PRC - CPN 3 febbraio 2001

Gli interventi 1

 

Liberazione 8  febbraio  2001

 

Luciana Brandi

 

La scelta proposta per le prossime elezioni, è una scelta necessaria: sta nel processo della sinistra antagonista e nel progetto di costruzione di una sinistra plurale, tenendo aperta la discussione per il dopo. A ciò, è prioritario individuare le assi portanti di una politica che affronti ed intrecci le questioni fondamentali: l'intero mondo del lavoro, la devastazione ambientale e culturale (v. la trasformazione del sistema formativo, scuola e università), la differenza di genere, i nuovi assetti europei e mondiali. Dato il carattere accidentato della situazione, il puntare ad atti capaci di modificare le condizioni materiali di vita richiede un mutamento della cultura politica e del modo di lavorare. Temi quali la libertà (il Marx del Programma di Gotha), il senso, l'eliminazione del dolore, non possono essere espunti. La vita politica intesa come polis (Arendt), porta dal fare al come vivere, chiede urlo spazio reale e simbolico dell'agire fatto di pratiche in cui inter-essere, senza la violenza nelle relazioni individuali. Il commissariamento di Prato: è stato deciso senza dirne le ragioni politiche, applicato con interventi pesanti sui Circoli (Montemurlo), ora negando la consegna delle tessere ai segretari di Reggiana e Vaiano per il dissenso mostrato. Il commissario aggiunge del suo quando trova poca cosa perdere un centinaio di iscritti, ma la logica è riproporre nel partito quei rapporti di forza, basati sulla gerarchia e sul dominio, che condanniamo nella società.

 

Graziella Mascia

 

Non so se siamo riusciti a rendere l’idea, attraverso gli articoli su "Liberazione", del salto di qualità che ha segnato il forum di Porto Alegre. I tre documenti finali testimoniano in ogni caso piattaforme di lavoro di un movimento alternativo che può prefigurare delle soggettività politiche in itinere. L'assunzione di questi elementi, insieme al ruolo svolto dalla delegazione italiana e dal Gue, confermano l'importanza delle scelte del nostro partito, cui va dato ulteriore impulso. Da una parte deve essere potenziato l'impegno di tutti in questa direzione, dall'altra vanno colmati, anche con il nostro aiuto, quei limiti della sinistra europea, che è stata ben rappresentata dalla delegazione del Gue, ma che non ha segnato una presenza adeguata come partiti. La stessa esperienza di Porto Alegre va tenuta presente nelle critiche che muoviamo alla Cgil per il rinvio del congresso e per le scelte che è chiamata a fare di fronte alla crisi profonda che la attraversa.

Le vicende elettorali su cui discutiamo oggi devono stare in questo contesto mondiale, che le dice delle possibilità concrete di costruire una alternativa di società in questo grande fronte antiliberista. Solo così prendono forza la proposta per una sinistra plurale e la tattica della non belligeranza, come modalità possibile per tenere insieme autonomia e prospettiva politica. Anche gli scioperi Fiat di questi giorni confermano la possibilità di riaprire spazi significativi di movimento e di lotta. Dall'insieme di questi elementi si possono cogliere gli spazi per riconnettere condizione sociale e rappresentanza politica. L'impegno del partito per il G8 di Genova va inquadrato in questo contesto.

 

Andrea Ricci

 

