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Comitato Politico Nazionale 16 e 17 novembre 2002 |
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Con il movimento sulla strada dell’alternativa |
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Sintesi delle conclusioni del segretario nazionale Fausto Bertinotti |
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Care compagne e cari compagni, la discussione di questi due giorni ha prodotto un avanzamento. Mi pare che questo sia dovuto alla nostra capacità di essere dentro al movimento. Questo si riscontra anche per quanto riguarda la minoranza congressuale. L’andamento delle manifestazioni che ieri (sabato per chi legge, ndr) si sono tenute per la libertà dei compagni arrestati confermano la nostra analisi. La reazione è stata ben diversa da quella che sarebbe potuta accadere negli anni 68-69. Non abbiamo avuto né la spirale repressione-violenza-repressione, né una reazione puramente difensiva. Anzi assistiamo ad un allargamento del fronte, come dimostra la connessione con Termini Imerese e in generale con le lotte del Mezzogiorno.
Clima di guerra
Questa repressione per quanto grottesca non è comunque una scheggia impazzita ma sta dentro un’ispirazione precisa. E’ il clima di guerra che sovrasta tutto. A Genova c’era una regia internazionale, a Cosenza no, ma tutto è in quel clima. Assistiamo ad una riapplicazione della vecchia dottrina della Trilateral degli anni Settanta che parlava della necessità di spegnere l’eccesso di richiesta di democrazia rispetto alla tolleranza del sistema. Anche chi nelle classi dirigenti non vorrebbe né la guerra né una repressione così plateale finisce per adattarsi. Non a caso questo avviene al Sud, un luogo particolarmente esposto alla crisi e all’ingovernabilità, ove la repressione acquista quindi un particolare significato. Ma dobbiamo evitare l’equazione Berlusconi=repressione, troppo facile, ma sbagliata perché ci farebbe perdere l’esatta dimensione del processo in corso. Invece noi dobbiamo concorrere a conferire la giusta dimensione politica alla battaglia per la liberazione dei compagni e mi pare che siamo sulla buona strada per farlo.
Una società diversa
Qui tra noi è avvenuta una discussione sul movimento che ha avuto toni e contenuti largamente comuni. Questo movimento, sia chiaro, non è ancora il nuovo movimento operaio, ma dopo Firenze può diventarne il movimento costituente. Infatti è davvero straordinario che un assemblea di sei-settemila persone si alzi al canto di “Bandiera Rossa” che pure non è precisamente la colonna sonora del nuovo movimento. Ha ragione Walden Bello quando dice che questo nuovo movimento allude con sempre maggiore intensità ad una società diversa. Questo però richiede l’elaborazione di una strategia della trasformazione. Questo movimento propone una propria cultura, in cui non vi è separazione fra etica e politica. Così rinasce il concetto di rivoluzione.
Il metaprogramma
Dobbiamo evitare ogni fraintendimento, cioè dobbiamo uscire da una concezione totalizzante tanto del partito quanto del movimento. Facciamo un esempio: la questione del programma. Tradizionalmente questo ha avuto una sua dimensione intermedia. Al contrario questo movimento sembra lavorare sugli estremi, su ciò che può essere definito metaprogrammatico. La sua riflessione muove dalla denuncia degli effetti. Da lì risale alle cause: è proprio il percorso tipico degli oppressi. Tutto questo per noi è un problema o un’opportunità? Penso la seconda cosa. Teniamo conto che questa mutazione avviene dopo la crisi della sinistra e la virata liberista. Riflettiamo sul fatto che il movimento operaio ha sempre avuto un rapporto complicato con la definizione del suo programma. L’ultimo esempio che si conosce in Italia è il famoso “programma a medio termine”, la cui moderazione è nota e che accompagnò il declino del Pci. Se andiamo indietro nella storia troviamo la famosa definizione di Engels, per cui il programma è una bandiera issata sulla testa della gente, ossia idee semplici ma forti, e si riferiva allo sciopero mondiale per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere. Poi nella seconda internazionale si pensò a un programma massimo e a uno minimo; nella terza internazionale si pose il dilemma del rapporto fra un programma antifascista e quello successivo della trasformazione; nel dopoguerra italiano la condivisione del programma diventa il metro per l’adesione al partito, che viene così deideologizzata, ma nondimeno il programma appare difficilmente realizzabile. Nell’ultimo grande ciclo delle lotte operaie e studentesche della fine degli anni Sessanta e della prima parte degli anni Settanta viene messa in discussione la neutralità della scienza e quindi del programma, mentre si sottolinea la centralità del conflitto sociale. Pur nelle differenze, che non sono poche, oggi quella lezione viene recuperata: rivive nella critica alla logica delle compatibilità, nell’assunzione dell’idea di un altro mondo possibile. Il no alla guerra e il no al liberismo costituiscono le basi per la definizione di un programma della trasformazione. Questo movimento ripropone con forza il tema del feticismo della merce e della natura alienante del potere.
