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Comitato Politico Nazionale - 5 - 6 ottobre 2007 |
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Gli interventi 2 |
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Liberazione 11 ottobre 2007 Ramon Mantovani Il congresso deve essere chiaro. Ogni militante ha il diritto che sulle questioni fondamentali come l’unità a sinistra e il governo vi siano chiare opzioni su cui scegliere e non formule ambigue sulla vita e sul futuro del partito, oltre che sulla sua linea politica. Non sono d’accordo che il soggetto unitario e plurale sia considerato il tema di lavoro politico prioritario di questa fase. Continuo a pensare che sia meglio dedicarsi alla costruzione di ciò che abbiamo chiamato alternativa di società fondando su questa base l’unità possibile e veramente programmatica della sinistra politica. Ripeto che non sono interessato a contaminazioni con le culture politiche del pdci e del partito socialista europeo. Lo sono, invece, con quelle dei movimenti. Bisogna superare una concezione elettoralistica che riduce il nostro progetto politico a una variabile dipendente dei voti presi o da prendere. La massa critica per essere efficaci al fine di cambiare le cose si creano nella società. Sul governo è giunta l’ora di un bilancio. Noi abbiamo intrapreso l’esperienza di governo perché dopo la stagione di lotte, anche vincenti, pensavamo che fosse possibile invertire la tendenza rispetto agli anni ’90 e al quinquennio di Berlusconi. Penso che non si possa dire che questo obiettivo sia stato raggiunto, o che sia raggiungibile in futuro con questo governo. Mi pare che si possa parlare al massimo di “riduzione del danno”. Credo che dobbiamo trarre tutte le conseguenze e che dobbiamo rimettere ai nostri elettori la decisione sulla nostra permanenza o meno al governo. Il CPN di luglio aveva votato la decisione di svolgere la consultazione e aveva impegnato gli organi esecutivi del partito a promuoverla “rapidamente”. Nulla è stato fatto, e ciò è molto grave. Se alle primarie del PD avessimo contrapposto una grande partecipazione ad una scelta importante come uscire o meno dal governo forse saremmo meno spaventati dal PD e ci sentiremmo meno separati dalla società. Gianluigi Pegolo Pur partendo da alcuni elementi di analisi condivisibili, la relazione del segretario elude questioni decisive. Stupisce l’assenza di una riflessione adeguata sul governo e la reticenza che accompagna la riproposizione del soggetto unico della sinistra come obiettivo principale dell’iniziativa del partito. Sul governo, per non affrontare fino in fondo il nodo della sua inadeguatezza e quello della nostra irrilevanza, si tende ad attribuire un valore sproporzionato ad alcuni provvedimenti. Penso al giudizio sulla proposta di finanziaria. In quella finanziaria vi sono punti non condivisibili: dalla riduzione della tasse per le imprese, all’esiguità degli interventi sull’incapienza, a scelte assai discutibili in tema di riduzione dei costi della politica, come il taglio dei consiglieri comunali e provinciali, ma soprattutto vi è il protocollo su welfare, produttività e mercato del lavoro, per il quale è evidente che si profila un risultato del tutto inadeguato, specie in tema di previdenza. Accanto a questa sottovalutazione del nodo del governo, vi è, poi, l’accelerazione del percorso di costituzione del nuovo soggetto. Qui davvero siamo al paradosso. La manifestazione del 20 ottobre segna, più di ogni altro avvenimento, la crisi nei rapporti con Sinistra Democratica, ciò nondimeno si punta ad accelerare il processo di unificazione. Il fatto è che Sinistra Democratica (ma non solo) assume la governabilità come paradigma della sua azione e punta sulla stabilizzazione di un rapporto durevole col Partito Democratico. Come si può eludere questo dato? Le nostre incertezze di linea recano oramai guasti evidenti al partito. Penso alla scelta sbagliata di non appoggiare esplicitamente la campagna per il no nella consultazione dei lavoratori, lasciandoli privi di un’essenziale sponda politica. L’alternativa a questa linea è un processo di autonomizzazione del partito dal governo e il rafforzamento di un’opzione comunista ed anticapitalista. Il fulcro resta Rifondazione comunista, con la sua ispirazione e la sua pratica. Una opzione che rifiuta l’omologazione