CPN 15-16 settembre 2001

Gli interventi del Comitato Politico Nazionale

 

 

 

GIOVANNI RUSSO SPENA

Direzione Nazionale - Deputato

 

Siamo impegnati in un’operazione politica di grande rilievo: una svolta a sinistra del partito che sceglie, come priorità, la costruzione del conflitto sociale, la ricostruzione di uno spazio pubblico, rompendo lo schema togliattiano del partito mediazione tra istituzioni e movimenti. Nello stesso tempo, mettiamo in campo una grande innovazione, politica ma anche teorica, nel rapporto tra partito e movimento.

Una innovazione che, diversamente dall’operazione classica, non è uno spostamento a destra della strategia. Noi stiamo rifiutando la doppia deriva: innovazione liberale o rigidità e conservatorismo. Scegliamo una linea innovativa, invece, rilanciando i temi del potere, della transizione, della rivoluzione. 

Condivido, quindi, l’impegno a cui ci chiama Bertinotti, di una profonda autoriforma del partito. Essa passa attraverso una maggiore trasparenza del dibattito e la costruzione di un partito capace di inchiesta e di lotta che lavori sulla contraddizione capitale-lavoro ma sappia far vivere i nessi contemporanei con il lavoro precario, interinale, intermittente. Ma anche un partito che viva se stesso come parte organica del movimento antiglobalizzazione. 

  

GIANNI ALASIA 

Presidente Comitato Regionale Piemonte 

  

Occorre continuità, se non vogliamo veder rifluire i grandi movimenti di Genova e dei metalmeccanici. Abbiamo vissuto altre stagioni esaltanti, che parevano irreversibili: in realtà, tutto è reversibile se non sposta equilibri economico-sociali e istuzionali. Da Genova e dai metalmeccanici è stato lanciato un messaggio unitario fortissimo, che coglie speranze, propensioni volontà di tornare a contare. Fra il movimento no global e gli operai c’è un interesse comune che però deve essere esplicito: non basta l’unità di base, serve anche la rottura di vertice. Sulla violenza: non facciamo confusione equiparando il terrorismo alla violenza, che non sono affatto la stessa cosa. 

Quanto al rapporto tra partito e movimento, sappiamo che nessuno “nasce”marxista: il marxismo va conqustato. E’ nella nostra storia aprirsi e trasformarsi. C’è bisogno di un’azione di massa, non violenta, forte sui contenuti, capace di allargare consensi e rispondere al tentativo di ghettizzazione. Infine: ho imparato che l’organizzazione può trasformarsi in burocrazia, ma che la disorganizzazione è la peggiore delle burocrazie, come diceva Gramsci. 

  

MILZIADE CAPRILI 

Direzione Nazionale - Coordinatore Organizzazione 

  

Ho apprezzato nella relazione di Bertinotti e nel documento alla nostra attenzione i caratteri nettissimi di innovazione e di grande apertura con la quale intendiamo affrontare il Congresso sino dal suo percorso iniziale. Come credo si debba accogliere la richiesta di una discussione tra di noi non cifrata. Se ci sono dissensi è giusto che siano espressi sino in fondo senza alcuna reticenza. Penso inoltre che il percorso indicatoci da Bertinotti si pone in connessione con atti politici come le modalità di rottura con il governo Prodi e con punti alti dell’elaborazione come il discorso di Livorno del 21 gennaio. In connessione ma in avanti. 

Per quanto riguarda il partito, riflettiamo insieme se non abbia avuto persino un’utilità pratica la nostra partecipazione al movimento, la preparazione delle molte manifestazione massimamente quella di Genova. Se cioè non si sia già determinato lì un elemento di rottura anche se parziale con pratiche da partito autoreferenziale. Allora forse quello di cui c’è bisogno non è un passaggio magari anche ardito ma una vera e propria rottura, uno strappo. Si tratta di mettere in ordine le tematiche che ci possono portare ad un cambio di passo generale: dalla composizione numerica degli organismi dirigenti alla diversificazione tra direzione politica e direzione operativa ma soprattutto l’innovazione deve riguardare la cultura politica. Dobbiamo considerare, infatti, come una componente decisiva del nostro progetto l’apertura del Partito ai movimenti, alle realtà vive del Paese, alle correnti critiche. 

  

DOMENICO JERVOLINO 

Federazione di Napoli 

  

Il progetto politico che è stato formulato nella relazione offre una prospettiva difficile ma necessaria per la costruzione di una sinistra alternativa. La resistenza di una forza comunista è stato il tema e il risultato dei nostri primi dieci anni di vita, ma di per sé non può bastare di fronte ai cambiamenti grandi e tremendi della fase politica: occorre una rifondazione vera che ora si intravede grazie anche alla presenza generosa di tanti nostri militanti, soprattutto giovani, nel movimento antiglobalizzazione. 

Questa presenza richiede di essere sostenuta anche da un forte impegno culturale ed educativo, nel senso che un partito deve essere anche la sede di un processo collettivo di autoeducazione. Che vanno cercate nel convergere di due prospettive: rinnovamento del marxismo critico e filosofia della liberazione, per poter ripensare il comunismo stesso come liberazione. Rifondare significa appunto mantenere le promesse non realizzate del passato. Se questa sarà la nostra cultura politica non solo noi potremo trasmetterla in uno scambio costruttivo con altre culture ai movimenti, ma nessuno più di noi si opporrà alla nuova barbarie che trionfa col disprezzo della vita altrui (e persino della propria). 

  

CLAUDIO BELLOTTI 

Direzione Nazionale 

 

Gli attentati di New York e Washington segnano la natura dell’epoca nella quale siamo entrati, un’epoca di conflitti anche sanguinosi, di fronte alla quale è del tutto sterile distogliere gli occhi. Ha pienamente ragione il compagno Alasia a distinguere tra violenza e terrorismo, e a ricordarci che non sempre e non in ogni condizione le lotte, anche quelle di massa, possono avere un carattere pacifico. 

Non condivido invece l’analisi di Bertinotti secondo la quale il terrorismo nascerebbe nella “sfera separata della politica”. In realtà il terrorismo nasce in primo luogo dall’oppressione sfrenata esercitata dagli Usa in tutto il mondo sottosviluppato e in particolare nei paesi arabi. Ma anche dal completo fallimento dell’Olp  e dagli inganni del cosiddetto “processo di pace” in Palestina, nonché dalla completa capitolazione di Arafat. Quanto all’attentato terrorista, se venissero confermate le illazioni dei servizi segreti Usa sulla responsabilità di Bin Laden, confermerebbero del fatto che il settore più reazionario - in ogni senso – delle classi dominanti arabe tenta di porsi alla testa del movimento delle masse arabe contro l’imperialismo. 

