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PRC - CPN 3 febbraio 2001 |
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Le scelte di Rifondazione |
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Le conclusioni di Fausto Bertinotti |
Liberazione 8 febbraio 2001
Care compagne e cari compagni, l'andamento della discussione di questi due giorni mi consente delle conclusioni relativamente semplici. Infatti, fatta eccezione per le posizioni che ha espresso la minoranza congressuale, si è manifestato un consenso amplissimo sulla proposta di presenza elettorale che è stata qui avanzata, senza alcun dubbio o ombra. Naturalmente non possiamo accontentarci di questo consenso. Siamo chiamati a una campagna elettorale e a una battaglia politica davvero difficili; non basta quindi il consenso, pure importante, dei gruppi dirigenti: conta in modo decisivo il modo con cui la nostra proposta viene interpretata e vissuta nel corpo del partito, dal momento che dobbiamo puntare al massimo di efficacia dell'iniziativa. Allora avverto un rischio: quello che questa nostra proposta, così largamente condivisa, venga però intesa come uno stato di necessità, anziché come parte di una più generale strategia.
E' vero, questa nostra proposta non ha alternative valide, ma questo non ci
può accontentare. Non penso affatto che ci sia una proposta di tattica
elettorale che sia in sé e per sé entusiasmante. La ragione della sua
condivisione sta nella proposta politica generale in cui è inserita.
Crisi
e conflitto
Su quest'ultima va concentrata, dunque, la nostra discussione. Dobbiamo
chiederci se con questa scelta noi miriamo a riaprire i giochi o se lavoriamo
puramente per la nostra sopravvivenza. Non disdegno questa seconda strada, ma io
penso che in realtà noi abbiamo scelto la prima. Dobbiamo quindi proporci il
problema di finalizzare la nostra scelta elettorale al raggiungimento di un
obiettivo più ampio e più alto. Quest'ultimo trova un suo fondamento nella
analisi che compiamo della realtà. Di questa vorrei in particolare mettere in
risalto due aspetti. Il primo: stiamo vivendo una situazione di grande
instabilità nel mondo intero, agiamo su un terreno accidentato, nel quale si
manifestano molti fattori di crisi nel mondo, in Europa, in Italia. In sé non
si tratta di un elemento nuovo, però siamo di fronte ad un'accelerazione, che
dobbiamo sapere riconoscere. Il secondo: assistiamo ad un disgelo nei movimenti
di massa. Gli esempi, dalla Zanussi, alla Fiat, dai comitati contro l'elettrosmog
alla lotta contro gli inceneritori, dagli scioperi degli insegnanti alle inedite
mobilitazioni nei settori del terziario, e del precariato, li ho già ricordati
nella relazione. E' in questo quadro che va calata la scelta della tattica
elettorale di non belligeranza, termine che anch'io trovo insufficiente, ma che
ormai è entrato nel linguaggio comune. Bisogna però condurre una
chiarificazione tra di noi. Non riferiamo il termine di non belligeranza alla
società e alla politica. Al contrario noi ci muoviamo contro i poteri forti del
capitalismo. Ma non siamo neppure teneri nei confronti dei centrosinistra, tanto
è vero che ne proponiamo la rottura.
Il termine di non belligeranza è quindi rivolto solo alla prossima campagna
elettorale per battere le destre, esito al quale non siamo indifferenti, anche
perché indispensabile per ottenere consensi.
Politica
e precarietà
E' stata qui ricordata la lettera di un giovane. Sono convinto che non gli
si risponde spiegandogli la non belligeranza. Ma dobbiamo soprattutto domandarci
perché quel giovane si rivolge con la sua missiva a Scalfari, anziché al
sindacato o al Prc. Il perché sta in una crisi profonda della politica; si è
infatti spezzato il rapporto tra le condizioni concrete di vita e la politica,
ovvero tra le condizioni di precarietà in cui si vive, le lotte e le
organizzazioni politico sociali. Basta guardare alle previsioni sul voto dei
disoccupati: vi è un aumento di consensi verso la destra, ancora più marcata
è la propensione all'astensionismo, crolla il consenso verso il centrosinistra,
mentre vi è una sofferenza trattenuta nei nostri confronti. Bisogna allora
riflettere anche sulla condizione dei Giovani comunisti che spesso si sentono
soli nella pratica concreta del nostro partito.
