Comitato Politico Nazionale 9 e 10 aprile 2005

Gli interventi sulla situazione politica

 

Liberazione 12 aprile 2005

Enzo Jorfida

La sconfitta delle destre è vera, evidente e forte. Ma non sediamoci sugli allori! E' ora necessario definire le iniziative di lotta e di movimento per cambiare le politiche economiche e sociali che hanno penalizzato lavoratori e pensionati ma che hanno favorito i profitti, come evidenziano i dati dei bilanci aziendali di molte grandi aziende con utili netti nel 2004 superiori del 20/30 per cento rispetto al 2003. Occorre in altre parole impedire che si ritorni alle logiche delle compatibilità do bilancio che hanno colpito solo i redditi da lavoro dipendente e delle pensioni. Certi modi e idee praticate dalle destre penetrano anche nei settori moderati e riformisti del centro sinistra. Un esempio è l'intervista di Fassino con il suo richiamo alla necessità della flessibilità. Giusto porre l'accento la caduta delle discriminazioni verso i comunisti com'è evidente con l'elezione di Vendola in Puglia e com'è avvenuto lo scorso anno alle elezioni amministrative di Cinisello B. e alla Provincia d'Ascoli P. Il voto del 3 e 4 aprile è stato prettamente politico. Due milioni d'elettori si spostano dal centro-destra al centro-sinistra, ma non verso di noi. In dieci mesi (elezioni europee 2004) perdiamo nel 2005 ben 373.516 voti, vale a dire il venti per cento in meno dei nostri elettori del 2004. Un esame serio và fatto Circolo per Circolo e Regione per Regione non credo vi siano solo un problema di candidature deboli nelle nostre liste o per confusione dei simboli. L'aumento dei nostri consiglieri regionali è determinato anche dalla presenza nei "listini " e dai nuovi sistemi elettorali in alcune Regioni.

Francesco Cirigliano

Pur venendo da una Regione - la Basilicata - in cui il voto regionale è stato rinviato di due settimane (segno della confusione e dell'instabilità che si tende ad infondere nel corpo elettorale), non posso esimermi da una riflessione che si impone a questa riunione del Cpn. Credo che vi siano due punti da analizzare.

Su un primo punto possiamo essere tutti d'accordo e riguarda la crisi di consenso delle destre che è innanzitutto crisi di un modello che possiamo definire "era berlusconiana". Questa crisi però - come ha ricordato il Segretario Bertinotti nella sua introduzione - non si traduce automaticamente in una crisi del berlusconismo inteso come avamposto delle compatibilità neoliberiste. Anzi, a giudicare da alcuni interventi sulla stampa da parte di autorevoli rappresentanti dell'Ulivo, la vittoria de L'Unione rappresenta un sostanziale sfondamento moderato e - aggiunge Fassino - il futuro governo di centro sinistra dovrà continuare la sua strada a favore della flessibilità del lavoro e delle privatizzazioni, arrivando addirittura ad ipotizzare un soccorso all'attuale governo in carica qualora questo aggiusti il tiro su alcune questioni. Questa difficoltà a trasformare la crisi del governo in "alternativa" di governo e in crisi del berlusconismo non è aiutata - ed arriviamo ad un secondo punto dell'analisi del voto - dal mancato sfondamento del partito e rispetto al quale dobbiamo spendere una ulteriore riflessione. Ecco che introduco un elemento di criticità rispetto alla relazione del segretario: ci troviamo di fronte ad una difficoltà di intercettazione tra le cui cause vi è la mancata percezione dell'autonomia del Prc da parte dell'elettorato.

