CPN 15-16 settembre 2001

«Dopo Genova e dopo New York nulla sarà come prima»

La replica di Fausto Bertinotti

 

 

Care compagne e compagni, viviamo un momento assai drammatico in cui la guerra si fa più prossima e più probabile. E’ persino una cosa difficile da dire, ma il discorso pronunciato da Bush ieri non lascia molte speranze, poiché annuncia una generale chiamata alle armi, promette sacrifici, disegna un quadro di una guerra di lunga durata. I rischi si fanno più pressanti, ma attorno a noi si moltiplicano manifestazioni di incredulità, che in fondo voglio considerare come una sana reazione a un incubo. Già il quadro politico risulta però deformato dalla probabilità dell’avanzare della guerra. Tutto questo costituisce una sfida alla capacità del movimento a reggere a questo urto.

 

Un pesante mutamento di clima

 

Questa nuova temperie influenza gli atti e le pratiche di governo. Ne è un esempio il varo del disegno di legge sull’immigrazione, che è come un ponte levatoio che si alza per interrompere i contatti con il mondo; oppure ai provvedimenti che si annunciano sulla totale liberalizzazione del mercato del lavoro che intendono sconvolgere le residue forme di tutela del lavoro dipendente.

In questo quadro il cambio di clima è pesante tutto è più difficile, ma sarebbe un errore esiziale attenuare il senso del nostro rapporto con il movimento antiglobalizzazione. Sarebbe un errore per noi e per il movimento per la pace.

 

La lotta contro due fondamentalismi

 

Il movimento, lo abbiamo già detto, ha una stretta relazione con la crisi del processo di globalizzazione, cui sono connessi i venti di guerra. Sia il terrorismo che la guerra sono due espressioni di debolezza, di crisi dei fondamentalismi che covano forme estreme e non necessitate di violenza come ultima spiaggia. Per queste ragioni il no alla guerra è in stretta connessione con lo sviluppo del movimento. Nello stesso tempo penso che non ci possa essere un’efficace opposizione alla guerra senza una critica di massa alla globalizzazione. 

Dal punto di vista analitico dobbiamo registrare che non c’è un’opposizione dei grandi Stati alla scelta della guerra. Lo stesso richiamo all’Onu, al suo ruolo tanto calpestato, spesso serve solo per condizionare non per impedire lo svolgimento della guerra. Ma queste contraddizioni possono essere sollecitate se nel mondo cresce un movimento di massa di opposizione alla guerra. 

E’ significativa a questo riguardo la presa di posizione della chiesa cattolica, che è conseguente con il suo atteggiamento critico nei confronti della globalizzazione.

Perciò dobbiamo e possiamo compiere un’ambiziosa operazione politico e culturale. Dobbiamo allargare lo schieramento a tutti quelli che si oppongono alla guerra. Dobbiamo farlo agendo su due terreni, da un lato allargando l’opposizione alla guerra, dall’altro lato, e contemporaneamente, aumentando la capacità del movimento di allargare le contraddizioni nello schieramento che pur non opponendosi direttamente alla guerra stessa manifesta un evidente disagio nei suoi confronti.

Questa nostra battaglia diventerà la bussola del nostro agire politico nei prossimi mesi.

 

Il nostro netto giudizio sul centrosinistra

 

Nel nostro dibattito c’è stata una larga area di consenso attorno a questa prospettiva. Vi è stato un allargamento dei contributi all’interno di questa linea ed anche una qualificazione qualitativa del consenso. Resta un dissenso strategico da parte della minoranza congressuale, che però non ha cancellato una convergenza sull’analisi comune di un disgelo dei movimenti.

Fermo restando che neppure la prospettiva terribile della guerra può e deve bloccare la possibilità di esprimere al nostro interno un dissenso, vorrei però osservare due cose.

La prima: cerchiamo di evitare fraintendimenti tra di noi. Il nostro giudizio sul governo di centro-sinistra rimane nettissimo. Abbiamo addirittura parlato di fine di un ciclo (quello rappresentato dai fasti dell’asse Clinton, Blair, Schroeder, D’Alema), di un fallimento strategico e di una individuazione della genesi del medesimo. A ciò va aggiunto che il nostro senso del ridicolo esclude che noi possiamo pensare ad una sorta di privilegio dei rapporti o con la Margherita o con i Ds.

