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Comitato Politico Nazionale 9 e 10 Aprile 2005 |
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Le dichiarazioni di voto |
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Liberazione 12 aprile 2005 Claudio Grassi ed altri 1. Con le elezioni regionali e amministrative del 3 e 4 aprile giunge a compimento un vero e proprio passaggio di fase. La crisi politica della Casa della Libertà, causata in particolare dal crollo di Forza Italia, si approfondisce e ora si evidenzia in proporzioni consistenti, non immaginabili ancora alla vigilia del voto. La sconfitta della destra lascia finalmente intravvedere, concreta e prossima, la liberazione del Paese dal governo Berlusconi e la cacciata di una coalizione di forze reazionarie, post-fasciste e razziste che nel giro di quattro anni hanno gettato l’Italia in una criminale avventura bellica, duramente colpito gli interessi dei lavoratori, provocato seri guasti al sistema produttivo, sferrato durissimi colpi alle istituzioni repubblicane e minato in profondità il tessuto morale e civile del Paese. L’elenco dei terreni sui quali si sono scaricati i disastrosi effetti dell’azione delle destre basta di per sé a cogliere la portata storica del sommovimento elettorale di cui siamo in primo luogo chiamati a ragionare. La sconfitta di Berlusconi e della sua coalizione rappresenta innanzi tutto il riaprirsi di una speranza per tutti coloro che auspicano politiche di pace e di giustizia sociale e per quanti hanno a cuore le sorti della democrazia di questo Paese. La viva soddisfazione procurata dal voto regionale è accentuata in misura rilevante dal successo del compagno Nichi Vendola nella competizione contro il centro-destra per la conquista della presidenza della Regione Puglia. Senza con ciò sottacere le nostre persistenti critiche a una legge elettorale che esaspera le tendenze al bipolarismo e alla personalizzazione della politica, la vittoria del compagno Vendola è un successo del Partito della Rifondazione Comunista ed è una vittoria per tutti i pugliesi e per tutto il Mezzogiorno democratico, che con la sua elezione affidano alla politica domande pressanti di sicurezza del lavoro, di risanamento del territorio dall’inquinamento politicomafioso, di pace, di rispetto delle libertà e dei diritti sociali e civili. A fronte di questi due importanti aspetti positivi, rimane tuttavia un terzo elemento marcatamente negativo. Il Partito della Rifondazione Comunista ha perso in queste elezioni sia in percentuale (-0,7%) sia in termini di voti rispetto alle elezioni europee del 2004, rispetto cioè al primo grande test elettorale successivo alla vittoria delle destre e alla grande irruzione dei movimenti a Genova, dopo l’attacco all’art.18 dello Statuto dei Lavoratori e dopo lo scoppio della guerra contro l’Iraq. Si tratta di un dato che non può essere ignorato o anche solo sottovalutato, se si considerano in particolare tre dati di fatto: - questo arretramento smentisce seccamente le ottimistiche previsioni della vigilia, autorizzando il dubbio che si sia appannata la capacità del Partito di avere il polso del Paese anche solo per quanto concerne il proprio elettorato; - l’insuccesso elettorale del Prc colpisce se lo si legge a fronte del grave malessere seminato nel Paese dalle politiche praticate dalle destre, che hanno alimentato forti istanze di tutela del lavoro, del salario, della pace: tutte istanze che Rifondazione Comunista avrebbe dovuto intercettare e saper trasformare in maggiore capacità di rappresentanza; - in terzo luogo (ma si tratta forse dell’aspetto più sorprendente, che più ci deve interrogare), l’arretramento del Partito si verifica nel quadro di una generale avanzata delle forze di opposizione, un’avanzata complessiva del centro-sinistra in tutte le sue componenti, di cui Rifondazione Comunista appunto non riesce ad avvantaggiarsi. 2. È dunque necessario analizzare approfonditamente questo risultato negativo. Sorvolare sulle ragioni che lo hanno determinato sarebbe un atteggiamento pericoloso e risulterebbe non comprensibile da parte del corpo del Partito. La perdita di consensi fatta registrare dal Prc ci pare essenzialmente riconducibile a due ordini di cause. In primo luogo, non si è adeguatamente operato al fine di caratterizzare la presenza di Rifondazione Comunista nell’ambito dell’Unione rendendone evidente l’azione di condizionamento. Ciò si è rivelato tanto più nefasto in assenza di una riconoscibile iniziativa programmatica della coalizione stessa. Avere condotto il confronto con le altre forze di opposizione anteponendo la decisione di entrare nell’alleanza a qualsiasi discussione sui programmi e sugli obiettivi concreti cui condizionare questa nostra partecipazione, ha indebolito il profilo politico e la funzione propositiva del Partito. In conseguenza di tale condotta, l’elettorato ha potuto riconoscere il nostro