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PRC - CPN 3 febbraio 2001 |
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Gli interventi 4 |
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Liberazione 8 febbraio 2001
Anubi D’Avossa Lussurgiu
La relazione di Fausto Bertinotti offre un orientamento importante, e non
solo sul piano della tattica elettorale e della sua chiarificazione. La
stanchezza che a tratti pesa su questa nostra discussione, forse, si deve
proprio al carattere consolidato delle scelte elettorali: a sconforto,
evidentemente, di quanti sono ancora a caccia di "spiragli",
'fessure", "uscite di sicurezza", e via dicendo con le parole del
politicismo che appesta i palazzi del potere e chi vi ruota intorno. Mi parrebbe
più interessante concentrare il nostro dibattito sui due elementi di analisi
suggeriti dal segretario nazionale: ossia l'emergere dei segni d'una crisi, e
l'introduzione di segnali di "disgelo" dei movimenti. Ecco: mi pare
che, come in altri momenti, ci tocchi un impegno ben superiore per saper leggere
la crisi, che è delle classi dirigenti e delle "socialdemocrazie post-socialdemocratiche";
ma anche economica, a partire dalla formazione-guida, l'area del dollaro. Una
replica si appronta già e non a caso reca la cifra originaria del ciclo delle
politiche neo-liberiste, delle "reaganomics": la tendenza autoritaria
che comporta è anche l'argine opposto ai movimenti nascenti. Ma anche qui: non
basta interpretare Porto Alegre come una bandiera, dovremmo proporre tra noi e
fuori di noi una possibilità di cogliere proprio questo passaggio elettorale
come occasione per valorizzare elementi di programma alternativo che precipitino
nel qui ed ora le indicazioni della democrazia diffusa organizzata e del
"bilancio partecipativo". Di questo parliamo poco, come poco si parla
della connessione con il cammino d'innovazione critica rilanciato a Livorno: non
vorrei che la stanchezza fosse anche effetto di reticenza. Per farci forti alle
elezioni non servono infatti fervorini retorici, ma la comprensione della
direzione di marcia della rifondazione.
Gianluigi
Pegolo
L'unica proposta concreta avanzata in questi mesi per ostacolare le destre
è stata quella della "non belligeranza". Essa muove da una
constatazione (l'impossibilità di accordi politici con l'Ulivo) e da un
proposito (impedire, per quanto possibile, il successo delle destre). Anziché
apprezzare questa proposta (che consentirebbe all'Ulivo di recuperare 40-50
seggi) si è risposto con le minacce, come quella della presentazione delle
liste del Pdci nel proporzionale della Camera. Se ciò dovesse verificarsi, i
candidati dei Pdci nei collegi uninominali devono sapere che non uscirebbero
indenni dalla competizione elettorale. Ultimamente è stata prospettata la
possibilità di una desistenza incrociata al Senato. Questa proposta, nel
momento in cui implica la richiesta di un appoggio ad un eventuale governo
dell'Ulivo, entra in contraddizione con la nostra posizione di totale autonomia
e, pertanto, non è accoglibile. In coincidenza con le elezioni politiche, si
terrà una importante tornata di elezioni amministrative. Non esiste
contraddizione fra le scelte di collocazione nelle politiche e nelle
amministrative: è vero, invece, che subordinando le alleanze locali ad una
effettiva convergenza programmatica, diamo più credibilità alla scelta
nazionale. Per questo l'unificazione delle due scadenze non ci penalizza. Allo
stato attuale, il partito ha saputo gestire con intelligenza la partita delle
candidature nelle grandi città, ottenendo una grande visibilità. La partita si
sposta ora sul piano dei programmi. Questo aspetto è ancora sottovalutato: non
si coglie che l'esigenza di una svolta nelle politiche locali è imposta dalla
crisi che attanaglia le istituzioni locali e dai rischi di una crescente
“americanizzazione” delle nostre città. I contenuti che abbiamo posto al
centro delle nostre discriminanti (dalla lotta alle privatizzazioni, alla
battaglia contro la rendita, al recupero delle periferie, alla redistribuzione
del reddito, per finire col rilancio di un processo democratico) debbono
qualificare le intese programmatiche avviando un processo di riappropriazione
dal basso delle istituzioni locali e rilanciando una critica radicale alle
politiche liberiste. In assenza di tali convergenze, le intese sarebbero prive
di senso.