E’ vero che nella mia relazione vi è stato poco spazio per un’analisi delle forze politiche e sindacali. Non si è trattata di una dimenticanza, ma di una scelta. Naturalmente non trascuriamo l’attenzione nei confronti di queste forze, ma il centro della nostra attenzione è attratto dal rapporto tra il partito e i movimenti, sia ai fini della costruzione di una sinistra di alternativa che di una sinistra plurale.

Sono d’accordo con i contributi che qui ci hanno fornito compagni impegnati nel movimento sindacale, quando hanno sottolineato che anche la battaglia interna alla Cgil dipende dai rapporti con i movimenti. Non è un caso che l’opposizione all’accordo che si profila in Lombardia tra Cgil, Cisl e Uil diventa più larga del tradizionale schieramento della sinistra sindacale.

Questo non significa che viene meno l’attenzione nei confronti del partito da parte nostra; al contrario è tutto il partito che deve essere spinto ad un rapporto con i movimenti. Anche il nostro ruolo nelle istituzioni ad ogni livello va visto e organizzato in relazione alla crescita dei movimenti.

Dunque non dobbiamo marginalizzare il dissenso, ma dobbiamo invece approfondire seriamente la discussione tra di noi senza confusione.

 

Il terrorismo e l’autonomia del politico

 

Non credo che la coppia guerra-terrorismo possa essere scongiurata solo con una lotta alle ingiustizie sociali. Lo dico non solo per l’evidente ragione che l’ampiezza dello schieramento possibile contro la guerra trascende quello contro le ingiustizie sociali, ma perché la semplificazione del fenomeno del terrorismo in un meccanico rapporto tra causa ed effetti ha già portato ad errori micidiali. Il terrorismo ha le sue radici nel fondamentalismo (nello stesso tempo non tutti i fondamentalismi producono il terrorismo, e dunque bisogna sempre sapere distinguere), alla condizione però di considerare il terrorismo come rischio permanente ed immanente in ogni sistema compatto di pensiero. Ma perché dal rischio si passi alla realtà bisogna che il progetto terroristico maturi nella sfera dell’autonomia della politica.

Quando parlo di pensiero compatto mi riferisco sia a quello ideologico che a quello religioso. Anche in noi vi può essere un rischio di condiscendenza verso il terrorismo. Persino per gli illuministi questo rischio era forte e divenne realtà (si pensi al terrore giacobino). Questo rischio può diventare realtà tutte le volte che si riduce la politica all’ideologia, l’ideologia a fondamentalismo, l’avversario a nemico da distruggere. Il terrorismo è un’arma contro i nemici considerati come disvalori. Penso quindi che dobbiamo contrastare il terrorismo in nome di una nostra concezione dell’umanità, alla quale concorre la prospettiva del comunismo come liberazione dell’uomo. In questo senso il valore della vita umana è affermato e recuperato nel concetto essenziale della liberazione. Ho molto rispetto di opinioni che sono emerse anche in questo dibattito, ma ribadisco che la ricerca sulla non violenza è decisiva per costruire “una nuova arma” contro la società capitalista.

Dobbiamo perciò saper connettere lo sviluppo del movimento antiglobalizzazione con lo schieramento contro la guerra. Vorrei fare a questo riguardo una piccola digressione. I più anziani tra noi ricordano la grande stagione di quel movimento negli anni Cinquanta, che venne chiamato i Partigiani per la pace. In quel movimento era ben presente l’esistenza di una contrapposizione nel mondo tra due blocchi, cioè il nesso tra la pace e la struttura del mondo era assai chiara. In un certo senso dobbiamo oggi ribadire, in una condizione del tutto mutata, il nesso che esiste tra guerra e globalizzazione.

