Comitato Politico Nazionale 9-10 aprile 2005

Sconfitta delle destre e fine dell'era berlusconiana

La relazione di Fausto Bertinotti

Liberazione 10 aprile 2005

Auguri di buon lavoro a tutte e a tutti, specialmente ai nuovi entrati che, per la prima volta, partecipano ai lavori del nostro Comitato politico nazionale.

La tornata elettorale del 3 e 4 aprile ha prodotto un risultato politicamente forte. La sconfitta delle destre è stata estesa e complessiva in tutto il paese. Anche laddove le destre riescono a mantenere il governo della Regione, come in Lombardia e in Veneto, subiscono un arretramento forte. Si guadagna, così, un risultato per tutta l'Unione che conquista 11 delle 13 Regioni in competizione. Cambia la geografia politica del paese, specialmente al Sud, dove vengono conquistati tutti i governi regionali in competizione ma cambia anche la maggioranza reale nel paese, le forze dell'Unione conquistano la maggioranza assoluta dei voti, cosa che non era avvenuta neanche nel 1996.

C'è in questo risultato il combinarsi dell'onda lunga, prodotta dall'accumulo di energie dovuto allo sviluppo dei movimenti e dalla crisi del blocco sociale delle destre, con una sua accelerazione. In altri termini, in questo massiccio aumento di consensi di due milioni di voti in più per l'Unione, c'è il prodotto congiunto di una mobilitazione e di una crescita di consenso, che va analizzato in profondità anche con uno studio attento dei flussi elettorali.

La fine dell'era berlusconiana

Le destre subiscono una sconfitta verticale e si realizza un vero tracollo di Forza Italia, il pilastro dell'alleanza delle destre. Questo ci porta ad usare un'espressione forte, che riassumiamo in una formula impegnativa ma reale: è la fine dell'era berlusconiana.

Noi non eravamo tra quelli che hanno sottovalutato quel complesso fenomeno definibile "berlusconismo". Abbiamo cercato di individuarne la densità: aveva una forza e si fondava su una operazione politica complessa che coglieva e interpretava una tendenza delle classi dirigenti. Si tratta di quel tentativo di realizzare un mix di neoliberismo e pulsioni populiste, senza le quali nessuna ipotesi di liberismo sfrenato poteva avere l'ambizione di imporsi, di una operazione di ricollocazione dell'Italia nel sistema della guerra permanente come suddito del dominio imperiale degli Usa.

La stessa politica istituzionale è coerente all'impianto complessivo. Il punto determinante è distruggere il sistema delle autonomie che è l'elemento caratterizzante della democrazia italiana: l'autonomia dei poteri costituzionali, del Parlamento in particolare, l'autonomia dei governi locali. Questo elemento del potere delle autonomie, in quel progetto, andava spezzato per recidere i canali che possono recepire le spinte sociali nella direzione del cambiamento. I due elementi che ne hanno prodotto la crisi e l'esaurimento sono la crescita dei movimenti e la crisi del blocco sociale berlusconiano.

Sul primo elemento non mi soffermo, sono, infatti, confermate le nostre analisi, a partire da Genova: lo sviluppo del movimento, l'estendersi del conflitto sociale, la ripresa delle lotte. E' quello che abbiamo chiamato il vento caldo del sud (Melfi, Scanzano, Terlizzi, Acerra, solo per fare gli esempi più eclatanti) che ha determinato una grande domanda politica di cambiamento.

Sul secondo elemento, un solo elemento di chiarimento. Questa crisi è profonda, strategica e, secondo noi, irreversibile. Essa va vista, per coglierne gli elementi di fondo, nei suoi riferimenti sociali più profondi.

La precarietà come elemento di fondo

L'epicentro della crisi del berlusconismo e della spinta al cambiamento sta nel fondo della condizione sociale del paese. Il punto che noi dobbiamo saper analizzare è la rottura della coesione sociale. Questa campagna elettorale, più delle altre, è stata una grande inchiesta sulla condizione sociale del paese. Si è innervata nel paese una domanda politica prepotente che rappresenta un'onda lunga: l'uscita da una condizione di precarietà che è divenuta l'elemento grandemente unificante della condizione di lavoro, di vita e di relazione sociale. Come abbiamo sostenuto, la precarietà, da condizione di fasce sociali determinate, anche se sempre più estese, si è fatta condizione generale dei tempi di lavoro e di vita. In questa spinta larga al cambiamento ha pesato in maniera determinante la percezione della gravità della situazione di incertezza e solitudine e, in questa condizione, la percezione della possibilità di cambiamento attraverso la modificazione della politica praticata.