Contro
le destre
Dobbiamo
quindi proporci di superare due difficoltà nell'applicazione della tattica di
non belligeranza. La prima è rappresentata dalla propensione all'astensionismo
di larghi settori di elettorato popolare; la seconda è costituita dalla sentita
volontà di sconfiggere le destre. Questa è la tenaglia che ci può stringere.
Dobbiamo perciò sapere intervenire su entrambi i lati della questione. Non
possiamo ricorrere né a formule populiste né frontiste, ma dobbiamo fare
affidamento su una proposta politica che riesce a combattere nel profondo la
desertificazione provocata dalla ristrutturazione capitalistica sul terreno
politico e sociale.
Voglio essere ancora più chiaro. Non possiamo definire la nostra tattica
elettorale rispondendo alla domanda: quale soluzione ci può portare più voti?
A questa domanda in realtà non c'è alcuna risposta. L'unica domanda utile e
efficace che ci possiamo rivolgere è quella che ci interroga su quale sia la
tattica più efficace all'interno di una determinata strategia. Per questa
ragione dobbiamo dare un senso di fondo alla nostra campagna elettorale.
Dobbiamo lavorare per una progettazione concreta della campagna elettorale,
produrre una pratica diffusa, guardare alle forze attive che possono essere
presenti in questa campagna. Possiamo facilmente prevedere che ci sarà un
tentativo di schiacciarci da parte dei mass‑media per quantità e cattiva
qualità dell'informazione, da un lato, ma dall'altro anche da parte della
logica indotta dal sistema elettorale maggioritario.
Le elezioni, il partito, i movimenti
Per
queste ragioni dobbiamo sapere investire nel partito e nelle leve che riusciamo
a muovere nella società.
Per quanto riguarda il partito dobbiamo in primo luogo garantire un
effettivo coinvolgimento di tutte e di tutti nella discussione. Dobbiamo
abituarci a ragionare sulle modalità della nostra propaganda elettorale, su
come si fa un volantino, su cosa si dice e su come lo si dice. Non si tratta di
un'operazione burocratica inerte ma è essenziale per garantire l'efficacia
della nostra iniziativa.
Per quanto riguarda l'individuazione dei settori della società su cui fare
leva, dobbiamo riflettere su alcune ricerche. Prima ho citato il caso dei
disoccupati, ora ricordo che secondo attendibili sondaggi il nostro consenso tra
pensionati e casalinghe è assai basso. Domandiamoci allora, cosa hanno in
comune queste figure sociali? Quello di essere soggetti sociali diffusi ma
dispersi, lontani da un organizzazione collettiva e di lotta. Bene, guardiamo
ora agli insegnanti, ove pare che registriamo un aumento di consensi. Guardiamo
alle elezioni delle Rsu alla Zanussi, ove tutti e undici gli eletti appartengono
alla sinistra sindacale. Che lezione ne traiamo? Quella che il rapporto con la
politica e la rappresentanza cambia totalmente se c'è la lotta, perché la
lotta paga. Naturalmente non c’è sempre un rapporto diretto tra aumento delle
lotte e aumento dei consensi, ma in questo caso si realizza, perché si
fuoriesce da una precedente sconfitta e dunque il cambiamento può
immediatamente produrre dei risultati positivi.
Questa analisi ci fa vedere un rapporto stretto tra movimenti di lotta e
campagna elettorale. Questa volta si realizza proprio perché c'è un fenomeno
di disgelo che rompe la situazione precedente, perché provoca un'inversione di
tendenza.
Interpretare
Seattle, qui ed ora
E' quindi possibile che si realizzi un'accelerazione di cambiamenti sia a
livello locale che a livello generale, e questa può determinare sensibili
differenze nel voto.
Nella Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori di Treviso abbiamo detto
che dobbiamo riprenderci tempo e salario. Alla Zanussi e alla Fiat è nato un
vero movimento di lotta contro la flessibilità. Ecco dunque una chiave per la
nostra campagna elettorale: la lotta alla flessibilità.
