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PRC - CPN 3 febbraio 2001 |
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Il primo documento respinto |
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Liberazione 8 febbraio 2001
Documento presentato da Marco Ferrando, Ivana Aglietti, Vito Bisceglie, Anna Ceprano, Franco Grisolia, Luigi Izzo, Matteo Malerba, Francesco Ricci, Michele Terra.
Il centrosinistra attraversa una crisi profonda che segna lo sfondo delle
imminenti elezioni politiche. Una crisi che affonda le proprie radici nella
crisi del blocco sociale che ha costituito il supporto dell'Ulivo.
Il cuore del grande capitale e dei poteri forti della società continua a
gravitare attorno al centrosinistra, in continuità con l'intero corso della
legislatura. Ma è maturata una reale crisi di egemonia della grande impresa su
ampi settori di piccola e media borghesia, in particolare nell'industria e nel
commercio; e soprattutto il marchio del capitale finanziario sulle politiche
sociali dei propri governi
dal '96 ad oggi ha provocato un processo di progressivo distacco di settori
rilevanti di lavoro dipendente ripiegati nell'astensione elettorale e nella
demotivazione politica. Questa crisi del blocco sociale del centrosinistra è il
vero punto di forza del centrodestra: che ha rinsaldato la propria egemonia
reazionaria sulla piccola e media borghesia industriale (lungo l'asse Nord-Est-Sud),
sulle corporazioni delle libere professioni, sulla Confagricoltura, ricomponendo
attorno a sé un blocco vincente nella società, seppur segnato da numerose
contraddizioni.
Le forze decisive dell'Ulivo reagiscono alla crisi su due piani
complementari e di fondo, ben al di là delle operazioni micro-redistributive
della Finanziaria, della politica d'immagine, della stessa scadenza elettorale.
Sul piano economico-sociale lavorano a consolidare il rapporto privilegiato col
grande capitale, sia con l'azione di rappresentanza dei propri tradizionali
committenti (v. Banche usuraie), sia col tentativo di acquisire rappresentanza e
controllo dei nuovi poteri emergenti (settori privatizzati, municipalizzate,
informatica) per ricomporre un quadro unitario del blocco dominante e prevenirne
possibili smottamenti dopo l'annunciata vittoria del centrodestra.
Sul piano politico, le principali forze dell'Ulivo lavorano alla parallela
ricomposizione della rappresentanza centrale della borghesia italiana, in
direzione del cosiddetto partito democratico. Il grosso dell'apparato Ds, in
particolare, rompendo con il ruolo tradizionale di socialdemocrazia, si candida
a rappresentanza diretta della grande borghesia, dei suoi interessi materiali,
delle sue esigenze politiche. La Fondazione italiani-europei guidata da Massimo
D'Alema e sostenuta da Tronchetti Provera e Colaninno è espressione evidente di
questo processo. Un processo che alimenta una forte dinamica conflittuale,
potenzialmente distruttiva, all'interno dell'apparato Ds, e che accentua, per
effetti diretti e indiretti, i processi di disorientamento e passivizzazione
politica di rilevanti settori di base del partito.
Su ogni piano, nulla è più lontano dalle preoccupazioni del centrosinistra
borghese che le preoccupazioni e le esigenze delle classi subalterne. Persino
nel momento della crisi della coalizione e della sua probabile sconfitta.
Il bilancio conclusivo della legislatura interroga le scelte che il nostro
partito ha compiuto. Non solo rivela l'obiettivo fallimento di ogni linea di
condizionamento riformatore dell'Ulivo, perseguita anche dall'opposizione (coi
quattordici accordi regionali di governo col centrosinistra), ma soprattutto
misura le gravi responsabilità che ci siamo assunti sostenendo direttamente,
per metà legislatura, il governo di centrosinistra, per di più nel passaggio
strategico del varo della moneta unica e della massima offensiva antipopolare
(record delle privatizzazioni in Europa nel '97; varo del "pacchetto Treu";
tagli massicci della spesa pubblica per centomila mld; campi di detenzione per
gli immigrati...). Il bilancio di quella stagione, sinora rimosso, si conferma
tanto più oggi, a fine legislatura, come necessità della rifondazione
comunista: al fine di determinare, dall'opposizione, una svolta strategica di
fondo del Prc.
