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Comitato Politico Nazionale - 5 - 6 ottobre 2007 |
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Gli interventi 1 |
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Liberazione 11 ottobre 2007 Walter De Cesaris Nella sua relazione ha indicato come centro del congresso questo tema: il Prc assume come compito prioritario di fase la costruzione di un soggetto unitario e plurale della sinistra. Si parte, quindi, da due: dal Prc e dal processo unitario. Alcuni compagni hanno affermato che saranno i protagonisti medesimi a determinare il carattere del processo unitario. Questo è ovvio, ma, dato che noi siamo uno di questi protagonisti, spetta anche a noi definire in concreto cosa intendiamo. Quindi, ritengo, che il vero nodo del congresso sia il contributo che viene dalla innovazione politica e culturale rappresentata dal nostro partito per la costruzione del nuovo soggetto unitario della sinistra. Penso, in particolare, che questo contributo investa due temi: il rapporto politica/società/movimenti per impedire che il processo unitario si esaurisca dentro un rapporto tra i partiti; la questione decisiva dell’autonomia della sinistra, la capacità di essere portatrice di un autonomo progetto di società. Una sinistra che non rifiuta il dialogo con le forze riformiste e il PD in particolare, ma che altro da esse, anzi è impegnato in una sfida di lungo periodo. Il Prc, quindi, entra nel processo unitario non solo con la propria autonomia ma, soprattutto, con la propria cultura politica e l’insieme delle relazioni costruite, in particolare, con la Sinistra europea. La manifestazione del 20 ottobre assume un significato strategico. E’ costitutiva del profilo della sinistra che vogliamo. Per questo, trovo stupefacente la critica affermata da alcuni compagni che il processo unitario è contraddittorio con la manifestazione per il semplice fatto che il gruppo dirigente nazionale di SD non ha aderito. Al di là del fatto che tante realtà di SD ci saranno ma è la dimostrazione in concreto che il processo unitario cui guardiamo non è un rapporto diplomatico tra stati maggiori ma un confronto vero, che parte dalla realtà e dalle risposte necessarie. Alberto Burgio L’unità è il tema di questa nostra discussione: unità della sinistra di alternativa, unità del Partito. Sul primo aspetto è un bene che tutti siamo consapevoli della sua rilevanza. Discutiamo ancora su come costruire l’unità a sinistra, ma temo che questa discussione stia diventando rituale. L’importante è che tutto il Partito concordi sulla necessità di coniugare unità della sinistra e, come ha ribadito il segretario, autonomia politica, culturale e organizzativa di Rifondazione Comunista. Aggiungo che l’una senza l’altra non ci condurrebbe da nessuna parte: l’autonomia nell’isolamento sarebbe fine a sé stessa; l’unità senza autonomia ci esporrebbe al rischio di subalternità a posizioni più arretrate, come è emerso ancora di recente nel confronto sulla politica estera, sulle pensioni e le leggi sul lavoro, sulla manifestazione del 20 ottobre. Quanto all’unità del Partito, auspico che essa possa essere il risultato del nostro congresso. Essa è a sua volta un presupposto necessario dell’unità a sinistra. Credo che il Partito sia maturo per questo obiettivo e che la consapevolezza della sua urgenza sia un dato acquisito. Credo però che l’unità tra noi debba nutrirsi di un confronto aperto, che metta a valore la ricchezza rappresentata dalla molteplicità di vedute. Per questo vorrei un dibattito franco anche su questi ultimi anni. Quando si critica la timidezza del Partito verso il governo nel primo anno di legislatura, ci si dovrebbe anche domandare da dove questa timidezza sia derivata. Quando si dice che il Partito democratico non nasce oggi dal nulla, ci si dovrebbe anche domandare se le analisi prevalenti nel Partito in questi anni consentivano di prevederne la nascita. Il Congresso deve essere anche l’occasione per discutere tra noi di tutto questo oltre che il momento per dare vita a una nuova logica, più unitaria e feconda, delle relazioni interne al nostro Partito. Sandro Valentini La nascita del PD va valutata come un significativo momento del processo di modernizzazione del Paese. La sua nascita impone il rilancio, pena il nostro declino, di una prospettiva unitaria a sinistra. Questo è il tema del congresso. Occorre dar vita a un soggetto plurale e federale che coinvolga i quattro partiti