Un nuovo investimento nella politica

In questo senso, la campagna elettorale è stata una grande narrazione del paese reale. Questo elemento della ripresa di una coscienza di massa della politica come possibilità di cambiamento è una grande novità e occasione che ci consegna questo voto. Anche il governo locale è stato vissuto come occasione di questa possibilità di cambiamento e di modifica delle politiche praticate. Il potere locale come fondante di una nuova possibilità di fare politica, per uscire dalla precarietà della condizione sociale e la maturazione, anche attraverso questa via, di una domanda generale di cambiamento: via le destre per una nuova politica. Per questo motivo, abbiamo impostato la campagna elettorale sul rapporto tra lavoro e società, secondo lo schema che non esiste una buona società se non c‘è un lavoro buono. Per questo motivo, quando abbiamo esemplificato questa connessione con la richiesta di abolizione della legge 30, della Moratti sulla scuola e della Bossi Fini sui migranti, abbiamo colto un sentimento generale di condivisione: togliere i macigni che le destre hanno posto e che impediscono qualsiasi politica di cambiamento nella direzione di uscita dalla precarietà.

Per questo, la nostra campagna elettorale è stata così intensa e, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, così riuscita nelle iniziative e nelle manifestazioni. Una domanda complessiva che ha chiesto la cacciata delle destre e una nuova politica e questa domanda ha incontrato una soggettività politica, l'Unione, che, seppure non compiutamente, ha rappresentato una sponda cui fare un affidamento e un investimento. Ed è in questo quadro che Rifondazione comunista risulta essere, non solo dal punto di vista numerico, ma da quello politico, elemento indispensabile proprio per rispondere alle domande e alla spinta per il cambiamento che viene dalla società.

Una crisi aperta

Ma dalla crisi strategica del blocco sociale delle destre e dalla fine del berlusconismo non si apre automaticamente la strada dell'alternativa. Si tratta di una crisi, quindi, in senso proprio, cioè di una condizione aperta a soluzioni tra loro differenti.

C'è la richiesta forte di cambiamento ma non ancora l'alternativa e rimane aperta la questione della qualificazione del programma che, complessivamente, l'Unione propone al paese per uscire dalla crisi e dal declino. Anzi, la situazione politica complessiva del paese rischia di farsi ulteriormente insidiosa. Si rischia un ulteriore avvitarsi della vita democratica del paese e un ulteriore inquinamento della politica. La decisione del governo di far svolgere i referendum il 12 e 13 giugno è indicativa di questa ulteriore involuzione.

Le destre sono tra loro divise e incerte tra una coazione a ripetere, a difesa di interessi corporativi o patti con gruppi di potere, e l'implosione. In questo contesto, l'appuntamento della prossima finanziaria, difficile comunque per le condizioni generali del paese e, in particolare, delle masse popolari, diviene esplosivo, con una classe politica dirigente allo sbando.

Per rispetto alla natura amministrativa delle elezioni svolte, non abbiamo chiesto, assieme alle altre forze dell'Unione, le dimissioni del governo e le elezioni anticipate. Ma, una valutazione sullo stato del paese lo richiede con forza. Questo governo è un ingombro per le richieste che vengono dal paese e per la stessa possibilità di imprimere una svolta nelle politiche economiche e sociali.

Il rischio dell'ipotesi neocentrista

La sconfitta di Berlusconi non cancella le destre e la loro pericolosità. Ma noi, dobbiamo essere in grado di saper cogliere il diverso grado delle minacce che si frappongono a un nuovo corso politico. Le destre ci sono ma il colpo subito le lascia più nella difesa di interessi regressivi che capaci, almeno oggi, di una proposta propulsiva, più sulla difesa di ciò che resiste che capaci di una nuova egemonia.

Per questo, possiamo ritenere, anche nel prossimo futuro, che il principale pericolo è determinato dall'ipotesi neocentrista, o come viene definita, l'ipotesi "terzista". Questa ipotesi, è bene averlo presente, dalle elezioni prende un colpo. Come detto, l'Unione vince perché il Prc ne è parte costituente (non solo numericamente ma politicamente) e il cosiddetto "taglio delle ali" nelle alleanze diviene non solo dal punto di vista della somma dei voti ma, della qualità politica, impossibile.

Ma questa ipotesi riaffiora e si ripropone dal versante programmatico e lo può fare secondo due direzioni:

il rilancio di un rigorismo liberale senza l'elemento corruttivo del berlusconismo, l'idea, cioè, che il berlusconismo sia una superfetazione, tolta la quale, le medesime politiche possano essere ereditate in una continuità liberista con una Europa tecnocratica e moderata. Un nuovo patto sociale che, messo al centro il tema dell'uscita dalla crisi, proponga una ricetta di politiche e sociali di contrattazione dell'arretramento sociale, indicata come stato di necessità per uscire dal declino in cui versa il paese.