Il nostro obiettivo in questa fase deve essere quello di distinguere nettamente, rifiutare di confondere la solidarietà alle vittime di una violenza indiscriminata con la solidarietà all’imperialismo. Il richiamo all’Onu o a un presunto “Tribunale dei popoli” è una mistificazione 

  

ANTONIO MOSCATO 

Federazione di Lecce 

  

Ho apprezzato la relazione di Bertinotti. Non solo il giudizio netto sullo stalinismo, ma anche la critica del concetto di unità come “bene supremo” da perseguire ad ogni costo, sottolineando che in alcuni casi per ottenerla è necessaria la rottura. Aprire in questo modo il congresso non può che far bene al partito, il cui dibattito si è sviluppato in modo abbastanza distorto, a volte con “schieramenti di campo” con forzature pretestuose (sul libro di Revelli, poi nel dibattito su Genova). Ora è possibile centrare i problemi reali, soprattutto se saranno possibili contributi ed emendamenti che rendano trasparenti le differenziazioni nella maggioranza. 

Sul terrorismo, ho alcune perplessità su alcune reazioni. Non vorrei, come ha detto anche Alasia, che ci siano gli effetti nefasti che ci furono al momento della doverosa condanna della politica sciagurata delle Br. La nostra condanna deve essere ferma, ma condotta autonomamente, da sinistra, con i nostri argomenti, senza neppure la minima concessione al clima delirante di demonizzazione di ogni forma di lotta armata, comprese quelle più che legittime dei palestinesi.

 

ALFIO NICOTRA

Responsabile Pace

 

Dobbiamo dire non solo di essere contro la guerra ed il terrorismo, ma che solamente la pace sconfigge il terrorismo e solo essa può dare un futuro di sicurezza comune all’insieme del pianeta. I tamburi di guerra tolgono anche la parola al movimento che ovviamente non può tacere. La settimana di mobilitazione tra il 20 ed il 27 Settembre con la manifestazione antiNato di Napoli, la marcia Perugia-Assisi del 14 ottobre, devono diventare l’occasione per rovesciare come un guanto le argomentazioni del partito della guerra.

Il partito è stato positivamente trasformato dal movimento di Genova. Le critiche che dal nostro interno sono venute al Gsf mi sembrano ingenerose. Sulla questione della violenza voglio ricordare come il ruolo dei Giovani comunisti è stato straordinario nell’operare una opera di convinzione e di contaminazione portando alla disubbidienza civile settori del mondo giovanile che altrimenti avrebbero subito il fascino di ben altre suggestioni. Analogamente l’accusa al Gsf di non aver posto la contraddizione capitale-lavoro al centro della propria iniziativa è decisamente sbagliata. A Genova c’era tutta la sinistra sindacale (Fiom, sinistra Cgil, Cobas, Cub) e se guardiamo bene la composizione di quei 300 mila troviamo proprio quel mondo del lavoro disperso, flessibile e precario che la globalizzazione disperde, frammenta e atomizza.

 

ANDREA RICCI

Segretario Regionale Marche

 

Gli orrendi crimini di New York e Washington hanno radicalmente mutato lo scenario. Tuttavia, l’impianto del documento proposto per l’avvio del Congresso è ancora valido. I fatti di questi giorni dimostrano che i processi di globalizzazione capitalistica sono entrati in una fase di crisi e di instabilità che ormai investe direttamente la vita quotidiana, anche nel centro dell’impero. Essa assume caratteristiche nuove ed inedite, non comprensibili con le vecchie categorie interpretative: le stesse parole, terrorismo e guerra, risultano inadeguate a descrivere ciò che sta avvenendo. Tanto più povero di significato risulta allora descrivere l’attuale, drammatica situazione mondiale in termini di scontro tra blocchi imperialisti contrapposti. Non è un caso che nel 1914, dopo l’attentato di Sarajevo, scoppiò il conflitto interimperialistico, mentre oggi, dopo gli attentati negli Usa, l’articolazione delle posizioni delle principali potenze avviene all’interno di una medesima opzione. Mai come ora, il congresso che ci accingiamo a svolgere ha dunque caratteri non ordinari. La rifondazione è diventata ormai un compito politico urgente ed immediato.

In uno stato di guerra permanente, come quello in cui siamo entrati, la politica si può declinare solo in termini di trasformazione, di cambiamento radicale, cioè di rivoluzione. Tornano giustamente le categorie della crisi e della transizione: che vanno però declinate sulla base delle novità strutturali emerse e, in questo senso, più che il secondo Libro del Capitale, possono esserci d’aiuto le intuizioni dei Grundrisse, laddove Marx prospettava che, a seguito dello sviluppo dell’intelletto generale, il plusvalore sarebbe diventato una ben misera base per la produzione della ricchezza. Questo ci impone di ragionare sul nuovo soggetto della trasformazione, a partire dal movimento antiglobal, espressione ancora inconsapevole di un anticapitalismo materiale. Riusciremo ad essere all’altezza di questi compiti così impegnativi solo se porteremo a compimento quel processo di radicale autoriforma del partito che Bertinotti ci ha indicato.

 

MARCO FERRANDO

Direzione Nazionale

 

I fatti d’America, carichi di ricadute profonde sullo stesso immaginario collettivo, richiedono lo sforzo di un’analisi marxista e non semplificazioni astratte e devianti. Non credo possiamo rappresentare il terrorismo come entità ideologica astratta, priva di rapporto con la specifica materialità dell’oppressione e semplice interfaccia di un’indistinta globalizzazione. Se il terrorismo islamico reazionario recluta centinaia di giovani suicidi lo si deve alla disperazione che l’imperialismo produce nella nazione araba. Così se la popolazione civile d’occidente è più esposta alla crudeltà delle ritorsioni terroristiche, lo deve alle politiche criminali dei suoi governi imperialistici alle varie latitudini del mondo. Per questo se da un lato è oggi centrale promuovere il più vasto fronte unitario contro la guerra, è importante che i comunisti vi partecipino da comunisti: non adattandoci a un pacifismo astratto, ma indicando nella sconfitta dell’imperialismo l’unica condizione di fondo di una pace giusta e durevole. E questo è incompatibile con l’invocazione dell’Onu, protagonista del genocidio antirakeno

L’inserimento profondo nei movimenti della giovane generazione è oggi la prima necessità del partito, contro ogni posizione di estraneità o distacco. Ma nei movimenti non possiamo adattarci alle culture neoriformistiche dei loro gruppi dirigenti, basate sull’illusione di un “altro mondo possibile” entro il quadro capitalistico: dobbiamo invece legarci ai sentimenti antiliberisti di ampi settori di giovani per ricondurli alle necessità ad un’alternativa socialista e rivoluzionaria quale unica risposta di fondo alle loro stesse istanze (sociali, ambientali, di pace). Dobbiamo insomma sviluppare il metodo leninista e gramsciano dell’“egemonia” - che non è “separatezza” o “dottrinarismo” come il compagno Bertinotti ritiene - ma è battaglia leale, entro la costruzione quotidiana dei movimenti, per l’affermazione in essi di un progetto comunista e rivoluzionario. La cui definizione dopo dieci anni dovrebbe essere la prima finalità del quinto congresso del partito.