contributo alla comune battaglia democratica contro le destre, ma non è stato posto in condizione di comprendere quale apporto specifico il Prc intenda fornire a questa battaglia e al progetto di costruzione di un eventuale nuovo governo. Non sorprende, stando così le cose, che ad avvantaggiarsi della vittoria del centro-sinistra siano state le forze moderate della coalizione, favorite dalle loro maggiori dimensioni nel tentativo di presentarsi come i più affidabili interlocutori dell’elettorato democratico e popolare. A questo primo elemento si è sommato il grave deficit di radicamento del nostro Partito, che genera conseguenze ancor più negative in occasione di elezioni regionali e amministrative, nelle quali è quanto mai essenziale il rapporto con il territorio, con i luoghi concreti del conflitto, con le soggettività presenti nel Paese. Tanto più grave appare quindi il continuo rinvio di una discussione seria sulle necessità strutturali e organizzative del Partito. Altrettanto preoccupante – mentre in linea di principio si riconosce l’importanza decisiva del radicamento sociale e territoriale – appare la tendenza, di fatto presente nel nostro Partito, a trasformarsi in un partito di opinione, che concentra la propria attenzione intorno agli appuntamenti elettorali e vive per il tramite di poche figure visibili. Occorre quindi che il tema del Partito, della sua organizzazione e del suo radicamento, torni al centro della nostra agenda politica, con un confronto serrato che ci metta in condizione di recuperare rapidamente il terreno perduto. 3. Se è vero che la sconfitta politica del centro-destra è stata netta, e se possiamo anche ritenere che questa sconfitta segni effettivamente lo sfaldamento del blocco sociale che nel 2001 affidò a Berlusconi la guida del Paese, ciò tuttavia non basta a garantire che si sia definitivamente esaurita l’egemonia delle politiche neo-liberiste. Il rischio che oggi torna a profilarsi, mentre il centro-destra entra in una crisi verticale, è che le forze prevalenti del centrosinistra si ricandidino quali referenti dei poteri forti, rinunciando a realizzare una visibile discontinuità con le politiche neoliberiste praticate dai governi dell’Ulivo nel corso degli anni Novanta. Le ricorrenti dichiarazioni di Prodi, Rutelli, D’Alema e Fassino non lasciano del resto dubbi in proposito. Si evita di impegnarsi nello smantellamento della legislazione berlusconiana in tema di lavoro, pensioni, scuola e università, migranti; non si incalza il governo affinché ritiri le truppe italiane dai teatri di guerra, a cominciare dall’Iraq. Per contro, si rivendicano con orgoglio le privatizzazioni e la partecipazione alla guerra in Kosovo, lanciando persino messaggi di apprezzamento all’indirizzo del presidente americano. La recente intervista del segretario dei Ds (nella quale si promettono sgravi fiscali e nuova flessibilità) e l’ultima sortita di Prodi (che rassicura il governo circa la durata della legislatura e giunge a offrire collaborazione a Berlusconi nella politica economica) offrono una sintesi emblematica di tali orientamenti. Il rischio è che queste posizioni prevalgano e caratterizzino sostanzialmente l’azione di un futuro governo di alternativa alle destre. A questo rischio non si è sin qui opposta un’adeguata reazione e ciò ha finito per assecondare l’azione dei maggiori partiti dell’Unione, impegnati a imprimere sulla coalizione il proprio marchio moderato. Da ultimo, la scelta di non incalzare il governo chiedendone le dimissioni, di non sviluppare una forte iniziativa nel Paese e nelle istituzioni per delegittimarlo e determinarne la definitiva crisi, rischia seriamente di rafforzare l’anima moderata dell’Unione. Occorre tutt’altra risposta: una reazione forte, capace di interpretare quella domanda di cambiamento che si è manifestata non solo nel voto regionale ma anche nella grande manifestazione del 19 marzo a Roma, la quale ha visto oltre 50mila persone scendere in piazza contro la guerra e contro la permanenza delle basi Usa e Nato sul territorio italiano, pur in assenza dei sindacati confederali e dei maggiori partiti del centro-sinistra. Una risposta forte è necessaria, per dare alla nostra gente il segno d’esser stata compresa, di essere rappresentata all’altezza dello scontro in atto. Il Partito deve farsi subito promotore di una iniziativa congiunta con le altre forze politiche e sociali della sinistra di alternativa, affinché il programma dell’Unione assuma impegni programmatici avanzati sul terreno sociale e politico e sul piano internazionale, guardando a quel passaggio delicato e niente affatto acquisito che sono le sempre più prossime elezioni politiche. Marco Ferrando ed altri Il voto del 3 4 aprile segna una sconfitta politica generale del governo Berlusconi. Ora si tratta di trasformare la sconfitta di Berlusconi nel rilancio di una mobilitazione di massa per la cacciata del governo e a favore di