Comitato Politico Nazionale 14 e 15 settembre 2002

La relazione di Bertinotti

 

Liberazione 19 settembre 2002

Care compagne e cari compagni, riprendiamo le nostre discussioni in una situazione di precipitazione degli avvenimenti politici che richiede un riposizionamento della nostra iniziativa e del nostro lavoro.

 Al centro, la guerra

La questione della guerra è oggi l’elemento centrale e ci impone una riorganizzazione dell’agenda politica. La guerra infatti si pone come elemento sovraordinatore di un’intera fase culturale, politica, sociale; quindi chiede a noi stessi uno sforzo ulteriore per capire perché questo accade. La necessità di costruire un movimento per la pace capace di vincere non può essere scollegata dal problema di capire a fondo le ragioni di questa guerra. Lo scontro politico ha oggi assunto un carattere e una dimensione mondiali. Ogni caduta di tipo provincialista impedirebbe di proporsi come protagonisti in questo scontro.

Anche se noi percepiamo questa necessità fatichiamo poi a praticarla concretamente. Va compreso meglio il nesso tra questa guerra e i moderni conflitti di classe. Non si può comprendere la natura distruttiva di questa guerra se non inserendola nel contesto della globalizzazione capitalistica. Capire è dunque il primo compito per dare vita ad un movimento per la pace. Questo, a sua volta, deve diventare l’elemento sovraordinatore della nostra politica. La lotta per la pace non è una cosa che si aggiunge, non può essere un elemento staccato, ma costitutivo e costituente della costruzione dell’alternativa.

 La "seconda" fase della globalizzazione

Dobbiamo sapere vedere il salto di qualità che gli Usa compiono preparandosi all’attacco all’Iraq rispetto alle esperienze precedenti, compreso quella in Afghanistan. Ciò che è avvenuto è il passaggio dalla prima alla seconda fase della globalizzazione.

Prima la guerra si poneva come costituente di un nuovo ordine, oggi la guerra infinita e indefinita è funzionale alla fase della crisi della globalizzazione, una crisi che è economica, di coesione sociale, di consenso. La guerra oggi dimostra la impossibilità di costruire delle relazioni stabili a livello internazionale, mentre sul piano interno assistiamo a fenomeni di microguerre civili dovuti ai pesanti processi di disgregazione sociale messi in atto dalla stessa globalizzazione. Assistiamo ad un’accentuazione degli squilibri anche nei punti dello sviluppo capitalistico. Nello stesso tempo si diffonde un crescente rifiuto ad essere inclusi in questa cosiddetta civiltà occidentale.

Abbiamo più volte parlato del fenomeno terroristico, anche nel nostro congresso in primavera, quindi non vi ritornerò diffusamente. Se non per insistere sulla necessità di spezzare la tenaglia guerra-terrorismo che rischia di distruggere l’umanità. Ma questo obiettivo va perseguito su entrambi i lati. Dobbiamo quindi affrontare fino in fondo e con coraggio la critica alla violenza, per stabilire una coerenza tra i mezzi e i fini, dobbiamo contribuire così a sviluppare una nuova cultura del pacifismo.

L’attacco Usa è già cominciato...

La guerra all’Iraq è praticamente già cominciata. A nulla valgono gli schermi che si vogliono frapporre tramite l’Onu. La scelta strategica da parte degli Usa è già stata presa. Attorno ad essa il governo statunitense ha costruito un impianto ideologico e culturale. Lo svuotamento delle funzioni dell’Onu ha raggiunto il massimo livello. Ce lo dice il fatto stesso che venga usato come schermo. Il superamento della Nato è chiaro ormai da tempo. Gli Usa attuano una tattica di costruzione delle alleanze a geometria variabile, a seconda di chi ci sta, ma con una diversità rilevante rispetto a prima. Ora le alleanze vengono ricercate e costruite ex post non ex ante la decisione della guerra. L’Onu viene così usato strumentalmente per coprire, e neanche troppo, il carattere unilaterale della scelta, la fonte vera della decisione.