 

GIGI MALABARBA

Capogruppo Senatori

 

Il movimento dei lavoratori e il movimento antiglobalizzazione in Italia hanno trovato a Genova un’occasione straordinaria di incontro: il forum sugli effetti della globalizzazione sulla condizione lavorativa, il corteo dei migranti, la “piazza tematica” dell’unità operai-contadini del 20 luglio e naturalmente il grande corteo del 21. Occorre passare dall’“annusamento” reciproco all’integrazione, condizione fondamentale per una maturazione anticapitalistica che non è data a priori. La nuova occasione è data, da una parte, dalla maggioranza delle forze in campo di radicarsi socialmente per rafforzarsi e durare nel tempo e, dall’altra. dall’autunno operaio. I luoghi: da subito i social forum locali, perché poi l’assemblea nazionale del 20-21 ottobre definisca un percorso. La contaminazione è necessaria per poter concertare una piattaforma, che ruoti attorni ai nodi della precarizzazione e dei diritti del lavoro. A partire da una forte iniziativa contro i contratti di soggiorno per gli immigrati. Bisogna ragionare anche su proposte concrete. Sono già previsti lo sciopero della scuola, la mobilitazione dei meccanici e l’iniziativa del mondo agricolo con via Campesina. Perché non collegare simbolicamente questi come altri momenti in una “carovana dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici” nei giorni che precedono la mobilitazione del 10 novembre contro il Wto?

 

LIVIO MAITAN

Direzione Nazionale

 

Esprimo il mio sostanziale accordo con Bertinotti, in particolare sull’esigenza di puntare sulla costruzione di un nuovo movimento operaio, compito estremamente arduo, ma irrinunciabile, e con la valutazione positiva del ruolo avuto da Rifondazione nel movimento contro la globalizzazione.

Voglio insistere sulla dinamica dell’economia mondiale. Innanzi tutto, la tendenza a una recessione generalizzata era già in atto prima dell’11 settembre. E va sottolineato con forza che la crisi aveva investito i punti più alti dello sviluppo capitalistico mondiale degli anni ’90. Hanno un valore quasi simbolico i colpi devastanti subiti dalla aziende della Silicon Valley, dove il neoliberismo aveva più celebrato i suoi trionfi. Oggi prevale la previsione che la situazione si aggraverà notevolmente. In effetti, si verificherà una convergenza di fattori propriamente economici e di fattori politici creando una miscela esplosiva. Una recessione generalizzata avrebbe ripercussioni sociali devastanti, specie nei paesi sottosviluppati. Questo non significa che ci saranno necessariamente risposte in senso positivo. Potrebbero verificarsi processi di disgregazione sociale, suscettibili di favorire forze e progetti reazionari. Tutto dipenderà dalla capacità di azione del movimento operaio e dei nuovi movimenti di assumere un ruolo attivo.

 

ELENA MAJORANA

Federazione di Catania

 

Il bilancio del rapporto fra partito e movimento è contraddittorio. Gran parte della direzione nazionale e settori del partito (es. Giovani comunisti/e) hanno avuto ed hanno un atteggiamento aperto e sono stati parte attiva della costruzione dei movimenti, ma questo atteggiamento e stile di lavoro non è patrimonio comune di tutto il partito. Non deve sfuggire che il “movimento dei movimenti” svolge anche un ruolo di supplenza rispetto al partito radicato nel sociale, che il Prc non è riuscito a diventare. Molti dei movimenti, delle associazioni, delle aggregazioni di cui è composto il movimento sono animati da iscritti/e al Prc ma spesso al di fuori delle strutture del partito. Questo discorso vale anche e soprattutto per le donne, che hanno anticipato di alcuni anni le logiche più significative del movimento. La marcia mondiale delle donne è stata nello stesso tempo un evento che ha portato in piazza la centinaia di migliaia  di donne in ogni continente ed una rete che oggi organizza e mobilita migliaia di gruppi e collettivi (6.200 gruppi di 161 paesi hanno aderito alle manifestazioni del 2000). In Italia in numerose città esistono coordinamenti cittadini che hanno consentito al movimento delle donne un percorso inverso a quello dei processi di frammentazione. Anche nella costruzione della marcia in Italia hanno avuto un ruolo importante donne di Rifondazione, ma al di fuori delle logiche e delle dinamiche delle strutture del partito.

 

PAOLO FERRERO

Segreteria Nazionale

 

Condivido integralmente la relazione di Bertinotti e intervengo sui nostri compiti in relazione al movimento. In primo luogo dobbiamo lavorare a fondo per consolidarlo e articolarlo, per la costruzione dei Social Forum sul territorio. Uno dei motivi per cui il 68/69 italiano durò molto più a lungo del 68 francese, oltre all’incontro tra operai e studenti sta proprio nella capacità di produrre organismi democratici dal basso, Istituzioni di movimento: Consigli di Fabbrica, di quartiere, ecc. Costruire i Social Forum oggi è una condizione per consolidare il movimento nella sua autonomia. Inoltre dobbiamo lavorare all’incontro e al dialogo tra i diversi soggetti in campo, a partire da metalmeccanici, popolo di Genova e immigrati; quest’ultima resa urgentissima dal nuovo clima di guerra. Il movimento cioè come possibile luogo di incontro del nuovo proletariato nelle sue mille diverse facce. Ritengo quindi necessario fare una battaglia aperta contro le posizioni che nel partito sottovalutano la necessità di un impegno volto alla crescita del movimento.

Ritengo fuori luogo le discussioni sul grado di anticapitalismo del movimento, perché nella storia non si è mai visto un movimento di massa che nascesse contro “l’essenza del capitale”; si sono sempre visti movimenti reali contro il capitalismo  reale, cioè contro la forma specifica del capitalismo in quel determinato momento. Oggi questa forma è il neo liberismo. Ritengo poi sbagliato attribuire al movimento ideologie e prospettive politiche già definite contro cui magari aprire una polemica.

Oggi nel movimento - dopo anni di sconfitte e di dominio del pensiero unico - vi è una grande ricerca a cui dobbiamo saper partecipare. Nella misura in cui sapremo fare un salto nella rifondazione comunista e cioè nell’elaborazione di percorsi, politiche, forme organizzative e proposte di transizione, potremo contribuire alla lotta per la trasformazione

 

PASQUALE VOZA

Federazione di Bari

 

Il dopo Genova e il dopo New York contengono, in maniera simmetrica e rovesciata un comune problema, il problema della ridefinizione della politica, cioè della costituzione politica dei soggetti capaci di agire la critica pratica dell’egemonia capitalistica, fuori dei confini tradizionali del politico-statuale, e fuori degli ambiti, ormai fortemente in crisi, di regolazione degli Stati-nazione. E’ un problema che chiama in causa profondamente, alla radice, il nostro essere partito, la nostra forma-partito, e dunque la necessità di un’autoriforma profonda. 

Pensiamo al rapporto partito-movimento no global: se siamo d’accordo che il nostro starci dentro come comunisti va concepito e vissuto non come un rapporto pedagogico-burocratico da potenza a potenza, ma come un processo collettivo di crescita che certo non rinuncia alla lotta per l’egemonia, i problemi poi nascono per l’uso fondamentalista che spesso si tende a fare di due categorie portanti della tradizione comunista (la contraddizione capitale-lavoro e l’analisi di classe). Uso fondamentalista ed economicistico che non ci aiuta a superare (come sarebbe necessario) la nostra incapacità a considerare politici temi tradizionalmente ritenuti impolitici. Si tratta di temi connessi con la radicalità e la profondità di processi reali del capitalismo contemporaneo: potere di astrazione, di artificialità, di immaterialità raggiunto dal capitale oggi, non solo nella sfera della produzione, ma anche in quella del consumo; società del simulacro, “catastrofe del valore d’uso”. 