 

Il ruolo dell’Onu, pur sotto schiaffo

 

Riprendendo le osservazioni sul nostro dibattito, vorrei avanzarne una seconda. L’Onu è per così dire sotto schiaffo. Eppure noi dobbiamo ribadire il ruolo dell’Onu come alternativo a quello della Nato. Solo l’Onu è in grado con la sua azione di svelare la contraddizione che esiste tra nord e sud del mondo. Solo il ruolo dell’Onu può contrastare compiutamente quello del G8. Per questo la richiesta che sia l’Onu e non la Nato ad assumere la lotta al terrorismo diventa decisiva. E sia chiaro, mi riferisco ad un ruolo nei confronti del terrorismo sia di carattere analitico sulle sue cause che sul piano direttamente repressivo.

 

L’umanità e il processo di liberazione

 

Chiedo a tutti quanti una riflessione su questi due punti, perché essi potrebbero aiutare alla lotta contro la guerra, perché ci permettono di assumere il concetto di umanità non come un indistinto, ma come quello di una umanità che attende un processo di liberazione, il quale costituisce una causazione materiale ed ideale verso un ordine nuovo che bandisce la guerra.

Perciò non temo alcun pericolo di scivolare dalla politica all’etica. In realtà nei momenti più drammatici vi è sempre una connessione tra queste due grandi dimensioni del pensiero e dell’agire umano, in ogni caso tutte le volte che il destino dell’umanità è in questione.

Quest’ultimo è messo in discussione dal fondamentalismo del mercato e da quello religioso. Non si tratta di due fenomeni identici, ma asimmetrici. L’uno, quello religioso, è totalizzante, si presenta come un soggetto unitario e compatto e come tale si propone sulla scena del mondo e quando si fa stato schiaccia la società civile con una logica di puro dominio. Per questo può essere contrastato solo dall’esterno.

L’altro, il fondamentalismo del mercato, nasce in una società complessa, si manifesta come pensiero unico, come un sistema a-democratico, ma può essere combattuto dall’interno sviluppando forme di democrazia diretta, coniugando gli ideali della libertà e dell’uguaglianza. Proprio qui sta la connessione con il movimento antiglobalizzazione, il cui contenuto etico è fin troppo evidente.

 

Quale tipo di guerra si sta preparando?

 

C’è dunque la possibilità di una nuova guerra. Che natura avrà? Sarà una guerra civile mondiale? Gli stessi termini sono incerti. Credo che sarà l’una e l’altra cosa insieme. Certamente è guerra per chi la proclama. Basti pensare al ruolo della Nato, alla chiamata alle armi, al ruolo degli eserciti nelle forme più tradizionali, all’idea di violare i confini di altri stati, di scagliarsi contro altri sistemi militari. E’ invece guerra civile per l’indistinto carattere del nemico dichiarato che non può essere contenuto entro confini individuabili.

Dobbiamo quindi approfondire, ma intanto penso che descrivere questa come la prima guerra della globalizzazione sia una buona definizione, così come la guerra nei Balcani fu la guerra costituente di un nuovo ordine.

 

Per una cultura della pace e del dialogo

 

Se è così, la pace può essere ricercata solo nella prospettiva di “un nuovo mondo possibile”. Da qui si configura l’avversione alla guerra e al terrorismo. Il terrorismo è nemico di un nuovo mondo possibile. Dobbiamo quindi saper sviluppare una solidarietà attiva nei confronti dei punti più drammatici di crisi della pace, come ad esempio nei confronti della questione palestinese. Dobbiamo saper sviluppare una cultura del dialogo, ed è interessante la proposta qui fatta di comporre una pagina di “Liberazione” in lingua araba. Penso che dovremo presentarci con materiali di propaganda davanti a moschee, chiese, sinagoghe. Dobbiamo saper tornare alla grande suggestione del movimento comunista, che è sempre stata quella di saper parlare a tutti.

 

La dottrina e il “prepolitico”

 

