Comitato Politico Nazionale 14 e 15 luglio 2007

Giordano: «Lanciamo una sfida al Partito Democratico, una sfida innanzitutto culturale e sociale, non una sfida identitaria»

Sintesi della relazione del segretario nazionale di Rifondazione comunista al Cpn

Liberazione 18 luglio 2007

Questo Cpn coincide con un insieme di appuntamenti politici difficili e significativi. Si tratta per noi di legare contingenza politica a prospettiva strategica, legare il processo di unità della sinistra all’alternativa di società.

E’ utile avviare dal prossimo Cpn a settembre, la fase del Congresso ordinario, lavorando affinché si concluda all’inizio del prossimo anno per essere pronti alle scelte importanti dei mesi successivi.

La vicenda della trattativa sindacale sulle pensioni è sempre più dirimente sull’identità politica e sociale di questo governo. Si gioca su questa trattativa sia il terreno del simbolico, sia quello delle condizioni materiali concrete.

Sul governo gli effetti della nascita del Partito Democratico

Le resistenze in corso in questa vicenda sono illuminanti rispetto al contrasto in atto al rinnovamento della società italiana. Noi siamo stati i primi ad affermare, inizialmente in modo timido e anche incredulo, ciò che oggi appare evidente a tutti: la costruzione del Partito Democratico ha determinato una costante instabilità sul percorso di vita di questo governo, per le divaricazioni strategiche che in quel processo si sono determinate. Si è prodotta di fatto una modifica culturale e dell’impianto programmatico del governo via via che questo processo prendeva corpo. Ed in queste ore ce lo confermato i patemi sofferti dal governo durante la discussione sull’ordinamento giudiziario in senato. E’ qui, nelle aree interne al centro ulivista, l’epicentro delle difficoltà, della instabilità e del tentativo di modifica dell’impianto programmatico del governo. Dobbiamo ormai fare i conti con questa realtà, ed illuminante sul terreno della politica è il manifesto di Rutelli di questi giorni, ci propone esplicitamente un cambio di governo, la rottura a sinistra, un’idea organica del Partito Democratico, si profila così un’area politica e culturale che resiste al rinnovamento della società italiana, sia sul terreno della trattativa e del risarcimento sociale, sia a quel moto sui diritti civili che si è espresso qui a Roma con la manifestazione del Gay Pride. E sono significative le adesioni a Rutelli delle aree più integraliste. Anche per questo la trattativa mi appare dirimente.

Guardiamo l’editoriale di Scalfari, disegna un impianto neoliberale che pone come principale obiettivo il contrasto all’autonomia dei conflitti sociali e a qualsiasi forma di critica a questo impianto, riduce il sindacato a puro aggregato di interessi neo corporativi, sposa il paradigma della filosofia d’impresa nella competizione globale con elementi di neo autoritarismo. Chiunque contrasta l’impianto neoliberale viene visto come un vincolo ed un impaccio. Tutto ciò non è distante da ciò che avviene sul terreno delle proposte di riforma istituzionale, e in particolare sulla legge elettorale, sono pensati in una prospettiva di semplificazione e coercizione. Per questo dobbiamo produrre una controffensiva alla campagna referendaria, che indichi il modello elettorale tedesco come modello praticabile all’interno dell’attuale dettato costituzionale. Oggi si esprime una gerarchia nella catena decisionale, che vede protagonista il campo riformista, e vede noi come emendatori: questo ci conferma l’esperienza della vicenda di questi giorni, dove siamo estromessi dalla possibilità di intervenire sul complesso della proposta. E’ bene ricordarlo, la stessa legge Dini del ’95, fu respinta nella consultazione dalle fabbriche e dagli operai anche se poi passò nel voto complessivo.