 

RAMON MANTOVANI 

Direzione Nazionale - Deputato 

 

La guerra che si annuncia potrebbe essere definita “guerra civile mondiale”. Essa è anche una risposta alla crisi della globalizzazione. Mentre il terrorismo evidenzia, anche simbolicamente con il suicidio degli attentatori, l’assoluta incapacità di prospettare una alternativa al capitalismo attuale. Sbagliavano tutti coloro che scambiavano l’antagonismo di fondamentalismi religiosi e di stato come interlocutori ed alleati nella lotta contro l’imperialismo americano. Ma io devo parlare della mia divergenza con Bertinotti. Che non darà vita a nessuna tendenza o corrente, perché è circoscritta alla gestione del partito. Io penso che Bertinotti sia stato reticente.

Come avevo detto in direzione, non basta parlare di tradizione-innovazione, bisogna nominare le resistenze, le tradizioni e, aggiungo io, i boicottaggi che si oppongono al processo di profonda innovazione. Insisto, nel nostro partito, per alcuni, è troppo conveniente consentire sui documenti e nelle riunioni per poi boicottare le decisioni prese democraticamente, anche attraverso una gestione di intere parti del partito come feudi di corrente dove vige emarginazione per chi, semplicemente, è d’accordo sulla linea del partito.

Bisogna rendere conveniente l’esplicitazione del dissenso e non conveniente l’unanimismo nelle riunioni e la pratica di corrente nei fatti. Infine rivendico il diritto di parlar chiaro e di polemizzare senza che ciò susciti scandalo. Vorrei ricordare che nel movimento operaio finché c’è stata polemica le cose sono state feconde. I disastri sono cominciati quando per capire le opinioni dei dirigenti bisognava osservare le alzate di sopracciglia o il numero di applausi.

 

MARCO BERTORELLO

Federazione di Genova

 

La discussione nel nostro partito avanza positivamente su molti temi. Penso alla ricalibratura del nostro impegno sociale, ai problemi della transizione e del potere posti nella relazione, alle sempre più convincenti riflessioni sulla rottura con il governo Prodi e al ruolo di un moderno partito comunista. La premessa necessaria alla nostra politica consta nella possibilità che con i fatti di New York cambino le coordinate della stessa politica e dell’agire sociale. Detto questo ripartiamo da un movimento di enorme rilevanza che senza dubbio ha espresso limiti e contraddizioni, ma che contemporaneamente rompe con la pace sociale e intellettuale degli ultimi venti anni, dandosi una dimensione sovranazionale. In questo movimento Rifondazione ha svolto e deve svolgere un ruolo coagulante delle forze che si sono espresse, tale ruolo il partito lo può ricoprire in quanto organizzazione complessiva e matura che comprende l’importanza dell’unità in questa fase, da destra a sinistra, permettendo un rafforzamento e un radicamento del movimento. L’importanza dell’unità è confermata dagli sforzi quotidiani degli avversari per imporre schemi divisori spesso artificiali o esplicitamente strumentali. Questa è l’egemonia che il Prc ha messo in campo, un lavoro lungo e paziente che ha già dato alcuni frutti importanti; cosa se non il nostro impegno e l’impegno dei nostri sindacalisti ha prodotto un coinvolgimento e un riconoscimento, ampio e inedito, almeno in Europa, del mondo del lavoro alle giornate di Genova? Mi pare invece semplificatorio e ingeneroso individuare nel gruppo dirigente del movimento un’identità riformista.

 

ALBERTO BURGIO

Federazione di Bologna

 

Ho apprezzato il fatto che la relazione del segretario abbia dedicato grande attenzione alle vicende americane: davvero un “evento”, destinato a segnare in profondità le vite nostre e delle prossime generazioni. Nel quadro politico creatosi in conseguenza degli attentati dell’11 settembre, la nostra azione deve mirare soprattutto a far sì che la parola passi alla politica, affinché sia scongiurata l’eventualità di una guerra di proporzioni incalcolabili. Tutti i nostri sforzi debbono mirare verso questo obiettivo. Formidabili forze vogliono la guerra: la considerano uno strumento efficace per consolidare la leadership del presidente Bush, in crisi sul piano interno e internazionale; intendono sfruttarla per mettere le mani sui giacimenti di gas e petrolio; si augurano che la guerra serva a rilanciare l’economia Usa sull’orlo della recessione, a legittimare la drastica riduzione degli spazi del dissenso sociale e politico contro la “globalizzazione” capitalistica e a creare un clima favorevole alla blindatura delle frontiere; si affidano alla guerra per ribadire la supremazia statunitense e occidentale in un mondo non pacificato, nel quale si profila l’ascesa di altre grandi potenze politico-militari (a cominciare dalla Cina) in grado di contrastare il dominio americano. Per questo il partito deve impegnarsi per la riuscita della manifestazione del 27 a Napoli contro la Nato e porre il rifiuto della guerra al centro della manifestazione nazionale del 29 a Roma.

Due parole infine sul rapporto partito-movimento. Alla discussione del movimento, di cui siamo parte, abbiamo il dovere di portare con passione le nostre ragioni, affinché il movimento si misuri con temi fondamentali dell’analisi di classe. Non c’è in questo alcuna velleità pedagogica. Nessuno, ovviamente, si sogna di pensare che il partito possa portare al movimento la coscienza “dall’esterno”. Come ha osservato Gianni Alasia, si tratta di un rapporto dialettico, nel quale il partito - al pari di ogni altra componente del movimento - tende a esercitare egemonia mettendo a disposizione i frutti della propria esperienza e della propria riflessione.

 

RAUL MORDENTI

Federazione di Roma

 

In occasione della strage di New York il Partito ha saputo parlare (essenzialmente per merito di Bertinotti) sia alle emozioni che alla ragione delle masse popolari. Nessuna scolastica tardo-leninista sulla liceità-illiceità della violenza avrebbe saputo dire ciò che Bertinotti ha spiegato al paese. Al contrario si è fatto chiaro che questi mostri sono “loro”. 

1) il fondamentale punto etico-politico del rifiuto e del disprezzo della vita, della vita; 2) per le stesse modalità lucidamente mediatiche della strage; 3) per la natura e la storia del principale indiziato, uomo creato e addestrato e foraggiato dagli Usa; 4) per la connessione fra la hybris capitalistica di costruire folli grattacieli alti 400 metri e la totale inefficienza dei meccanismi di sicurezza dei voli; 5) perché nessuno può credere che il Grande Fratello capitalista si lasci dirottare 4 aerei a New York e Washington. E’ proprio il rifiuto di criticare se stesso che spinge il capitalismo ad invocare un male dipinto come assoluto e (soprattutto) come esterno; e l’Islam riveste questo ruolo. Ma per noi l’Islam è invece uno dei pochi principi identitari dei poveri del mondo: dobbiamo impegnare tutte le nostre forze per proporre subito alle comunità islamiche italiane la nostra solidarietà e chiamarle ad una lotta comune per la pace, rivolgendoci a loro con una pagina in arabo del nostro giornale. Per essere all’altezza della lotta contro la terribile guerra civile mondiale che si apre serve un Partito diverso, capace di liberarsi dalla terribile ingessatura correntizia e burocratica che oggi lo divide e lo paralizza. Il prossimo Congresso dovrà dunque svolgersi sulla base di tesi e non di mozioni.

