sul movimento alle leggi che traducono le assenze scolastiche degli studenti francesi in reato penale, alle leggi che vogliono normare i comportamenti, eccetera.

Fausto Sorini direzione nazionale

Condivido la relazione del Segretario. Evitando polemiche retrospettive, essa sposta in avanti la riflessione e l’azione del partito, adeguandola alle novità di un contesto mondiale e nazionale fortemente dinamico, rispetto anche a qualche mese fa. Su queste basi è necessario e possibile costruire una convergenza nei gruppi dirigenti, al centro e in periferia, senza esclusioni. Ciò non azzera la dialettica congressuale, ma la ricolloca su un terreno più avanzato, e può determinare un clima nuovo, che contribuisca a superare ferite e cristallizzazioni che una gestione esasperata del confronto congressuale ha prodotto nel corpo del partito.

La portata internazionale e il successo della manifestazione di Firenze contro la guerra - così è stata valutata anche dai maggiori partiti comunisti del mondo - dice anche che all’epoca di Seattle, prima cioè degli sviluppi successivi del movimento (Genova, Porto Alegre, Firenze) che ne hanno segnato uno sviluppo quantitativo e qualitativo, vi è stato chi, come me, tra i comunisti, e non solo in Italia, non ha colto appieno le potenzialità ed il carattere durevole di quel movimento, che oggi appaiono evidenti. Tale sviluppo, nel caso italiano, trova la sua ragione principale nell’intreccio virtuoso determinatosi tra partito comunista, avanguardie sindacali di classe e nuovi movimenti, con una capacità unitaria di trascinamento anche di settori meno radicali. Oggi siamo al punto di proporci uno sciopero europeo contro la guerra, manifestazioni contestuali e di massa per il 15 febbraio nelle principali città europee (e domani, chissà, anche in altri continenti) e possiamo credibilmente proporci l’obiettivo della costruzione di un nuovo Movimento mondiale della pace (che giustamente la relazione indica come la priorità assoluta della nostra iniziativa): che sappia coinvolgere popoli, movimenti, partiti, sindacati, governi, Stati (novecenteschi e non). L’iniziativa di Praga, che va maggiormente valorizzata, ne è un passaggio importante, soprattutto per il coinvolgimento dell’Europa dell’Est e dei Balcani, dove vive la metà dei 700 milioni di europei ("l’Europa" non è solo l’Unione europea). Tutto ciò viene colto assai bene dai fautori della guerra, e l’arresto gravissimo dei 20 compagni del Movimento (cui va la nostra piena solidarietà) è una contromossa di una regia che va ben oltre i confini nazionali. Vi sono per tutti motivi di nuova riflessione: anche per chi, sottovalutando contraddizioni geo-politiche ed interimperialistiche, mai avrebbe immaginato un tale contrasto tra Usa e Germania sulla guerra all’Irak; o per chi mai avrebbe pensato che nel "popolo di sinistra", nei partiti del centrosinistra, nei sindacati, avrebbero potuto manifestarsi contraddizioni e spinte progressive, lotte sociali e di opposizione alla guerra, a partire dai due scioperi generali e dalla mobilitazione eccezionale di milioni di lavoratori (sui quali il nostro partito riesce ad esercitare un’influenza ancora troppo marginale, e dobbiamo chiederci il perché).

Siamo tutti d’accordo con l’esigenza di costruzione di una "rete" ben coordinata di forze di sinistra alternativa (politiche, sindacali, culturali, di movimento), a condizione di bandire ogni ipotesi organizzativa che comporti "cessioni di sovranità" del Prc ad altri e una diluizione della piena autonomia politica, organizzativa e identitaria (comunista) del Partito in un’altra formazione politica (che nessuno ci chiede nel Movimento, e che sarebbe oltretutto in contrasto con i deliberati congressuali). Evitiamo quindi accuratamente ogni riferimento improprio al modello organizzativo di Izquierda Unida spagnola, (calata elettoralmente negli ultimi anni dall’11 al 5%, al di sotto di molti partiti comunisti europei), dove l’autonomia del Pce si è sostanzialmente dissolta, con la scomparsa del simbolo comunista da tutte le consultazioni elettorali, l’assenza di gruppi istituzionali comunisti autonomi - dal comune al Parlamento europeo - e la cessione di sovranità ad "Iu" di quasi tutte le funzioni proprie di un partito. Facendo così del Pce più una corrente di Izquierda Unida, che non un partito dotato di piena autonomia di relazioni con la società e le istituzioni. Se fosse questa la nostra prospettiva, sarebbero guai seri.