Obiettivi diversi
In questo senso parlo di un movimento autocentrato, che definisce un proprio modo di essere. Per noi alcuni obiettivi sono importanti per incidere nei processi materiali. Ma la stessa cosa non avviene per il movimento. Questo movimento non è indifferente ai risultati, ma questi non sono determinanti per la sua crescita. Esso avanza anche se arretrano le condizioni sociali. Anche se i risultati concreti - che certo sarebbero auspicabili - sono stati fin qui assai pochi. Si può dire che lo stesso valga ora anche per i metalmeccanici. Insomma siamo di fronte al superamento del classico paradigma contrattuale-rivendicativo con cui un tempo i movimenti stabilivano il loro concreto modo di essere. Avviene, in assenza di un risultato concreto, una sorta di supplenza politico-culturale. Naturalmente non dico affatto che l’ottenimento di obiettivi non sia importante, ma che questo non è una condizione indispensabile per l’attuale crescita del movimento.
Alterità alle destre
Questo movimento manifesta una chiara alterità nei confronti del governo Berlusconi, ma non si pone immediatamente di cacciare l’attuale governo. Questo non significa che è indifferente al tema, ma che se lo pone in altri termini. Per il movimento, e giustamente, la sconfitta delle destre può essere solo frutto di un processo ben più profondo. Dobbiamo naturalmente approfondire il dibattito sullo stato delle destre: non vi è crisi ma certo rilevanti difficoltà. Ritengo perciò che la questione della sconfitta di Berlusconi non possa essere lasciato più ai termini naturali della legislatura ma che possa essere fin d’ora messa a tema, pur senza trasformarla in una immediata parola d’ordine. Ma detto questo, che è una considerazione che siamo obbligatoriamente chiamati a fare come forza politica, perché alcuni considerano un limite del movimento, quello di non porsi il problema immediato della cacciata del governo, mentre per il sindacato questa critica appare impossibile? Il sindacato dei consigli nei suoi anni migliori produsse grandi trasformazioni effettive, senza peraltro chiedere la caduta dei governi. Perché mai chiedere questo al movimento? Penso sia sbagliato farlo, ecco quello che intendevo dire quando dicevo che non bisogna giudicare partiti e movimenti con lo stesso metro.
Una nuova politica
Nell’esperienza del femminismo vi è stata una fruttifera critica alla separatezza della politica. Ora dobbiamo definitivamente liberarci da una concezione gerarchicamente lineare dell’ordine di importanza dei soggetti sociali. Il movimento scardina le antiche concezioni piramidali. All’immagine del grattacielo viene sostituita quella del villaggio. L’orizzontale prevale sul verticale. Perciò penso che l’intuizione congressuale, quella di spostare il baricentro della politica verso la società, sia stata feconda. Non possiamo fare come è successo nel ’68-’69: allora quel movimento non fu colto nel suo significato dalla sinistra, a volte da questa è stato accompagnato, ma sempre debilitando la sua radicalità.
Pace, sciopero europeo
E’ in atto una crisi di consenso del centrodestra e contemporaneamente una crisi che consideriamo benefica nel centrosinistra. Per affrontare le opportunità che derivano da entrambe la politica deve sapere mettere in discussione se stessa. Faccio un esempio che credo rilevante. La battaglia politico-culturale per giungere ad uno sciopero europeo per la pace può segnare un passo decisivo in questo campo. Per questo deve diventare un tema costante nell’iniziativa del nostro partito. Il tema della Convenzione europea, se la trattiamo fuori dal circolo degli addetti e degli esperti, può diventare una battaglia perché l’Europa affronti il tema della sua costruzione democratica. Oggi questa Convenzione però vede un arretramento drammatico rispetto alle migliori costituzioni europee. Prevale per ora una visione tecnocratica, di pura regolazione dei rapporti tra le diverse istituzioni europee. Dobbiamo domandarci se la costruzione di una sinistra alternativa europea sia possibile e necessaria. Penso di sì, non è certo un lusso. Vi è una crisi delle socialdemocrazie e dei tradizionali partiti comunisti cui bisogna fare fronte. Per questo proponiamo in modo realistico di costruire un nuovo soggetto politico europeo del quale il Prc sia un protagonista importante e decisivo. Per spiegare quanto ciò sia necessario ritorno ad un esempio. Quando la Cgil fa uno sciopero da sola e questo riesce, vuole dire che sa interpretare la volontà dei lavoratori. Ma non solo, vuole anche dire che ha la forza necessaria per farlo. La stessa cosa noi dobbiamo fare a livello europeo per quanto riguarda le forze della sinistra d’alternativa.