una alternativa vera: ciò che implica la piena autonomia della sinistra sociale e politica dal centro liberale e da Romano Prodi, e la sconfitta del loro progetto di alternanza. La crisi di fondo del berlusconismo Le elezioni regionali hanno espresso un verdetto politico inequivocabile. La coalizione di governo conosce una profonda crisi di consenso che investe come linea di tendenza l’intero paese, a partire, in particolare, dalle grandi città e dal meridione: una crisi di consenso che riflette le contraddizioni del blocco sociale del centro destra; che è stata sospinta dalla stagione di lotte del 2001-2004; che è stata alimentata dalla crisi economica italiana ed europea e dalla relativa chiusura di ogni significativo spazio redistributivo; che si è tradotta in una generale crisi di credibilità e di immagine del presidente del consiglio presso vasti strati popolari. Forza Italia, in particolare, registra una caduta verticale in quanto partito immagine di Berlusconi. I limitati progressi elettorali di Lega e UDC, legati alle loro radici sociali e territoriali, non solo non compensano il crollo di Forza Italia ma approfondiscono le contraddizioni della coalizione. L’insoddisfazione elettorale e politica di AN, a partire dalla sconfitta in Lazio, spinge nella medesima direzione. A sua volta la sconfitta del governo e della coalizione può agire come ulteriore fattore di precipitazione della sua crisi politica e sociale: accelerando in alto il processo largamente in corso di cambio di cavallo dei poteri forti, e in basso la disaffezione di settori di popolo sfiduciatii e delusi. Il successo del centro ulivista L’Unione guidata da Romano Prodi ha conosciuto un’indubbia affermazione elettorale e politica. Ma con una articolazione interna molto diversa di risultati e significati. La coalizione di centro liberale (Uniti per l’Ulivo) ha conosciuto un successo politico reale e incontestabile. Elettoralmente, a differenza che nelle elezioni europee, l’unità di lista dei liberali non ha disperso voti ma è obiettivamente avanzata in tutte le otto regioni in questione. Parallelamente nelle regioni rimanenti, le forze di centro (maggioranza DS -Margherita - SDI) conoscono un buon risultato. Complessivamente il centro liberale ha capitalizzato sia i benefici della ricollocazione in campo di ampi settori di classi dirigenti, sia l’effetto bipolare della spinta antiberlusconiana del popolo della sinistra, sia il travaso diretto di settori di elettorato popolare proveniente dal polo. Politicamente il risultato della lista unitaria rafforza la prospettiva strategica di un soggetto unificato largo del liberalismo italiano come rappresentanza centrale della borghesia e guida dell’alternanza. Il risultato negativo del nostro partito Le forze della sinistra dell’Unione (sinistra DS, verdi, PDCI, PRC) conoscono un risultato elettorale e politico sensibilmente diverso. Verdi e PDCI realizzano un reale avanzamento, pur limitato. Il nostro partito invece registra un risultato deludente, molto lontano dagli obiettivi perseguiti e dalle aspettative diffuse. I limitati progressi elettorali in alcune situazioni del Nord si combinano con un diffuso arretramento al Sud, là dove maggiore è stata la spinta antiberlusconiana. Persino in Puglia l’affermazione personale del compagno Nichi Vendola - frutto del suo particolare radicamento popolare, della crisi generale del berlusconismo, ed anche del sostegno di alcuni poteri forti locali (Divella) che hanno investito nel centrosinistra - non solo non trascina il risultato del partito ma si combina significativamente col suo calo. Vendola vince anche come candidato ed espressione del centrosinistra, non come espressione di Rifondazione. In linea generale il partito non registra elettoralmente la spinta popolare di cambiamento e gli effetti delle dinamiche di movimento. La svolta governista celebrata a Venezia e la "rivoluzione culturale" identitaria ad essa connessa non hanno premiato il partito neppure sul terreno elettorale. Il disegno di occupare lo spazio liberato a sinistra con una rifondazione socialdemocratica e di governo non ha trovato l’auspicata spinta della urne. Siamo apparsi talmente subordinati e integrati nel centrosinistra da demotivare sia il voto di settori di elettorato antagonista, privati di un riferimento alternativo, sia il voto di settori tradizionali di popolo della sinistra, spinti a votare, a parità di condizioni, i partiti maggiori. All’interno stesso dell’Unione i rapporti di forza tra liberali e PRC vedono oggi il partito ulteriormente indebolito: sempre più subordinato al carro dell’Unione, sempre meno caratterizzato; sempre più sinistra del centrosinistra, sempre meno sinistra alternativa. Avanza l’alternanza liberale Non solo il dato elettorale ma soprattutto l’intera evoluzione politica richiede una svolta profonda del nostro partito. La sconfitta radicale di Berlusconi è oggi capitalizzata non