Marco
Ferrando
Mi auguro che i temi sollevati a Livorno non restino, come in passato, un
puro fatto commemorativo. Ma la questione della rottura con lo stalinismo non può
ridursi alla denuncia degli errori staliniani ma deve affrontare la svolta
strategica devastante che lo stalinismo introdusse nel movimento comunista
internazionale, a partire dal VII Congresso dell'I.C. con la pratica delle
coalizioni con la borghesia e, quindi, con la rottura di quel concetto di
autonomia di classe che aveva costituito il paradigma fondante del movimento
comunista. Senza il recupero della connessione fra autonomia di classe e
rivoluzione si rischia paradossalmente di preservare proprio la traccia
ereditaria dello stalinismo entro un involucro culturale anti-staliniano. Il
tema sollevato di una "rifondazione" interroga allora seriamente la
nostra politica. Il bilancio di questa legislatura devastante di centro
sinistra, che ci ha visto per oltre due anni nella maggioranza di governo, deve
essere indagato proprio dall'angolo di visuale della rifondazione. Il voto al
"pacchetto Treu", alle privatizzazioni, ai tagli alla spesa sociale,
in che rapporto si è posto con un progetto comunista di alternativa di classe?
Il riconoscimento di "avere sbagliato" rappresenterebbe, a dieci anni
dalla nostra nascita l'investimento più serio nella rifondazione comunista e
nel suo spirito di verità.
Così la rifondazione deve interrogare anche la nostra politica presente. La
crisi profonda del centro sinistra ci offre ampio spazio per una nuova politica
di fondo, che assuma la rivendicazione della rottura del movimento operaio con
la borghesia e della costruzione di un polo autonomo di classe come asse
generale di intervento tra le masse. Sul piano sociale, investendo nei sintomi
di "disgelo"; sul piano politico, rivendicando l'alternatività di
classe del mondo dei lavoro rispetto al centro politico borghese: intendendo sia
il centro tradizionale sia, oggi, quella maggioranza dell'apparato Ds che ha
rotto con lo stesso ruolo della socialdemocrazia per candidarsi alla
rappresentanza della nuova e vecchia grande borghesia.
Proprio per questo la "non belligeranza" verso il centro sinistra
alla Camera, unita agli accordi politici e di governo coi candidati sindaci del
centro sinistra nelle città, avrebbe un significato politico profondamente
negativo. Sancirebbe la perdurante rinuncia a perseguire una soluzione di classe
alternativa a un centro sinistra sostenuto dal grande capitale, per di più
proprio a conclusione di una legislatura liberista e di guerra.
La proposta alternativa che qui avanzo non è dunque solo un'altra proposta
elettorale ma un'altra proposta politica e strategica fondata sul recupero
dell'autonomia di classe quale principio base del marxismo. Scriveva Marx sulle
scelte elettorale nell'indirizzo alla Lega dei comunisti del 1850: «Che
dappertutto accanto ai candidati democratici borghesi, siano presenti candidati
operai. Anche là dove non esiste alcuna speranza di successo, gli operai
debbono presentare i loro candidati per salvaguardare la loro indipendenza e
manifestare pubblicamente la loro posizione rivoluzionaria. In ciò non debbono
lasciarsi ingannare dalle frasi fatte dei democratici che, così, si dà alla
reazione la possibilità di vittoria. Tutte queste frasi significano solo che il
proletariato sarà truffato. I progressi che il partito proletario farà tenendo
una condotta indipendente sono infinitamente più importanti dello svantaggio
che la presenza di alcuni reazionari tra gli eletti potrebbe produrre».
"Ritorniamo a Marx" si è detto a Livorno. Bene: ma facciamolo nella
coerenza concreta della politica, non solo nei richiami suggestivi degli
anniversari.
Carlo Cartocci
Il tema che dominerà la prossima campagna elettorale sarà quello della
sicurezza, ma sicurezza oggi in Italia si coniuga con immigrazione, xenofobia,
razzismo. Saremo chiamati a rispondere, nella prossima campagna elettorale, su
tema enfatizzato del migrante clandestino e dovremo saper rispondere che nella
quasi totalità dei clandestini, in realtà, si tratta di "clandestinizzati"
dalla voluta lentezza delle questure, dalla politica dei flussi, dalla cupidigia
del mercato.
Il partito pone ancora troppo poca attenzione al tema dell'immigrazione,
anche quando in città come Torino, Firenze, Bari, Ancona, Roma, Venezia, Napoli
si tengono grandi manifestazioni e si lavora con le associazioni dei migranti,
con il volontariato, con i centri sociali.
I migranti non votano - noi abbiamo, infatti, presentato un Ddl. per
consentire almeno il voto amministrativo - ma, se i migranti per ora non votano,
molti cittadini italiani sono impegnati nella solidarietà e nell'antirazzismo,
in associazioni di volontariato e nei centri sociali; si tratta di cittadini
spesso spinti alla sfiducia e all'astensionismo. Se il partito espliciterà la
sua politica a favore dei migranti, forse questi cittadini torneranno a votare
e, forse, voteranno per noi.