della sinistra. Per avviare questo processo sono, a mio parere, necessarie almeno cinque condizioni: 1) una condivisione non solo di valori (pace, questioni sociali, sviluppo delle libertà) ma anche di politiche, come stessa collocazione parlamentare, rapporto con l’intero movimento sindacale, CGIL in particolare; 2) un processo che non sia gli “Stati Generali” degli apparati ma un confronto dal basso verso l’alto in primo luogo del corpo militante dei partiti, territorio per territorio, comune per comune, quartiere per quartiere; 3) un processo aperto, in primo luogo alle associazioni che avevano con noi dato vita alla Sinistra Europea e in secondo luogo ai movimenti e a tutti coloro interessati al progetto; 4) il processo non può e non deve ridursi a un accordo elettorale, questo non deve essere né un punto di partenza né di arrivo, ma una tappa importante; 5) occorre dar vita a un processo quantitativo, di critica di massa al capitalismo e per un’alternativa di società, ma anche qualitativo, innovativo. Continuo ad avere come modello quello tedesco, dove le migliori tradizioni socialdemocratiche, comuniste e antagoniste si sono incontrate e fuse per dar vita a un nuovo soggetto politico, in primo luogo rappresentativo del mondo del lavoro. Questo processo per svilupparsi e crescere ha bisogno di una sinistra che sia forza di governo, capace in Italia di mantenere questa “anomalia” sulla quale costruire politiche, sia pur timide e parziali, di riforma. Una sinistra in grado di allearsi ma anche di competere con il PD. Alessandro Giardiello La nostra opposizione alle politiche liberiste del governo è debole e inefficace come è emerso sul protocollo del welfare contro il quale il partito non ha organizzato una campagna, né ha dato una chiara indicazione per il NO. Nelle fabbriche non c’è il clima del ’98. Come ha detto quella operaia di Mirafiori a Giordano: “se fanno scherzi sulle pensioni vi autorizziamo a staccare la spina”. Nel sindacato è iniziata una guerra contro i nostri compagni e i delegati più combattivi. Il Pd che pure nel suo manifesto cancella ogni riferimento al movimento operaio cerca di assicurarsi il controllo burocratico sulla Cgil. Mussi su questo come su altre questioni decisive è assente. Il problema del nuovo soggetto della sinistra non riguarda solo l’autonomia del Prc, ma su che basi unire la sinistra in questa fase. Non solo non ci sono le condizioni per un soggetto politico ma neanche si intravvedono quelle per un fronte d’unità d’azione. Come era evidente il 9 giugno, sugli accordi di luglio, sulla manifestazione del 20 ottobre, quando c’è l’unità non c’è l’azione e quando c’è l’azione non c’è l’unità. Con la povertà di questa sinistra non deve sorprendere né il fenomeno del grillismo, né l’esplosione razzista. Il sindacato e il Pd non solo non fanno argine ma si fanno promotori di questo clima pesante che divide i lavoratori e produce quella barbarie che si è vista a Opera, Sassuolo, Roma e Pavia. Se si vuole fare un bilancio onesto dell’esperienza di governo dobbiamo partire da alcune domande: negli ultimi 18 mesi è migliorata la condizione dei lavoratori e delle classi subalterne? I movimenti ne hanno tratto giovamento? Il partito e la sinistra nel suo insieme ne è uscita rafforzata? Si è fatta strada un’alternativa di società? A queste domande diamo una risposta negativa ed è a partire da queste considerazioni di fondo che ci apprestiamo a proporre al congresso un’opzione alternativa, che rifiuta di trincerarsi dietro logiche settarie ma allo stesso tempo esige una svolta radicale per il partito, senza la quale non c’è futuro per la sinistra del nostro paese. Francesca Foti “Sono democratico perché decido io”. Così recita il manifesto delle primarie del PD ed io penso indichi il terreno principale su cui oggi si gioca la lotta per l’egemonia. In questo tempo, in cui è in atto una serie di scivolamenti semantici, da sicurezza a ordine, da povero a criminale, da diverso a pericoloso, da giustizia a legge, e in cui si insinua nella percezione del cittadino medio il concetto di razza e la differenziazione degli uomini su base etnica, ha ragione il Segretario, dobbiamo riappropriarci della Libertà, approfondire la ricerca su questa categoria e riconoscerla come elemento dirompente sulle contraddizioni di questo mondo. Libertà uguaglianza e fraternità invocavano le masse quando irruppero nella storia, dirette verso le prigioni della Bastiglia non a caso. E per la libertà