Il Cpn assume la rivendicazione dell'indipendenza del movimento operaio
dalla borghesia, della sua rottura di classe con le forze borghesi, sulla base
di un programma anticapitalistico di mobilitazione, quale proposta centrale del
partito: una proposta rivolta alle masse lavoratrici e a tutte le loro
espressioni politiche e sindacali; una proposta incorporata, parallelamente,
alla costruzione del partito comunista tra le masse entro una battaglia aperta
per l'egemonia. Sul piano sociale, i sintomi preziosi di "disgelo" che
si vanno producendo contro le politiche dominanti (dalle lotte degli insegnanti
alla vicenda Zanussi fino agli scioperi Fiat) ripropongono l'esigenza di un
intervento di ricomposizione unitaria del blocco sociale alternativo attorno a
una proposta di vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati
incentrata sulla rivendicazione di forti aumenti salariali; della riduzione
dell'orario di lavoro senza contropartite di flessibilità e di finanziamento
alle imprese, congiunta alla lotta allo straordinario; di un vero salario
garantito ai disoccupati in cerca di lavoro, realmente alternativo a ogni forma
di precarizzazione; di un salario minimo garantito intercategoriale;
dell'abolizione dei "pacchetto Treu" con l'assunzione di tutti i
precari come lavoratori a tempo indeterminato. E' al contempo necessario
costruire l'unità di lotta tra lavoratori italiani e immigrati attorno a comuni
obiettivi sociali. Peraltro solo un'autentica esplosione di radicalità sociale,
nel segno della rottura con la collaborazione di classe, può ribaltare i
rapporti di forza, incrinare il blocco sociale delle destre, scompaginare lo
scenario politico.
Parallelamente, sul piano politico, va sviluppata con coerenza la
rivendicazione della rottura col centro borghese, in tutte le sue espressioni.
Non in direzione di una sinistra plurale a vocazione governista, basata su un
blocco politico col grosso dell'apparato Ds (ciò che riproporrebbe verso i Ds
quella illusione di "condizionamento" e "contaminazione" che
già è fallita verso il centrosinistra). Ma in direzione di un polo autonomo di
classe, alternativo a tutte le forze del centro, siano esse tradizionali, siano
esse espressione della maggioranza liberale dell'apparato Ds. Peraltro solo la
rottura del movimento operaio con le forze politiche del centro può creare le
condizioni politiche di un ampio dispiegamento della ripresa di mobilitazione di
massa.
In coerenza con questa impostazione politica, il Cpn orienta le scelte
elettorali del partito in direzione di una collocazione pienamente autonoma e
alternativa ai due poli borghesi di alternanza. In ordine alle imminenti
elezioni amministrative, che coinvolgono anche grandi città, il Cpn orienta il
partito alla presentazione indipendente delle liste comuniste e di classe e dei
relativi candidati sindaci in alternativa al centrodestra e al centrosinistra:
in particolare respinge ipotesi di apparentamento di governo col centrosinistra
sia al primo che al secondo turno elettorale preservando o affermando la
collocazione del partito all'opposizione.
Sul terreno centrale delle elezioni politiche nazionali il Cpn respinge ogni
forma di accordo, diretto o indiretto, col centrosinistra e ogni forma di
rinuncia alla contrapposizione ad esso (v. la non belligeranza alla Camera). La
non belligeranza col centrosinistra sarebbe apertamente contraddittoria con la
rivendicazione della rottura col centro borghese e dell'autonomia di classe del
movimento operaio. Tanto più a fronte del legame profondo del centrosinistra
con i poteri forti del capitale finanziario e delle politiche liberiste di
guerra condotte dai governi di centrosinistra in questa legislatura. Una non
belligeranza verso il centrosinistra del capitale sarebbe in contraddizione
profonda non solo con una prospettiva anti-capitalistica ma con la stessa azione
di opposizione di classe sul piano sociale. Peraltro le più recenti vicende
politiche relative al sostegno alle banche usuraie e allo scandalo dell'uranio
impoverito indeboliscono ancor più la stessa credibilità della non
belligeranza verso il centrosinistra.
Il Cpn pertanto, in coerenza con la prospettiva del polo autonomo di classe,
decide:
a) la presentazione dei
candidati comunisti, sia sul livello proporzionale, sia sul livello
maggioritario e alla Camera e al Senato, in aperta contrapposizione ai candidati
di centrodestra e centrosinistra. Ciò significa una presenza alternativa di
candidati comunisti nei collegi di fronte ad ogni candidato di centro, sia esso
di centro borghese tradizionale, sia esso espressione della maggioranza
dell'apparato Ds. Eccezioni possono essere realizzate in collegi a massimo
rischio solo di fronte a candidati riconoscibili della sinistra critica e del
movimento operaio, ovviamente privi di incarichi di governo. Ma
sempre all'interno di un quadro complessivo di contrapposizione chiara e netta
ai due poli borghesi di alternanza e proprio nel segno della rottura col centro;
b) la presentazione dei
compagno Fausto Bertinotti come candidato premier in contrapposizione a
Berlusconi e Rutelli (come eventualmente a Di Pietro e D'Antoni) quale unica
espressione politica del mondo del lavoro e dei disoccupati e dei loro interessi
indipendenti. Una scelta che consente oltretutto al partito una notevole
estensione degli spazi di comunicazione di massa e di argomentazione delle
proprie posizioni generali.