A Treviso abbiamo parlato di lavoro e abbiamo constatato quanta parte del
dramma del lavoro nero, precario e ultraflessibile riguarda anche, spesso
prioritariamente, i migranti. Abbiamo parlato della "razzizzazione"
dei contratti come punta dell'iceberg di un processo di frantumazione della
contrattazione: io credo che da Treviso ci derivi un impegno, quello di
esplicitare la nostra vocazione all'antirazzismo e alla difesa delle migranti e
dei migranti in quanto cittadini e lavoratori. Tacere su questi temi
significherebbe temere l'impopolarità, ma questi temi sono fondanti per la
nostra idea di comunismo esattamente come lo sono i temi della guerra, del
lavoro, della libertà.
Giovanni
Russo Spena
Un punto cruciale della campagna elettorale sarà, per noi, la capacità di
rompere il politicismo e il simbolismo facendo irrompere in essa il conflitto
sociale, un impianto sociale. L'avversario di classe sta edificando, nelle
viscere della società, un tremendo sistema di intolleranza inserendo gli
individui, fiaccati ed impauriti dalla mercificazione globale, in identità di
clan, di territorio, di etno nazionalismo. Noi dovremo far vivere il tema della
nuova riunificazione proletaria, di un nuovo "meticciato"
rivendicativo tra lavoratori italiani ed immigrati, in cui il diritto di
cittadinanza acquisisca l'interculturalità, spezzi la catena del diritto di
sangue e di clan, le "guerre" tra poveri, che sono una leva devastante
della governabilità capitalistica. E' qui la bruciante attualità del
collegamento tra processo di Rifondazione, elezioni e capacità di far irrompere
nella politica il tessuto sociale: camere dei lavori e dei non lavori, marce per
il salario sociale, conflitto operaio, l’importante acquisizione del forum
ambientalista. Dobbiamo colmare lo "stacco" esistente tra le
potenzialità sociali che cominciano ad emergere ed una organizzazione troppo
angusta e ancora troppo angusta e ancora troppo simbolica e politicista.
Claudio Grassi
Dopo l'arretramento alle elezioni europee abbiamo avuto la lieve - ma
importante - ripresa alle elezioni regionali. E' necessario consolidare e
migliorare quel risultato; significa raccogliere almeno due milioni di voti.
Dobbiamo quindi dimostrare che il voto a Rifondazione comunista è un voto
utile. Quali argomenti utilizzare: 1) La guerra non poteva essere
umanitaria. L'uso dell'uranio impoverito evidenzia anche ai più riluttanti la
validità delle nostre tesi. Il prossimo 24 marzo - due anni dall'inizio dei
bombardamenti - dobbiamo essere in ogni luogo a denunciare le atrocità di
quella guerra. 2) La distribuzione della ricchezza. I profitti sono aumentati, i
salari sono diminuiti. Bisogna cambiare: colpire la rendita e il profitto,
favorire il salario. 3) Ci hanno spiegato che bisognava fare una politica
moderata perché solo così si conquistavano i voti del centro. Risultato: Di
Pietro e Zecchino se ne vanno da soli e a sinistra si sono persi 4 milioni di
voti. C'è bisogno di una politica più di sinistra. 4) Questioni ambientali. La
presenza dei Verdi al governo non ha impedito che si sia continuato nella
politica delle grandi opere e della cementificazione, come l'Alta velocità e il
ponte sullo Stretto di Messina.
Su queste questioni - abbiamo solo tre mesi di tempo - bisogna programmare
una iniziativa di tutto il partito che ci consenta di raggiungere milioni di
persone.
A chi dice che favoriamo le destre: 1) Se volessimo far vincere le destre,
perché ci saremmo ritirati unilateralmente da tutti collegi della Camera? 2) Se
fossimo insensibili a possibili intese contro le destre, perché avete fatto un
accordo con noi per sostenere Veltroni a Roma e Rosa Russo Jervolino a Napoli?
3) Perché non ve la prendete con Di Pietro e Zecchino, che voi avete eletto e
che oggi si presentano autonomamente?
Le lotte alla Fiat, le elezioni Rsu alla Zanussi ci parlano di una
potenziale ripresa del conflitto di classe e la Conferenza di Treviso ha
dimostrato che il nostro partito ha nei luoghi di lavoro compagne e compagni che
- spesso pagando di persona - sono alla testa di queste lotte. Dobbiamo fare di
più per loro. Senza ripresa del conflitto nei luoghi di lavoro la sconfitta
delle destre non ci sarà mai.