Ma la giustezza, anzi l’assoluta evidenza, di questa analisi non può condurci ad un atteggiamento di passiva e ineluttabile attesa degli eventi. In una situazione pur così grave e compromessa c’è sempre un “a meno che” che va ricercato ed agito politicamente. Questo consiste nel fatto che finalmente l’Europa si materializzi come un soggetto politico e si opponga alla guerra. L’Europa deve essere sollecitata ad ogni costo a porsi il problema. Fermare la guerra comporta il fatto che l’Europa scelga di fare precipitare dal punto di vista politico la sua latente opposizione.

Questa circostanza purtroppo oggi non è politicamente data. Le posizioni dei vari governi e leader europei vanno da quelle di Blair a quelle di Schroeder. Come si vede attraversano la sinistra liberale, moderata e la socialdemocrazia, con la rilevante eccezione delle posizioni assunte al riguardo dal presidente francese Chirac. Di fronte a questo deve essere chiaro, e in effetti lo si vede, che posizioni del tipo “sì, ma…” o “no, però…” condannano l’Europa ad una paralisi politica.

 I “se” e i “ma”

 Sfruttare le contraddizioni che esistono non basta. Il centrosinistra, infatti, è del tutto inadeguato a reggere la sfida della precipitazione della situazione, anche se le posizioni della Cgil e dei Ds contro questa guerra costituiscono una rilevante novità rispetto al passato. Accanto a questa c’è però una parte della società italiana e europea che ha scelto la guerra con una grande e inconsueta aggressività.

Perfino la giustificazione degli scopi umanitari o di punizione nei confronti del terrorismo, che erano alla base della creazione di consenso verso le guerre precedenti, vengono ora messe da parte. Oggi sembra tornare un certo atteggiamento, come fu quello del futurismo nella prima parte del novecento, per cui la guerra diventa una riformulazione del carattere forte di una civiltà dopo un processo di indebolimento e di sfinimento. Proprio per questa ragione va condotta anche una battaglia sul terreno culturale. Dobbiamo quindi affrontare i “sì, ma…” e i “no, però…” con una critica di fondo, ma mai settaria. Il movimento per la pace per svilupparsi ha bisogno di chiarire la connessione tra la lotta per la pace e quella contro la globalizzazione capitalistica, e noi di questo movimento dobbiamo essere protagonisti. Dobbiamo evitare ogni separatezza e invece stare dentro ogni esperienza che viene praticata, da quella del forum sociale, a quella dello sciopero, a quelle per la giustizia e il diritto.

 E la recessione?

 La condizione di crisi nell’attuale fase della globalizzazione è resa evidente dalla tendenza alla recessione economica. Eppure essa non viene considerata nell’agenda economica e politica. Gli economisti che vanno per la maggiore, nonché famosi banchieri, forse con l’eccezione di quelli della Federal Riserve, hanno del tutto bandito il problema. Ma la crisi è assai grave. Il calo della produzione investe le principali economie (compresa quella italiana), accompagnato da un aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione, nel contesto di una diminuzione della domanda interna.

Gli Usa sono pienamente dentro una fase di prolungata stagnazione, l’Europa vede due terzi dei paesi che la compongono in una situazione economica che li fa fuoriuscire di fatto dalle condizioni previste dallo stesso patto di stabilità. Gli economisti rispondono a questa situazione con una accentuazione del liberismo, puntando quindi alla crescita della produttività e della competitività, evitando accuratamente di rispondere al semplice quesito di dove mai si possa trovare una domanda capace di assorbire una simile crescita dell’offerta attesa. La cancellazione del keynesismo provoca infatti una totale perdita di prospettive nel pensiero e nelle politiche economiche. Tutto viene scaricato sulla disuguaglianza distributiva, sul lavoro inteso come variabile dipendente.

 Le difficoltà del centrodestra

 Per questi motivi emergono anche difficoltà per i governi delle destre, come nel nostro paese. Il nostro governo, lo abbiamo già osservato, ha assunto la ricetta liberista in pieno, ma ha cercato di praticarla anche con una certa elasticità. Con il patto con Cisl e Uil ha dato prova di puntare ad una riedizione del neocorporativismo.