Salvatore Cannavò

Sono d'accordo con la definizione di "fine di Berlusconi". Queste elezioni ne segnano la disfatta come collante del centrodestra e quindi chiudono un'epoca. La sconfitta delle destre unisce tutto il partito, tutti ci siamo impegnati in questa impresa. Se finisce l'era berlusconiana comincia quella prodiana. L'Unione rimotiva i propri elettori e riconquista i suoi voti. Riesce quindi a valorizzare tutte le sue sfumature, compresa quella di radicalità democratica che sta alla base del successo di Nichi. Ma allo stesso tempo, si tratta ancora di un voto "contro" segnato dall'antiberlusconismo in cui ad essere premiati sono i settori moderati dell'alleanza, Fassino e Rutelli in primo luogo che non a caso, con le loro interviste, fanno prevalere questo dato puntando esplicitamente all'assorbimento di Rifondazione. Con la fine del berlusconismo finisce anche l'antiberlusconismo e l'Unione può proporsi di ricomporre un proprio blocco sociale. In questo senso l'ipotesi più insidiosa è quella che mira alla riproposizione di un patto sociale con la presenza determinante di Rifondazione e della Cgil. Un'insidia resa tale dalla contestuale fase di stagnazione dei movimenti: nella relazione il segretario ha parlato di "domanda latente di nuova politica". Qualche anno fa parlavamo di "anticapitalismo latente". Questa modifica aiuta a dare un'idea di cosa significa la difficoltà dei movimenti. Non possiamo rinunciare alla parola d'ordine della caduta di Berlusconi. Per dirla con una battuta, la richiesta di caduta di un governo borghese dovrebbe stare nel nostro statuto. Ma al di là delle battute, il problema è che Berlusconi può ancora fare dei danni e quindi va rimosso. Anche perché il modo in cui cade il governo, se da sinistra con le lotte oppure solo con uno smottamento elettorale, inciderà sul processo che si sta aprendo. In cui dovremo saper recuperare l'autonomia del partito mantenendo un'unità sociale con il resto delle sinistre. E i punti fondamentali possono essere quattro: una mobilitazione per la caduta del governo a cominciare dai rinnovi contrattuali; il referendum contro la legge 40; una campagna perché le regioni boicottino la legge 30; la mobilitazione per il ritiro delle truppe. Quanto a Rifondazione, il risultato è deludente perché le aspettative erano alte. Non si è ottenuto lo sfondamento nell'Unione e nell'Ulivo. E credo che pesi lo schiacciamento sull'Ulivo che ha avuto il nostro profilo politico complessivo. Se utilizzassi le categorie che ha utilizzato il segretario al tempo delle europee - "le elezioni dimostrano che la linea è efficace" - direi che è dimostrato che la linea non è efficace. Ma sui dati elettorali occorre essere più dialettici. In ultima istanza, credo che abbia pesato la grande questione rimossa del Prc, il radicamento sociale. Serve una grande discussione nel partito su questo punto, ma non rituale come la conferenza di organizzazione. Ma serve anche il ripristino di un clima di collegialità e unitarietà a partire da un rinnovato rapporto con le minoranze.

Francesco Maringiò

Il risultato delle elezioni regionali ed amministrative del 3 e 4 aprile pone una domanda forte a tutti noi sul perché il Partito, contrariamente a tutti i sondaggi che lo attestavano in crescita ed intorno ad una percentuale tra il 7 e l'8%, subisce invece una battuta d'arresto. Il voto, se da un lato ha messo in evidenza il successo del centro sinistra, dall'altro ha fotografato la crisi di consenso del centro destra e del suo blocco sociale di riferimento. In questi anni la questione sociale è esplosa violentemente ed in questo quadro non è peregrino leggere questo risultato elettorale essenzialmente come un voto "contro", di protesta, rispetto alle fallimentari politiche di questo governo. Anche il voto nelle regioni meridionali può essere letto come un segnale netto di rifiuto delle politiche marcatamente antimeridionaliste di questo governo. In più, l'approfondirsi delle continue tensioni all'interno del centro destra ha impedito che in questi anni si consolidasse un blocco sociale di riferimento, che oggi entra in crisi. L'affermazione del centro sinistra vede essenzialmente una crescita forte delle sue componenti più moderate ma anche un'avanzata da parte dei Verdi e del Pdci. Come mai, quindi, il Prc arretra? Non credo che il motivo principale sia la dispersione a seguito della confusione con simbolo del Pdci, ciò implicherebbe un elettorato essenzialmente molto anziano. Credo invece che il popolo della sinistra italiana ha premiato quei partiti della sinistra alternativa che, oltre ad avere un atteggiamento unitario, non hanno abbandonato il loro profilo di autonomia e radicalità.

