Franco Giordano è il nuovo segretario di Rifondazione

Il Cpn elegge il nuovo segretario del Partito della Rifondazione Comunista. Pubblichiamo un suo bell'articolo sulla sua formazione politica al fianco delle lotte dei braccianti in una Puglia di tanti anni fa.

 

Ci sono ricordi che riaffiorano all’improvviso, senza controllo. Basta un odore, una scena di un film, una pagina di un libro, una pausa inattesa. Io non potrò mai dimenticare l’impatto politico, formativo, culturale, emotivo che su di me, giovanissimo studente liceale, agli inizi degli anni ‘70, ebbe l’esperienza del rinnovo contrattuale dei braccianti.

Era il luglio del 1974 e con un gruppo di studenti della Fgci fui “convocato” dalla federazione barese del Pci. Con un fare tra il burocratico e il “punitivo” i responsabili ci fecero una proposta: seguire per qualche giorno un’aspra vertenza giunta alle sue fasi conclusive nelle campagne della provincia. Erano anni in cui la rendita agraria tendeva a trasformarsi in rendita fondiaria dando vita ad un’edilizia speculativa. L’orizzonte unificante del boom economico e dell’espansione aveva cominciato ad incrinarsi e buona parte delle aziende agricole contadine subiva un processo di emarginazione, allineandosi sempre più su condizioni di economia di sussistenza. Ed è in questo contesto di difficoltà che le aziende esercitavano un forte ricatto sui braccianti comprimendo diritti e retribuzioni e minacciando pesanti e dolorosi licenziamenti. Noi, giovani cresciuti politicamente in affollate assemblee e occupazioni che contestavano gli spazi angusti della democrazia scolastica e l’asse culturale della formazione pubblica, incontrammo un “mondo nuovo”. Ho usato il termine “punitivo” non a caso. Il Pci meridionale era molto segnato in quegli anni dalle lotte contadine e bracciantili. Da quella esperienza provenivano tanti dirigenti sindacali e di partito. Non sempre si produsse una lineare unificazione culturale tra queste esperienze e la nuova intellettualità soprattutto giovanile che era germogliata all’indomani della rottura anticapitalistica del ‘68 e aveva occupato la scena politica urbana.