dall’alternativa ma dall’alternanza. Ne è un riflesso lo stesso profilo politico e/o sociale di tanti candidati governatori dell’Unione e le aggregazioni di potere vecchie e nuove che attorno ad essi gravitano. Ne è un riflesso l’orientamento politico ulivista di tutta la grande stampa padronale, del grosso del mondo delle imprese e delle banche. Ne è un riflesso la natura politica e programmatica delle posizioni espresse lungo la stessa campagna elettorale dai massimi esponenti liberali: dai richiami al rigore finanziario espressi da Prodi di fronte all’assemblea di Confindustria, alle aperture di Piero Fassino all’amministrazione Bush quale possibile fattore di democratizzazione del Medioriente e del mondo, sino all’appello di Prodi a Berlusconi, dopo la sua sconfitta, perchè realizzi politiche di rigore e di taglio della spesa pubblica promettendo in quel caso il consenso dell’opposizione. Giorno dopo giorno, tutti gli accadimenti politici dimostrano, una volta di più, che una prospettiva di governo con i liberali è priva di ogni base programmatica e di principio. E che ogni pretesa o richiesta di poter "condizionare" l’intesa di Governo, o per via negoziale o per via di movimento, è del tutto illusoria e deviante. Di più: l’esperienza mostra che la subordinazione delle sinistre a Prodi e alla coalizione con i liberali frena le potenzialità di movimento, indebolisce l’opposizione dei massa a Berlusconi, priva le lotte di riferimenti e sbocchi, a tutto vantaggio dell’alternanza, contro i lavoratori e i movimenti. Cacciare Berlusconi dal versante dei lavoratori Tanto più oggi si impone allora una opposta necessità di fondo: quella di trasformare la sconfitta di Berlusconi in una prospettiva di vittoria dei lavoratori, dei movimenti e delle loro ragioni, in piena autonomia dal liberalismo. Il PRC deve chiedere all’intera sinistra sociale e politica italiana di unire nell’azione le proprie forze per imporre la cacciata del governo. Prodi, Rutelli, Fassino, il centro liberale chiedono a Berlusconi di restare fino al 2006 per svolgere quel "lavoro sporco" su sanità, TFR, pensioni, Enti Locali da ereditare poi, a proprio vantaggio, come futuro governo dell’Unione. Per questo si oppongono ad ogni spallata a Berlusconi, ad ogni ingresso in campo delle masse. I lavoratori hanno l’interesse opposto. I progetti di Berlusconi in campo istituzionale e sociale vanno definitivamente bloccati e abrogati. Le profferte di Prodi a Berlusconi vanno denunciate e respinte. Nell’immediato è necessario impegnarsi a fondo per il successo al referendum sulla legge di procreazione assistita, che oltretutto può rappresentare un ulteriore colpo al governo delle destre. Più in generale è necessario e urgente promuovere una grande mobilitazione operaia e popolare, di carattere generale e prolungato, che ponga al centro le esigenze e domande di lotta di questi anni: il ritiro immediato e incondizionato delle truppe dall’Irak; l’aumento generale dei salari, delle pensioni, della spesa sociale in sanità e istruzione, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi profitti, rendite e patrimoni; la cancellazione della legge 30 e del "pacchetto Treu", un vero salario garantito ai disoccupati senza contropartite di precariato e flessibilità; la nazionalizzazione senza indennizzo delle industrie in crisi a difesa dei posti di lavoro. Il PRC deve proporre a tutta la sinistra questo programma indipendente di mobilitazione in funzione di una vera svolta. Solo una grande mobilitazione operaia e popolare a carattere prolungato può precipitare da un versante di classe la crisi del governo. Solo una grande mobilitazione di massa può scompaginare la tela dell’alternanza, rovesciare dal basso i rapporti di forza, aprire il varco ad una alternativa anticapitalistica. Il nostro compito non è quello di consigliare la "fabbrica del programma" di Romano Prodi, ma di costruire il programma di azione unificante per il rilancio della lotta dei lavoratori, dei giovani, dei movimenti. La lotta dei metalmeccanici, dei lavoratori del pubblico impiego, dei lavoratori delle industrie in crisi sono il primo banco di prova di questa necessità politica. Solo su questa base si può lottare per l’egemonia alternativa di un altro blocco sociale sull’opposizione a Berlusconi, capace di indicare uno sbocco anticapitalistico alla crisi del berlusconismo. È necessaria una svolta di fondo del prc Questa necessaria svolta politica non ha niente a che vedere con la "fuga" o "l’isolamento" del PRC rispetto alle masse. Al contrario è una politica di lotta aperta nel popolo della sinistra e tra le più ampie masse per un’altra direzione politica e un’altra prospettiva: una prospettiva che richiede la rottura con Romano Prodi e con il centro dell’Ulivo. Non si tratta di gestire diversamente la nostra attuale collocazione nell’Unione chiedendo una maggiore determinazione contrattuale o una maggiore pressione