Marco Ferrando

Condivido pienamente il giudizio sulla "fine dell'era berlusconiana". Ma l'interrogativo è: quale blocco sociale e quale tendenza politica stanno oggi capitalizzando la crisi del berlusconismo? I poteri forti del paese non sono semplicemente un "possibile" fattore di condizionamento esterno dell'Unione. Sono parte costitutiva del blocco sociale dominante che oggi si ricolloca col centro ulivista. Il quale non beneficia solo elettoralmente dello spostamento di strati popolari impoveriti e delusi dal Polo, ma anche del cambio di cavallo delle classi dirigenti, su scala nazionale e locale: banche, grandi famiglie industriali, associazioni padronali del territorio, quasi sempre sostenitrici dei candidati governatori dell'Ulivo. Sono poteri che ancor più oggi si raggrupperanno attorno ad un centro ulivista vincente, e a cui Romano Prodi offre le più ampie garanzie di rappresentanza: al punto di chiedere a Berlusconi di continuare a governare sino al 2006 per varare misure di "risanamento finanziario rigoroso" con il consenso dell'"opposizione". Può esservi una contraddizione più clamorosa tra gli interessi che Prodi rappresenta e un'intera stagione di lotte, tra una logica di alternanza e una prospettiva di alternativa? Il nostro partito è oggi purtroppo alla coda di un processo di alternanza già in atto. Potrei limitarmi ad osservare che persino dal punto di vista elettorale la svolta governativa non ha pagato: se è vero, come è vero, che dopo anni di movimento, siamo l'unico partito dell'Unione che arretra, in particolare nel sud là dove maggiore è stata la spinta antiberlusconiana. Ma il punto decisivo è politico: siamo sempre più, nella realtà obiettiva e nell'immaginario collettivo, la "sinistra del centrosinistra", applaudita da tutta la stampa liberale come "matura" sinistra di governo; al punto che persino il successo del compagno Vendola quale governatore della Puglia viene letto da Massimo D'Alema come contributo prezioso alla "bipolarizzazione di Rifondazione". Credo necessario e urgente cambiare rotta. Il nostro partito può e deve lottare per dare alla crisi del berlusconismo uno sbocco di vera alternativa, basata sulle ragioni dei lavoratori e dei movimenti di questi anni. Può farlo alla sola condizione di rompere col centro liberale e di recuperare la propria autonomia in funzione dell'indipendenza di tutto il movimento operaio e di tutti movimenti dal liberalismo confindustriale e concertativo. Per questo è essenziale avanzare da subito una proposta unitaria di mobilitazione, rivolta a tutte le forze della sinistra, per la cacciata del governo Berlusconi sulla base di una piattaforma di lotta. Non possiamo rinunciare a rivendicare la cacciata immediata di Berlusconi pur di non contraddire Prodi. Dobbiamo fare l'opposto: denunciare la logica di chi, come Prodi, vorrebbe che Berlusconi continuasse il lavoro sporco contro i lavoratori per poi ereditarne i frutti nel prossimo governo d'alternanza. Su questo punto propongo all'insieme delle minoranze del partito un comune ordine del giorno da mettere al voto nel Cpn. Più in generale credo che tanto più oggi l'insieme delle minoranze del nostro partito debba impegnarsi a lottare unitariamente, senza riserve, per salvaguardare un'opposizione di classe e comunista in Italia. Superando ogni illusione di condizionamento del centrosinistra, per via negoziale o di movimento.