Ma, nel momento in cui i prezzi tornano ad aumentare, che le previsioni sulla crescita economica da un lato e sul contenimento dell’inflazione dall’altro si rivelano del tutto fallaci, persino i soggetti sindacali chiamati a gestire una soluzione di tipo neocorporativo sono costretti a reagire.

Sono proprio i vincoli imposti dal patto di stabilità che limitano grandemente e spesso mettono in crisi soluzioni neocorporative. Queste infatti per avere successo avrebbero bisogno dell’esistenza di un minimo di margini ridistributivi. Ma proprio le ortodossie del centrodestra e del centrosinistra, diverse ma convergenti su questo terreno, rendono questa operazione impossibile.

Per ora il governo tende a salvarsi con una radicalizzazione della sua linea che, per così dire, si fonda su una divisione del paese in alto e basso. In alto, cioè nella politica verso le classi dirigenti, vengono scardinate le più elementari regole dello stato di diritto, facendo entrare a pieno titolo l’economia illegale in quella legale. In basso, cioè nella politica verso le classi subalterne, si cerca di impedire qualunque forma di aggregazione sociale e si colpiscono anche i diritti della persona. Si pensi agli effetti combinati e contemporanei di leggi o di annunci di leggi quali quelle contro l’articolo 18 e la totale liberalizzazione del mercato del lavoro, quella sull’immigrazione Bossi-Fini, quella contro la libertà nella pratica della procreazione assistita. Nello stesso tempo avanza un massiccio piano di smantellamento del welfare state per fare posto alle privatizzazioni.

Le soluzioni adottate dal governo provocano un equilibrio acrobatico, e si vede. Cominciano a manifestarsi elementi di disagio anche in quei ceti che volevano praticare un liberismo autentico, diciamo così puro, e invece si trovano di fronte al primato della difesa di interessi ristretti e di ceti politici. Per esemplificare, essi si domandano “a quando la riduzione delle tasse? ” e gli economisti di governo rispondono che bisogna insistere sulla riduzione del costo del lavoro.

 Le difficoltà del centrosinistra

Questa situazione indubbiamente accentua la contesa fra il governo e il centrosinistra. Lo abbiamo verificato nelle aule parlamentari e nelle piazze del paese. Tuttavia voglio sottoporre alla discussione la convinzione che avanzo e cioè che questa accentuazione di per sé rischia di non produrre un avanzamento dell’alternativa alle destre. La ragione di fondo sta nella più generale crisi che attraversa la politica e in quella specifica che riguarda il centrosinistra. Infatti, in primo luogo non esiste una connessione tra i diversi temi dello scontro, perfino per quanto concerne le loro scadenze temporali. In secondo luogo, i conflitti fra il governo e l’opposizione rischiano di giungere al pese come se fossero una contesa interna ai ceti politici. La stessa spettacolarizzazione della politica accentua questa distorsione.

Il nodo della questione sta proprio nel centrosinistra. Le sue reazioni alle politiche del governo sono più dure, ma sono prive di un centro strategico, appaiono centrifughe e dispersive. Esse si orientano prevalentemente a sinistra quando parlano di diritti, ma perlopiù a destra quando trattano di questioni economiche.

E’ infatti inconcepibile che in una situazione di recessione si difenda da parte della sinistra il rispetto rigoroso del patto di stabilità.

E’ come scegliere il ramo su cui impiccarsi. Si può, anzi si deve, discutere l’oggetto e la qualità degli investimenti, ma sulla necessità di mettere in atto una politica antirecessiva non dovrebbe esservi ombra di dubbio. Se questo atteggiamento derivasse semplicemente dall’obbiettivo di mettere in difficoltà il governo, sarebbe ancora peggio, perché si prediligerebbe la tattica a scapito della strategia.

Il punto è che l’esistenza stessa del centrosinistra è impedente allo svilupparsi di una alternativa alle destre. E anche quando il dibattito si sviluppa sul terreno, per così dire, della politica pura, appare davvero sconcertante, per povertà di analisi, per la concezione delle alleanze che lo guida, per l’inconsistenza della ricerca programmatica. La derubricazione, anzi il silenzio, sul perché il centrosinistra ha perso in tutto il mondo è essa stessa manifestazione della profondità della sua crisi.