Nel mezzogiorno bisogna compiere qualcosa di analogo, come anche ci vene
indicato dalla nostra recente esperienza della marcia per il salario sociale. La
proposta del centrosinistra per il Mezzogiorno è assolutamente spiazzata. Il
progetto di costruire il ponte sullo stretto di Messina appare come un'evidente
concessione al partito dei cementificatori. A questo dobbiamo contrapporre la
condizione concreta dei trasporti nel Sud, a partire dalla condizione delle
ferrovie, in particolare in Sicilia e in Calabria. Così dobbiamo riaprire la
questione dell'acqua nel Mezzogiorno, proponendo una gigantesca opera di
bonifica. Su tutte queste questioni non è impossibile pensare che il vento di
Seattle, così come abbiamo sinteticamente definito quello straordinario
movimento che riesce a legare insieme ragioni locali e internazionali di lotta
alla globalizzazione, possa incontrare le battaglie del nostro popolo
meridionale.
Da
Porto Alegre al programma
Qui precisamente incontriamo il problema del programma, cioè della nostra
capacità di fornire una proposta programmatica che sappia penetrare nella realtà
sociale e di interloquire con le varie forze.
Proprio qui si gioca una partita importante. Prendiamo ad esempio la
questione dei comportamento elettorale della diffusa rete associativa esistente
nel nostro paese. Molte associazioni sono assai critiche nei confronti della
politica perseguita dal centrosinistra, ma, malgrado questo, e soprattutto in
assenza dì una proposta alternativa e convincente, possono tornare ad essere un
veicolo di consenso per il centrosinistra, sia in nome di una lotta contro le
destre, sia di una logica di puro scambio con il potere politico. Noi dobbiamo,
quindi, criticare e rifiutare una pratica di neocollateralismo e impostare
invece il confronto su grandi scelte programmatiche. E questo confronto va
naturalmente rivolto anche verso la sinistra moderata.
Noi avanziamo due innovazioni nel modo stesso di concepire il programma. La
prima consiste nella costruzione di un vincolo interno all'economia
capitalistica, di una nuova e positiva rigidità che si contrappone al mito
della flessibilità, capace di mettere sotto il fuoco della critica il principio
della compatibilità delle rivendicazioni con l'ordine economico e sociale
esistente. La seconda consiste nella determinazione di un sistema di diritti
universali, agibili e esigibili, di cittadinanza al fine di ricostruire uno
spazio pubblico, nel quale difendere e riformare in senso universalistico lo
stato sociale. In questo modo pensiamo di raccogliere l'eco e il senso delle
riflessioni che si sono condotte al Forum mondiale contro il liberismo a Porto
Alegre: il nostro obiettivo è proprio quello di rilanciare quello spirito non
in modo ripetitivo, ma inverandolo nella nostra situazione e nel quadro europeo
La
necessità dell’apertura
A
Livorno abbiamo parlato della
necessità di un'innovazione ideologica del nostro partito. Voglio precisare che
quest'ultima non è cosa diversa o estranea alla ricerca di consenso. Noi
vogliamo attirare nuove forze, ma dobbiamo sapere che il carattere incompiuto
del rinnovamento di una forza comunista impedisce di farle uscire dall'afasia.
Penso che ormai sia matura la progettazione di una conferenza ideologica del
nostro partito, collocata in un più ampio percorso congressuale, nella quale,
senza pregiudizi o sentenze, si possano confrontare le diverse sensibilità su
questi temi, ma da cui uscire avendo stabilito un prevalente. Nella nostra
discussione di questi due giorni non ho incontrato obiezioni consistenti
all'operazione politica che abbiamo cominciato a Livorno. Dobbiamo e possiamo
perciò condurre avanti questo processo tutti insieme, perché esso è
indispensabile per creare quel senso di appartenenza che è indispensabile per
dare vita a un'impresa durevole. Guardiamo infatti alla realtà concreta del
nostro partito, nel quale si entra e si esce con troppa facilità e
disinvoltura. Guardiamo alla stessa vicenda della scissione avvenuta dopo la
scelta di rottura con il governo Prodi. Perché accade tutto questo? Perché non
vi è un elemento sovraordinatore capace di fornire un progetto condiviso di
lungo passo e respiro.