Questa ricetta che si fonda su una massa critica di impostazione culturale interclassista, avrebbe l'effetto di dividere il movimento e il sindacato e prevederebbe la marginalità nostra e delle forze radicali. Dal punto di vista dello schieramento politico, essa non è praticabile ma lo è dal punto di vista del tentativo di condizionamento dell'Unione che investe, con la sua spinta, la componente principale dello schieramento, quello della federazione della lista riformista. Qui può svolgere la sua forza principale nella direzione di un'alternanza che non si fa alternativa. In questo quadro si motiva la recente intervista di Fassino che proprio a queste forze parla e sembra sceglierle ad interlocutore.

La sfida aperta

Ma, appunto questa è la sfida che è aperta di fronte a noi, una sfida necessaria, decisiva e possibile per noi e per il paese.

Quindi, la crisi è evidente ma non è senza risposta possibile dalle forze moderate che intendono intervenire nel dopo Berlusconi per determinare un quadro di condizionamento pervasivo che impedisca l'avvio del nuovo corso che il paese reclama.

Non vanno sottovalutate le lotte che anche contro questa nuova ipotesi sono in corso. Un solo esempio, la lotta contro la direttiva Bolkestein, la manifestazione di Bruxelles. Guardiamo alla Francia e alla difficoltà che incontra nell'opinione pubblica maggioritaria del paese il trattato costituzionale europeo. Per la prima volta, questa resistenza e questa opposizione incontrano non il rinchiudersi nell'egoismo nazionalista ma una critica di sinistra, incontra la soggettività della Sinistra europea che è in campo concretamente per farsi interprete e protagonista dell'altra Europa

E, anche da noi, vanno valutate le lotte che individuano la ripresa di un conflitto sociale e di lavoro, come è il caso dei lavoratori metalmeccanici. Insomma, c'è una questione sociale che si rilancia e che va ulteriormente rilanciata. E dobbiamo valutare anche l'influenza che ha, in questa stagione di lotta, il tema dei governi regionali. Due questioni importanti tra le altre: il peso del salario sociale e la questione della pubblicizzazione dell'acqua e dei beni comuni.

Insomma, la nuova fase politica che si apre non ci chiede di ritrarci ma di incidere di più e la sfida unitaria è quella che ci si presenta come occasione per incidere nelle scelte politiche di fondo. Come nelle migliori stagioni delle lotte sociali, la politica unitaria è quella che maggiormente ti consente di determinare un cambiamento reale.

La vittoria di Nichi Vendola

Il caso della Puglia lo dimostra chiaramente. Abbiamo vissuto una accelerazione come nei punti alti della politica: appena due mesi fa, una sconfitta di misura sarebbe apparsa ad ognuno di noi come una magnifica vittoria ma tale e tanto è stato l'accumulo di energie, risorse, forze che, anche quello che sarebbe stato un ottimo risultato, ci sarebbe apparso del tutto sottodimensionato. Da qui l'accelerazione: o vinci o perdi. E abbiamo vinto! Questo non fa parte della valutazione del voto? Non so proprio cosa vi faccia parte, allora!

Riprendiamo gli elementi costitutivi di questo straordinario successo. Innanzitutto, la costruzione democratica e partecipativa del programma. Il caso della Puglia, dalle primarie allo svolgimento del confronto elettorale vero e proprio, è stato un elemento fondamentale di questa impresa. Allargare il livello di partecipazione è il modello da seguire.

In secondo luogo, con l'elezione di Nichi Vendola, un dirigente del Prc diviene capo di una coalizione di governo. E' la prima volta che accade, la "convenzione ad escludere" nei confronti del Prc cade non in una trattativa a tavolino ma in un confronto maturato sul campo. Così si costruisce un nuovo protagonismo.

L'elezione di Nichi Vendola ci pone in evidenza tre elementi. Primo, quando la democrazia entra nella politica, la cambia, cambia le priorità, i programmi, le persone. Secondo, la sinistra radicale riesce a farsi leadership se radicata nelle lotte e nel territorio e riconosciuta come tale. Terzo, quando il carattere radicale è assunto come fenomeno di massa, perde ogni minorità e si presenta come necessità storica e matura nei soggetti che ne sono protagonisti. Per questi motivi, dobbiamo vivere la stagione dell'unità come "pesci nell'acqua" e come sfida con i moderati.