Franco Turigliatto direzione nazionale

Abbiamo sottolineato la forza, la dimensione e il carattere permanente del Movimento che si è espresso a Firenze, ma contemporaneamente dobbiamo sottolineare la tenuta delle lotte operaie che si manifestano da un anno e mezzo (a Mirafiori nel 2002 siamo a 115 ore di sciopero, con un sacrificio pesantissimo per i lavoratori, per non parlare di quel che avviene a Termini Imerese). Senza la forza propulsiva generale del movimento contro la globalizzazione capitalista, le lotte operaie avrebbero avuto difficoltà a mantenersi in assenza di risultati concreti, ma lo sviluppo delle lotte del "vecchio movimento operaio", a sua volta, ha permesso un ulteriore passo avanti nella radicalità del movimento. A questa connessione il nostro partito, interno ad entrambi, ha lavorato positivamente. E’ certamente vero che il conflitto non ha potuto finora sconfiggere l’azione neoliberista del governo, ma la modifica dei rapporti di forza, deteriorati da anni di arretramenti, richiede un complesso accumulo di forza. Per questo anche la vicenda Fiat assume una valenza centrale: bloccare il piano Fiat costituirebbe una vittoria materiale e simbolica contro le politiche neoliberali, vittoria possibile solo attraverso una grande unità, tra l’insieme dei lavoratori, i territori e il movimento. Come è vero che l’esito della vicenda Fiat avrà ripercussioni importanti sul tentativo della Fiom, rimasta per ora sola anche nella Cgil, a uscire dalla politica della concertazione, con una piattaforma che si fa carico dei bisogni operai. La nostra proposta sulla Fiat rompe a due livelli con le politiche neoliberali: sul piano dell’intervento pubblico al fine di difendere un interesse collettivo, dei lavoratori e della collettività contro la logica del privato e dei profitti; sul piano della riconversione, per superare un modello obsoleto e distruttivo di mobilità, per un progetto compatibile ecologicamente e socialmente, costruendo un punto di vista unitario tra i lavoratori e i bisogni dei cittadini.

Loredana Fraleone segreteria nazionale

Contrariamente all’intervento che mi ha preceduto, sono convinta del fatto che il Movimento dei movimenti sia comprensibile solo dal suo interno, e che costituisca anzi non "un" ma "il" contesto nel quale si colloca tutto ciò che si oppone alla globalizzazione liberista. Anche l’attacco che sta subendo in questi giorni, con l’arresto dei venti compagni, dimostra come anche l’avversario non riesca a decifrarlo, pensando di poterlo contrastare in questo modo, di dividerlo con una provocazione. Vi è stato e vi sarà probabilmente in futuro il tentativo dall’esterno e dall’interno di dividerlo. Non so in futuro, ma per ora mi sembra che il Movimento sia unito su una questione che lo rende robusto, al di là delle specificità e delle parzialità dei segmenti che lo compongono: che da ovunque partano, insomma, essi riconoscano i bisogni fondamentali come diritti universali. In questo senso, sono veramente la manifestazione della crisi del pensiero unico, come veniva detto nella relazione introduttiva. Il problema che abbiamo davanti è dunque, semmai, quello di riuscire a leggerlo e interpretarlo ancora di più di quello che sappiamo fare oggi.

Le caratteristiche di questo Movimento, rintracciabile solo in parte in soggettività organizzate, sono tali da sfuggire alle tradizionali categorie della politica. Abbiamo persino il problema di individuare i molti soggetti che partecipano in quella dimensione, che abbiamo visto a Firenze, alle manifestazioni e poi sembrano scomparire, non essendo aggregati in nessuna delle organizzazioni, che hanno promosso la manifestazione. Abbiamo il problema di individuarli nella quotidianità, in cui pure è indispensabile lavorare, per quella costruzione dal basso di una piattaforma, che sia frutto di una sorta di laboratorio, che può affrontare i contenuti e i metodi di una politica per la trasformazione.