governista e l’adesione alla prospettiva bipolare. Roberto Musacchio Sono d’accordo con la relazione del segretario nazionale. C’è una indubbia continuità tra la nostra proposta di costruire la sinistra europea e quella del nuovo soggetto unitario e plurale. Entrambe, con differenza di collocazione, cercano di rispondere al tema della crisi della sinistra e all’offensiva delle destre. Parliamo giustamente della crisi della politica. Ma c’è una politica delle destre che si è andata riorganizzando. Da Berlusconi a Sarkozy. Ma vorrei soffermarmi in particolare sulla esperienza tedesca e sulla signora Merkel. La cancelliera sta conseguendo, dal suo punto di vista, risultati significativi. Con il trattatino tiene in vita l’attuale modello di Europa. Con la grande coalizione conia una formula di governabilità esportabile e capace di farle capitalizzare le crisi della SPD. Ponendo al centro le questioni dell’energia e del clima costruisce un protagonismo sullo scenario internazionale. Su energia e clima torna la centralità della “politica” sia pure in forme “nuove”. Si riscopre una centralità dell’ONU. Si parla di grandi scenari in cui intervengono soggetti politici/ economici. La Russia di Putin è la punta dell’Iceberg di questa nuova relazione che parla però anche di di Gazprom e di altri soggetti. E’ a questa altezza che va posta la questione dell’alternativa che necessariamente è di modello economico e sociale. A queste dinamiche dei poteri però dobbiamo guardare, per non essere condannati a una mera resistenza sociologica. La crisi della sinistra moderata è evidente e il partito democratico ne è una risposta a destra. Occorre costruire le risposte da sinistra Igor Kocijancic Sono stupito dell’approccio con il quale il nostro partito si è accostato al referendum sull’accordo del 23 luglio. Ritenevo di poter interpretare la discussione e gli esiti della nostra conferenza di organizzazione e le dichiarazioni rilasciate dai nostri dirigenti nazionali in modo inequivocabile: esprimendo un giudizio negativo su gran parte dei contenuti ritenevo anche implicito e logico si optasse per un’indicazione di voto conseguente, che non va confusa con una campagna per il no, tanto meno con la costituzione di comitati per il no. Si tratta di stabilire quale debba essere l’indicazione del Partito nel merito delle questioni, evitando di ripetere gli errori nei quali eravamo incorsi anche nella fase iniziale della campagna sul TFR. La nostra Federazione ha prodotto un volantino nel quale si dava indicazione di votare no, con un voto a larga maggioranza dal nostro CPF qualche giorno prima la discussione svolta in Direzione nazionale. Sottolineo che la consultazione riguarda tutte le lavoratrici ed i lavoratori, le pensionate ed i pensionati, le precarie ed i precari (giovani e non), anche quelle e quelli che non si riconoscono nel sindacato confederale, insomma tutta quella vasta umanità che poi ci chiede conto della nostra posizione, ed è davvero difficile non parlare di reticenza da parte nostra. Nel corso della recente assemblea nazionale di segretari molti hanno posto la necessità di evitare fumosità nei messaggi che diamo, di iniziare una vera e propria battaglia culturale per scongiurare le sirene del “Grillismo” e per contrapporci alla deriva securitaria imperversante nel paese: non credo sia questa la maniera adeguata per affrontare tali questioni. Ritenevo che la discussione sulla linea di demarcazione dell’autonomia sindacale e di quella di partito fosse già “ad acta” da lungo tempo, ma evidentemente si trattava di un altro dibattito che non ha lasciato alcuna traccia nella nostra memoria e nelle nostre pratiche. La seconda questione che porrei riguarda le liste unitarie, “sottotema” del processo di costituzione del soggetto unitario e plurale della sinistra. Ma non c’è spazio. Salvatore Bonadonna La relazione di Giordano sollecita una forte capacità di innovazione e scelta; la condivido. Vedo però, il rischio che il Partito, in vista del Congresso, si pieghi a guardarsi l’ombelico e alimenti trite liturgie di rappresentanza. Sarebbe saggio evitare che le poche scelte di valore sociale, indicate come cedimenti del Governo alla “sinistra massimalista”, finissero con l’essere rivendicate dai “moderati” e disconosciute da noi. Mi riferisco in particolare alle misure per la casa, e