 Perché non rinasce la socialdemocrazia

 Abbiamo già discusso della possibilità o meno della praticabilità dell’ipotesi della costruzione di una forza socialdemocratica nel nostro paese. Anche chi, come me, pensava non ci fossero possibilità di ricostruirla in Europa e di darle vita per la prima volta in Italia, tuttavia auspicava che ci si provasse.

D’altro canto c’era un protagonista atteso per questa impresa: Sergio Cofferati. Invece, alla sua prima uscita politica di rilievo, ossia in un’impegnata intervista al massimo quotidiano italiano, Cofferati seppellisce l’ipotesi socialdemocratica e sceglie quella ulivista in modo organico. La proposta di delegare la formulazione del programma a venti saggi, di definire un’unica leadership, di puntare su un sistema elettorale compiutamente e integralmente maggioritario e su questa base presentarsi alla società civile, sono le componenti specifiche di questa scelta. Tutto questo riporta nel centrosinistra una discussione da cui è invece necessario uscire.

 Contro il rumore di fondo

 Il centrosinistra è una gabbia che impedisce lo sviluppo di un’alternativa alle destre. Proviamo a riassumere: il centrodestra non è in crisi ma comincia a manifestare elementi di difficoltà reale; il centrosinistra si muove entro una crescita e una radicalizzazione dell’opposizione, ma con un effetto centrifugo e inibente l’alternativa. In Italia, come in Europa, va quindi messo al centro il tema della costruzione di una sinistra d’alternativa.

Invece di cominciare dal problema del dovere essere dell’Europa, propongo che si inizi dall’individuazione delle forze motrici per la costruzione di un’alternativa in Europa. Dobbiamo proporre un’alternativa alle destre e un’alternativa di società. Questo complesso compito può essere assolto lungo tre direzioni, quella della ricerca dell’unità dei movimenti, quella della costruzione di elementi sempre più consistenti di una piattaforma programmatica, quella della rottura della gabbia del centrosinistra e della produzione di primi elementi organizzati di una sinistra d’alternativa.

Questo percorso deve essere compiuto sapendo che la questione della guerra ci sovrasta, è dunque l’elemento sovraordinatore della nostra iniziativa, che deve porsi in connessione con i movimenti e le loro diverse fasi. Il pericolo più insidioso da cui guardarsi è quello del collateralismo rispetto a questi movimenti. Se questo prevale noi ci perdiamo nel rumore di fondo. Il rigore nei confronti delle nostre convinzioni e delle nostre scelte non costituisce una fissità ideologica, ma quello che ci permette una presenza diversificata e forte. Noi ci comportiamo, e giustamente, in modo diverso e partecipiamo a quelle scadenze in modo differenziato, a Genova, il 14 settembre a Roma, nello sciopero generale che verrà. Abbiamo un punto fermo: stiamo organicamente nel “movimento dei movimenti”, che ha una dimensione mondiale, anzi da questa è esaltato.

Altri movimenti, come quello che recentemente ha preso corpo in difesa della giustizia e della legalità, ha invece una dimensione nazionale, più limitata, pur essendo assai importante. Lì ci stiamo non semplicemente chiedendo che si parli anche di pace e di aumento dei salari, ma con un portato specifico che è quello di una piattaforma sulla giustizia, che parla di depenalizzazione dei reati minori, di recupero della funzione rieducativa delle carceri, di indulto.

Dobbiamo praticare e già lo stiamo facendo un atteggiamento diversificato, non collateralista, che punta alla costruzione di punti e elementi di aggregazione della sinistra d’alternativa. In questo senso, nel momento in cui oggi partecipiamo alla manifestazione di Piazza San Giovanni, ribadiamo la necessità di mantenere la rotta ferma in direzione della riuscita della nostra manifestazione del 28 settembre, non per patriottismo di partito, ma per concentrare e indirizzare tutte le energie migliori. L’obiettivo è che la nostra, ma non solo nostra, scadenza del 28 settembre sia utile perché lo sciopero generale già annunciato di ottobre diventi uno sciopero generalizzato; perché si arrivi nella migliore condizione verso il forum sociale europeo di novembre, che, come è stato per quello mondiale di Porto Alegre, può significare una tappa di crescita formidabile per il movimento.