 

ELETTRA DEIANA

Direzione Nazionale - Deputata

 

D’accordo con la relazione del segretario. Dobbiamo approfondire l’analisi di fase soprattutto sul terreno del riassetto dei poteri mondiali, della ridefinizione dei rapporti di forza tra l’impero e le aree che ne stanno fuori, delle dinamiche interne all’impero, delle strategie geo-militari della Nato. E, all’interno dei Paesi occidentali - “culla della democrazia” - capire meglio come si vanno ridisegnando i rapporti tra società e poteri statuali. Il movimento “no global”, l’attacco terroristico a New York e la risposta di guerra della Nato vanno lette strettamente nel medesimo contesto, come espressioni antitetiche - la prima e le seconde - della crisi strutturale che investe il sistema globale su tutti i versanti. La crisi attiva istanze di contestazione e di liberazione umana: e abbiamo il grande movimento no global. La crisi nutre oscure strategie di controllo totale del territorio planetario: e abbiamo la dichiarazione di guerra della Nato contro un nemico non identificabile per collocazione territoriale e identità statuale. Questa Nato e lo scenario di interdizione delle libertà costituzionali allestito a Genova stanno insieme: all’esterno dell’impero sono sotto tiro gli “stati canaglia”, all’interno i “soggetti canaglia”, donne e uomini che si riprendono la libertà di pensare e agire. La rifondazione a cui lavoriamo deve essere di sistema, come ha detto il segretario. Questo significa innanzitutto la capacità di assumere e rimettere in circolazione tutto il portato della storia della liberazione umana: soggetti, percorsi, punti di vista. A partire dunque da quel paradigma fondativo di una nuova idea del comunismo che è la differenza di genere.

 

EZIO LOCATELLI

Segretario regionale Lombardia

 

Il primo immediato pericolo è che di fronte ad un fatto spaventoso si vada ad una dinamica di guerra altrettanto  spaventosa, ad una spietata messa a punto delle distanze economiche, sociali, civili a livello mondiale. L’altro pericolo è quello di una guerra destinata a crescere politicamente con i suoi effetti di censura, di intolleranza, di restrizione di libertà democratiche. Siamo chiamati a cambiare qualcosa nell’ordine della nostra riflessione. Ieri dicevamo: "Un altro mondo è possibile". Oggi sarei più portato a dire: "Un altro mondo è necessario". Non si tratta ovviamente di rinunciare al tema della trasformazione, abbiamo però l’esigenza di una più puntuale verifica di questo tema in rapporto ai processi reali. In altre parole, siamo oggi in una condizione di sostanziale equilibrio, ambivalenza di possibilità diverse, da una parte la transizione, dall’altra la regressione oppure vi saranno seri contraccolpi negativi per quanto riguarda i processi di cambiamento? Condivido appieno il tema dell’auto riforma del partito. Abbiamo l’esigenza di superare rigidità, mancanza di senso dei movimenti sociali che ci portiamo appresso per limiti nostri e quale portato di una lunga fase di resistenza. Ma detto ciò, del bisogno spasmodico di presenza dei e nei movimenti, io credo che in questa fase dura, difficile abbiamo bisogno di organizzazione e di iniziativa politica, certo nel segno di una grande apertura.

 

FLAVIA D’ANGELI

Esecutivo nazionale Giovani comunisti

 

Il movimento antiglobalizzazione rappresenta lo spazio di una possibile ricomposizione politica e sociale della sinistra anticapitalista nel nostro paese, e non solo. Di quella, insomma, che abbiamo chiamato sinistra alternativa, ma che finora abbiamo stentato a declinare e individuare. Questo non vuol dire, certo, che l’insieme dei soggetti organizzati nel movimento perseguano una strategia anticapitalista, ma che il movimento in sé, con i suoi contenuti e le sue parole d’ordine, se è vero che sono esauriti i margini di riformismo, è animato da una sorta di anticapitalismo grezzo, di opposizione radicale al sistema economico e sociale. In questo senso la piena internità al movimento che abbiamo scelto e praticato come partito e Giovani comunisti rappresenta un elemento cruciale, e credo sia uno degli elementi che ne spiegano la particolare forza raggiunta in Italia. Anche noi, come sta già facendo il movimento, dobbiamo interrogarci su come si tiene insieme la centralità del movimento, l’idea del partito come strumento e non come fine, e il rafforzamento di questo stesso strumento. In questo senso, senza avere risposte predefinite e salvifiche, credo che il percorso messo in campo come Giovani comunisti a Genova rappresenti un buon esempio. Potremo svolgere un ruolo importante perché questo movimento, che per forza di cose e forse non a torto, è in un certo senso “post-comunista”, mettendo al centro della propria iniziativa lo sviluppo della conflittualità sociale, dai metalmeccanici agli studenti, non diventi anche “post-classista”.

 

UGO BOGHETTA

Coordinatore Dipartimento Lavoro

 

Ci apprestiamo a fare il nostro congresso in un momento di grande rilievo, soprattutto per l’espandersi del movimento antiglobalizzazione. Ma il terrorismo e la plavloviana risposta di guerra tendono a chiudere la frattura che si è aperta a Seattle. Nel fare il congresso non partiamo da zero: la rottura con il governo Prodi e la scelta del confitto, Livorno e un nuovo comunismo, la scelta di essere interni al movimento, sono tappe da approfondire, sistematizzare, generalizzare. Però l’attenzione ai rapporti con i Ds, la logica istituzionale, l’unitarismo sono spesso prevalenti. Ostilità sommerse alle scelte, pigrizie, difficoltà oggettive sono temi in discussione. Un punto centrale è la costruzione di un nuovo movimento operaio, tanto più che le politiche del governo e Confindustria tendono alla soluzione finale. E’ necessario ripensare la nostra organizzazione. Troppo pochi i circoli di lavoro. Non aiuta una sinistra sindacale troppo ingabbiata in Cgil e divisa nei sindacati di base. E’ necessario ragionare di circoli di lavoro che non rispecchino la frammentazione, ma al contrario riunifichino il ciclo del prodotto, il territorio (distretti), i settori o condizione simile (precari). Così come è necessario costruire strutture di intervento esterno aperte e unitarie: consulte, camere del lavoro e non lavoro.

 

ANTONELLO MANOCCHIO

Federazione di Campobasso

 

Il “fatto nuovo” è il crescere della ribellione contro le conseguenze della globalizzazione. Ma il movimento di contestazione non riesce ancora ad investirne le cause e risulta, così, viziato da soluzioni istituzionalistiche, ipotecato in radicalità situazionali e dimensioni aclassiste, che rischiano di esporlo a farsi inconsapevolmente “massa funzionale” ad esigenze.

