|
Comitato Politico Nazionale 14 e 15 luglio 2007 |
|
Giordano: Il soggetto unitario deve diventare un fatto di massa |
|
Sintesi delle conclusioni del segretario nazionale di Rifondazione comunista |
|
Liberazione 21 luglio 2007 Penso che abbiamo svolto una discussione importante, un vero salto di qualità del nostro dibattito, che ha prodotto un larghissimo consenso seppure siamo in un passaggio complesso e difficile delle relazioni politiche e sociali. Consenso e spirito unitario che stridono con la rappresentazione interessata che sulla stampa abbiamo letto in questi giorni. In questa replica non voglio tornare sul filo dell’impianto strategico che ho svolto nell’introduzione, quell’impianto che ci fa richiamare il Congresso di Venezia e poi gli sviluppi nella conferenza di Carrara. Mi limiterò ad un ragionamento sui passaggi politici, decisivi per il prossimo futuro, ripromettendoci di tornare sulla nostra cultura politica, alla luce delle preoccupazioni da qualcuno accennate rispetto ai rischi di un loro offuscamento avvenuto in questa fase. Al centro è la trasformazione, non il governo Ci sono stati naturalmente anche alcuni dissensi. Cannavò ci ripropone posizioni per noi note, che nei fatti possiamo racchiudere attorno all’affermazione che nell’occidente capitalistico non è possibile pensare di collocarsi dentro una qualsiasi ipotesi di governo, prospetta una opposizione quindi di fase e strategica. Questo paradigma politico e culturale non è condivisibile. Anzi, questo atteggiamento nei fatti rischia di essere una fuga dalla politica. Burgio giustamente aggiunge che i problemi che ci ritroviamo da questa collocazione, li ritroveremmo anche stando all’opposizione. Per noi il governo è un mezzo e non un fine, per noi al centro c’è il tema della trasformazione sia che siamo al governo, sia che siamo all’opposizione, la nostra funzione rimane comunque quella di critica al potere. Questo è un pezzo importante per la costruzione di una nostra nuova identità. Non può esistere una ipotesi divaricata tra stare al governo e stare nei processi reali e di movimento. Non accettiamo lo schema che viene da sponde opposte, di chi ci chiede coerenza nello stare al governo abbandonando i movimenti, e al contrario di chi vorrebbe escluderci nel movimento perchè siamo ora nel governo. E qui la polemica prosegue con Eugenio Scalfari, che nega ogni forma di autonomia del conflitto, ma non solo la nostra, anche quella del sindacato. Riproponendo una forma coercitiva di esercizio del ruolo di governo, siamo minoranza e dobbiamo sottostare alle decisioni della maggioranza del governo. Per lui non esiste il programma, non esiste il concetto di mandato elettorale. Vogliono ripristinare una sorta di compatibilità organica, il programma scompare e rimangono i rapporti di forza, ma non nella società, nella sfera del governo e dei luoghi di comando. E’ dentro questo quadro che si spinge sull’ipotesi referendaria e di riforma elettorale e che vede la Confindustria diretta protagonista. Il paradigma è sempre quello dell’impresa e noi siamo un vincolo, un impaccio. Questa cultura politica convive con la natura costituente del nuovo Partito Democratico, l’omologazione in modo compiuto passa attraverso la riforma elettorale. La partita si gioca su previdenza e riforma elettorale La nostra proposta sulle pensioni, che ho tratteggiato nella introduzione, è in sintonia con il programma dell’Unione ed è apertamente contrastata da un pezzo della coalizione, lo dice chiaramente Dini in una intervista. Io penso che noi dobbiamo stare al merito, e distinguere in primo luogo la partita nel gruppo dirigente di Rifondazione, da quella che determina la condizione materiale dei lavoratori sulle loro pensioni. Non si può usare questa tribuna per andare sui giornali e poi non rimanere neanche alla discussione e alla fine ridurre tutto ad una partita interna quando ci sono lavoratori che per effetto dello scalone vanno in pensione tre anni dopo, e per chi ha maturato già 40 anni di contribuzione rischia di andarci 18 mesi dopo! Questo è quanto avverrà tra pochi mesi se non cambieremo la legge del governo Berlusconi. Noi siamo pronti ad affrontare la sfida della congruità come ci chiede Romano Prodi. Oggi, anche grazie all’aumento dei contributi avvenuto in finanziaria dello 0,3%, ci sono le condizioni per fare una proposta congrua nel rispetto del programma dell’Unione. Non solo, va detto che oggi i privilegi sono quelli dei dirigenti d’azienda che attingono al fondo dei lavoratori dipendenti per percepire pensioni ben più sostanziose di quelle degli operai di cui stiamo parlando. Lo scalino che viene portato a 58 anni prevede una platea larga di lavoratori esentati, turnisti, addetti alla catena di montaggio, ma non solo, quelli che hanno maturato 40 anni di contributi, ma anche allargando alla scuola e ad altri lavori usuranti fuori del lavoro di fabbrica. Qui è il cuore della nostra proposta che non quella di ritardare l’applicazione dello scalone negli anni successivi. Ci hanno accusato di tutto, di essere pan sindacalisti, subalterni al sindacato, ma anche di essere troppo invadenti. Ma che politica è, se una sinistra non può concorrere a decidere sulla condizione dei lavoratori? E’ giusto, come dice Rinaldini su Liberazione, che se è stato lasciato uno spazio vuoto ci sia qualcuno che lo riempie. Ci sono oggi le condizioni perchè venga raggiunto un accordo di merito, a meno che non ci sia un disegno politico che vuole impedirlo. Dietro la campagna sui giovani contro gli anziani vi è in realtà una logica di redistribuzione all’interno del mondo del lavoro che tende a dividerlo, a colpire il