Il Cpn sancisce un criterio politico democratico e pluralistico nella
composizione della futura rappresentanza istituzionale del partito, rettificando
la scelta operata dalla Direzione nazionale di esclusione della minoranza
congressuale.
Il Cpn avanza parallelamente come base di riferimento della battaglia
generale per un polo autonomo di classe una nuova proposta programmatica del
Prc. Non più una proposta rivolta all'interlocuzione negoziale col
centrosinistra, ma rivolta invece apertamente alle masse lavoratrici. Non più
una proposta riformistica, tanto minimale quanto utopica e irrealistica, ma una
proposta che colleghi i temi rivendicativi della vertenza generale e le
rivendicazioni immediate con la prospettiva anticapitalistica complessiva, quale
unica risposta di fondo alla crisi della società borghese e alle esigenze più
profonde delle masse. Ogni tema e scandalo della società borghese; ogni caso
manifesto di oppressione e irrazionalità capitalistica sul terreno sociale,
ambientale, di civiltà, va incorporato sistematicamente alla rivendicazione del
controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, della rottura dei rapporti
capitalistici di proprietà, di una nuova organizzazione razionale della società
umana: in definitiva del socialismo quale unica vera alternativa possibile. I
casi abnormi dell'inquinamento alimentare (mucca pazza), del fallimento dei
vertice dell'Aja sul controllo dei gas inquinanti, della pratica usuraia delle
banche protetta dal governo borghese, della guerra dell'uranio impoverito
coperta dall'ipocrisia di governi e caste militari, della diffusione della
criminalità borghese e del suo intreccio inestricabile con il capitale
finanziario, indicano, su piani diversi e complementari, l'attualità
dell'alternativa socialista; non come soluzione ideologica ma come necessità
pratica di risposta a nodi e problemi quotidiani, ben presenti nell'osservatorio
delle masse e altrimenti insolubili. Parallelamente l'articolazione transitoria
del programma anticapitalistico va assunta come base d'azione e di proposta del
nostro partito nell'importantissimo movimento cosiddetto
"antiglobalizzazione" accompagnando l'inserimento profondo nel
movimento e nella sua iniziativa con un'aperta battaglia di egemonia
anticapitalistica contro posizioni neoriformistiche in esso presenti.
La svolta politica e programmatica proposta si connette strettamente allo
sviluppo, a dieci anni dalla nascita del partito, di una coerente rifondazione
comunista e rivoluzionaria. Ciò che significa una ricollocazione del progetto
del partito entro un bilancio complessivo del Novecento. L'esigenza di una
rottura con lo stalinismo e la sua pagina buia, giustamente sollevata nella
manifestazione di Livorno, non può limitarsi a un annuncio di immagine, né può
ridursi alla denuncia più esplicita dei crimini staliniani, che pur è
centrale. E' necessario indagare il cuore della svolta politica e strategica
introdotta dallo stalinismo nel movimento comunista internazionale a partire
dalla metà degli anni Trenta con l'abbandono del principio dell'autonomia di
classe in nome della teoria e della pratica delle coalizioni con la cosiddetta
borghesia democratica. Una denuncia dello stalinismo che rimuovesse questo punto
decisivo o che addirittura riconducesse, all'opposto, il fondamento genetico
dello stalinismo alla stessa tematica del potere proletario e della sua
conquista rappresenterebbe, al di là delle intenzioni, una negazione profonda
della ricerca stessa della rifondazione rivoluzionaria.
Viceversa il recupero e l'aggiornamento della connessione centrale tra
autonomia di classe e prospettiva rivoluzionaria, proprio dell'esperienza e del
pensiero di Marx, Lenin, Luxemburg, Trotzkij e Gramsci può e deve essere
assunto come nuovo quadro di confronto e di riferimento della rifondazione
comunista, della sua ricollocazione politica e strategica nel campo nazionale e
internazionale.
Respinto, con 49 voti a favore.