Nei piani di un capitalismo “migliorato”, vi è certamente la cancellazione di ogni effettivo riferimento, quello comunista primariamente, in modo che le masse in movimento non abbiano la possibilità di conquistare coscienza di classe. E’ comprensibile, perciò, che quando al nostro interno si senta parlare di “scomposizioni in una sinistra plurale” il pensiero vada al pericolo che questa scomposizione, nei fatti, finisca per riguardare il movimento comunista, il suo svilimento in una genericità contestativa, la diluizione dell’identità alternativa nel “nuovismo” di cui il movimento è portatore. E’ necessario, invece, che il riferimento comunista risulti l’avanguardia nell’innescare un processo di crescita nel movimento di contestazione, perché evolva in conquista della coscienza di classe e si liberi in questo modo dalle pesanti ipoteche che tendono a fare dell’aclassismo di settori non marginali al suo interno premessa per uno sbocco interclassista.

 

ANNAMARIA RIVERA

Federazione di Roma

 

L’attacco alle Torri Gemelle segna uno spartiacque storico poiché conferma e sancisce, con la materialità tragica dei corpi sepolti dalle macerie, una cifra propria del nostro tempo: la strategia del terrore permanente, rafforzata dal suo intreccio col sistema della comunicazione globale. Grande è il rischio che quell’atto - e la guerra conseguente - cancelli o mortifichi le condizioni per l’opposizione e il conflitto, e per la stessa democrazia. In tal senso esso è totalitario e i suoi effetti sono tollerati. Il potere di ricatto quasi totale degli Stati Uniti, il richiamo a schierarsi con la potenza americana identifica tout court con l’Occidente, l’annuncio che dovremo sacrificare libertà collettive e individuali evocano una tendenza totalitaria, nel senso di uno stato di eccezione che diviene permanente. Nostro compito prioritario è oggi opporci alla guerra e nel contempo favorire il conflitto sociale. Per farlo dobbiamo articolare il pensiero, rinunciare alle formule stantie, riesumare, dalle macerie di Genova e delle Torri Gemelle, il senso più alto della politica. E condurre una critica serrata alla violenza, rinunciando anche alla violenza simbolica che si esprime attraverso testuggini e bardature. Il “movimento dei movimenti” è un bene prezioso. Verso di esso occorre essere aperti e disposti a farsene contaminare, e rispettosi delle sue istanze, dei suoi tempi, della sua pluralità, della sua propensione a sperimentare forme di democrazia diretta. Infine: le condizioni sono propizie perché si scateni un’ondata di xenofobia. I cittadini stranieri sono in una situazione di serio pericolo.

 

FOSCO GIANNINI

Segretario Federazione di Ancona

 

Prima questione: la lotta per la pace. Il popolo americano è una cosa, l’imperialismo americano un’altra: la fase tragica non deve farci confondere. Siamo col popolo americano e contro la politica imperialista Usa che in questi anni ha distrutto l’Iraq e la Jugoslavia; è intervenuta militarmente in America Latina e nel Caucaso, lungo le rotte del petrolio; ha assassinato Kabila e soffocato i movimenti di liberazione in Africa; ha continuato i massacri contro il popolo palestinese e l’embargo contro Cuba, ha minacciato militarmente la Cina, stracciato il trattato Abm per poter costruire lo “scudo stellare”, progettando ora una guerra che potrebbe avere i caratteri della lunga durata e della destabilizzazione dell’intero quadro internazionale. Il nostro primo compito, dunque, è definito: costruire in ogni paese, in ogni città, il movimento per la pace, col movimento antiglobalizzazione e spingendo all’impegno pacifista le parti più avanzate dei Ds e della Cgil, nel triplice tentativo di guadagnarle ad una lotta più avanzata, di lavorare sulle contraddizioni interne e porci come punto di riferimento per la disillusione e la diaspora dell’intero popolo di sinistra, obiettivo sino ad ora mancato. Il partito deve immergersi nel movimento, senza reticenze. Nel contempo deve spingere il movimento sui terreni della lotta sociale, della lotta di classe, della lotta per la pace. Non proclamando a priori l’esercizio dell’egemonia, ma portando in superficie, in potenza, la latenza anticapitalistica del movimento. Dobbiamo dare, dunque, il nostro contributo di classe. Ma tale contributo sarà tanto più alto quanto più alta sarà la nostra capacità mobilitante autonoma, la nostra forza organizzativa, il nostro radicamento, la lucidità del nostro disegno strategico anticapitalista.

 

ROBERTA FANTOZZI

Segretaria Federazione di Pisa

 

Di fronte agli scenari di guerra che si aprono, al rischio che prevalgano sentimenti di impotenza e passività, il nostro investimento sul movimento antiliberista deve essere tanto più forte. La percezione di crisi profondissima, di impazzimento di un mondo stretto tra il fondamentalismo del mercato e la violenza terrorista è assai diffusa a livello di massa. Su questa dobbiamo agire. Dobbiamo riuscire a far comprendere che la battaglia contro la globalizzazione capitalistica, le domande che pone il movimento sono l’unica razionale speranza di futuro. Credo vada sottolineata l’estrema positività del fatto che Rifondazione comunista, unico partito comunista in Europa è dentro questo movimento. E’ un risultato importantissimo che è stato reso possibile sia dalla linea politica che abbiamo tenuto, che dagli elementi di innovazione culturale che abbiamo avanzato, dalla rottura radicale con lo stalinismo alla centralità a livello teorico e di pratica concreta della critica ecologista delle merci. Se è vero che questo movimento non ha, né potrebbe avere una teoria organica della trasformazione, è altrettanto vero che ha avuto il merito di porre a livello mondiale enormi questioni relative alla proprietà e al potere di contestare l’appropriazione privata dei saperi sociali nella battaglia sui brevetti, o di una risorsa essenziale come l’acqua, di contestare la sempre più pervasiva sussunzione dei saperi e della scienza alla riproduzione del capitale nella battaglia contro gli Ogm, mettendo a tema la questione della riappropriazione sociale delle finalità della scienza. Nel rapporto con il movimento non servono pedagogismi né coscienze esterne. Serve che, come dice il documento, la nostra innovazione si faccia sistema.

 

MARCO NESCI

Segretario Regionale Ligure

 

La drammaticità e la pesantezza degli eventi statunitensi cambia di nuovo la fase politica. Condivido l’analisi del segretario e l’irriducibile avversità al terrorismo. Venti di guerra e riduzione degli spazi di agibilità democratica sono le conseguenze evidenti e che dobbiamo respingere. Il fronte reazionario è già da tempo all’opera e coglie tale occasione per aumentare le sue iniziative, l’occidente contro l’Islam, questo assunto ideologico pericolosissimo già potenziato dalla imminente legge sull’immigrazione, viene rafforzato da processi di destrutturazione sociale in ogni settore. A Genova in 24 ore due attentati mettono in risalto tali pericoli. Dobbiamo reagire con la forza della ragione e la freddezza della razionalità politica, nessuna provocazione deve coinvolgerci.

Sul movimento sottolineo due elementi: il primo, la straordinaria presenza giovanile, una nuova generazione che irrompe nella politica e lo fa con una critica conflittuale al modello liberista di proporzioni enormi. Il secondo questo movimento, giustamente definito duraturo, rompe l’egemonia culturale impressa dal capitalismo e libera energie nuove di riflessione coinvolgenti per la prima volta, da moltissimi anni, la formazione del pensiero. Sono due elementi enormi su cui la nostra indagine non può arrestarsi o adagiarsi.