Piero Valleise segretario Valle D’Aosta

Il Cpn deve ringraziare in modo convinto tutte le compagne e i compagni per il lavoro svolto verso Firenze e nella campagna referendaria. Ancora una volta il partito ha risposto. Il Segretario dice che la cosa più sorprendente è stato ascoltare tanti giovani cantare Bandiera Rossa; sono certo che ciò sia dovuto anche al lavoro dei compagni nei Forum locali che hanno ben saputo interpretare Gramsci e l’egemonia. Da Firenze il partito esce rafforzato. Altre forze si stanno convincendo dell’attualità di una alternativa al sistema capitalistico. Possiamo fare crescere il partito, levandolo dalla precarietà del 5%, con la complicità di altre realtà anticapitaliste. La sinistra alternativa si declina in questa crescita, senza forzature organizzativistiche. Sgombrato l’equivoco del modello Izquierda Unida che ucciderebbe l’autonomia del Partito, è d’obbligo che tutti i dirigenti investano le prossime settimane a spiegare ovunque quale sia la proposta delineata dal Cpn. Moni Ovadia utilizza frequentemente la categoria degli "aspetti fantasmatici", significando timori che tornano. In un pezzo della nostra base e nei gruppi periferici tali timori sono costituiti dai passaggi della Bolognina e della scissione cossuttiana. Non vorrei che queste problematiche venissero liquidate frettolosamente. Bisogna provare, ora, a "forzare" qualche battaglia: indicare chiaramente le forze dell’Ulivo che riveleranno ulteriori avvitamenti guerrafondai, così come mettere in evidenza la posizione del centrosinistra sulla Fiat. Dobbiamo riuscire a stabilire una connessione forte tra pace e lotta per il lavoro, tutt’ora deficitaria. Una sconfitta alla Fiat potrebbe avere sul rinascente movimento operaio la stessa potenza disgregatrice della marcia dei quarantamila del 1980. I compagni nel sindacato debbono lavorare, allora, alla realizzazione di un grande sciopero europeo contro la guerra e per il lavoro. Pane e pace (art. 1 e art. 11 della Costituzione) furono parole d’ordine che lasciarono un buon segno nella storia, ritornano.

Marco Nesci resp. dip. Riforma dello Stato-Legislativo

Condivido la relazione di Bertinotti, soffermo la mia attenzione su un solo punto, anche in ragione del ruolo che svolgo nel partito: la democrazia. E’ in atto l’ennesimo violento attacco, gli arresti dei compagni e delle compagne hanno capi d’imputazione ridicoli e assurdi, di enorme pericolosità, oltre a quelli qui citati da Russo Spena, segnalo quello secondo cui lavorare per sovvertire l’ordine economico costituito è reato e quindi la stessa lotta al liberismo sarebbe fuorilegge. Ma il clima è inquietante in senso più generale basta pensare che è stato sufficiente scrivere un articolo su presunti finanziamenti genovesi ad Hamas, per far sequestrare l’intera redazione di un quotidiano genovese. Straordinaria Firenze e la richiesta di partecipazione lì emersa. Siamo obbligati ad una accelerazione del processo di innovazione voluto dal Congresso, da qui il contributo che può dare il mio Dipartimento. La richiesta di partecipazione rispetto ai processi di riforma ordinamentale europea e nazionale, la volontà di riaffermare i diritti come inalienabili e non trattabili, la radicalità forte che non delega, la richiesta di unitarietà interna al movimento, rilanciano un protagonismo giovanile che è già un enorme fatto politico.

Il PRC che è uno dei soggetti del movimento non deve né chiedere né imporsi come "referente istituzionale", anche perché ognuno di noi sa e lavora o dovrebbe lavorare cosciente di questa internità. Le trasformazioni ordinamentali in corso in Europa, in Italia, nelle regioni, devono misurarsi con il protagonismo sociale visto a Firenze. Il nostro lavoro deve inequivocabilmente caratterizzare in questo senso tali processi attraverso un unico asse fondativo: dalla carta costituzionale europea all’opposizione del processo federalista in Italia, ivi compresa la formazione degli statuti regionali. La risposta, alle istanze partecipative poste a Firenze, può essere accolta attraverso la formazione di un forum nazionale sulle tematiche costituzionali e dei diritti che veda un processo di discussione territoriale diffuso e articolato a partire dalla stessa elaborazione degli statuti regionali. Deistituzionalizzare il dibattito significa sottrarlo alla esclusività di una classe dirigente totalmente subalterna al pensiero liberista.

 

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