Teniamo insieme condizioni materiali e innovazione politico culturale

L’impianto del Partito Democratico esprime l’equidistanza tra impresa e lavoratori, i riferimenti culturali sono tutti dentro la connotazione del cittadino consumatore. Noi invece con determinazione dobbiamo tenere unite le condizioni materiali e la più generale cultura politica. Oggi c’è una partita decisiva sulla centralità della filosofia d’impresa, assunta come condizione oggettiva, e sulla ristrutturazione dei poteri. Le scelte sulla struttura contrattuale, la logica della competitività di prezzo e la contrazione del costo del lavoro nello scenario globale e più generalmente la rincorsa del lavoro e anche dell’ambiente al suo prezzo più basso rendono sempre più labili le forme di resistenza. Nessun diritto è più al riparo dentro lo scenario della competizione globale. Mutamenti strutturali, come la flexsecurity, portano con sé anche un mutamento del pubblico, si abbassano le tutele dovute dall’impresa, si allarga il ruolo di uno stato che nei fatti potrà intervenire solo come stato sociale minimo. Dobbiamo guardare di più su cosa avviene sul piano anche culturale in larga parte del lavoro dipendente, ne abbiamo parlato in passato ed oggi lo vediamo concretamente e drammaticamente, la forte divaricazione tra condizione sociale e cultura di sé, e orientamento politico e culturale. Questo disacoppiamento è tanto più grave nell’incapacità della politica di prospettare una ipotesi di alternativa politica e culturale Ce lo confermano una serie di ricerche, la maggioranza del voto degli operai del nord è andato a sinistra solo in un passaggio che è stato quello dopo il ’68, cioè solo dopo che l’ondata politica si è congiunta ad un mutamento culturale.

Una proposta in grado di superare un passaggio decisvo

Torna la contrapposizione tra giovani ed anziani, tra precari e lavoratori, contro la quale noi dobbiamo costruire una campagna politico culturale. Qui c’è tutta la distanza con chi propone una redistribuzione tutta interna al mondo del lavoro, da cui l’impresa, i profitti, cioè i grandi beneficiari della redistribuzione avvenuta in questi ultimi 30 anni, sono esentati: gli aumenti di produttività e di competitività sono giocati tutti sullo scenario della competitività globale. Nei fatti questo significa che è esclusa ogni possibilità di trasformazione nel futuro, è l’accettazione degli attuali assetti economico sociali, la redistribuzione è tutta interna alla frammentazione del mondo del lavoro. Dobbiamo uscire da questa partita sullo scalone con la tenuta delle nostre relazioni sociali, dei nostri soggetti sociali e politici . La nostra proposta non può non essere in sintonia con il programma dell’Unione. E’ una proposta che non si limita allo scalone, c’è un impegno nostro contro i privilegi, non solo quelli della politica. Mi riferisco alle pensioni dei dirigenti d’azienda che pesano sulle casse dei lavoratori dipendenti, così come proponiamo un intervento sul mercato del lavoro, sulla non ripetitività dei contratti a termine, sulle pensioni basse e sulla soglia legata agli anni di contribuzione, sugli ammortizzatori sociali e sugli assegni di disoccupazione, sulla copertura contributiva nei periodi di disoccupazione, sui coefficienti di calcolo per riportare le pensioni legate al sistema contributivo ad un grado di copertura del 60% rispetto all’attuale 40%, sul recupero degli anni di laurea. Sulle donne abbiamo espresso una netta contrarietà all’aumento dell’età pensionabile. Così come abbiamo allargato in modo sostanziale il numero degli esonerati dallo scalino dei 58 anni, ben oltre i lavori usuranti che il decreto Salvi stabiliva in 5-6000, e che invece oggi prevederebbe i turnisti, gli addetti alla catena di montaggio e quelli a vincolo, tutti quelli che hanno raggiunto 40 anni di contribuzione. Stabilendo incentivi veri e un meccanismo in sintonia con il programma che abbiamo sottoscritto, Ci sono le condizioni per conquistare queste proposte, raggiungendo al tempo stesso l’età media europea di pensionamento in modo abbondante. Qualcuno ha detto che siamo troppo interni alla trattativa, noi diamo massima autonomia alla trattativa, ma per un partito di sinistra è legittimo e doveroso intervenire su un tema di questo genere, noi siamo intervenuti in modo legittimo per aiutare la trattativa, che era già di per sé in difficoltà. Non a caso oggi appare ad un punto più avanzato di appena qualche settimana fa. Da dopo le elezioni amministrative è stato possibile registrare una maggiore incidenza nostra anche grazie ai processi di unità a sinistra. La politica economica è stata nei fatti sequestrata dal dibattito politico. Il governo ha lavorato dentro una priorità non condivisa, la centralità è stata la riduzione del debito, sottostimando la crescita e pregiudicando le possibilità di redistribuzione sociale dell’extra-gettito per i vincoli europei. Oggi appare una maggiore disponibilità del governo che è emersa nella preparazione del Dpef sul quale abbiamo comunque espresso una criticità. Di segno diverso ma di critica aspra è stato il giudizio del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea. Noi dovremo riprendere nelle aule parlamentari questo documento mettendo al centro della politica economica proprio il tema dei giovani, e sfidare proprio coloro che oggi li usano e li contrappongono ai lavoratori. E quindi lanciare la sfida sui temi della formazione, la ricerca, la lotta alla precarietà, l’investimento sull’università, sulle politiche del reddito, sulle nuove produzioni, sulla scelta di politiche meno energivore. A me colpisce come oggi gli scienziati siano comunemente d’accordo e diano in 40 anni l’esaurimento delle risorse energetiche ed entro 4 anni l’avvio del punto di declino di queste risorse. Occorre ritornare a parlare sia di beni comuni che di mezzogiorno per lavorare alla ripresa di una politica, non solo perequativa, ma di investimento su una ritrovata centralità del sud che non copia il modello del nord, un modello nei fatti esaurito.