Insomma, sono finito in un afoso luglio ad Andria, per “espiare” preventivamente la colpa di intellettualismo piccolo borghese, per non diventare uno che non aveva conosciuto la dura palestra della lotta di classe. E quel conflitto fu veramente duro. Ricordo come se fosse adesso il primo impatto. C’erano, tra le centinaia di braccianti riuniti nell’enorme salone della Camera del lavoro, un fermento ed un’animazione febbrili. Volti duri segnati dalla determinazione e dalla fatica del lavoro. Fisici consumati dalle lotte e dal sole. Ci guardavano diffidenti e curiosi. Un primo grande corteo tra le strade con tanta gente sui balconi affacciata alle finestre e poi il comizio. Potente, minaccioso: annunciava per quei giorni il blocco delle strade d’uscita da Andria per fermare i prodotti delle aziende che continuavano a lavorare nonostante gli scioperi. Anche noi studenti fummo designati a picchettare una strada di campagna con un turno che dal tramonto arrivava quasi a notte. Il fuoco e una cinquantina di braccianti attorno ad esso. Lontano, le aziende agricole con gli autocarri fermi. Un misto di paura ed eccitazione. Mi rivolsi ad un lavoratore, chiesi se temevano una forzatura del blocco. Ne erano sicuri, ma non sembravano preoccupati e ti tranquillizzavano con una premura ed una gentilezza che in quel contesto sembravano straordinari. Ci avevano adottato, si era rotta la diffidenza, parlavamo di politica e ci ascoltavano. Linguaggi diversi provavano a trovare modalità di comprensione reciproca. E poi il gioco, lo scherzo, finalmente una convivialità che superava gli angoli, smussava le differenti percezioni del contesto. Ci sentivamo pienamente interni a quella lotta. Il tramonto resta uno dei ricordi più ricorrenti del legame irrisolto con la mia terra. Le stoppie di grano bruciate, i colori densi, l’afa, una calma ed una passione congiunti, una fisicità ed un sapere incontaminati. Alcune immagini del film di Gabriele Salvatores “Io non ho paura” e quelle di Sergio Rubini ne “La terra” mi hanno riportato vive e brucianti quelle sensazioni. A sera le luci dei fari degli autocarri, il rumore lontano dei motori mette tutti in allarme. “Arrivano”. Non saprei dire da dove né come fu possibile in così poco tempo, ma in un attimo quello sterrato è invaso da copertoni che bruciano insieme ad oggetti vari, la cui combustione è immediatamente alimentata da taniche di benzina. Un fumo acre si leva altissimo. I braccianti avevano con sé gli attrezzi dei lavori dei campi. Gli autocarri si avvicinavano. Da uno dei tre mezzi si levò in aria uno sparo. Ero in tumulto. E ho avuto paura. I lavoratori rapidamente alimentano i fuochi. Da lì non si può passare. Gli automezzi fermi. Scendono alcuni uomini e affrontano i braccianti. La discussione si fa dura. Ciascuno espone animatamente le proprie ragioni. Ci sono spintoni, ma quasi per miracolo ci si ferma un attimo prima che la situazione possa degenerare. Vanno via. Tra noi l’eccitazione lascia il posto ad una sorta di innaturale euforia. Ci danno il cambio. E’ sera tardi e nella grande piazza Catuma c’è un’enorme tavolata. Ci accolgono festosamente. Ci si scambia i racconti dei vari picchetti. Il vino denso e nero che macchia il fondo del bicchiere, i formaggi, i tanti brindisi. E’ forse quell’immagine l’ultimo scatto di una comunità semplice che si identificava in quelle lotte e che costruiva un legame indissolubile, una socialità.

Oggi tutto è cambiato. Quell’unificazione culturale non esiste più. Ci sono tante divaricazioni sociali prodotte dalla globalizzazione capitalistica e i soggetti delle campagne sono oggi soggetti spurii, misti. Ci sono tante divaricazioni culturali. Il Sud, la mia terra non è più il “mondo contadino”. Forse il Sud non lo è mai stato completamente perché c’è sempre stato un conflitto tra il Nomos della terra (le radici, l’appartenenza, la cultura contadina) e il Nomos del mare (gli avventurieri, i viaggiatori, i pirati). Ma nel Mediterraneo tuttavia questi principi sono stati trasformati in un campo conflittuale non distruttivo. Bisogna ricostruire una identità nuova, aperta, che parta, per dirla con Amartya Sen, con la critica di tutte le identità statiche. Il Sud non è più stare in una dimensione definita: è migrare, materialmente ed interiormente. Un continuo spostarsi verso terre ed entrare dentro costumi, lingue, leggi violentemente “altre”. L’epoca del fondamentalismo della modernità razionalista ha prodotto tragedie. Il Mediterraneo è diventato teatro di guerre e di migrazioni dolorose cinicamente contrastate da una cultura occidentale che si è rinserrata in un fortilizio opulento. Ma non è possibile lo sradicamento come impone il principio del Mare, come non può esserci la chiusura della comunità organica che respinge lo straniero. Anche Ulisse parte alla ricerca delle Colonne d’Ercole, ma vuole tornare ad Itaca. Il Mediterraneo è il luogo in cui si è realizzata una singolare coesistenza degli opposti. Bisogna ricostruire in forme nuove quella memoria e quel mondo in cui civiltà diverse hanno convissuto e scambiato ricchezze e culture in un clima di ritrovata socialità e nuovo legame. Come quella notte, attorno a quella tavola, nella grande piazza Catuma.

 

FRANCO GIORDANO,

Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

 

 

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