Letizia Lindi

La domanda centrale di questo nostro primo cpn è: "cosa ci consegna questo voto elettorale? ". Partendo dalla situazione della mia regione, la Toscana, cercherò di porre alcuni problemi, la cui soluzione credo sia essenziale per la vita del nostro partito. Per quanto riguarda la Toscana, penso che si possa parlare di una vera e propria "anomalia" per più motivi; innanzitutto è l'unica regione in cui non si è arrivati ad un accordo con il centrosinistra. La seconda anomalia consiste nel fatto che il nostro candidato alla presidenza, sindacalista iscritto al partito dei Ds, prende meno voti di quelli di Rifondazione, la terza è che il partito in alcune zone, ad es. la mia provincia, Massa-Carrara, cresce. Al contrario il dato regionale che rientra nella media nazionale è la vittoria del centro sinistra che dal 41,7% passa al 48,8%. La domanda allora è: "come mai non è stato raggiunto quello sfondamento che noi tutti ci aspettavamo? ". Sicuramente anche in queste elezioni ha giocato molto il bisogno di unità, e la conseguente logica del voto utile. Ma io mi chiedo, perché noi che ci siamo fatti portavoce di una politica unitaria, non siamo stati premiati dal voto, al contrario di un avanzamento, seppur minimo, di partito come il Pdci e dei Verdi? Non possiamo certo credere, come hanno fatto alcuni, che questo voto sia il prodotto di un'innovazione, fuori dalle cordate di partiti, in caso contrario come leggere la vittoria di Vendola e di Ds e Sdi, questi ultimi non sono più partiti? Alcuni compagni hanno parlato della necessità di innovare la nostra identità attraverso inedite forme organizzative.

Alfonso Gianni

Note a margine di una relazione che condivido. Non mi pare che ci si possa stupire dell'esito del voto favorevole ai Ds e alla Margherita. Si sono spostati circa due milioni di voti. Una parte sarà anche andata all'astensionismo di destra, ma una parte prevalente si è spostata a sinistra. Ed è questo il risultato più rilevante di questa tornata elettorale. Naturalmente la maggiore parte di questi voti è stata intercettata dalla sinistra moderata, e solo qualcosa può essere giunto a noi. Mi parrebbe straordinario se fosse il contrario. Sul nostro voto. L'esito è inferiore alle attese. Generalmente si colloca tra le regionali precedenti e le europee dello scorso anno. Tranne che per alcune regioni, ove è sotto ad entrambi. In questo caso non vale solo il ragionamento che nelle regionali noi siamo svantaggiati, circostanza non percepibile facilmente dai sondaggi, ma ci devono essere altri fattori. L'errore di voto è uno di questi, ma ho l'impressione che dobbiamo indagare anche sul livello di impegno del nostro partito che non è stato uniforme nella conquista del voto.

In ogni caso si tratta di un risultato ampiamente positivo. Non è vero che non abbiamo sfondato sull'Ulivo. Quando si è trattato di scegliere effettivamente, come nelle primarie in Puglia, abbiamo vinto e abbiamo dimostrato di essere capaci di battere le destre. Chi non vede questo non vede nulla. Penso che la questione delle elezioni anticipate non dipenda da noi. Certo siamo contro questo governo, siamo perché cada il prima possibile, ma il punto essenziale non è questo, che è del tutto ovvio, ma la costruzione di un programma credibile dell'opposizione.