La critica della globalizzazione e i soggetti a cui guardiamo

Dobbiamo spingere sull’innovazione politico culturale e riprendere il filo interrotto dopo Venezia e radicarlo nella impostazione assunta nella Conferenza di Carrara. Noi lanciamo una sfida al Partito Democratico, una sfida innanzitutto culturale e sociale, non una sfida identitaria. Le domande da porci sono, quale critica a questa fase del processo di globalizzazione e quali soggetti di riferimento? Noi lavoriamo ad una soggettività unitaria e plurale, antiliberista, pacifista e laica. Se guardiamo in Europa, osserviamo una sinistra elitaria e tecnocratica, interna al processo di globalizzazione e di americanizzazione della società, muta nella sua soggettività, dall’altra una sinistra identitaria che non incide nella politica. Questo è lo scenario oggi, a cui risponde una destra che combina populismo e liberismo, che provoca paure e propone soluzioni neo autoritarie. Se riflettessimo sulla nostra assemblea della Sinistra Europea di Giugno, vedremmo lì l’importanza delle nuove soggettività. Anche la sinistra moderata è percepita come forza conservatrice, la ricchezza della sinistra europea è nella densità dell’innovazione politico culturale lì espressa. Ma dobbiamo anche aggiungere, che nessuna ipotesi di nuova soggettività prevede lo scioglimento di Rifondazione Comunista. Quindi, acceleriamo il processo unitario, e facciamo una riflessione vera sul rapporto tra governo e movimenti. Da più parti ci viene proposto un ruolo interno al processo di americanizzazione, o al governo o all’opposizione, non si può essere contemporaneamente in piazza e al governo. No, questo è un errore strategico, a noi non interessa un conflitto anche radicale che viaggia parallelo all’esercizio del potere e non incide su di esso. E’ una logica interna alla cultura della conquista del potere. Da questo punto di vista la centralità politica della non violenza ci propone una ipotesi di trasformazione sociale. Proviamo ora a capire quali sono le nuove soggettività critiche rispetto al processo di modernizzazione capitalistica. Qualche elemento di novità dovremmo vederlo, vi sono ad esempio forme nuove di comunità che riconoscono il legame sociale e che possiamo chiamare comunità solidali, penso a vicende concrete come No Tav, no Ponte, Vicenza, Melfi, che si contrappongono al processo di globalizzazione ed ad altre esperienze di comunità invece chiuse attorno all’idea di comunità territoriali. Per quanto riguarda il mezzogiorno pensiamo da un lato l’esperienza di Taranto, come ricostruzione di una comunità solidale, e dall’altro quella della Sicilia