Come ha rilevato Bertinotti nella sua relazione introduttiva, che condivido pienamente, le modalità tecniche della nostra partecipazione elettorale sono la traduzione tattica della nostra prospettiva strategica ha ricevuto alcuni importanti impulsi. Il primo, sul piano teorico e programmatico, è stato la manifestazione di Livorno. La riattualizzazione del comunismo come risposta alla crisi di civiltà del capitalismo globalizzato è elemento indispensabile del nostro radicamento. Il "ritorno a Marx" lo dobbiamo intendere non come la ripetizione pedissequa delle ricette politiche allora individuate dal nascente movimento comunista, ma come la riappropriazione integrale di un metodo di analisi della realtà, da applicare anche alla storia del movimento comunista del Novecento. In questo senso, la critica radicale dello stalinismo deve essere condotta senza remore e deve toccare le fondamenta materiali di quel sistema: la statizzazione integrale e coercitiva dei mezzi di produzione e il monopolio del potere politico dei partiti comunisti. Questi due elementi, bloccando la lotta di classe e la partecipazione delle masse nelle società post-rivoluzionarie, hanno costituito degli ostacoli alla trasformazione socialista ed hanno, in ultima istanza, favorito la restaurazione del capitalismo. La costruzione del socialismo non può avvenire per decreto, non basta la conquista del potere, occorre cambiare le relazioni sociali, la coscienza, la psicologia delle persone. Senza partecipazione effettiva all'esercizio del potere non si costruisce l'uomo nuovo. Il secondo, importante impulso di carattere strategico lo abbiamo avuto, sul piano della nostra azione sociale, dalla Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici. A Treviso, abbiamo visto un partito che, pur tra tanti limiti, è protagonista dei timidi ma inequivocabili segnali di disgelo sociale. E' quella la strada da percorrere, anche attraverso la rimodulazione della scala di priorità della nostra azione organizzata, spesso viziata da distorsioni politiciste. Infine, sul piano politico, il passaggio elettorale deve servire a chiarire alle masse i connotati della nostra linea strategica: rottura della gabbia del centrosinistra e costruzione della sinistra alternativa come sola possibilità di arginare e sconfiggere le destre. In questo senso, la modalità proposta di partecipazione elettorale è lo strumento più efficace.

 

Nicola Fratoianni

 

Condivido pienamente la proposta politica che ci viene dalla relazione del compagno Bertinotti. Mi convince il carattere tutto politico della proposta che la sottrae ad una semplice discussione sulla tecnica elettorale. Mi sembra quindi importante che il comitato politico si concentri proprio sulla sua costruzione e sul modo con cui questa debba collocarsi all'interno dell'iniziativa più generale di questi mesi. In particolare credo che sia necessario evitare un errore di cui a più riprese ci siamo trovati a discutere all'indomani degli appuntamenti elettorali. La guerra del Kosovo ad esempio, evento costituente, non ha cambiato in modo rilevante la forma e l'impostazione della campagna elettorale, è diventata quasi un settore di intervento da giustapporre agli altri. In questo caso, dobbiamo riuscire a fare qualcosa di diverso. Sulla globalizzazione stiamo lavorando da mesi cercando di contribuire alla costruzione di una nuova stagione di contestazione e di movimento. Dobbiamo essere in grado di non ripetere l'errore, dobbiamo far sì che l'analisi sui processi di globalizzazione non diventi uno dei tanti terreni di intervento ma una lente, un punto di vista attraverso il quale rileggere e dove è necessario reinterpretare la politica e l'iniziativa sulla scuola, come sul lavoro e la precarietà, come sull'ambiente. Allo stesso modo dobbiamo intensificare le relazioni con i soggetti con cui abbiamo percorso dei pezzi di cammino, non limitandoci a coinvolgerli nella discussione del programma ma continuando a produrre con loro pezzi di esperienza e di conflitto. E', anche, la condizione necessaria per evitare un altro rischio contenuto nell'esperienza avuta sinora: l'eccesso di attenzione al simbolico e la virtualità del movimento.

E' sulla base di questa impostazione che sto cercando di portare un contributo alla ricostruzione della federazione di Prato che sto commissariando da qualche mese. Ci sono in questo senso risultati positivi ma anche limiti che permangono in una situazione difficile quale quella di una federazione dove anni di conflittualità che definirei quasi armata, e in questo senso ben distante da una pratica di costruzione di nuovi rapporti tra donne e uomini, hanno sostanzialmente bloccato ogni iniziativa. Da questo punto di vista meglio sarebbe che tutte le energie disponibili che già non abbondano si disponessero al confronto e al lavoro più che alla polemica.

 

Valdemero Baldi

 

Concordo con la proposta di presentarci alle elezioni con liste nostre di candidati nella quota proporzionale per la camera e nei collegi per il senato rinunciando alla partecipazione nella quota maggioritaria della camera. Ritengo invece sbagliata e per certi versi fuorviante la definizione che si è data a questa scelta: non belligeranza è termine diplomatico‑militare che ha in sé una carica di equivoco che ritengo inadatta alla situazione e alla collocazione nostra attuale. Può essere interpretato come una rinuncia alla battaglia nel momento in cui invece la battaglia nostra deve esserci, anche a sinistra.