di movimento, come propongono altri compagni "critici". Si tratta di mutare la collocazione del nostro partito in funzione di un’altra proposta al movimento operaio e ai movimenti di lotta. Solo la rottura della sinistra sociale e politica col centro può liberare una opposizione di massa a Berlusconi. Solo la rottura col centro può porre le basi di una alternativa vera. Il nostro partito ha l’esigenza urgente e vitale di avviare questa svolta di fondo del proprio indirizzo quanto più avanza la prospettiva liberale dell’alternanza. Salvatore Cannavò ed altri Le elezioni regionali ci consegnano un cambiamento rilevante del quadro politico anche se in linea con le tendenze già in atto negli ultimi due anni. Perde seccamente Berlusconi, vince Prodi, il Prc ottiene la straordinaria vittoria di Vendola ma non avanza inducendo a una riflessione ulteriore sul proprio progetto politico. La fine di Berlusconi La prima svolta, la più visibile e la più densa di soddisfazione, attiene alla sconfitta delle destre e di Berlusconi in particolare. La nostra soddisfazione è profonda: il senso della nostra battaglia nel congresso non deve ingannare circa la nostra determinazione a condurre una lotta spietata alle destre e alle loro politiche. Per questo ci siamo impegnati a fondo nella campagna elettorale. La sconfitta di Berlusconi è senza appello perché riguarda il giudizio sull’operato delle giunte in cui le destre hanno governato e sulla maggioranza parlamentare in quanto tale. Il blocco sociale di riferimento del centrodestra è stato eroso dalle stesse politiche del governo, da un liberismo che non riesce a mantenere le proprie promesse. La sconfitta del centrodestra è innanzitutto il segnale della perdita di consenso del liberismo che anima tutta la politica mondiale, compresa quella di tanti governi di centrosinistra. I ceti popolari, ma anche quelli medi e imprenditoriali che sono vittime della crisi globale del liberismo – crisi che non a caso è affrontata dagli Stati Uniti con una guerra permanente – si rivoltano e si sottraggono alle sirene del berlusconismo. Ma le destre conservano ancora un insediamento importante come dimostra il risultato della Lega Nord e la loro vittoria in Lombardia e Veneto. Bisogna cacciare Berlusconi Se l’epoca di Berlusconi è in parte chiusa il governo può ancora fare danni. Per questo proporsi la sua caduta anticipata è un obiettivo importante per il movimento di massa, le sinistre e il nostro partito. Questa ci sembra l’urgenza non rinviabile e che deve contemplare anche la richiesta di elezioni anticipate come strumento di salvaguardia democratica e sociale. Ma al di là della richiesta formale, il problema è che le elezioni anticipate vanno indotte dalle lotte. Si tratta di rilanciare un fronte unitario di mobilitazioni che si misuri su questa parola d’ordine a partire dai rinnovi contrattuali, dalla lotta alla precarietà, da quella contro la riforma scolastica, dalla lotta per la pace e il ritiro delle truppe dall’Iraq, dalla lotta per il ripristino di uno stato sociale decente, contro privatizzazioni e speculazioni. Il ritorno di Prodi… La vittoria dell’Unione è una vittoria che rimotiva elettori e guadagna consensi nuovi. In questo senso si tratta di una vera vittoria di Prodi che riesce ad affermare il proprio progetto di ricomposizione politica, ma non ancora sociale, valorizzando le differenti sfumature dell’alleanza riformista: da quella moderata di Fassino e Rutelli a quella più radicale ben rappresentata dalla vittoria di Vendola in Puglia. Ma questo risultato è il prodotto ancora di un voto "contro" e non di un voto per un’alternativa di società e avviene in presenza di una stasi e di una difficoltà dei movimenti, a cominciare da quello dei lavoratori impegnato in rinnovi contrattuali rilevanti come quello dei metalmeccanici e del pubblico impiego. Questa contraddizione è confermata dalla vittoria, piena e schiacciante, all’interno dell’Unione, del nucleo duro dell’alleanza rappresentato dall’asse Ds-Margherita. La piena internità di Rifondazione all’alleanza motiva i progetti di quei due partiti, ben evidenziati dalle recenti dichiarazioni di Fassino e Rutelli, per puntare a un assorbimento del nostro partito e chiudere l’anomalia italiana rappresentata dalla presenza di una forza anticapitalista e comunista distinta sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Il non svolgimento delle primarie rappresenta il primo tassello di questo progetto. …e della concertazione L’Unione si presenta così come l’alleanza in grado di governare il paese senza strappi, senza conflitti e senza traumi. Può quindi, proporsi di mettere in piedi un progetto di ricomposizione sociale fondato su un nuovo patto sociale che preveda il pieno coinvolgimento di Rifondazione e della Cgil. Un patto sociale per consolidare il proprio profilo di "forza tranquilla", garante di una nuova concertazione che metta d’accordo imprenditori