Il movimento antiglobalizzazione è il luogo giusto per allargare e potenziare la cultura della pace. Sono contento che sia condivisa l’analisi secondo la quale in questo movimento vive un anticapitalismo latente. Infatti tra le molteplici culture che animano il movimento, ce n’è una che contagia tutte le altre, ed è quella anticapitalista che è ulteriormente sottolineata dalla crisi del processo di globalizzazione. D’altro canto anche la crescita della coscienza di classe, così come si è manifestata in più di cento anni di storia del movimento operaio, ha sempre subito delle accelerazioni ed è stata in relazione ai processi di crisi del sistema che voleva contestare. I movimenti, compreso quello sul terreno sociale, erano sempre prepolitici e coloro che detenevano gli elementi del rapporto tra la dottrina e l’esperienza producevano un intervento nei confronti di quei movimenti. Questo è stato anche uno schema valido per il passato, e già allora non privo di rischi. Ma noi oggi siamo per questo schema o per un altro? La mia risposta è chiara: noi non siamo la dottrina e i movimenti non sono prepolitici. Questo modo di pensare è diventato vecchio da quando è cambiato il potere, la sua struttura e la stessa attesa di potere da parte dei movimenti. Per questo noi anziché essere coscienza esterna dobbiamo essere un elemento contaminante e contaminato dai movimenti. 

Naturalmente per farlo bisogna avere un’identità. Ma queste vecchie concezioni derivavano da una sorta di determinismo, per cui la crisi del capitalismo determinava essa stessa il suo superamento e la certezza della vittoria. Ma se invece noi concepiamo, come è più corretto fare, il comunismo come possibilità, che deriva concretamente dalle contraddizioni delle società che lo precedono, ma non rappresenta lo sbocco obbligato e certo, non si può più ragionare, come prima si faceva, di portare dall’esterno la coscienza ai movimenti.

 

Il Partito e il movimento

 

Come stiamo nei movimenti? Ci stiamo come partito? Certamente, ma dobbiamo sapere se siamo dentro un’esperienza nella quale anche noi cresciamo, concorrendo a determinare un progetto di trasformazione. Così ci siamo comportati fino a Genova. Non siamo mai stati delle “mosche cocchiere”. Abbiamo detto la nostra, ma abbiamo saputo accettare la risultante di una discussione, precludendoci in partenza la possibilità di rotture in ragione di un investimento strategico sul movimento. Per questo noi siamo nel movimento, e ci siamo come in quanto partito comunista. Riproponiamo le nostre ragioni e le nostre analisi: la questione della natura del capitalismo, il problema del potere, i destini dell’umanità. Non proponiamo affatto uno scioglimento del partito nel movimento, ma una modalità diversa ed innovativa del suo rapporto con esso.

 

L’“anticapitalismo latente”

 

Tutto ciò ha un rapporto con il nesso tra causa ed effetto. Si pensi a un’esperienza importante che venne condotta nel ’69, sul tema della salute, nella quale si è disegnato un rapporto originale e fondativo tra esperienza e scienza, nel senso che partendo dalle condizioni concrete di salute dei lavoratori si è arrivati a individuare le cause del loro malessere, delle loro malattie e di tragici incidenti in quella specifica organizzazione capitalistica del lavoro. In sostanza si è trattato di un procedimento di acquisizione di coscienza attraverso la partecipazione. E’ lo stesso che viene proposto su scala allargata dal movimento antiglobalizzazione. Questo è illuminato dalla esperienza della lotta di classe, del movimento delle donne sulla contraddizione di genere, della critica dei movimenti ambientalisti. Tutto questo dà ragione del carattere di anticapitalismo latente presente nel movimento.

 

La crisi economica in corso

 

Ora è necessario uno scatto nell’analisi dei processi di globalizzazione connesso con la prospettiva della guerra. Un esempio lo possiamo vedere nel tema del lavoro, nello scontro dei licenziamenti o sulla questione dei salari. Siamo di fronte ad una crisi economica, nella quale la bolla speculativa si congiunge alla crisi nel tessuto produttivo: ma che crisi è? Certamente una vera e propria crisi dopo un ciclo favorevole durato nove anni, una crisi di sovrapproduzione, una crisi di attesa di profitti, il verificarsi di un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto. Questo pone a tutti gli economisti diversi interrogativi. Nel capitalismo vi è stato un incremento di produttività generato da fattori di sistema, come fu nel passato ad esempio per l’introduzione dell’energia elettrica o delle ferrovie, per fare solo degli esempi, oppure si è trattato di un aumento ciclico, settoriale, che può essere riassorbito? Non si tratta di una questione tecnica, ma di dirimere una questione fondamentale che può determinare la scena dello sviluppo capitalistico. E c’è grande confusione su ciò. Le stesse banche centrali si dividono sugli interventi da compiere, se quelli indirizzati essenzialmente ad una stabilizzazione o a promuovere lo sviluppo. Diversi paesi europei non sanno come muoversi, e il mito delle esportazioni comincia a vacillare.