Paolo Ferrero

Alcuni compagni hanno criticato la linea politica tenuta nelle elezioni. Penso che questi compagni sbaglino. Basterebbe pensare a come saremmo messi oggi se nelle elezioni regionali avessimo seguito un'altra linea. Ad esempio se in Piemonte non avessimo fatto l'accordo, così come hanno chiesto e votato negli organismi dirigenti regionali tutte le mozioni di minoranza. Sarebbe stato un disastro e oggi saremmo additati come quelli che fanno vincere la destra. Così come non condivido il giudizio secondo cui la nostra linea rafforza il bipolarismo. Il bipolarismo è stato inventato per "tagliare le ali" - cioè per metterci fuori dal sistema politico - e per evitare che il conflitto sociale possa condizionare la politica e l'azione di governo. Con l'elezione di Nichi in Puglia abbiamo definitivamente sconfitto la possibilità di espellerci dal sistema politico e abbiamo dimostrato che per vincere non è necessario correre al centro. Adesso occorre demolire l'impermeabilità della politica al sociale e per questo è decisivo porre al centro della nostra azione la costruzione partecipata del programma: le primarie sul programma. Il Prc deve diventare il partito che vuole costruire il programma dal basso. Dobbiamo chiamare tutti alla discussione costruendo in ogni città il confronto tra le forze politiche e sociali: dalla pace alla legge 30 alla Bossi Fini alla Moratti. In secondo luogo dobbiamo porre una grande attenzione alla rivitalizzazione del partito a partire dai circoli, con l'obiettivo di costruire un organismo politico plurale, punto di incontro tra generazioni, esperienze, linguaggi.

Orfeo Goracci

Parto dalle due "luci" delle elezioni: la sconfitta di Berlusconi e del centrodestra (cosa richiesta a voluta dal popolo di sinistra e non solo) e la straordinaria vittoria di Vendola che ci fa uscire dalla ghettizzazione e dalla minorità. L'"ombra" è il risultato complessivamente negativo per il Prc, non c'è un compagno che non si aspettasse di più. Il congresso di Venezia non ha aiutato in queste elezioni, non solo per l'asprezza di alcuni suoi passaggi. Non va bene non riconoscere il buono, ma anche minimizzare sul risultato "incompiuto" non ci aiuta. Sono elezioni amministrative (ma tutti abbiamo loro dato una lettura politica) ed in queste noi perdiamo, tanti voti sono finiti per "sbaglio" sul Pdci, manchiamo di radicamento territoriale - strano, proprio dopo l'impennata degli iscritti. Si sottovaluta la percezione diffusa di un nostro schiacciamento su Prodi e di conseguenza di una nostra minore conflittualità. Fassino e Rutelli, con le loro interviste, ci riportano alla realtà dopo che spesso abbiamo usato la lente d'ingrandimento per trasformare (in senso progressista) il topolino in elefante. Il fatto identitario (non come "rinculo") credo abbia un suo peso. Nel buon dato umbro, la mia città di Gubbio rappresenta - con il suo 25,4% - più del 10% dei voti complessivi al Prc. Abbiamo il circolo "Lenin" che ha visto lavorare insieme il 70enne di scuola togliattiana e il 17enne con l'orecchino e credo che questa sia la lezione migliore che può venire da una "piccola" realtà (32.500 abitanti) che ha avuto nella storia comunista dell'Umbria una sua importanza nel passato e che ha visto nel 2001 l'elezione a sindaco del sottoscritto, avvenuta contro il centrodestra e contro l'Ulivo.

Ezio Locatelli

Intanto non si perda di vista il quadro complessivo di queste elezioni, per cui nella scala dei giudizi e delle valutazioni l’accento non può che essere posto innanzitutto su fatti – la vittoria di Vendola e la pesante sconfitta del centrodestra - che danno il segno positivo di alcune tendenze politiche e insieme del ruolo chiave che il nostro partito ha avuto in tutta la vicenda politica. Premesso ciò richiamo un dato altrettanto eclatante che è la perdita di 750 mila voti della Casa della libertà in Lombardia dove pure il centrodestra non viene sconfitto. La portata di questo arretramento cosa dice? Dice del rovesciamento del processo politico iniziato negli anni ’90 che ha avuto proprio in Lombardia il punto di avvio e di maggiore forza. Ora proprio questo dato richiama la necessità di una analisi e iniziativa, forse sottovalutata, su quanto sta accadendo nella cosiddetta parte avanzata del Paese, le implicazioni che derivano da una crescente instabilità economica e insicurezza sociale. Prima conseguenza: una divaricazione del blocco sociale finora egemone. Da una parte un retroterra sociale meno propenso nei confronti della destra liberista, dall’altra una persistenza di voto e di cultura che identifica il territorio come centro di autotutela rispetto ai processi di crisi sociale. Proprio quest’ultimo aspetto rinvia a problemi nostri di risposta politica, di insediamento sociale. L’alleanza, pure necessaria, con il centrosinistra di per sé non porta voti, nemmeno la presenza dei movimenti in quanto tali porta automaticamente voti.