lavoro operaio in particolare, ed a lasciare inalterati i profitti. La manifestazione nazionale unitaria in programma per ottobre deve avere al centro la precarietà, che non è la patologia del mondo di oggi, è la cifra di questo capitalismo, è la rincorsa del lavoro al suo prezzo più basso. Tornare al Marx delle macchine Qui c’è un grande tema che è stato sollevato dalla discussione, riguarda il ruolo della scienza e della tecnica sul processo di valorizzazione del capitale. Esso non è scisso dai temi che abbiamo trattato, riguarda il tempo liberato, in particolare quello della pensione, l’impresa vuole riprendersi quella quota di tempo liberato che la tecnologia ti offre, vogliono rimetterlo nella catena di costruzione del valore, ma vogliono anche costruire un’egemonia culturale sul tempo fuori dal lavoro. Questo ci dice che la sinistra non può pensare solo al governo e all’uso sociale della tecnologia, deve ripensare le forme di produzione sociale, la genesi della tecnologia che ha incorporato i rapporti di forza capitalistici. Mi piacerebbe tornare al Marx delle macchine, e ad un’altra idea della macchina, a costruire un’altra idea della razionalità a partire dalla produzione delle macchine che non possono essere funzionali solo a questa logica. Un’inchiesta di diversi anni fa svolta alla Zanussi, parla di una donna che doveva entrare in fabbrica alle 6 di mattina, aveva due bambini piccoli da portare la mattina prestissimo dalla madre. Durante il lavoro è lì a pensare a come li ha dovuti svegliare, allo strappo che ha avuto da loro mentre ancora stavano dormendo, e pensa a come potrà risarcirli, a cosa farà quando uscirà. Ma poi quando esce dal lavoro non ha più la forza e la testa, di fare tutto quello che aveva progettato. Li riporta a casa come il giorno prima, perché quei ritmi e quel lavoro ti svuotano anche dei desideri. Noi quando pensiamo ad una società alternativa, critica contro queste forme di organizzazione del lavoro pensiamo anche alla conquista della libertà e dell’autonomia dei soggetti dalla cultura drammatica dell’impresa. Non è in campo nessuna ipotesi di scioglimento di Rifondazione comunista Oggi siamo a dei passaggi decisivi, decisivi per un’alternativa di società e di trasformazione, possiamo dirlo ormai apertamente alla luce di questa discussione, importante, avuta nel Comitato Politico: non è in campo nessuna ipotesi di scioglimento di Rifondazione comunista, nonostante quanto se ne sia parlato, scritto, detto in queste settimane, qui non è stata avanzata da nessuna compagna e compagno. Questo, in modo chiaro, ci consegna questa discussione. Ma questa paura che comunque è circolata, questa diffidenza che sempre c’è stata attorno alla proposta di costruzione del nuovo soggetto plurale, ora non deve più rappresentare un freno nella nostra azione. Perché, al contrario, è necessario accelerare. E’ necessario perché c’è bisogno di questo nuovo soggetto. Se ricordate bene, sono le stesse paure che avevamo quando dovevamo costruire la Sinistra Europea, questione sulla quale abbiamo poi conquistato l’intero partito, producendo sullo scenario europeo una forza che è un’alternativa ad una sinistra tecnocratica e liberale ed ad una destra iperliberista e conservatrice. Un’operazione che nasceva anche in relazione alle esperienze di protagonismo diffuso che si sono prodotte in America Latina, dentro la crisi dell’unilateralismo americano, dentro la necessità di un’Europa fondata sul protagonismo sociale. Mettiamo a valore questa esperienza, l’innovazione politico culturale che ha caratterizzato il percorso della sinistra europea, deve entrare dentro il progetto del soggetto unitario a sinistra. Si tratta oggi di costruire una sinistra pacifista, antiliberista, laica. Superiamo le nostre paure, acceleriamo il processo unitario a sinistra Il soggetto unitario deve diventare un fatto di massa, di popolo, deve guardare ai movimenti, al conflitto sociale, alle comunità che si contrappongono ai processi di globalizzazione. Abbiamo fatto degli atti importanti, il patto di unità d’azione, i quattro ministri che hanno chiesto il rispetto del programma, gli incontri, tutto ciò ha prodotto un’efficacia nuova ed una visibilità nell’incidenza nei confronti del governo, ora però è necessario che il nuovo soggetto sia produttore di una soggettività, deve appunto diventare un fatto di massa, di popolo, deve contrastare la spoliazione del protagonismo sociale. Nella discussione è anche emersa una resistenza, che va capita ed ha delle giustificazioni nel fatto che in tutta la storia recente tutti i processi di innovazione sono state funzionali a processi di moderazione e riduzione delle spinte alternative e conflittuali. E’una paura ad investire fino in fondo in questo processo. In queste nostre resistenze si esprime al fondo una scarsa fiducia in noi stessi. Ma attenzione, la nascita del Partito Democratico è un problema vero, Veltroni tende a sussumere il tutto, non a parlare solo ad una parte, simbolicamente ingloba il tutto, concretamente rappresenta solo una parte. Per questo noi dobbiamo prospettare, a partire dalla costruzione di questo nuovo soggetto unitario, una sfida strategica al Partito Democratico, un soggetto ancorato nel lavoro, non equidistante tra lavoro ed impresa, che non guarda ad un astratto ed indistinto cittadino – consumatore, che ha una grande fiducia sulla ricchezza di questa nostra comunità, che ha la capacità di raccogliere le spinte dei movimenti, le spinte antiliberiste, le spinte sul terreno della democrazia e delle libertà. Un’idea altra di società e un’altra idea di razionalità. Ce la possiamo fare. Ce la dobbiamo fare.
|