 Che fare?

 A questo punto si inserisce il tema di una più precisa definizione del nostro lavoro politico. Noi dobbiamo unificare le forze critiche a questa globalizzazione e favorevoli alla costruzione dell’alternativa.

Non si costruisce una sinistra, appunto, d’alternativa senza stabilire questa connessione in modo chiaro. Da questo punto di vista rilevo alcune stranezze. Ad esempio la distinzione che a volte si fa strada nella nostra discussione tra chi nel movimento interpreterebbe il nuovo movimento operaio e chi invece farebbe solo del ribellismo, mi pare del tutto infondata. E questo per due semplicissimi motivi, perché tra queste possibili inclinazioni o caratteristiche vi è in realtà un processo di simbiosi in  corso e perché in ogni caso non dobbiamo essere certamente noi ad incrementare le eventuali differenze, qualora effettivamente ci fossero. Siamo di fronte ad un processo di connessione fra conflitti di classe e conflitti di libertà che non sono assolutamente iscrivibili entro un’ottica e in una tradizione liberale. Questo processo che dobbiamo ad ogni costo rafforzare costituisce per noi un compito analogo e di pari importanza strategica di quello della costruzione del blocco sociale e del blocco storico su cui si impegnò il movimento operaio e comunista nel novecento.

Il problema per noi è la costruzione di una soggettività e di una massa critica. Per questo motivo dobbiamo lavorare alla definizione del programma in modo non episodico o emergenziale. Solo così l’idea dell’alternativa evita ogni carattere politicista. Così la questione sociale diventa tutt’uno con il superamento della crisi di civiltà nel mondo contemporaneo.

 Il sindacato

 Su questa strada noi incontriamo un problema indubbiamente difficile, sul quale dobbiamo tornare continuamente a ragionare. E’ il problema del sindacato. Intanto precisiamo che noi siamo con lo sciopero generale senza nessun se e nessun ma. Non trovo affatto convincente la preoccupazione di alcuni secondo la quale potrebbe ricomparire l’ipotesi di uno sciopero generale unitario, rimettendo in gioco Cisl e Uil e quindi coprendo le loro responsabilità. Non mi pare che la tesi sia realistica e in ogni caso la proclamazione e l’effettuazione dello sciopero generale avrebbe un carattere così dirompente che qualunque fosse la piattaforma a convocarlo, collocherebbe l’intero schieramento sindacale in un ruolo di opposizione. Dobbiamo invece, questo sì, preoccuparci di un altro problema. Cioè del fatto che non vi è discontinuità nel comportamento della Cgil rispetto al passato, per quanto riguarda la sua politica contrattuale e rivendicativa. Su questo punto penso che avesse ragione Maurizio Zipponi, che sollevò questo tema dalle pagine del nostro giornale.

Questo argomento ci viene sottolineato anche dal successo dello sciopero alla Fiat. La difficoltà era molto grande; vi è infatti in Fiat una crisi senza precedenti dell’impresa; vi sono stati recentissimamente accordi separati. Malgrado tutto questo lo sciopero è riuscito con il protagonismo di una compagine operaia, la cui composizione è una di quelle più tradizionali. Questo indica un mutamento di clima, anche psicologico, e di culture di riferimento. Quella della validità e dell’efficacia del conflitto torna a farsi valere. Proprio per questo bisogna porsi il problema della qualità delle piattaforme. La Fiom ha accettato la sfida della presentazione di una piattaforma separata e nel contempo ha posto un grande problema, che riguarda i metodi democratici della determinazione delle piattaforme stesse e della validazione degli accordi. O vince, e ne trae beneficio l’intero movimento sindacale, o rimane isolata.