 

La nuova aggressione al lavoro

 

Tutto ciò determina contraddizioni acute che spingono le classi dirigenti ad aggredire nuovamente il lavoro, sia per quanto riguarda i salari, sia per quanto riguarda la residua stabilità del posto di lavoro. Anche in Italia è questo l’argomento al centro dell’attenzione e il governo può tentare uno sfondamento in base a quella terza ipotesi che citavo nella relazione introduttiva, e che consiste nel distruggere le strutture dell’intervento e delle solidarietà sociali, provocando conseguenze solo un poco differite nel tempo nei confronti della popolazione. Se noi quindi non producessimo delle grandi iniziative su questo terreno non riusciremmo nemmeno a reggere lo scontro sul tema della guerra. In Europa e in Italia dobbiamo e possiamo perciò stabilire una generale connessione tra la lotta sociale e il movimento. Intanto è necessario contribuire a radicare localmente le strutture del movimento, il quale non può muoversi solamente sulla base di parole d’ordine e di appuntamenti generali. Questi ultimi sono certamente importanti, mi riferisco alle manifestazioni di Napoli, alla marcia Perugia-Assisi, rispetto alla quale è necessaria una grande operazione culturale e politica, alla riunione della Fao, ma anche all’evolversi, dopo lo sciopero del 6 luglio della lotta dei metalmeccanici. Il tema della democrazia e dei diritti viene sollecitato in pieno dai metalmeccanici con la raccolta delle firme per un referendum sugli accordi contrattuali.

 

La manifestazione del 29 settembre

 

La nostra manifestazione del 29 settembre deve essere intesa come una parte integrante quanto le altre del processo di crescita dei movimenti. Non si tratta di uno sforzo di patriottismo di partito. Abbiamo parlato di costruire una piattaforma dell’opposizione. La scadenza del 29 deve portare un nostro contributo su questo tema, per evitare di farci schiacciare dalla coppia terrorismo-guerra. Se la parola d’ordine “via il governo Berlusconi” appare oggi inattuale, comincia ad essere evidente però che non siamo affatto di fronte ad una invincibilità delle destre. Anzi l’opposizione ha grandi potenzialità da sviluppare.

 

Sulla nostra vita interna

 

Anche per queste ragioni dobbiamo migliorare la nostra vita interna. Il nostro partito ha grande capacità di registrare, senza squilibri il dissenso; lo abbiamo fatto anche quando abbiamo subito una scissione. Per questo è ovvio che rispetto ogni diversità. Questo positivo atteggiamento deve essere ancora accresciuto garantendo una trasparenza del dibattito congressuale, valorizzando il consenso e facendo tesoro del dissenso. Il nostro congresso lo può e lo deve fare. Ovviamente si deve scegliere sempre una linea. Il documento che proponiamo qui, per un confronto anche all’esterno, è molto impegnativo, non è né sfumato né ambiguo. Con questo documento il gruppo dirigente sceglie una direttrice di marcia. Naturalmente il congresso è sovrano nelle sue decisioni. Ma questa è una scelta innovativa per la nostra cultura e prassi politica e così la voglio sottolineare ancora una volta.

  

Né centralismo democratico, né correnti

  

Sono stato accusato, in un passato non lontano, di essere un segretario incapace di compiere delle sintesi. In questo dibattito mi è stata invece rivolta la critica di essere reticente. Come si vede si tratta di due critiche tra loro contrapposte, ma che non si elidono affatto. Della prima colpa sono reo confesso, perché penso che se il partito fosse retto dalla regola del centralismo democratico, allora sì avrei il dovere di produrre costantemente una sintesi, ma poiché abbiamo deciso che quella forma di partito sia sbagliata, il dovere del segretario è quello della proposta esplicita e anche partigiana. Naturalmente ho il dovere anche di gestire decisioni su cui mi sono pronunciato in disaccordo, ma ciò deve essere fatto nella chiarezza delle reciproche posizioni. So bene che non devo operare  discriminazioni di posizioni politiche o di ruoli. Ma appunto per chiarezza ribadisco che qui, anche con questo dibattito, abbiamo operato uno spostamento a sinistra dell’asse del partito, collegato con una forte innovazione del suo modo di essere. Questa è la nostra grande sfida e questa viene portata avanti senza discriminazione alcuna. Non condivido perciò l’accusa di avere compiuto discriminazioni; anzi vorrei, se ve ne fosse, che mi venisse fatto un solo esempio di chi sarebbe stato emarginato per dissenso politico. Tutti hanno la possibilità di accedere al gruppo dirigente.