Venerdì scorso, sul supplemento al giornale “la Repubblica” un giovane ha scritto a Scalfari una lettera che val la pena di leggere: «sono un 26enne con diploma tecnico molto specializzato e ho vissuto una sorta di apprendistato, il lavoro "socialmente utile" (lontano da casa), ho svolto mansioni diverse rispetto alla mia preparazione e ho dovuto anche trafficare in nero. Per non pesare sul magro stipendio di mio padre (metalmeccanico in tuta) mi va bene tutto, eppure sono disoccupato da metà novembre scorso. Nell'arco di quattro anni ho conosciuto ben nove datori di lavoro, i quali mi hanno rilasciato ottime referenze. Ieri mi ha telefonato uno dei predetti per propormi un breve contratto a termine. Ovviamente ho accettato. E poi? In questo modo si campa male, impossibile fare programmi e stamattina ho detto alla mia ragazza di cercarsene uno più fortunato. Almeno l'ho fatta piangere una volta sola evitandole però di legarsi alla mia penosa precarietà. Ma sono un po' disperato. Quando sento in tv certi politici di cotenna spessa i quali sostengono con allegra non-chalance che i giovani devono acquisire una mentalità elastica ed essere comunque aperti e disponibili alla cosiddetta nuova economia schiumo di rabbia».

A questa lettera Scalfari risponde con gli stessi argomenti del centrosinistra: la vita ha le sue difficoltà; questi casi meritano attenzione: bisogna non trascinare gli aspetti umani tenendo però conto delle leggi economiche; non è lecito trattare gli uomini come merce

La lettera di quel giovane credo abbia un valore universale. L'esperienza fatta da quel lavoratore realizza il massimo di quella flessibilità del lavoro sostenuta tanto dalla Confindustria che dal centrodestra. Mi chiedo come voterà. Non certo Berlusconi, ma forse non voterà neppure il centrosinistra data l'insufficienza della risposta avuta. Forse non andrà a votare insieme a milioni di cittadini delusi. Noi dobbiamo andarlo a cercare, dobbiamo parlargli e dobbiamo dargli una speranza. E' belligeranza questa? Si, è la belligeranza delle idee e degli argomenti. La non belligeranza allora attiene alla forma, che deve essere civile in ogni caso, ma non alla sostanza.

Noi continueremo la nostra battaglia all'opposizione, ma dovremo essere più forti, avere più consenso di oggi. Allora dobbiamo fare tre cose: cercare le persone, parlare con tutta la nostra argomentazione disponibile, e infine convincere, che è la cosa più difficile.

 

Franco Grisolia

 

La "non belligeranza" costituisce non una scelta "tecnica" di "riduzione del danno" rispetto a un probabile successo del centrodestra, ma una significativa scelta politica nei confronti del centrosinistra. Rifiutando di presentare candidati comunisti nell'insieme dei collegi uninominali della camera e di proporsi come terzo polo ("polo di classe") della politica italiana il segretario indica che il nostro quadro di riferimento strategico resta non quello della costruzione nel tempo di una alternativa di sistema, ma quello di una politica, al di là degli zig-zag contingenti, di pressione e collaborazione col centrosinistra o, in generale, le forze borghesi "progressiste". Cioè la linea che ha informato la nostra azione per tutta la legislatura che oggi si chiude, che ci ha portato nella sua prima metà ad appoggiare una politica antipopolare (dalle finanziarie "lacrime e sangue" alla flessibilità selvaggia del "pacchetto Treu", all'aumento delle imposte per i poveri con contemporanea diminuzione per i ricchi) senza che mai sia stata spesa a tutt'oggi una sola parola di autocritica o ripensamento. Una politica che, al di là delle scissioni (positiva va per noi quella dei cossuttiani) ha portato oltre un milione dei nostri elettori del '96 a passare all'astensionismo. Invece di un bilancio serio si ripropone la stessa strategia di fondo. Ciò è dimostrato dalla nostra alleanza con il centrosinistra nelle regioni e nelle grandi città, dove esso non fa che applicare la stessa politica che esprime a livello nazionale. La stessa formula della "rottura col centro" appare formale nel momento in cui partecipiamo ad alleanze con Udeur, Ppi, Democratici. E del resto, questo concetto non traduce in termini politici l'analisi che fa si che una “rottura col centro” intesa come indipendenza di classe implichi una rottura anche con essa. Le frasi sul "ritorno a Marx" non restano altro che vuoto "socialismo da comizio domenicale" se non recuperano gli assi del programma fondamentale del marxismo: l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la costituzione del proletariato in classe dominante attraverso la presa rivoluzionaria del potere.