Il 3 febbraio abbiamo festeggiato i 10 anni di Rifondazione comunista. Il 21
gennaio a Livorno abbiamo ricordato l'importanza della nascita, nel 1921, del
Partito comunista italiano e abbiamo iniziato un ragionamento sulla nostra
storia per cercare di capire come oggi possiamo riattualizzare il comunismo,
superando gli errori compiuti.
Questa riflessione va fatta con serietà contrastando la tesi veltroniana
(il comunismo è incompatibile con la libertà) e quella contenuta nell'ultimo
libro di Revelli (fascisti e comunisti pur partendo da motivazioni opposte sono
giunti a comportamenti analoghi). Ha ragione Josè Saramago su Liberazione:
«credo che sia necessario rifondare il partito comunista lasciando però da
parte la cosmetica borghese che hanno utilizzato quasi tutti gli altri partiti
comunisti europei per farsi perdonare gli antichi peccati e stare al passo con
la modernità».
Franco
Giordano
Ci sono tornanti della vicenda politica italiana in cui il nostro ruolo è
stato decisivo per rompere lo schema omologante e passivizzante
dell’alternanza e tenere aperta la strada e l'alternativa. Queste "forzature"
hanno sempre investito sulla possibilità futura di modificare rapporti sociali
e politici. E' una concezione della politica che rovescia lo schema statico e
immutabile dei soggetti organizzati e deposita una possibile prospettiva
unitaria. La scelta di autonomia e di non belligeranza sta in questo contesto.
Per trarre il massimo dell'efficacia e battere le tendenze annessionistiche e
aziendali di una parte del centro sinistra bisogna provare a coniugare queste
scelte con una pratica sociale di alternativa. Esattamente come si è cominciato
a fare con le esperienze dei forum ambientalisti e con la conferenza delle
lavoratrici e dei lavoratori. E provando a ridare forza al progetto di
Rifondazione comunista con l'autorevolezza dell'operazione culturale avviata a
Livorno dal nostro segretario. Le due priorità sono facce della stessa
medaglia. Da esse dipende molto della stessa affermazione politica ed elettorale
del nostro partito.
Paolo
Ferrero
Condivido la relazione di Bertinotti e giudico la nostra proposta per andare
alle elezioni l'unica praticabile. Sono però preoccupato dal clima dentro il
partito perché vedo il rischio di un atteggiamento tutto difensivo, come se i
compagni, dopo aver assunto una decisione difficile, si fossero messi in
trincea, con l'elmetto in testa e si preparassero a stare li fino alle elezioni.
Se facessimo così avremmo già perso. Noi dobbiamo invece fare una campagna
elettorale di movimento, capace di spiegare le nostre ragioni alla società e
quindi fare un salto di qualità su 4 punti: 1) i nostri contenuti vanno
inseriti in un ragionamento politico sul voto utile contro il bipolarismo: il
bipolarismo è la forma istituzionale del neoliberismo, che impedisce al
conflitto sociale di accedere alla politica, che rende la politica impermeabile
alla società. La lotta contro il "bipolarismo tra simili" deve essere
forte elemento di polemica e denuncia. 2) Le elezioni devono essere un momento
di costruzione e attivazione della sinistra alternativa. Dobbiamo dare spazio
nelle liste elettorali a compagni non iscritti al partito e dobbiamo costruire
nel territorio una campagna elettorale aperta, capace di intrecciarsi con le
mille forme di resistenza e soggettività antagoniste presenti. 3) Dobbiamo fare
un salto di qualità nell'insediamento sociale del partito. Dove vi è una
lotta, un conflitto vi è sempre anche un iscritto a Rifondazione ma sovente non
vi è partito. Il partito, centralmente e localmente deve cambiare e diventare
strumento per l'organizzazione, l'orientamento, la costruzione del movimento. 4)
Dobbiamo far diventare vita vissuta le cose che abbiamo detto a Livorno poche
settimane fa. La rottura con lo stalinismo, la piena consapevolezza che senza
libertà non vi è comunismo, deve diventare un modo di essere del partito, sia
nei suoi rapporti interni, sia nel modo di presentarsi all'esterno. Anche nella
campagna elettorale dobbiamo presentare questo nostro voler essere
“liberamente comunisti”, come dicemmo 10 anni fa. Questa è anche la
condizione per interloquire con i movimenti di lotta che sono emersi in questo
ultimo anno e che alludono alla possibilità di un nuovo ciclo di lotte
anticapitalistiche. Perché i comunisti sono stati dentro i movimenti nel 17/20,
nel 43/48, nel 68/73 e noi vogliamo esserlo anche oggi. Perché siamo comunisti
rivoluzionari e non nostalgici.