Unità e radicalità
In questo modo dobbiamo raccogliere quella domanda di unità e di radicalità che emerge dal movimento e di cui abbiamo parlato nella relazione introduttiva e nel dibattito. Si può fare mettendosi in sintonia con il movimento. Qualcuno afferma che l’esperienza di Izquierda Unida ha delle difficoltà. Vero, però questa formazione ha anche raggiunto il 12 per cento dei consensi elettorali. D’altra parte altri partiti come il partito comunista francese o la Pds tedesca sono in una crisi profonda pur non avendo dato vita a esperienze unitarie di quella natura. Questo ci dice che non dobbiamo tanto indicare modelli organizzativi, quanto lanciare e perseverare in un’idea di dare vita e struttura ad un arcipelago di forze anche diverse tra loro per opinioni e natura organizzativa, che però insieme perseguono e praticano una politica di alternativa. Dopo Firenze questo progetto va incoraggiato senza indugi.
La sfida
Dobbiamo però sconfiggere una posizione che ci sfida e che è presente anche nel movimento. Questa riconosce l’esistenza e la validità del movimento, mentre, per così dire in alto, si propugna un regime di alternanza. Ovvero predica la radicalità nel movimento e la moderazione nel cielo della politica. Qui vi è il rischio di spezzare l’unitarietà e il pluralismo del movimento. In questo modo vi è il pericolo di negare alla politica il suo carattere di trasformazione della realtà esistente e allo stesso tempo di emarginare le ali più radicali del movimento. Questa posizione non può certo essere sconfitta soffocandola o negandola, anche perché essa costituisce pur sempre un tentativo di fuoriuscita dinamica dalla crisi della sinistra moderata. Qui non va praticato lo scontro frontale, ma la sfida egemonica. Per condurre quest’ultima bisogna che le forze in campo tendano almeno ad essere di pari forza. Ecco perché è necessario e urgente dare vita ad un’ampia forza della sinistra di alternativa. Si tratta di un processo complesso, nel quale vi è un compito specifico del nostro partito.
Le lotte
Vi sono specifici terreni sociali su cui misurare questo impegno. Quello della riunificazione delle forze del lavoro. La questione del precariato assume oggi forza e importanza analoghe a quelle che ebbe l’intervento nelle grandi fabbriche, come Mirafiori trenta o quaranta anni fa. Quello della battaglia contro la finanziaria, che ci dà modo di allargare i temi dello scontro e di parlare al Sud del paese. Quello della difesa del lavoro alla Fiat. Non proponiamo solo un ritorno al keynesismo, all’intervento tradizionale dello stato, che peraltro in questo paese ha prodotto grandi fatti, dal piano Senigallia, all’Iri, per fare solo pochi esempi. Chiediamo la modificazione e l’innovazione dell’oggetto stesso della produzione, dell’organizzazione del lavoro. Poniamo una questione di proprietà e di potere decisionale. Un tempo parlare della Fiat voleva dire parlare della questione operaia, oggi significa immediatamente parlare di una grande questione sociale, che riguarda i lavoratori in senso stretto, il movimento, le donne, i giovani, i precari e i lavoratori delle piccole imprese dell’indotto, i territori circostanti, gli immigrati. Proprio per questo non ha senso parlare di occupazione delle fabbriche, perché questa restringerebbe il campo al minimo denominatore comune, restringendo il campo della lotta e dei soggetti in essa implicati.
Democrazia partecipata
La battaglia per l’estensione dell’articolo 18 e per gli altri referendum diventerà centrale in questa visione e per questo la dobbiamo difendere da ogni tentativo, qualora venisse, di scipparla. Questo tema ci conduce ad un altro grande argomento, quello della democrazia. Anche in questo caso la difesa ha successo solo se si propone un allargamento della stessa. Riproponiamo il tema delle forme della democrazia rappresentativa, anche ribadendo la nostra opzione proporzionalista in materia elettorale, ma insistiamo sulla necessità di una democrazia partecipata, di cui ci ha parlato con forza Porto Alegre.
Il partito
Ho sentito dire che dopo il congresso sarebbero avvenuti degli strappi nei rapporti interni al partito. Non mi pare in ogni caso questo il tratto più rilevante. Invece dobbiamo vedere l’ingresso nei gruppi dirigenti di donne e giovani che hanno portato in avanti la qualità del nostro dibattito e della nostra azione. Oggi abbiamo un gruppo dirigente che si è formato nell’esperienza del movimento. Questo è il tratto essenziale a cui guardare. D’altro canto la strada che abbiamo scelto dal punto di vista della vita interna non è facile. Evitare tanto il centralismo democratico quanto l’organizzazione sclerotizzata in correnti richiede capacità e esperienze innovative. Non temiamo perciò né disagi, né errori, ma ci impegniamo a superarli e a correggerli. Domandiamoci con semplicità ma in modo vero: chi ha fatto la campagna per i referendum? Chi ha contribuito a costruire l’appuntamento di Firenze? Chi ha dato vita alle feste di Liberazione? Rispondiamo a queste domande e vedremo il modo giusto di costruire il gruppo dirigente in una reciproca fluidificazione fra partito e movimento. Come sempre la pratica diretta è un elemento essenziale della nostra autoriforma. Continuiamo su questa strada perché la direzione è quella giusta.
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