 

Per una migliore forma-partito

 

Dobbiamo però sapere che questo avviene in una ricerca ancora irrisolta della migliore forma partito. Noi siamo certamente fuori dal centralismo democratico, ma non abbiamo ancora definito un sistema alternativo. Stiamo procedendo attraverso un arricchimento delle nostre culture (e certamente la cultura di genere ci aiuta molto in questa direzione di ricerca). La stessa forma della strutturazione dei gruppi dirigenti è irrisolta. Al congresso dovremo prendere delle decisioni su questo terreno e non ho alcuna preclusione. Dico subito che accoglierò le soluzioni più trasparenti, naturalmente non nascondendo le mie idee al riguardo. Ad esempio sono contrario alla istituzionalizzazione delle correnti, perché irrigimentano le posizioni e dunque riproducono lo schema da cui vorrebbero uscire. Ma non farò mai le barricate se si deciderà di costituire delle correnti. Si vuole procedere per la costruzione di tendenze, cioè di aree di affinità culturale? Noi abbiamo diverse riviste che si riferiscono al nostro partito, e quindi sembreremmo deputati ad una formula di questo tipo. Possiamo anche costituire apertamente una convenzione tra il partito e le riviste. Insomma possiamo decidere con molta libertà, fermo restando che nella formazione dell’indirizzo politico ci deve essere sempre un prevalente e quello deve costituire la direzione di marcia del partito. 

Ma c’è una questione che non intendo accettare, perché altrimenti scadrei in una sorta di autoritarismo “ex catedra”. Non intendo attribuire a qualcuno il dissenso che non viene apertamente esplicitato. Lo stesso grado di dissenso è una scelta indisponibile di ognuno. Se uno vuole mimetizzarsi ha il diritto di farlo, anche se ciò mi può dispiacere. Posso fare un appello, e lo faccio, alla trasparenza, ma più in là non si può andare. Lì bisogna fermarsi per non aggiungere un guasto più grave. In sostanza io temo tanto la logica della cooptazione quanto quella dell’esclusione. Penso perciò che bisogna produrre delle tesi congressuali limpide, rispetto alle quali ognuno potrà dissentire nella misura che vorrà. Perciò dobbiamo produrre tesi chiare, eventualmente documenti alternativi, o parti o capitoli sostitutivi.

Inviterei soltanto ad evitare gli emendamenti “civetta”, cioè quelli puramente allusivi, dietro i quali si nascondono gli schieramenti, senza che ciò appaia chiaramente dalla lettura e dal significato di quanto viene scritto e detto. In sostanza ritengo che c’è un terreno che non è regolabile dalla legge o dagli statuti. E’ il terreno del costume politico. Per parte mia cerco di praticare un comportamento nel quale si esplicita la volontà politica. Ed anche la mediazione politica, quando viene fatta, deve essere esplicita (per esempio io non ho forzato volutamente ed esplicitamente alcune tesi politiche prima delle elezioni, perché era opportuno mantenere il massimo della compattezza possibile del partito in vista di quell’appuntamento vitale).

 

Una nota di ottimismo

 

Lasciatemi concludere, in questo momento così drammatico e tragico, con una nota di ottimismo. Il nostro giornale è in crescita significativa di vendite, direi dallo sviluppo del movimento antiglobalizzazione in poi. Mercoledì scorso “Liberazione” ha venduto 40mila copie. Questo avviene perché è in corso un accrescimento qualitativo, perché quel giorno il giornale è stato “preso”. Vorrei che fosse una metafora per il nostro partito. Solo che esso dovrebbe essere “preso” tutti i giorni, continuamente.

 

 

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