Con Rifondazione Comunista nel nuovo soggetto politico a sinistra

Il movimento no global, le comunità solidali e il conflitto di classe sono l’antidoto di quella democrazia del pubblico che ha preso il sopravvento sulla democrazia dei partiti, e come scrive Ilvo Diamanti, esso segnala il ritrarsi della sfera della politica che lascia il posto ad una fiducia momentanea dei singoli perché manca una narrazione comune, un ritratto condiviso, organizzazioni in grado di proporsi come guida. Io penso che il nuovo soggetto unitario a sinistra abbia bisogno di alimentarsi di queste forme nuove della politica, ma al tempo stesso dobbiamo dire che occorre accelerare i tempi, perché in politica i tempi contano. In queste ultime settimane abbiamo avuto una unità d’azione importantissima con le altre forze della sinistra, che ha pesato anche sulla trattativa con il governo. E l’idea di una mobilitazione di popolo a settembre con una manifestazione nazionale va vissuta alimentando da subito processi e iniziative nei territori. Siamo stati e vogliano continuare ad essere un motore del processo unitario e plurale. Una mobilitazione che ha al centro la critica della precarietà, che non contrappone i giovani agli altri lavoratori. Un soggetto politico unitario e plurale che è fatto certo di forze politiche in quanto tali, ma anche di singoli, di associazioni, cosi come abbiamo fatto con la Sinistra Europea, questa è l’operazione a cui siamo chiamati a lavorare, accelerando ma anche tornando ad una cultura della trasformazione. Oggi più di ieri si pone la prospettiva di una società non fondata sul dominio della merce ma sulla possibilità della persona umana di decidere sul proprio futuro. Una prospettiva che non va attesa, ma costruita, determinando le condizioni per la ricostruzione di una soggettività politica. Di fronte a noi vi è anche l’impegno arduo della ricostruzione di una teoria del movimento e non di una semplice tecnica separata della gestione del potere, una riconnessione e ridefinizione dei termini uguaglianza e libertà, mi sembra che le forze riformiste abbiamo rimosso il termine dell’uguaglianza, ma per una forza di sinistra questo è invece decisivo.

Uguaglianza, libertà, differenza

Grazie a Marx sapevamo che l’universalismo borghese, illuministico liberale, quello dei diritti dell’uomo, l’idea dell’uguaglianza fino ad allora conosciuta aveva una grande capacità di attrazione e di occultamento della distinzione tra borghesi e cittadini, tra produttori e cittadini, tra economia e politica, per scoprire poi, solo grazie al pensiero femminista che quell’universalismo occultava anche la differenza dei due generi; poi, però dopo il socialismo reale sappiamo che il mito dell’uguaglianza presente nelle culture e nelle pratiche delle socializzazioni dei paesi dell’Est, è anch’esso terribilmente attratto e repressivo della vita reale, è uguaglianza senza differenza, dove la critica dell’individualismo trascinava con sé la repressione dell’individualità reale, tale individualità reale non può poggiare solo su un’accezione negativa di libertà, libertà da, su una semplice contrapposizione tra libertà formale e libertà sostanziale, essa indica una ricchezza in positivo di forme di relazione che bisogna nutrire sia del partire da sé della differenza di genere, sia dell’umanesimo assoluto di gramsciana memoria, cioè un’umanesimo sciolto da qualsiasi vincolo e legame metafisico ed idealistico. Insomma, solo nel nesso dialettico tra uguaglianza e differenza si può fondare un’idea non liberale di libertà, quella che Gramsci chiamava libertà organica. Lavorare politicamente e culturalmente per un’idea limite della libertà organica, per la continua interazione e costruzione del nesso uguaglianza differenza comporta una critica radicale di ogni deriva tecnologica e plebiscitaria della democrazia post moderna ed insieme l’assunzione del tema della crisi delle forme della rappresentanza, quella del tempo della solitudine del cittadino globale ben aldilà di ingegnerie costituzionali. Siamo di fronte ad un formidabile quanto inedito tentativo di rivoluzione passiva, la dilatazione a mercato globale del capitale è capace di modellare ogni forma di vita, sociale ed individuale. Oggi dal campo riformista, non viene nessun contrasto reale ai processi in atto, al massimo solo un’ipotesi redistributiva sul terreno economico. L’alternativa futura, l’altro mondo possibile, non può nascere strategicamente in quel campo. Si può lealmente condividere un’esperienza di governo con loro, uno spazio politico, ma strategicamente dobbiamo progettare una sfida superiore alla loro. Una sfida di massa, non identitaria. Questo è il cammino di fronte a noi per costruire la sinistra di alternativa. Il governo resta un mezzo e non un fine, l’innovazione non può essere un artifizio per rinunciare alla trasformazione, questa volta dobbiamo far sentire che innovazione, mutamento, condizioni di vita materiali individuali e collettive, un altro mondo possibile, stanno indissolubilmente insieme, l’uno è funzionale all’altro, noi non possiamo smarrire i nessi, ne va della nostra dignità, del senso stesso del nostro stare insieme.

 

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