e sindacati e far uscire quindi l’Italia dal "declino" in cui si trova. La sua affermazione significa il consolidamento dello schema dell’alternanza in cui rimane prigioniera anche Rifondazione comunista. Se vuole evitare questo rischio il nostro partito deve scartare dallo schiacciamento eccessivo sull’Ulivo e rilanciare il proprio profilo di forza anticapitalista e impegnata nei movimenti. Si tratta di recuperare l’autonomia della propria proposta con una concezione più di movimento dell’unità che non può esaurirsi al confronto programmatico ma deve radicarsi nel vivo del conflitto sociale a partire dalla urgenze più immediate: 1) la caduta del governo Berlusconi anche in virtù del rilancio del movimento di massa, a partire dai rinnovi contrattuali; 2) il successo al referendum contro la legge sulla Procreazione medicalmente assistita che, oltre a rappresentare una battaglia di civiltà, rappresenta un passaggio eccezionale per infliggere un’altra sconfitta al governo 3) una campagna nazionale, a partire da tutte le regioni in cui Rifondazione è al governo, per boicottare la legge 30, l’istituzione dei Cpt, la realizzazione su scala regionale di riforme scolastiche improntate al progetto Moratti 4) la battaglia contro la guerra per proporsi, ora più che mai, il ritiro delle truppe dall’Iraq. Rifondazione sotto le aspettative Con l’internità piena del Prc all’Unione e con la sua ambizione a guadagnarne una qualche direzione, Rifondazione, in linea con le scelte congressuali, muta il suo progetto strategico: non più la costituzione di una forza alternativa sia al centrodestra che al centrosinistra – per quanto obbligata a un’unità d’azione ed elettorale con quest’ultimo – ma la collocazione a pieno titolo dentro l’alleanza per spostarne gli equilibri e il profilo complessivo. Un progetto che, al di là della nostra evidente opposizione, sconta però dei limiti strutturali. Il Prc è l’unico partito dell’Unione che non guadagna voti, anzi ne perde rispetto alle europee. Addirittura, ritorna alle percentuali del 2000 cioè a prima della grande stagione dei movimenti, a prima di Genova. Segno evidente di uno schiacciamento eccessivo sull’alleanza e sul suo leader: il "Prodinotti" fa vincere solo Prodi. Certo, c’è la vittoria di Vendola in Puglia, una vittoria importante e da sostenere. Ma che è comunque una vittoria di tutta l’Unione, interna al progetto di guadagnarne la direzione – e infatti Nichi non trascina il Prc – e che deve cimentarsi ora con la prova del governo. A partire dalla Puglia, Rifondazione deve dimostrare che è possibile sconfiggere la "legge del pendolo" imprimendo alla sua azione di governo una svolta evidente e capace di modificare significativamente le condizioni di vita di larghe masse: su questo va sostenuto da tutti noi, soprattutto nella costruzione di movimenti e conflitti. Ma la mancata crescita di Rifondazione è spia di un problema più importante e che non può essere ridotto alla relazione con il resto dell’Unione o alle polemiche congressuali. Interpella infatti il ruolo e la collocazione sociale del partito, il suo radicamento di massa, la sua capacità di innovazione – molto auspicata ma mai realmente praticata – la sua selezione dei gruppi dirigenti, il grado di unitarietà e di vita democratica al suo interno. E’ la grande questione della "rifondazione comunista" rimossa al congresso per lasciare il posto a un dibattito neoidentitario e rivolto all’approvazione della svolta governativa. Ma è la grande questione su cui è nata Rifondazione e su cui deve cimentarsi una moderna forza comunista. Il mancato voto al Prc, specie in elezioni "locali" in cui la presenza sul territorio diventa essenziale, parla della reale capacità del partito di essere presente nei movimenti e di esistere in quanto partito. Dice, ad esempio, di quanto sia stata stucchevole l’enfasi posta sulla "grande partecipazione democratica" al congresso che non si è poi tradotta in un salto di qualità dal punto di vista elettorale. Dice, in sostanza, che la questione della formapartito deve diventare un tema centrale di discussione provando a compiere sperimentazioni che coinvolgano tutto il corpo del partito in relazione alla sua iniziativa esterna, verso i movimenti e il conflitto sociale. Anche per questo il ripristino di un reale coinvolgimento delle minoranze e la loro piena partecipazione alla gestione del partito diventa oggi un valore per l’insieme dei e delle militanti di Rifondazione comunista. La proposta di nuova organizzazione non va invece in questa direzione: lo svuotamento della direzione, la nuova centralità conferita a esecutivi a totale appannaggio della maggioranza, il rifiuto di una gestione unitaria, restituiscono una concezione del partito maggioritaria ed escludente e, in ultima istanza, poco efficace. Claudio Bellotti ed altri La sconfitta elettorale delle destre e in particolare di Berlusconi e di Forza Italia apre una crisi