a quelle per pensionati, lavoratori e giovani. Nota la nostra posizione sul protocollo, sarebbe un errore organizzare noi i comitati per il “no”. Ne va della nostra cultura dell’autonomia sindacale e capacità di proporre in Parlamento modifiche. Sarebbe poca cosa se la manifestazione del 20 fosse occasione di sfogo per malesseri e rancori e non momento per coniugare la piattaforma sociale con la nostra critica della politica. Anche chi critica questo Governo non ci perdonerebbe di farlo cadere. La delegittimazione del sistema politico rischia di fare della politica lo strumento per le scelte del mercato. Siamo in grado di proporre, in alternativa e concorrenza col PD, un soggetto politico unitario e plurale della Sinistra? O preferiamo morire politicamente, ognuno con la propria bandierina? E’ preferibile cimentarsi in un crogiuolo per definire la nuova frontiera dell’anticapitalismo e delineare l’alternativa con la partecipazione dei soggetti sociali. La crisi della società non può essere affrontata con improbabili ortodossie. Va bene la riunione degli Stati Generali della Sinistra ma senza pensare che “l’intendance suivra”. La crisi della politica ci riguarda e postula il rinnovamento praticato. Quanti si dicono impegnati a costruire la sinistra unita formino i Consigli Territoriali per il soggetto politico della sinistra, eletti su scheda bianca, una testa un voto, tutti elettori e tutti eleggibili. Marco Veruggio Dopo il 9 giugno avete detto: “Mai più ci separeremo dai movimenti”. Ma da Mirafiori a Melfi scoppia una sollevazione popolare e non si ha il coraggio di dire esplicitamente che bisogna bocciare il protocollo del 23 luglio. Sicché i lavoratori capiscono che la nostra reticenza è dovuta al timore di rompere col Governo e con le forze della costituenda “cosa rossa” e che quindi la partecipazione al Governo e la “cosa rossa” non rappresentano la soluzione ai problemi della sinistra ma una delle sue cause. Non si tratta di essere massimalisti ma di dare una sponda politica alla Fiom, alla sinistra sindacale, ai 5mila lavoratori che hanno manifestato a Firenze. Cosa rossa: per fare cosa? Per costruire un’alternativa al PD oppure per allearvisi e – con la solita scusa del “battere le destre” – farsi risucchiare nella sua politica? Come a Bologna, dove per “battere le destre” ci si allea con Cofferati, che stringe accordi con An. O a Genova, dove Marta Vincenzi oggi pomeriggio presenta il volume “Camicette nere. Donne di lotta e di governo da Salò ad Alleanza Nazionale”. Scelta difesa dal commissario della federazione contro una dura presa di posizione della nostra segreteria regionale. Commissario che il giorno dopo smentisce un volantino dei lavoratori Prc nelle ex municipalizzate a sostegno del NO (tutto si tiene!). Il dissolvimento politico del Prc è iniziato e vi sono ormai due partiti: uno che mantiene l’idea del conflitto e un altro che ha come sua unica bussola la governabilità. Problema che no si risolve organizzando conclavi fuori porta per trovare una mediazione sulle virgole, ma con una discussione trasparente in cui esplicitare le posizioni, analizzare convergenze e divergenze e infine prendere delle decisioni. A me sembra che nel prossimo congresso sui punti fondamentali non vi sia spazio che per due posizioni: o si resta in un Governo che sta facendo disastri oppure si fa l’opposizione, o si ricompone la sinistra a partire dai contenuti e cercando di recuperare il rapporto coi movimenti oppure si prosegue col pasticcio della “cosa rossa”. Giovanni Russo Spena Avverto, nel dibattito, una rimozione delle nostre difficoltà. La fase è complessa ed ambivalente, aperta a più soluzioni. Vi è sul serio il rischio di un declino storico della sinistra. La stretta su noi è micidiale; tentano di renderci un segmento politico dello “Stato allargato” (Gramsci), un soggetto marginale del sistema politico (nella doppia versione: inefficacia impotente o omologazione, subalternità centrista). All’attacco delle oligarchie e dei poteri economici si aggiunge una devastante crisi della rappresentanza che è, ormai, crisi dello stesso costituzionalismo democratico. Siamo quelli che paghiamo di più l’atomizzazione e la disarticolazione sociale, la solitudine operaia. Dobbiamo, allora, evitare di rinchiuderci nella nicchia dell’identità, della conservazione; non lasciamo