Maria Cristina Perugia

La vittoria nel Lazio costituisce un tassello importante nel nuovo quadro politico. L’importanza di questo test, anche a livello nazionale, si è evidenziato sia con il pasticcio costruito intorno alla lista della Mussolini, sia con le affermazioni di Berlusconi che annunciava le possibili dimissioni del governo a fronte di una sconfitta nel Lazio. A questa dimensione dello scontro il nostro partito si era attrezzato con una lista forte. Il risultato è di tenuta o di lieve crescita. L’interesse nei nostri confronti palesato dai sondaggi è reale ma non si traduce meccanicamente in un voto al Prc, soprattutto in elezioni amministrative. Questo ci deve far ragionare sul nesso tra esercizio dell’egemonia politica e costruzione del consenso. Un meccanismo che può essere scardinato dall’esperienza di Nichi Vendola in Puglia. Quel percorso, infatti, da una parte spazza via l’obiettivo principale del maggioritario, la corsa al centro, e dall’altra dice che l’allargamento della democrazia così consentendo il successo della sinistra radicale. Da questo risultato si parte, non è un punto d’arrivo. Da domani il nostro lavoro è nelle giunte per far sì che le spinte centriste e "gestioniste" che pur permangono si rivelino oggettivamente marginali rispetto all’alternativa di società che è la via sulla quale queste elezioni si sono vinte.

Franco Turigliatto

Condivido l’analisi che la vittoria all’Unione deriva in primo luogo dal voto di un’ampia area di sofferenza sociale e di insicurezza, presente soprattutto nelle grandi aree metropolitane, dei lavoratori/trici, e del vasto mondo dei precari. Tutto questo è evidente in Piemonte dove decine di migliaia di posti sono a rischio e dove la provincia di Torino ha fatto la differenza tra gli schieramenti. L’avanzamento del progetto di alternativa non dipende solo e soltanto da quanto faranno le giunte dell’Unione, ma se andrà avanti la costruzione di un movimento di massa rivendicativo (e sappiamo come gli alleati moderati remino contro perché interni alla logica concertativa), cioè una ricomposizione sociale col protagonismo diretto dei soggetti "sofferenti", a partire dalla richiesta che i nuovi governi locali operino contro la legge 30. Non condivido la linea politica della maggioranza; penso però che la verifica della sua validità richieda due anni; penso anche che sarebbe sbagliato non interrogarci sul nostro risultato elettorale deludente. Occorre prudenza nell’esprimere un giudizio, giudico anch’io che la nostra influenza è cresciuta, che il voto è sempre frutto di complesse mediazioni, che nel bilancio dobbiamo valutare anche la partecipazione ai comizi, il rapporto con le persone. Criteri giusti, ma dovevano valere anche lo scorso anno nel valutare il rapporto tra linea politica e risultato, che devono valere sempre, qui e altrove (vedasi il magro risultato del 2004 delle forze anticapitaliste in Francia nel 2004, contestuale a un loro rafforzamento organizzativo e non impedente oggi un ruolo decisivo nel referendum sulla costituzione europea).