Non mi interessa stabilire una qualifica di valore tra gli alberi
genealogici di ciascuno. Io ho il mio e non intendo cambiarlo con nessun altro,
e così immagino voglia fare ciascuno di voi. Il nostro obiettivo è invece di
coinvolgere tutte e tutti nel processo della rifondazione. Questo si basa sulla
critica del capitalismo, sull'idea di rivoluzione come elemento fondativo della
politica, ma anche sulla critica dello stalinismo che dura fino a noi come
concezione del potere e della politica stessa e che va sconfitto in nome di una
concezione del comunismo quale realizzazione del più alto grado di libertà.
Oggi il capitalismo allude alla libertà, ne fa uno slogan, le forze di
destra immettono il termine libertà nel nome stesso delle loro coalizioni.
Ebbene noi dobbiamo contestare questa mistificazione, ma saremo tanto più
efficaci, quanto saremo critici sull'esperienza del movimento operaio, in
particolare, ma non solo, per quanto riguarda i paesi del cosiddetto socialismo
reale. Abbiamo detto che vogliamo
riusare parole terribili come “strappo”,
in direzione opposta, per fare rivivere una proposta comunista rinnovata, per un
ritorno a Marx. Ma, a questo riguardo, vorrei dire alle compagne e ai compagni
della minoranza congressuale, che il ritorno a Marx non va inteso in modo
scolastico, perché in questo modo si produrrebbe un'atrofizzazione. Si tratta
invece di una riapertura, di un'operazione simile a quella che condusse Gramsci
quando ha riposizionato il pensiero marxista nei tempi e nelle contraddizioni
nelle quali operava. In questo senso dobbiamo apprendere la sua lezione. Per
questo dobbiamo riaprire la riflessione a due grandi questioni, come quella
della contraddizione di genere e dell'ambiente, questioni che riguardano la vita
concreta delle persone non certo l'ideologia. Teniamo sempre ben presente almeno
due aspetti. Il primo è quello che il capitalismo moderno tende a distruggere
ogni forma di autonomia e a uniformare tutto ciò che incontra. Proprio per
questa ragione dobbiamo valorizzare le diversità e riaprire la questione da un
punto di vista di classe. Veniamo pure alle vicende della politica di tutti i
giorni: non è vero che Russo Iervolino è la stessa cosa di Mastella, così
come il suo comportamento come ministro degli interni non è stato uguale a
quello attuale di Bianco. Il secondo è che, pur essendo noi figli della giusta
interpretazione che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti,
dobbiamo considerare che l'irruzione delle classi subalterne nella storia del
novecento e la loro capacità storicamente provata di produrre in determinati
periodi un'egemonia sulla società, ha reso assai più complessa la realtà. Per
questa ragione non possiamo dare interpretazioni schematiche, che ci
paralizzerebbero dal punto di vista dell'azione.
Fuori
di noi, senza paura
In conclusione, non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo in primo luogo averla
nel definirci comunisti. Anzi, se potessi, chiederei che in ogni trasmissione
televisiva la prima domanda fosse esattamente questa: come mai siamo ancora
comunisti? Non è davvero difficile rispondere, basta guardare alle terribili
contraddizioni del mondo globalizzato di oggi. Questa risposta di carattere
fondativo non è certo sufficiente, perché poi bisogna concretamente articolare
e spiegare un progetto che affronta i temi posti dall'attuale società, ma la
nostra natura non va nascosta perché è coerente e funzionale alla soluzione di
quei problemi. Anche in campagna elettorale dobbiamo sapere dare il senso di chi
siamo e dove vogliamo andare. Ma questo può riuscire se contemporaneamente si
compie anche l'atto più elementare: essere presenti dove la gente soffre e ha
bisogno di un aiuto, sapere parlare partendo dal primo problema che viene
avvertito. Se questo punto di partenza viene da noi rifiutato la comunicazione
è già chiusa, se invece viene affrontato diventa un inizio per tutto il resto.
Per questo è fondamentale il lavoro di inchiesta che stiamo conducendo. Esso ci
porta ad un reciproco riconoscimento: noi conosciamo le condizioni concrete di
vita delle persone cui ci rivolgiamo, loro ci riconoscono come una forza
comunista che si occupa concretamente dei loro problemi. Su questo, e non su
altro, può scattare la politica. Il nostro partito avanza solo se si immerge
nel paese reale.
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