l’innovazione alla flebile concezione interclassista veltroniana, che sta dando sostanza ad un nuovo partito/Stato fondato sui consumatori (abbandonando del tutto anche l’aggancio socialdemocratico più moderato al movimento operaio) e sul securitarismo, sullo “stato di eccezione” permanente, sulla “pedagogia del disumano”, come la chiama Marco Revelli. Per questo dobbiamo tenere la barra dritta: il processo di aggregazione della sinistra unitaria e plurale non può essere mera sommatoria di identità statiche. La ricerca innovativa deve essere critica del potere, revisionismo di sinistra, di cui sono paradigma fondativi la grammatica del movimento altermondialista, la pratica politica (non ideologica) della nonviolenza, l’acquisizione della lotta al patriarcato come trama della lettura sessuata della società. Non disperdiamo il nostro patrimonio ideale: il governo è un mezzo, non un fine. Enzo Jorfida Ho apprezzato il metodo del Segretario, il compagno Giordano che ha portato al CPN le sue proposte per il VII Congresso del Partito e non le ha affidate, prima, ai giornali. Fare chiarezza, si è detto. La costituzione del PD fa chiarezza ed apre ampie possibilità per la sinistra se sarà in grado di alzare il tiro dell’iniziativa politica e spostare forze che rischiano di essere messe ai margini perché, mentre rifiutano la deriva centrista, non vedono a sinistra soggetti in grado di elaborare una proposta di cambiamento degli assetti sociali. Fare chiarezza anche sul modo di fare battaglia politica. Occorre superare l’idea che quello che si fa è solo l’iniziativa centrale e quella fatta o che si dovrebbe fare nei territori viene considerata residuale e allora non si fa. Se non ci si mobilita nei luoghi di lavoro e nei territori con chi si collega/ri-collega l’idea della sinistra che organizza la lotta per l’alternativa di società? Fare chiarezza, si è detto: Occorre chiarire se si vuole fare un congresso a Tesi (per me il più corretto, oggi, come strumento di discussione, confronto e decisioni da fare e prendere) o a Mozioni. Necessario altresì mettere in pratica lo spirito e il merito della Conferenza d’Organizzazione fatta a Marzo scorso: Il PRC non si scioglie, rimane un’organizzazione con la sua autonomia e il suo specifico modello organizzativo e concorriamo (sapendo d’esseri decisivi per quest’obiettivo) a formare un’aggregazione di forze più ampia (Federazione o Confederazione?). Fare chiarezza, indicando che dobbiamo lavorare come un Partito e non come un sindacato di lavoratori e lavoratrici e quindi dobbiamo essere presenti (farsi società) in tutti i settori in cui sono presenti grandi, medie, piccole forze di persone che non hanno nulla da guadagnare nel mantenere in piedi la società capitalistica e che possono guardare con interesse alle nostre proposte e lotte per cambiarla. Patrizia Sentinelli Sono d’accordo con l’impianto e le indicazioni politiche contenute nella relazione di Giordano. All’Onu dei Popoli svoltosi a Perugia in preparazione della marcia ho avuto modo di incontrare giovani impegnati in pratiche di pace e donne e uomini provenienti da numerosi Paesi africani. Esperienze positive che ci chiamano a grandi responsabilità come Paese e come sinistra. La complessa situazione politica che viviamo richiede una capacità complessiva per la nascita di una nuova sinistra che sappia mettere in campo un’offensiva culturale e di iniziativa di cui abbiamo bisogno. C’è un eccesso di timidezza e resistenza, anche da parte di altri soggetti, che va contrastato favorendo pratiche unitarie a livello territoriale anche facendo perno sulle istituzioni dei governi locali, dove gli eletti possono, nelle loro relazioni con le esperienze locali legate ai movimenti presenti, essere facilitatori di questi processi. La costruzione di un nuovo soggetto politico a sinistra non è di per sé la soluzione ai problemi legati ai processi di americanizzazione, di frammentazione sociale, della crisi della politica e della società, ma aiuterebbe l’espressione di una nuova soggettività capace di pensare e praticare l’alternativa. Per questo il nuovo soggetto rappresenta anche la risposta alla formazione del Partito Democratico. La cultura del movimento imparata nel corso di molti anni, è essenziale in questa fase. Ma bisogna evitare che sia un’esperienza nostalgica ma far sì che serva, invece, a