Il voto di lista

In questo quadro va collocato il voto alle liste del Prc. Anche qui, non penso che possiamo prescindere da un collegamento con il sentimento popolare che si è espresso (la sconfitta delle destre, la vittoria dell'Unione, il successo di Vendola). Un risultato complessivo che, come detto, ci colloca strategicamente come elemento fondante di una politica di alternativa alle destre.

Le nostre liste si collocano tra i risultati delle scorse regionali e le recenti europee, un risultato differenziato anche territorialmente che ci consegna, in ogni caso, una rappresentanza istituzionale, nelle Regioni in cui si è votato, di oltre 10 consiglieri in più.

Nelle aree del nord il nostro voto è, in larga misura, superiore alle europee, nel centro e nel sud marchiamo elementi di sofferenza, anche se sempre avanziamo rispetto al precedente voto amministrativo.

Non possiamo non riconoscere che avevamo una attesa superiore, attesa che ci veniva assieme dal polso della campagna elettorale e dai sondaggi

Si sommano vari elementi. Vi è la tradizionale nostra sofferenza nelle elezioni locali: la moltiplicazione delle liste, il sommarsi, specie nel Meridione, di un voto di scambio tradizionale e di un affidamento personale, la scarsità dell'insediamento del partito, infine, lo dico senza alcuna polemica ma come dato oggettivo, il fenomeno della dispersione anche per la confusione di simboli che sulle schede elettorali si presentano simili. Ma credo vada individuato, assieme alle altre questioni suddette, un problema politico generale.

In una competizione con le destre che si fa stringente, vengono premiate come una calamita le forze maggiori, un fenomeno che è avvenuto in tutta Europa, penalizzando le forze radicali e che, semmai in Italia si presenta in forme attenuate.

Costruire l'alternativa

Ma è appunto l'iniziativa quella che dobbiamo rilanciare: l'elemento combinato di una sfida con i riformisti e della capacità di incidenza sul programma complessivo dell'Unione.

Un rinculo identitario, l'alzare i vessilli, non ci aiuterebbe in questa direzione. Al contrario, dobbiamo rilanciare la nostra ricerca neoidentitaria aperta.

Come ci ha detto Ingrao, quando è venuto a trovarci in Direzione per prendere la tessera del partito, già l'obiettivo di rifondare il comunismo è gigantesco ma volerlo rifondare nella pace e nella nonviolenza è addirittura quasi inimmaginabile. Ma questa è l'ambizione della nostra ricerca. Dobbiamo insistere di più sulla nostra idea di società, utilizzare anche gli appuntamenti, per esempio quello di autunno del congresso del Partito della Sinistra europea, per insistere nella ricerca dei caratteri dell'altra Europa che proponiamo.

La costruzione della sinistra di alternativa si incarna nella sfida con i riformisti: su chi ha le proposte più efficaci nella costruzione di una vera alternativa, di un nuovo corso politico e sociale nel paese.

Sono maturate le condizioni di una crescita, di un balzo nella prospettiva delle prossime elezioni politiche. Cresce il nostro rapporto con importanti settori della società, con forze che entrano nella politica. La sinistra europea può essere un punto di riferimento decisivo di questo investimento e accumulo di forze. Ma, anche su questo versante, occorre un lavoro capillare, non lasciato come se fosse l'impegno specialistico di pochi compagni.

Solo pochi esempi: l'adesione del senatore Martone alla Sinistra Europea, la decisione che apprendiamo di Pietro Folena di muoversi nella direzione in cui noi stessi lavoriamo, sono indicatori di una attenzione e di un investimento politico che dobbiamo saper cogliere e valorizzare, sono elementi di processi di fondo che si innescano, aree di relazioni che si fanno più ampie, come la scelta di Giuliano Pisapia, dopo 9 anni vissuti come indipendente nel nostro gruppo parlamentare, che oggi decide di iscriversi.

Dobbiamo investire in un lavoro politico su questioni di fondo che emergono dalla nuova voglia di partecipazione politica che sale dal paese. Innanzitutto il Mezzogiorno e la ripresa di un nuovo meridionalismo che parla di una primavera che può innervare una nuova stagione politica di liberazione.

Strutturare la partecipazione alla costruzione del programma dell'Unione come elemento fondante della fase politica aperta sulla qualità del cambiamento che si propone al paese.

Sostenere le lotte, a partire da quella dei lavoratori metalmeccanici e delle altre categorie in lotta.

Innervare, investendo su questo da subito l'Esecutivo che domani nomineremo, una grande campagna contro la precarietà e per innestare, al contrario, elementi di fuoriuscita da quella condizione.

Compagne e compagni, si è aperta una porta, siamo a una concreta possibilità di svolta nella politica del paese. Il suo segno dipenderà in gran parte da noi.

 

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