Bruno Pastorino

Un successo delle opposizioni netto e superiore alle più rosee previsioni, la percezione di quell’affermazione e le aspettative che determina, l’attenzione e la gioia per la vittoria di Nichi-non solo nostra, non solo dei pugliesi-perché premonitrice della facoltà di superare l’intero corpo delle politiche neoliberiste: questi sono gli esiti consegnati dal voto. S’indaghino pure le ragioni di un risultato inferiore alle attese per noi, ma senza abbandonare quell’orizzonte, pena la separazione sentimentale da un popolo. La questione sociale e la domanda di alternativa precipitano nella competizione. In Liguria un candidato difficile, che predisponeva all’astensione quote di elettorato radicale, cambia traiettoria nel corso della campagna: parte correndo con la destra su priorità contigue (infrastrutture) e termina riconoscendo nella precarietà la cifra della contemporaneità. Arriva a prevedere politiche di costruzione del reddito. Merito nostro? Certo, ma non solo. C’è il cambio di senso comune e il rovesciarsi di domande che la politica non riesce ad eludere. Genova-città il risultato ci premia (7,6: quasi un punto più dell’anno scorso). Eppure anche qui avverti il peso di reti locali di poteri spesso supplenti di una politica non riformata. A quelle reti possiamo contrapporne solo altre di segno opposto. Proviamo ad annodarle.

Franco Grisolia

Ci sono vari elementi di analisi comune: dalla crisi del berlusconismo alla individuazione degli elementi che la hanno determinata. Le divergenze riguardano le soluzioni da prospettare e il bilancio del nostro risultato. Restiamo al palo e ciò è innegabile. Il motivo generale è che noi siamo apparsi schiacciati sull’Ulivo. Il compagno Gianni afferma che è logico che in una prima fase il voto popolare in rottura con le destre si orienti verso le forze più moderate del centro-sinistra. Se ciò fosse considerato inevitabile dovremmo dunque concludere alla giustezza del concetto secondo cui "si vince al centro"? E se anche fosse così, perché non incidiamo sull'elettorato dei DS? D'altro canto l'esempio della Campania, con il nostro pessimo risultato, mostra chiaramente che di per se i movimenti non spostano le cose sul terreno politico ( gli stessi settori sociali che si sono mobilitati contro le devastazioni ambientali hanno poi votato non noi, ma quelle stesse forze - DS e Margherita- che quelle devastazioni sostengono). I movimenti sono la base per lo sviluppo di una alternativa, ma devono trovare una direzione politica che li indirizzi verso tale prospettiva. E' qui che sta la divergenza con il compagno Bertinotti rispetto al successo del compagno Vendola. Per il segretario il risultato positivo delle elezioni è determinato dal fatto che si è rotta per sempre la "conventium ad excludendum" nei nostri confronti. Ciò è vero, ma significa solo la nostra accettazione da parte della borghesia come forza di governo ad ogni livello. Vendola vince, ma come parte del blocco di classe dell'Ulivo. Questo in un quadro in cui confindustria e poteri forti "cambiano cavallo", come ha detto la stessa relazione, e noi, purtroppo, stiamo con loro. Grave infine la mancata rivendicazione della cacciata del governo. Ciò come elemento necessario per la situazione, ma anche caratterizzante di nostra autonomia di fronte a Prodi e Fassino che gli chiedendo di completare il "lavoro sporco", garantendogli benevolenza.

Gennaro Migliore

Concordo con le analisi del voto proposte nella relazione e arricchite dai dirigenti dei territori. Siamo di fronte ad un voto con una spiccata peculiarità "amministrativa" e con una forte articolazione territoriale. La vittoria di Vendola non può essere scissa. La percezione dominante è che siamo indispensabili. La sfida è riuscire ad influenzare l’asse generale dell’Unione, sovvertire il progetto berlusconiano: collocazione geopolitica dell’Italia, proposta sociale e assetti democratici.

La nostra campagna elettorale è stata una grande inchiesta sulla condizione materiale del paese. La composizione sociale della classe si è "degradata": aumentano i lavoratori poveri e quelli precari, cresce la povertà assoluta e quella relativa, riparte l’emigrazione meridionale, soprattutto giovanile. Proponiamo in ogni regione il reddito di cittadinanza e rafforziamo le esperienze come la Mayday. Agiamo su proposte strutturali, come quella dell’agenzia pubblica del mezzogiorno per la gestione dei beni comuni.