contro il fascismo combattevano i nostri Partigiani. Per essa sfilano e muoiono giovani monaci buddisti e uomini e donne della Birmania, e la libertà si è presa Malalai Joya, giovanissima deputata afgana espulsa dal suo parlamento perché decisa a denunciare tutti, Talebani e alleanza del nord, fondamentalisti violenti e corrotti la cui unica differenza sta nel loro sistema di alleanze pro o antiamericane. Ma se ci pensiamo bene è proprio la libertà che manca a noi bamboccioni, schiacciati nell’angolo in casa di mamma costretti a questa dissociazione col nostro tempo biologico, libertà dalla schiavitù di rapporti in cui lo sfruttamento diventa totale. E libertà rivendicano le donne sui loro corpi, le comunità glbt sul loro modo di essere. Libero arbitrio, liberazione, scelta. Queste le declinazioni su cui si dovrebbe posare lo sguardo, la filigrana della ricostruzione di senso per una Sinistra unita e plurale. In fondo è su questo che ha perso l’egemonia il Movimento Operaio nel Novecento. Non si sfugge, è da qui che dobbiamo ripartire. Maria Campese Dai dati Istat emerge che in Italia vi sono 7,5 milioni di poveri di cui il 65% nel Sud; fra le cause la perdita di occupazione delle donne. Secondo l’Eurostat il Sud ha livelli di occupazione delle donne più bassi d’Europa. Gli ultimi aumenti del costo della vita peggioreranno la situazione. Esiste una questione del Mezzogiorno legata alla mancanza di lavoro e alla precarietà diffusa. Condivido della relazione del Segretario l’aver messo al centro della nostra iniziativa politica la questione del lavoro, della precarietà, del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. Solo se ai giovani sarà garantito un lavoro stabile ed un salario adeguato al costo della vita questi potranno avere un progetto di vita autonomo (la detraibilità dell’affitto per importi irrisori così come previsto in finanziaria è inadeguata). Il nostro dibattito interno ha indicato quale via d’uscita dalla crisi la costruzione di un soggetto unitario e plurale, fatta salva l’autonomia politica ed organizzativa del partito. Se il nostro obiettivo è la costruzione di un processo di massa dobbiamo partire dai bisogni, dalle condizioni di vita e di lavoro, dai diritti sociali e civili, ponendo la questione morale come elemento discriminante. In questo processo il nostro partito dovrà essere il motore, quindi urge dare continuità alla conferenza di Carrara rafforzando il partito, superando la separatezza partito/istituzioni e le pratiche leaderistiche, affrontando in maniera unitaria il prossimo congresso. Lavoriamo alla costruzione di una comunità che agisca da intellettuale collettivo, una moltitudine di donne e di uomini che siano diversi eppure uguali, tutti indispensabili al processo di liberazione degli ultimi e di cambiamento dello stato di cose esistenti, alla costruzione dell’alternativa di società. Fosco Giannini Bertinotti al V Congresso teorizzò che la fase non offriva basi materiali per uno sbocco neokeynesiano. Da lì il Prc scelse giustamente il movimento come punto di riferimento e il conflitto come via per il cambiamento dei rapporti di forza sociali. “Col centro sinistra nemmeno un caffè” era il prodotto dell’analisi. A pochi anni dal V Congresso che cosa è cambiato per andare col centro sinistra ad un pranzo matrimoniale? Nulla. Lo scontro intercapitalista induce il capitale ad abbattere il costo delle merci abbattendo salari, diritti e stato sociale. Il compromesso redistributivo non è all’ordine del giorno e il liberismo di Prodi è la proiezione di questo quadro. Dunque è cambiato solo il Prc, che sceglie il governo e il parlamento come terreni privilegiati del conflitto, rischiando il cretinismo parlamentare e rompendo i rapporti coi movimenti: di Genova, operaio e per la pace e l’assunzione della categoria della “riduzione del danno” è il segno di una nostra mutazione genetica. E’ in questo contesto governista che nasce la Cosa Rossa: un soggetto che può essere la pietra tombale della rifondazione comunista per trasformarsi in alleato strategico del PD. Qui nasce l’avversione al conflitto: il gruppo dirigente non ha il coraggio di trasformare il 20 ottobre in una lotta di popolo volta al cambiamento radicale degli accordi del 23 luglio e rimuovendo il fatto che tali accordi peggiorano la legge Maroni e ratificano la legge 30, non ha il coraggio di indicare ai lavoratori di votare no e costituire i comitati per il no. Non si è (come disse Bertinotti) comunisti