terminale del governo. La sconfitta rappresenta una brusca accelerazione che segue quattro anni di costante logoramento dell’egemonia delle destre di fronte alle ripetute ondate di mobilitazioni di massa che hanno attraversato il paese. La sconfitta e la precipitazione della crisi mostrano, a posteriori, come la forza della coalizione delle destre fosse più apparente che reale, più significativa su terreni appariscenti ma in ultima analisi secondari (una vasta maggioranza parlamentare, il dominio dei mezzi di comunicazione, ecc.) mentre era assai minore sul piano della lotta di classe, dei rapporti di forza nella società. L’elemento decisivo che ha determinato la sconfitta di Berlusconi e che probabilmente prelude persino alla scomparsa, nella prossima fase, del suo partito, si può così riassumere: Forza Italia si è dimostrata incapace di fronteggiare la pressione delle forti mobilitazioni della classe operaia e di vasti settori popolari, e anche laddove pareva che i movimenti di massa non riuscissero nell’immediato a strappare delle vittorie, alla lunga essi sono stati decisivi nel demolire il blocco di consenso delle destre. Questa vittoria va quindi in primo luogo ascritta a merito dei milioni di persone che hanno alimentato le lotte; Berlusconi è sconfitto nonostante Prodi, nonostante le politiche moderate dell’Ulivo, nonostante candidati che nella stragrande maggioranza dei casi non avevano alcuna reale sintonia con le ragioni dei lavoratori. La sconfitta delle destre quindi non può essere raffigurata come un semplice episodio di una asettica "alternanza" che vedrebbe i due poli scambiarsi di posizione (oggi al governo, domani all’opposizione e viceversa) in un ciclo apparentemente senza fine. Al contrario, la sconfitta della destra non è episodica ma sta assumendo le caratteristiche di un vero e proprio tracollo non solo elettorale, ma strutturale, che potrebbe precluderle il ritorno al governo per tutta una fase politica. La prima conseguenza di ciò è che le principali contraddizioni non si esprimeranno fra centrodestra e centrosinistra, ma all’interno del centrosinistra stesso. Tale situazione chiama direttamente in causa il nostro partito e la nostra collocazione decisa allo scorso congresso. Il risultato modesto che il Prc raccoglie nel voto di lista, al di là di elementi locali o della penalizzazione che tradizionalmente ci colpisce nel voto amministrativo, va imputato a una collocazione che ci ha visto ormai da mesi seguire pedissequamente il sentiero tracciato da Prodi. Anche le recentissime prese di posizione che di fatto escludono l’apertura di una battaglia per la conclusione anticipata della legislatura, sulle quali il segretario si è espresso in piena sintonia con Prodi, confermano questa linea di comportamento. Il risultato è che oggi appare come minimo appannato, per non dire invisibile, quell’elemento di radicalità e di alternatività che tante volte ha guidato verso di noi il voto di almeno una parte dei lavoratori e del "popolo della sinistra" che esprimendosi per il Prc intendevano indicare una critica, magari parziale, al moderatismo del centrosinistra e una richiesta di maggiore radicalità di programmi e piattaforme. Il voto recente dice che agli occhi dell’elettorato del centrosinistra le differenze fra il Prc e le altre forze della coalizione sono talmente sfumate da non giustificare una differenziazione a sinistra del voto, il tutto a vantaggio delle forze maggioritarie della coalizione, del progetto di Fassino e Prodi, nonché (in misura assai circoscritta) alle evoluzioni opportunisticamente radicali del Pdci. La prospettiva di un governo di centrosinistra, oggi ancora più vicina, si inserisce in un quadro di crisi economica fatto di declino industriale (3500 aziende in crisi), penetrazione del capitale straniero, conti pubblici fuori controllo. In tale contesto, e con un movimento operaio ormai risvegliato, la rotta del centrosinistra è destinata ad entrare rapidamente in collisione frontale con gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari, le cui attese sono oggi ancora maggiori di fronte al concretizzarsi di una rapida fine del governo Berlusconi. È decisivo che nella prossima fase ci impegniamo: - Per una mobilitazione il più vasta possibile che si ponga l’obiettivo di cacciare un governo ormai completamente delegittimato, a partire dalle manifestazioni che ci vedranno, in piazza nel prossimo 25 aprile. - In una azione di costante intervento in quelle vertenze di categoria (metalmeccanici, pubblico impiego, ecc.) che vedono al centro la questione salariale e dei diritti, anche praticando le necessarie rotture con la linea moderata perseguita dalla Cgil; - In un intervento sistematico sul terreno delle crisi industriali, dalla Fiat ai distretti in crisi, che ponga al centro la necessità non di un generico "intervento pubblico" a sostengo dei bilanci aziendali, ma della difesa dei posti di