Sul piano internazionale, oltre all’opposizione alla guerra ed al ritiro delle truppe, bisogna incidere sulla futura collocazione internazionale dell’Italia. Il caso del Trattato costituzionale è emblematico. Se non passa in Francia si riaprono i giochi e la Sinistra europea è l’unica formazione politica ad essere europeista e radicale di sinistra. Sul terreno democratico bisogna rilanciare la partecipazione, come anche il voto segnala. Sarà anche compito nostro passare dalla cultura della delega, che tanto spiega del successo dell’Ulivo, a quella partecipativa. Perché dobbiamo riuscire a "governare" in maniera radicale il tumultuoso processo di trasformazione che sta investendo la nostra società. Solo così, credo, potremo finalmente battere Berlusconi e con lui le sue politiche.

Giuliana Licia Sema

Oggi, come sempre e più che mai, la cacciata di Berlusconi e la sconfitta delle politiche di destra restano l’obiettivo di principio. Il risultato positivo della coalizione di centrosinistra è innegabile e ci riempie di soddisfazione, giusta l’osservazione del segretario, esiste nel paese una reale contentezza a riprova, ove ce ne fosse bisogno, di quanto questo governo si sia allontanato dalle aspettative, dalle illusioni della gente, da qui la richiesta di una caduta anticipata del governo. Come ha detto il segretario e ribadito da altri compagni, non è esaltante il risultato del nostro partito e constato, senza nessuna volontà polemica, come non ci sia stata l’auspicata marcia trionfale. A quell’auspicio, in relazione allo sfondamento a sinistra, mi pare siano stati sacrificati – in quest’ultimo periodo – storia, linea politica, programma, rapporti interni, financo autonomia del partito. A tale proposito, solo per citarne una, credo che i comunisti, nella loro storia e nelle loro prospettive, dovrebbero respingere il vincolo della sottomissione al voto di maggioranza, pena la perdita di una identità a lungo difesa, anche a costo di scissioni. L’intitolazione del 9 novembre (Caduta del Muro) a giornata della libertà, da celebrare in tutte le scuole, proposta da La Russa, è un altro motivo per riconfermare il deciso e totale rifiuto a chi rimesta nella storia gloriosa dei comunisti, ancora di più quando i fascisti.

Alessandro Fucito

Il voto ci indica con chiarezza la vittoria delle forze di centro-sinistra, l’attesa e positiva sconfitta del governo e della sua alleanza, la splendida affermazione del compagno Vendola ed il felice esito di una vicenda politica stimolante per il partito tutto. Tuttavia l’esperienza pugliese non può da sola rappresentare la chiave di lettura di un processo nazionale complesso, dentro il quale il Prc non cresce in termini di consenso, anzi arretra oltre il prevedibile e storicamente consolidato scarto tra voto politico ed amministrativo. Arretra per la prima volta mentre l’insieme delle forze politiche di opposizione avanzano consistentemente e ciò ci impone una riflessione. Abbiamo beneficiato nove mesi fa di una considerevole fiducia popolare a partire dal Meridione con rilevanti risultati elettorali negli scampoli di insediamenti industriali o nelle aree che lo furono, nei quartieri popolari delle grandi città come Napoli e nei grandi luoghi delle lotte emblematiche; una forte riproposizione di speranza nel Partito quale agente di cambiamento per il miglioramento della propria condizione di vita. Aperture di credito in parte disattese dallo scarso radicamento del nostro partito, dalla incapacità di essere percepiti quale soggetto organizzato, forte, autonomo ed incidente nelle dinamiche delle alleanze e dei governi locali. In questo quadro ad Acerra non vota la metà della popolazione, come annunciato dal suo comitato; non vota e di nuovo lo propaganda l’anima più radicale della rete no global; in tanti erroneamente riconoscono al Pdci maggiore alterità; taluni considerano, ad Unione compiuta, più utile votare compagini più rappresentative della coalizione.

 

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