 

Peppe De Cristofaro

 

La linea del partito sulle elezioni politiche mi sembra giusta e condivisibile, nonché la naturale conseguenza delle scelte fatte negli ultimi anni, a partire dalla crisi del governo Prodi, che anch'io ritengo fondativa di un nuovo e ambizioso progetto della Rifondazione comunista. Dobbiamo, a questo punto, adeguare alla nostra linea una nuova pratica politica, capace di interpretare le novità prodotte su scala nazionale e internazionale negli ultimi mesi. E' vero: senza facili entusiasmi, possiamo dire che si avverte un clima di disgelo nella costruzione dei movimenti di massa. Quello che è successo a Seattle, in Europa, a Porto Alegre, non è ritualità ma il segno che si può uscire da una fase di resistenza ed immaginare un progetto politico di alternativa. Verso queste mobilitazioni che cominciano a diventare un movimento non dovremo avere nessuna forma di prudenza intellettuale: e già la campagna elettorale può essere un modo per mettere a tema, nel nostro paese, la critica alla globalizzazione capitalistica e la sua ricaduta nelle politiche territoriali, producendo in questo modo un salto di qualità rispetto al passato. La campagna elettorale del Prc non dev'essere, in questo senso, un momento diverso da quello della costruzione del movimento e della conflittualità sociale, e, come Giovani comunisti, intendiamo lavorare a questo obiettivo. Il Prc fa parte, senza ambiguità e con pari legittimità rispetto ad associazioni, collettivi, società civile, del movimento antiglobalizzazione che si sta producendo anche in Italia: cosa non da poco soprattutto se confrontata con le difficoltà che diversi partiti comunisti europei stanno incontrando nei loro paesi. Ma non dobbiamo nasconderci le difficoltà: troppe volte le "scadenze" di movimento hanno visto un impegno del Prc limitato quasi esclusivamente all'organizzazione giovanile. Su questo è necessario intervenire, a partire da Genova e dalle mobilitazioni sul G8, ma soprattutto nella pratica territoriale, nei luoghi di studio, di lavoro e di non lavoro. Anche perché non dobbiamo dimenticare che una società e una politica “virtuali” possono produrre risposte altrettanto virtuali. Per questo è necessario dare seguito all'incontro di Porto Alegre, contribuendo ad organizzare un momento di discussione dalla sinistra alternativa in Italia, a partire dal confronto sul programma elettorale del Prc con le istanze di movimento che si sono prodotte in questi mesi.

 

Enzo Jorfida

 

Due enormi facce si fanno pubblicità (Berlusconi e Rutelli) quasi a far credere che si andrà a votare per l'elezione diretta del nuovo Capo del Governo. Pubblicità ingannevole. Non siamo in un regime bipartitico ma in una Repubblica Parlamentare. Giusta la scelta di presentarci, per salvaguardare, la nostra autonomia, al Senato in tutti i collegi elettorali e alla Camera solo per il proporzionale. Così difendiamo e valorizziamo i risultati del referendum, che voleva abolire l'ultima parte di proporzionale rimasta e avere solo collegi uninominali. E’ un atto di coerenza e realismo. Sarà comunque una campagna elettorale al calor bianco. Quasi la metà degli intervistati per i sondaggi dice che non sa se andrà a votare. Ogni elettorale andrà contattato. Non dobbiamo lasciare niente al caso. La maggioranza degli abitanti risiede in Comuni con meno di 100mila abitanti. Vi sono comuni con 300/400 abitanti. E migliaia sono quelli con 2000/3000 abitanti. Ogni voto conta. Ogni elettore è importante. A partire dalla raccolta delle firme per le nostre liste elettorali. Anche la raccolta firme è campagna elettorale, è occasione per fare nuovi iscritti al Prc. Per chiedere un contributo per autofinanziare la nostra campagna elettorale.

   

 

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