Rifondazione elegge i suoi organismi dirigenti. Bertinotti critica Monti

Gemma Contin

Liberazione 12 aprile 2005

«I contratti degli statali e dei metalmeccanici più importanti del'ex commissario e del mercato». Ferrara: «Salvaguardare il pluralismo e le differenze caratteristiche delle pratiche e della cultura del Partito». Le minoranze votano contro il documento finale ma entrano in Direzione e nell'Esecutivo

Secondo giorno di Cipienne, in una domenica capitolina annegata da un ritorno invernale dell'accidente. Nasi arrossati, testa intronata da una due-giorni di impegno denso. Fuori la gente fuma accanita, e continua un ragionamento che non sempre ha potuto essere esplicitato per intero nei minuti contati talvolta sbordanti degli interventi.

Dentro, nel salone della Federazione romana di Rifondazione comunista, le compagne e i compagni del Comitato politico nazionale - prima di apprestarsi alle nette conclusioni del segretario, che "Liberazione" pubblicherà domani, a tratti assai ruvide, alla luce dei Monti e dei D'Alema che già s'affacciano all'orizzonte, delle spintonate a destra e a sinistra cominciate sulle colonne di piombo, delle dichiarazioni che la giornata politica trascolora dai giornali, e siamo appena all'inizio - hanno da eleggere i loro massimi vertici politici: di governo, di confronto "in progress", di funzionamento del partito e degli stessi organismi: la Direzione, l'Esecutivo, la presidenza del Comitato politico.

E' dunque la giornata di Francesco Ferrara, responsabile dell'organizzazione, cui tocca di fare le proposte già delineate al congresso, ma che adesso devono prendere corpo, consistenza, articolazione, criteri e soprattutto nomi. E non sarà facile, perché è sempre lì che cadono anche le più strenue barriere della ritrosia. Ma l'uomo è brevilineo, deciso, sorriso sotto i baffi, mani mediterranee gesticolanti che malcelano un lungo allenamento alla mediazione, di quando stava al sindacato dei metalmeccanici con Claudio Sabattini.

Ferrara apre la giornata raccontando con parsimonia alla platea di come si è arrivati alla formulazione «dell'organigramma, degli organismi politici e di direzione del nostro Partito, attraverso una discussione che ha visto durante il congresso anche dissensi profondi». Noi non siamo per ritornare su quella discussione, afferma, «ma il tema della concezione del partito ci intriga e ci appassiona, perché la nostra esperienza ci parla di un partito plurale e democratico. Di una pluralità di pratiche e di culture che dicono non solo del percorso fatto ma anche di quello che abbiamo costruito fin qui. Dunque un partito plurale che ha bisogno di tenere viva la sua dialettica interna, nella crescita e nel divenire della linea politica».

Una pluralità che è una ricchezza da salvaguardare e promuovere, «attraverso filoni "strutturali" che si sono presentati con documenti su cui le compagne e i compagni si sono confrontati, e che ora è necessario far diventare "strutture", organismi, ma che consentano anche di "governare" un partito così fatto».

E come si governa e si fa funzionare un partito così fatto? Cominciamo dalla fine: dalla proposta, approvata a larga maggioranza con un solo voto contrario e quattro astenuti, e dall'elezione, facile, di Graziella Mascia in sostituzione dell'uscente Stefano Zuccherini alla prossima presidenza del Cipienne, che potrà liberamente decidere di costituire o meno un ufficio di presidenza e di nominare a rotazione un presidente di turno.

La proposta "organica" di Ciccio Ferrara è che alla Segreteria, organismo di "governo" di otto membri che affiancano il segretario, dunque struttura e strumento di "maggioranza", si aggiungano due diversi livelli di decisione e di lavoro politico: la Direzione - votata a scrutinio segreto e approvata con 132 voti favorevoli, 65 astenuti, due contrari e due schede bianche - composta da 31 membri e di cui farà parte Fausto Bertinotti, che rispetterà il criterio della rappresentanza delle componenti e delle mozioni congressuali, con 13 rappresentanti delle minoranze: otto per la seconda mozione; due per la terza; due per la quarta; uno per la quinta.

Secondo livello: un Esecutivo composto da 44 membri, eletto per alzata di delega e approvato con 140 sì, 88 no e un astenuto, che secondo Ferrara «rappresenta l'esigenza di un "organismo operativo", articolato sulla base di "funzioni", di cui faranno parte, oltre alla Segreteria e il suo coordinatore, i tre capigruppo alla Camera al Senato e al Parlamento europeo, il tesoriere del Partito, il coordinatore dei Giovani comunisti, i 20 segretari regionali, i cinque delle aree metropolitane di Roma, Milano, Torino, Napoli e Palermo». A questi si aggiungeranno cinque rappresentanti delle minoranze, due per la seconda mozione e uno l'una per le altre tre, benché Claudio Bellotti abbia al momento respinto l'offerta.

Evapora pertanto il rischio di un rifiuto "partecipativo" agli organismi guida da parte delle opposizioni interne, ventilato a Venezia ma che domenica è rientrato, alla luce del "nuovo che avanza" sullo scenario politico nazionale, con l'ingresso delle minoranze negli organismi di vertice, pur con accezioni, argomentazioni e dissensi che sono sfociati nel voto contrario e che continuano a permanere e a marcarsi sulle questioni di fondo, di cui si dà conto in altra parte del giornale con la pubblicazione dei documenti presentati e votati alla fine del Cipienne.

Primo, il segno e il senso della partecipazione all'alleanza strategica nell'Unione e a un eventuale governo - caduto Berlusconi e maturata una nuova scadenza politica, con le elezioni generali sempre più mature, auspicate ieri persino dal presidente della Confindustria - cui il blocco sociale che fa riferimento ai "poteri forti" incarnati da Mario Monti e Luca Cordero di Montezemolo (e da chissà quanti e chi altri, da qui a lì) sta già tirando la giacchetta.

Proprio su questo, alla fine della spessa assise di Rifondazione comunista, si sono incentrate le conclusioni di Fausto Bertinotti, assai severo con chi legge e forza intenzioni e processi delicatissimi, tutti in divenire e che richiederanno attenzioni ferme e aggiustamenti di rotta in corso d'opera. Con alcune certezze: ai primi posti nell'agenda del Prc rimangono i redditi, i contratti, la lotta alla precarietà, il rifiuto della guerra, i referendum sulla procreazione assistita e quello sulla Costituzione. Ed è, questa, solo una semplificazione assai rozza e sommaria di un programma - di un'idea - di alternativa.

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