rimettere in circolazione azioni concrete. Queste dovranno declinarsi anche in politiche coerenti per l’Africa, la lotta alla povertà e per le politiche di cooperazione internazionale. In finanziaria questi temi non hanno ricevuto abbastanza sia in termini di attenzione che di stanziamenti. Anche per modificare questi aspetti dobbiamo impegnarci sia in ambito istituzionale che di movimento. Il 20 ottobre servirà anche a questo obiettivo. Claudio Grassi La fase che attraversiamo è complessa, anche perché non riusciamo a far apprezzare ai nostri referenti sociali l’iniziativa politica del Partito. In questi ultimi mesi abbiamo cercato di farvi fronte ma non è facile risalire la china: l’insoddisfazione tra i lavoratori è profonda. Il nostro Paese rischia l’implosione: milioni di famiglie non arrivano a fine mese. Il cambio lira euro avvenuto senza la scala mobile e con aumenti contrattuali inadeguati, ha prodotto un abbattimento, in pochi anni, del potere d’acquisto di salari e pensioni. La difficoltà nel dare risposte a questi problemi scarica su di noi la delusione e della nostra gente. La crisi dei partiti e della politica nasce da qui, in un contesto che vede il livellamento verso il basso della condizione operaia. Sul piano internazionale, la crisi economica e di egemonia degli Usa li spinge a proseguire nella politica di guerra. Anche per questo bisogna tenere alta l’attenzione sulla pace e proporre alle altre forze della sinistra una iniziativa comune. Non è pensabile che, dopo aver votato la missione in Afghanistan sulla base di impegni mai realizzati (il comitato di monitoraggio e la conferenza internazionale di pace), la sinistra lo rivoti senza ottenere la exit strategy. Così come bisogna lottare contro la base Usa di Vicenza. Dobbiamo muoverci in più direzioni: unità d’azione della sinistra; costruzione del conflitto; maggiore criticità verso le scelte governative; rafforzamento del Partito. Sulla Finanziaria dobbiamo spiegare i punti ottenuti grazie all’iniziativa del Prc e mantenere un giudizio critico sulla manovra (più attenta alle imprese che ai lavoratori). Sul protocollo abbiamo fatto bene a dire che così com’è non lo voteremo. Devono essere modificate sia la parte relativa alle pensioni sia quella sul mercato del lavoro, in particolare sul limite di 36 mesi per i contratti a termine e sulla decontribuzione degli straordinari. In vista del Congresso Giordano ha avanzato la proposta di un soggetto unitario e plurale della sinistra. La condividiamo poiché prevede l’unità con le altre forze della sinistra, ma anche la permanenza del nostro Partito per l’oggi e per il domani. Valuteremo i testi che elaborerà la commissione politica e le regole con cui si svolgerà il Congresso. E’ positivo che si sia deciso di continuare con le modalità della conferenza di Carrara e cioè fare un dibattito sulla base di testi emendabili. E’ il modo giusto per ricostruire l’unità. D’altra parte sarebbe strano cercare l’intesa possibile con forze esterne e non promuoverla al nostro interno. Roberta Fantozzi Condividendo la relazione di Franco Giordano, mi soffermo su pochi punti. Il processo unitario a sinistra deve essere rapido nei tempi, tale da poter incidere sul quadro politico, come è avvenuto rispetto alla Finanziaria. Deve costruire spazio pubblico a tutti i livelli, di pratiche politiche come di ricerca culturale, con l’ambizione di essere un luogo di protagonismo non solo per quanti già fanno parte dei soggetti politici esistenti, ma dei tanti che possono essere motivati alla partecipazione e all’impegno attivo. Deve valorizzare la modalità confederale come sperimentazione organizzativa che consente non solo di continuare a investire sul patrimonio di progetto e innovazione che Rifondazione Comunista rappresenta, non solo di non “mettere ai voti” le identità dei diversi soggetti, ma di costruire modalità nuove dell’organizzazione in cui le diverse pratiche politiche, il protagonismo di movimenti, associazioni, comitati, possano mettersi in rete nella ricostruzione di un campo di forze efficace. Abbiamo fatto bene ad avere un profilo assai sobrio sulla Finanziaria. Gli elementi positivi di redistribuzione che vi sono, devono essere rivendicati come frutto della nostra iniziativa e dell’impegno unitario della sinistra, nella consapevolezza dello scarto profondo