Perciò ribadiamo l’importanza decisiva della riuscita, nella forma più generale e generalizzata possibile, dello sciopero; confermiamo il nostro appoggio alla Cgil in questa circostanza; ma non veniamo meno ad un atteggiamento critico netto nei confronti della sopravvivenza di pratiche concertative e dei vuoti nelle politiche rivendicative e contrattuali. In questo modo si può contribuire concretamente alla costruzione di una sinistra sindacale.

 Linee di una politica alternativa

 Dobbiamo quindi concentrare gli sforzi nella definizione di una linea programmatica per l’alternativa. Dobbiamo aprire l’iniziativa per la revisione del patto di stabilità.

Dobbiamo ribadire la necessità di un blocco reale dei prezzi e di una riconsiderazione di più lungo periodo del sistema delle tariffe pubbliche. Contemporaneamente, e sottolineo la tempistica, dobbiamo ribadire l’esistenza di una grande questione salariale, sia nel senso di battersi per aumenti diretti sia riproponendo la questione di un allineamento delle previsioni all’inflazione reale. Tutto ciò deve portare a una incisiva iniziativa in vista della legge finanziaria. Sintetizzando: aumento e difesa da ogni punto di vista del valore reale di salari, stipendi, pensioni, ovvero giustizia sociale più aumento della domanda interna. Il grande economista americano, e premio Nobel, Paul Samuelson ha scritto che la globalizzazione in atto fornisce dei grandi paradossi, tra questi il fatto che un manager possa guadagnare 400 volte un operaio, mentre qualche anno fa la distanza non era superiore a 40 (ed era già moltissima).

Noi dobbiamo quindi prestare grande attenzione alla questione distributiva, così come facciamo per quella dei diritti, simboleggiata dalla battaglia sull’articolo 18.

 Il successo del referendum

 Noi abbiamo giustamente fatto di questo ultimo punto una leva fondamentale della nostra iniziativa negli ultimi mesi. Bisogna che il nostro comitato politico nazionale dia atto del successo pieno di questa operazione culturale e politica, alla stessa stregua di come abbiamo registrato il successo del nostro rapporto con il movimento dei movimenti e le manifestazioni di Genova. Questo è un elemento confortante per quanto riguarda la capacità di iniziativa del nostro partito. Noi ora abbiamo di fronte una situazione assai interessante.

Tutto il centrosinistra, e qui per comodità di espressione comprendo anche il sindacato, ha di fronte una difficoltà, quella di scegliere un atteggiamento di voto su un referendum concretamente sul terreno. A meno che la Corte Costituzionale, come qualcuno ha già invocato, dica di no. Questo è un pericolo e dobbiamo fin d’ora cominciare a combatterlo. Se ciò dovesse avvenire non potrebbe accadere per ragioni giuridiche, ma solo ed esclusivamente per motivi politici, cioè per mettere al riparo da un’imbarazzante decisione lo schieramento del centrosinistra.

Per questo dobbiamo cominciare fin d’ora una grande campagna per la difesa dei referendum sull’estensione degli articoli 18 e 35, sulla difesa dell’ambiente, sulla cancellazione dei finanziamenti alla scuola privata. A questo dobbiamo dedicare gran parte della nostra manifestazione nazionale del 28 settembre. Per questo facciamo fin d’ora appello alle altre forze intellettuali, sociali e politiche che hanno contribuito alla raccolta delle firme per la convocazione dei referendum, ad essere presenti a quella nostra manifestazione, come uno degli appuntamenti importanti di un autunno di lotta.

 Un impegno

 Infine voglio ribadire che dobbiamo intensificare il lavoro per la costruzione di una sinistra di alternativa. A volte sento avanzare dei dubbi a questo riguardo. Al contrario sono convinto che abbiamo oggi più che mai la possibilità di mettere in discussione il centrosinistra e l’Ulivo e quindi procedere alla costruzione di una sinistra di alternativa. Molti però non individuano in noi e in quello che rappresentiamo un’organizzazione e un campo sufficientemente plurali per poterci stare dentro. Noi dobbiamo e possiamo invece costruire questa rete di forze. Sono convinto che oggi basterebbe poco per ottenere molto, ma bisogna farlo. Il nostro è un impegno contro ogni separatismo e ogni solitudine, per rafforzare il movimento per la pace contro la guerra.

 

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