 

FRANCO RUSSO

Direzione Nazionale

 

Si va approfondendo l’instabilità del capitalismo globalizzato e a essa le élites dirigenti rispondono come sempre con la guerra. All’orribile attacco terroristico contro gli Usa sono seguiti angoscia e spaesamento. Hanno fatto bene Fausto Bertinotti e “Liberazione” a parlare al cuore e alla ragione delle persone, richiamando valori e principi che in questa tragica fase della vita sociale e individuale devono guidarci. No al terrorismo e no alle guerre sono la base per affermare principi morali nella sfera pubblica, che non può essere guidata dalla ragion di stato e dal calcolo degli interessi. A mio avviso va respinta ogni posizione utilitaristica, che mira ai risultati qualsiasi siano i mezzi, e va affermata una posizione assolutista - per usare la terminologia di Thomas Nagel - che mette al centro il “cosa fare”, il “come agire” di ogni singola persona. Oggi occorre connettere etica e politica per mettere al centro i valori della vita umana e della pace. Importante l’assunzione della prospettiva dell’uscita a sinistra dalla crisi del movimento operaio del Novecento: togliattismo (le vie nazionali al socialismo), socialdemocrazia, e oggi il nuovo centro proposto con la terza via sono state delle soluzioni di destra e si sono rivelate perdipiù fallimentari.

 

BRUNO MORANDI

Responsabile Formazione

 

Sono particolarmente d’accordo sull’importanza del nuovo movimento e sulle potenzialità anche per noi dei suoi contenuti, che pur variegati si contrappongono al rapporto di capitale e ci possono inoltre aiutare - vedi l’ormai famoso “No Logo” - a capire le nuove forme di sfruttamento e il loro nesso con i disastri del “cosa” si produce. Almeno finora, perché dagli ultimi eventi il movimento può anche uscire distrutto: un mondo in cui la scelta è fra Nato e fondamentalisti islamici sarebbe la rovina, ma può diventare reale se non rilanciamo subito una compatta lotta alla guerra. Ma il tema è troppo grosso per affrontarlo in pochi minuti, e preferisco dire qualcosa a partire dal mio angolo visuale che è quello della formazione, cioè del tentativo di approfondire i contenuti di un’alternativa: il clima che ho visto al campeggio dei giovani a Sibari era profondamente marcato da Genova, ma anche da una vera richiesta di capire il nesso fra la propria lotta di oggi e il superamento del capitalismo (ma Marx non era questo?). E altrettanto importante mi sembra, proprio oggi, il tema dell’organizzazione, di cui la formazione fa parte: abbiamo giustamente scelto di stare nel movimento, ma con lavoro volontario e disponendo solo di una quantità minima di quel lavoro a tempo pieno che in altre situazioni (compreso il sindacato) garantiva integrazione e collegamenti a chi dispone di tempo limitato: oggi i nostri pletorici organismi non riescono a farlo, ma proprio quello “stare dentro” richiede di valorizzare e far interagire col partito chi vi si dedica. C’entrano queste cose con quanto stiamo discutendo in questo difficile momento? Molto, perché non si tratta più soltanto di preservare una prospettiva ma - io almeno lo penso - di una crisi in cui il rapporto di capitale si scontra con le sue contraddizioni di fondo; e l’organizzazione da costruire è quella in grado di proporre un’alternativa al capitalismo maturo.

 

CLAUDIO GRASSI

Segreteria Nazionale

 

L’attacco terroristico contro gli Stati Uniti è destinato non solo a rimanere nella storia, ma a condizionarla. Siamo solidali con il popolo americano ed esprimiamo senza riserve il nostro cordoglio. Dobbiamo lottare per la pace. E il primo passo qual è? Mobilitare il partito. La nostra parola d’ordine deve essere “si usi la ragione e non la forza”. Si sollecitino il movimento contro la globalizzazione capitalistica, i sindacati, le forze politiche, la Chiesa; si porti tutto alle Nazioni Unite, né G8, né Nato. C’è l’Onu, lì si deve discutere. Non siamo reticenti nella condanna, ma non ci facciamo intimidire dalla pressione filo-occidentale. 

Il congresso dei Ds è importante e la candidatura di G. Berlinguer denota un fermento positivo che persiste in quel partito. C’è un sentimento democratico che non è stato completamente annichilito, su cui vale la pena di lavorare. Per il nostro congresso, mi sembra positiva la decisione di andare con tesi emendabili. E’ una opportunità per l’unità del partito a cui sarebbe utile si predisponesse anche la mozione di minoranza del precedente congresso. Ciò che non capisco è questa litania secondo la quale c’è qualcuno che si sente in dovere, interpretando il pensiero altrui, di indicare ciò che altri devono fare e dire. Io fui convintissimo delle scelte che effettuammo all’epoca del governo Dini e del governo Prodi; altri molto meno. Ma fui molto contento quando seppi che non seguivano le scelte di chi se ne andava dal partito. In politica non c’è solo il bianco e il nero, c’è anche la categoria del prevalente. Per me sono prevalenti i motivi che mi consentono di condividere la relazione e il documento proposto dal segretario. In esso, dopo una ventennale sbornia di “fine del lavoro”, si parla del conflitto capitale-lavoro come elemento centrale e viene inoltre sottolineata l’importanza di aver tenuto in vita un partito comunista. Partito e comunista. Si spinge sull’innovazione del partito. Io ci sto e propongo uno sbocco: tra le tante lacune quella decisiva mi pare sia la nostra scarsa presenza e incidenza nella società e nei luoghi di lavoro, lavoriamo per superarla. 

 

SAVERIO FERRARI

Federazione di Milano

 

Considero il documento presentato e la relazione introduttiva a loro volta un inizio. Partirò da ciò che più condivido, la necessità di un’autoriforma del partito, per poi marcare anche qualche dissenso. Va preso atto di un bilancio e di uno stato del partito, già denunciato più volte in passato. L’attuale forma non è sicuramente adeguata non solo in relazione al movimento che è cresciuto, ma più in generale a raccogliere disponibilità, competenze e capacità in una società complessa. Le nostre “separatezze” non sono il prodotto di cause naturali e inevitabili, devono essere rintracciate anche in un bilancio critico della gestione e della direzione del partito. E’ stato un limite del passato affidare il nodo del partito solo alla quotidianità del Dipartimento Organizzazione o ad una discussione tutta culturale, in convegni e conferenze. Su questo tema si fanno scelte politiche. Meno convinto, esplicitando perplessità, vengo al nodo di come pensiamo di rapportarci al quadro politico e trasformarlo. A mio modo di vedere richiede una discussione ed una riflessione più approfondita. Credo che il movimento non possa esaurire in sé tutto il campo della politica, rappresentare l’unico soggetto attraverso il quale pensiamo alla nostra iniziativa. La stessa prospettiva di una guerra imminente impone la necessità di più politica, di maggiore capacità di interlocuzione a tutto campo per costruire un movimento per la pace.