che esiste rispetto all’acutezza dei bisogni sociali. Anche a partire dalla manifestazione del 20 va rilanciato un percorso di mobilitazioni capaci di organizzare quei bisogni. E’ quanto abbiamo cercato di fare con gli appelli a cui abbiamo lavorato sulle politiche sociali, i diritti dei migranti, il diritto all’abitare... Abbiamo bisogno di costruire un appuntamento programmatico forte. Solo per citare i titoli, su temi come la definizione di un nuovo modello di welfare, la ridislocazione degli assetti di potere su scala globale, le diverse esperienze della sinistra in Europa abbiamo bisogno di una ricerca che ci consenta un salto di qualità anche nell’agire politico quotidiano. Alessandro Leoni L’evidente difficoltà del partito ha molteplici cause, non ultima l’aver rimosso, con il congresso ultimo (Venezia), la realtà dei rapporti forza fra le classi, utilizzando, a tale scopo, metafisiche formule legittimate con il generico riferimento dell’innovazione. All’analisi della realtà si è sostituita la ricerca della geniale intuizione risolutiva. La lotta di classe non è una partita di scacchi ! Da ciò la dannosa teoria della così detta “mossa del cavallo”! L’obbiettivo dell’unità della sinistra è oggi più che mai fondamentale. Sarebbe, tuttavia, negativo rincorrere tale traguardo volontaristicamente. Rimuovendo cioè gli elementi di distinzione e gli ostacoli tutt’oggi esistenti. Senza un sistematico e generale impegno teorico-culturale il PRC e con esso l’intera sinistra, rischierebbero l’ennesima frustrazione o, peggio, l’emergere di un’ennesima soggettività eclettica, appendice subalterna del costituendo, centrista, “partito democratico”. L’unilaterale disimpegno dal presente governo risulterebbe catastrofico per i lavoratori e perciò per chi vuole rappresentarli, a ciò dobbiamo unire la consapevolezza della necessità d’impegnarci, come PRC e come schieramento unitario, per la costruzione di una “Exit Strategy” dal presente vincolo contingente. Da troppo il PRC e l’insieme delle forze non, ancora, omologate, hanno abbandonato il terreno, vitale, dell’elaborazione strategica. La polemica emersa nell’odierno CPN, relativa alle modalità del nostro impegno nella campagna contro l’accordo del 23 luglio, segnala la debolezza di cultura e consapevolezza politica. L’effettivo deficit di cui soffriamo. Ferdinando Mainardi Ritengo adeguata la modalità con cui stiamo affrontando questa fase. Se non ci fosse stato il nostro giudizio sull’accordo del 23 luglio, la partita sarebbe già chiusa sul fronte politico: il programma dell’Unione sarebbe già carta straccia, e, seguendo il modello americano, ogni possibilità di conflitto su temi così rilevanti sarebbe stata espulsa dal perimetro della politica. Se non ci fosse stata la nostra determinazione, non ci sarebbe nessun 20 ottobre o parleremmo di una manifestazione slegata da qualsiasi possibilità di incidenza sul presente. Ma allo stesso tempo tutto questo rischia di essere insufficiente, se ci “ingabbiamo” nell’attualità. Il terreno su cui la politica poggia i propri piedi sta cambiando: alcune tendenze emerse in questi decenni sono ad una fase nettamente più avanzata. Penso al distacco tra politica e società, e al fatto che alcune modalità di relazione e coesione sociale sono in crisi. Quanto è avvenuto a Bologna sulla vicenda moschea è indicativo. E’ sbagliata la lettura a senso unico secondo cui Cofferati ha frenato soltanto per dare un segnale ad An. Al S.Donato, che a Bologna è “il” quartiere di sinistra, gruppi di residenti hanno detto di non voler la moschea con striscioni da far invidia alla Lega. Da una parte perciò c’è Cofferati, che rappresenta la versione hard del Pd, che piccona quotidianamente le categorie politiche dell’Unione, e dall’altra parte c’è un tessuto sociale segnato a fondo dalla rendita, dalla cementificazione e dalla solitudine, ben diverso dalla Bologna che molti credono. E’ evidente, vale per Bologna (dove pure una scelta sulla nostra collocazione diventa necessaria) e per lo scenario più generale, che non esiste una mossa istituzionale che risolve. E’ solo provando a costruire una prospettiva da sinistra, che guardi in profondità e che si ponga l’obiettivo in primo luogo di agire nella società, che possiamo fare qualche passo in avanti. Questo è il compito della sinistra unitaria che dobbiamo