lavoro, degli insediamenti produttivi fino, laddove necessario, alla rivendicazione dell’esproprio senza indennizzo e della gestione operaia delle aziende che minacciano la chiusura. Tutto il partito deve orientarsi all’intervento nelle mobilitazioni di massa e alla loro promozione, contrastando sul campo le ipotesi di ricomposizione concertativa sotto gli auspici del centrosinistra. Solo per questa via il Prc può conquistare quella posizione centrale e autorevole in grado di porlo nei prossimi anni come possibile punto di riferimenti di quei milioni di persone che inevitabilmente resteranno disilluse quando proveranno direttamente gli effetti delle politiche del centrosinistra. È questo l’unico reale sbocco progressivo alla crisi delle destre che si manifesta oggi in tutta la sua profondità, ma che un domani, in assenza di alternative a sinistra, potrebbero tornare a farsi minacciose di fronte ai prevedibili fallimenti della coalizione ulivista. Matteo Malerba e altri Il successo elettorale del centrosinistra alle amministrative infligge una determinante, ma non definitiva, battuta d’arresto all’egemonia delle destre; esso si presenta, insieme, come una delle premesse per giungere ad un analogo risultato per le prossime elezioni politiche generali. L’apporto del Prc a questo successo è stato visibile, a il partito, nonostante lo straordinario successo popolare in Puglia, ha pagato il prezzo di un risultato deludente. Questo soprattutto perché la sua "internità" all’Unione è stata percepita come omologazione ai suoi caratteri moderati. La spinta che attraverso il voto giunge dal paese reale consegna, però, in primo luogo alle forze della sinistra nello schieramento unionista, un carico di aspettative per cambiamenti non formali e non semplicemente "correttivi" dei guasti delle destre; cambiamenti in ordine alle agibilità democratiche generali, al complesso dello stato sociale e della gestione pubblica dei servizi e alle condizioni di via e di lavoro di tutti i ceti deboli, in coerenza con il movimento di lotta che non si è mai fermato nella realtà del paese. Per poter realmente corrispondere a queste aspettative e perché il Prc - come forza di ispirazione comunista e di tensione alternativa - possa risultarne avanguardia e garanzia, è necessario che nel partito divenga effettivo e pieno patrimonio comune una consapevolezza: quella che – oggi per le amministrazioni territoriali ed, eventualmente, domani per il governo nazionale - questo centrosinistra egemonizzato da posizioni estremamente moderate ha in sé caratteri e limiti che lo presentano sin d’ora inagibile a rappresentare una vera alternativa alle destre e al berlusconismo, se non per pur necessari "tamponamenti" ai guasti profondi prodotti nel paese. Ne consegue che, in prospettiva - pur facendo tecnicamente tutto quel che è necessario fare, a livello nazionale e locale, per continuare ad offrire l’indispensabile apporto dei comunisti alla definitiva cacciata di Berlusconi - si conferma scontata per il partito, a livello nazionale, la collocazione all’opposizione e, comunque la non corresponsabilizzazione organica in governi in cui la sinistra non risulti determinante. Per l’immediato, a livello delle amministrazioni territoriali, occorre avvivare rapidamente, a tutti i livelli, un percorso di verifica sulla concreta possibilità di orientare effettivamente a sinistra le scelte programmatiche delle alleanze e l’operato delle giunte nelle quali risultiamo corresponsabilizzati. Per il resto, in merito alla presenza negli esecutivi, va fatta netta differenza tra quelli nei quali la sinistra è determinante e quelli di coalizione nel contesto del centrosinistra; in ogni caso, pregiudiziale è la visibile qualifica della presenza comunista come espressione degli interessi di classe. Nel contesto dei primi, la nostra presenza va poggiata e qualificata, in modo discriminante, su difesa e ampliamento degli spazi disponibili e utilizzabili dalla partecipazione popolare, in modo che le istanze di questa risultino determinanti negli indirizzi di governo, assunti perciò come elemento organico della struttura dell’impianto amministrativo, con articolazioni e agibilità che ne garantiscano l’attuazione, per superare l’equivoco di una partecipazione come fatto generico, tutto al più risolvibile in formalità consultiva o in altrettanto sterili espedienti "partecipativi", non in grado di incidere sulle dimensioni di potere. Il criterio della partecipazione popolare determinante può essere, eventualmente, estendibile anche nelle situazioni in cui la possibilità di intesa è data - oltre che dalla convergenza nella difesa della pace, della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, dei diritti e dell’ambiente – dalle disponibilità a recepire, tra le centralità programmatiche, le istanze della partecipazione popolare di cui la sinistra è espressione.
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