 

ANDREA CANONICO 

Federazione di Avellino 

 

Prima di valutare i drammatici avvenimenti relativi all’attacco terroristico agli Usa e parlare di delitti contro l’umanità e la “civiltà”, una forza comuniste, il Prc, ha il dovere di mettere in luce il ruolo imperialistico degli Usa, altrimenti le nostre prese di posizione risultano più assimilabili al liberalismo che al comunismo. Simmetricamente, è necessario, in fase precongressuale, essere chiari e credibili nell’attivare l’iniziativa del partito nell’analisi della fase politica e delle peculiarità della situazione italiana. Ne evidenzio alcune: si dice che dopo il crollo del Muro di Berlino il Pci si è sciolto nella direzione del centrosinistra, di una sinistra moderata: si tratta, qui, di un giudizio bonario di ciò che resta dell’ex-Pci: gli attuali dirigenti Ds hanno sistematicamente denigrato l’eredità dei comunisti italiani, fino al dispiegarsi di una vera “autofobia” verso il proprio passato. La qual cosa, da una parte ha generato pessimismo e sconforto in tanti compagni, e dall’altra ha agevolato la riscossa ideologica e culturale, prima ancora che politica, della destra. La denigrazione dei valori comunisti va di pari passo con l’avanzata dei valori della destra! Si dice che nella tradizione comunista «sono noti comportamenti unitari nei confronti di forze rappresentative di movimenti sociali, ma che un partito comunista entrasse a far parte di un movimento è inedito». Uno dei momenti centrali dei “noti comportamenti unitari” dei comunisti di un tempo era costituito dalla tattica dei “fronti popolari”. Vuol forse dire che il Prc rinuncia alla sua forte connotazione ideologica come condizione per essere “accolto” favorevolmente nel movimento? Il fatto è che sia le forze rappresentative dei movimenti sociali (cioè i partiti non comunisti con cui si costruiscono i fronti popolari) sia il cosiddetto “movimento” (che altro non è che un arcipelago di forze culturalmente e ideologicamente strutturate) presuppongono una ineludibile autonomia politica soprattutto quando ci si inoltra nel mare magnum della politica delle alleanze. 

 

CESARE MANGIANTI

Segretario Regionale Emilia-Romagna

 

Condivido la relazione del Segretario nelle sue parti sostanziali, in particolare apprezzo la scelta di dedicare ampio spazio agli eventi accaduti negli Usa. Nulla è più come prima, dopo Genova e dopo gli atti di terrorismo - verso cui la nostra condanna è netta - che hanno ucciso migliaia di innocenti e ferito profondamente chi intende, comunque e sempre, opporsi all’imperialismo Usa. Riconosciamo solo all’Onu la legittimità di affrontare il terrorismo, respingiamo il clima di guerra di chi vuole affermare il diritto delle armi per sopprimere la libertà di manifestare contro la Nato e contro l’imperialismo Usa. Rifondazione comunista deve porre la Pace come obiettivo forte ed immediato della sua azione politica e su questo deve sollecitare ed incalzare il movimento se lo stesso vorrà avere agibilità politica e svilupparsi. Ritengo positiva la scelta di proporsi all’esterno con un documento - di cui condivido parti significative - che ci permetterà un confronto più organico con nostri interlocutori e concordo con la proposta del segretario di aggiornarlo alla luce degli eventi Usa che non possono non influire sul nostro percorso e dibattito congressuale. E’ interessante il tema del lavoro, ma è necessario un impegno del partito nei congressi Cgil. L’attenzione per il nuovo non deve farci dimenticare che il Prc è un partito di sinistra che deve avere nel popolo di sinistra un interlocutore privilegiato. Posso convenire che sia utile una autoriforma politica, ma -come afferma il segretario - il partito comunista è necessario. Tuttavia affermo che la “contaminazione” auspicata è foriera di pericoli (Occhetto amava particolarmente questo vocabolo...). Manifesto dubbi sulla critica alla struttura fondamentale del partito, il circolo; l’apertura deve consistere nel dare dignità politica anche ad altri luoghi della politica, ma è fondamentale la centralità del partito. Solo un partito radicato, forte, ben strutturato, aperto e, affermo con orgoglio, “comunista” potrà rapportarsi con il movimento ed in modo più proficuo per lo stesso movimento.

 

PAOLO CACCIARI

Segretario Regionale Veneto

 

Temo la sottovalutazione di ciò che è successo l’11 settembre. A partire dalla disumanità dell’atto, così scientificamente progettato e perseguito, che lo fa avvicinare più ad Auschwitz che non all’intifada. Passando per la deterministica concatenazione di decisioni che ci portano alla dichiarazione di guerra come se fosse l’epilogo più logico e normale epilogo. Per giungere al nuovo tipo di guerra che si prospetta, che non riusciamo ancora a definire bene, se non come la prima guerra dell’era della globalizzazione. Mondiale perché sarà combattuta tra l’intera alleanza degli stati occidentali (e che aspirano a divenire tali) sull’intero scacchiere planetario; civile perché sarà combattuta dalla gendarmeria contro “fuori legge” e bande varie di irregolari che si celano tra gli esclusi e i disperati della terra, dentro e fuori i confini dell’Impero. In questo nuovo contesto cambiano non solo le regole della politica, ma anche i pensieri e i sentimenti della gente. Le legislazioni speciali contro gli immigrati si iscrivono in questo contesto. Per chi come noi non vuole rinunciare alle lotte per i diritti e la liberazione delle persone, tutto si fa maledettamente più difficile: le guerre le fanno esattamente per militarizzare la società, disciplinare le comunità, annichilire le persone. Eppure proprio questa nuova guerra dimostra ancora di più e in modo definitivo il fallimento epocale del modello occidentale: è da tempo crollata l’idea illuministica di un progresso universalmente raggiungibile per via imitativa e incrementale. C’è anche un rovesciamento simbolico: le frontiere non si spostano, si blindano. L’occidente non riesce più a ordinare e governare - se non con la guerra - il conflitto sociale che ha aperto con 5 miliardi di persone. Questa verità è stata capita da una nuova generazione, allevata nel mito illusorio e crudele dello sviluppo. Ci sono arrivati con la testa e con tutta la loro esperienza di precarizzazione, di individualismo competitivo, di solitudine. Un movimento dove confluiscono elaborazioni nuove e culture diverse (da Marcos a Zanotelli, da Bové alla Vandana Shiva, dalla Klein a Ramonet…) i cui contenuti anticapitalistici, antiliberisti, antimperialisti sono radicali e nient’affatto “latenti”. Per il nostro partito l’insorgere del movimento no-global è motivo di soddisfazione nella misura in cui abbiamo contribuito a farlo crescere e persino di entusiasmo. Però bisogna essere coerenti: non è vero che tutto il partito abbia capito l’importanza di Seattle e lavorato per costruire le marce europee per il lavoro, Praga, Klaghenfurt, Nizza, Genova… C’è una cultura prevalente nell’organizzazione nostra che non esce dal circuito elezioni-confronto ideologico e che pensa che il lavoro sociale sia al massimo costruire le correnti in Cgil, nell’Arci nell’Anpi… Questa cultura (chiamatela come volete: politicista, burocratica, stalinista…) funziona da tappo, da limite, per lo sviluppo del nostro partito, da tutti i punti di vista.  

 

 

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