costruire. Gianni Fresu Le difficoltà del partito non sono riconducibili (esclusivamente) ai suoi limiti attuali; in questa coalizione i margini di movimento per la sinistra d’alternativa sono risibili se non totalmente inesistenti. Le cause risiedono negli errori di linea che hanno preceduto e seguito le elezioni politiche e facilitato l’imposizione di una ipoteca moderata che sarà arduo scalzare. Dopo la battaglia l’estensione dell’articolo 18, si sarebbe dovuto trovare un accordo programmatico anzitutto con gli altri soggetti del Comitato referendario di allora, e poi avviare il confronto con altre forze dell’Unione, ponendo prima un limite preciso alle oscillazioni del governo. Al contrario si è invece avviata una trattativa diretta con quelle stesse forze che in occasione del Referendum invitarono gli italiani ad “andare al mare”. Quindi le Primarie, che hanno innescato una devastante competizione nella sinistra d’alternativa. Risultato: la sinistra d’alternativa ne è uscita a pezzi, polverizzata e ridimensionata, mentre la parte più conservatrice del centro sinistra ha ottenuto un plebiscitario 80% di consensi. Poi, dopo le elezioni, abbiamo proseguito nella definizione degli assetti di governo, peraltro spendendo malissimo il nostro peso elettorale con la Presidenza della Camera. Ma fare le pulci al passato non serve, anche se mi aspetto che al Congresso ci sia finalmente una riflessione seria su tutto ciò. Con la manifestazione del 20 ottobre il partito ha forse imboccato la strada giusta per cercare finalmente una più stretta unità d’intenti a sinistra, nella salvaguardia dell’autonomia politica e organizzativa dei comunisti. Non si può pretendere che i rapporti di forza mutino con questa manifestazione, tuttavia, non appena verranno trovate le forme adeguate di coordinamento, non si potrà sfuggire a lungo dalla richiesta di una svolta senza la quale il bilancio di questa esperienza di governo sarebbe totalmente negativa per noi e per le classi sociali che intendiamo rappresentare. Carlo Cartocci Le perplessità e i legittimi dubbi che attraversano il partito in Italia si presentano in forme ancor più esplicite all’estero. Le compagne e i compagni iscritti e simpatizzanti che vivono nei paesi europei, in America del Sud e nel Canada, si interrogano e ci interrogano sul che fare ed esprimono in modo chiaro alcune preoccupazioni e bisogni. Sulla nascita del PD è piuttosto diffusa l’idea che questa formazione sia destinata non soltanto a raccogliere buona parte delle forze dei due partiti d’origine, ma che voglia di fatto portare a termine una trasformazione della società italiana assecondando le pulsioni sicuritarie, xenofobe e corporative in una prospettiva di bipolarismo maggioritario che emargini le forze considerate radicali, spenga il conflitto sociale e sindacale, riduca la democrazia partecipativa e neghi il principio di uguaglianza. Il rischio è che la nostra repubblica si allontani dalla propria Costituzione. La sinistra è dunque al bivio, deve trovare forme di aggregazione che salvaguardi l’identità di ciascuno, ma riesca a costruire una politica comune, prospettando un modello di società alternativo a quello proposto dal PD e dalle destre, in modo esplicito ed attrattivo per i cittadini. D’altro canto le esperienze maturate soprattutto in America del Sud ci sono di stimolo. Se non ci si riesce si diventa una forza testimoniale senza capacità di intervento nella realtà sociale e politica. Anche sul nostro stare al governo, non si può partire che dal quadro della attuale realtà politica, la nostra lealtà al programma e la nostra capacità di mediazione non bastano più, occorre, su alcuni punti come il welfare e le pensioni, ottenere i risultati minimi che ci consentano di restare in maggioranza. Non si tratta di difendere i tradizionali “paletti”, ma di rispettare i nostri elettori. Gli iscritti all’estero, che sono una realtà ben radicata in Europa e in via di sviluppo negli altri paesi, partecipano con una certa difficoltà alla vita politica del partito e chiedono, pertanto, un adeguato ascolto, una maggiore informazione e forme di consultazione sulle decisioni importanti. Si augurano che nel prossimo congresso si decidano forme organizzative adeguate ad ottenere una più intensa e costruttiva partecipazione.
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