per “tigna”; la guerra è “infinita” ed aspro è l’attacco padronale: il partito comunista è una necessità sociale. Dobbiamo rilanciare il progetto autonomo della rifondazione comunista, per un partito di classe, democratico al suo interno, non governista, legato ai movimenti di lotta. Per questo obiettivo, al Congresso, mi batterò. Graziella Mascia La crisi della politica e della sinistra sono all’ordine del giorno anche del congresso di sinistra europea. Per crisi della sinistra si deve intendere la crisi di coesione sociale e i fenomeni di neo-populismo, di razzismo e a volte di autoritarismo che si manifesta in diversi paesi. Il dato unificante è inoltre il tentativo dell’economia e dei tecnocrati di prendere il posto della politica. In Italia questo tentativo viene legittimato con una accelerazione che è la nascita del partito democratico. Sono questioni che chiedono un grande lavoro culturale e politico nella società. Per questo accolgo positivamente la proposta del segretario per la costruzione di un soggetto plurale della sinistra. Ma per questo tale processo chiede alcune condizioni. 1) Che sia un processo che investe tutte le istanze del movimento e non la mera unificazione dei partiti a sinistra del PD. 2) La discriminante dei contenuti, primo tra tutti il carattere politico strategico del lavoro, e quindi della precarietà come elemento strategico della globalizzazione. Per questo sul piano europeo chiediamo di discutere anche di una proposta di reddito di esistenza o basic incombe, se preferiamo. 3) Considerare come emergenza culturale la questione delle garanzie e dei diritti di libertà, come ci insegna tutta la campagna contro rom, lavavetri e poveri e quindi opporci al pacchetto sicurezza enunciato dal governo. 4) Proprio il carattere europeo di questa fase dice che l’esperienza di governo tutta italiana non è la causa delle difficoltà, ma può essere solo la concausa. Perciò, se vogliamo che il tema dell’unità a sinistra in Italia mantenga quelle caratteristiche di respiro che ci deriva dall’esperienza teorica e di pratica politica di questi anni, nei rapporti col movimento mondiale, nelle tesi congressuali dovrà essere esplicitata la scelta strategica della sinistra europea, che corrisponde proprio a questa ispirazione di fondo. Francesco Maringiò Concordo col compagno Mantovani rispetto alla richiesta di una consultazione del partito e della base circa la presenza di Rifondazione al governo. Anzi, visto che la segreteria nazionale non ha intenzione di promuoverlo, chiedo proprio a lui di farsi portavoce di questa battaglia, che sicuramente raccoglierebbe il consenso di tanti compagni. Sul governo: senza nasconderci la verità, dobbiamo serenamente prendere atto del fatto che la linea congressuale di Venezia è clamorosamente fallita. E non mi riferisco solo al fatto che non c’erano le condizioni per entrare organicamente in questo governo, quanto all’idea che l’ingresso nel governo Prodi non dovesse prevedere alcun punto programmatico per noi irrinunciabile. E così, dopo essere stati percepiti come i più coerenti oppositori di legge 30, Bossi-Fini, Moratti…ci troviamo in un governo che persevera su questa strada e siamo totalmente incapaci di spostare a sinistra le sue politiche. Il Prc è nell’angolo e deve scegliere: o c’è una svolta vera nella sua politica e torna ad essere un partito “diverso”, che si candida a rappresentare gli interessi delle masse, o rischia di essere normalizzato, facendo così morire la possibilità di una politica alternativa. Sulla “cosa rossa”: credo che l’unità a sinistra sia un terreno di lavoro prioritario, ma bisogna evitare di scambiare lucciole per lanterne o peggio ancora di piegare il tutto per fini politicisti. Si persegue a tutti i costi l’unità (alcuni parlano già di fusione) con Sinistra Democratica, facendo finta che non ci siano differenze abissali. E’ o no un problema il fatto che non partecipano neanche alla manifestazione del 20? Allora compagni evitiamo il combinato micidiale di moderatismo (al governo a prescindere) e politicismo (partito unico con Mussi a prescindere), perché quello di cui c’è bisogno è un Prc alla testa delle lotte: è il nostro miglior antidoto alla crisi della politica! Gennaro Migliore L’urgenza di costituire una forza unitaria e plurale della sinistra ci è data dall’acutezza della crisi nella quale la politica, in particolare la politica delle forze di sinistra, si trova oggi. Essa è dunque una ragione essenziale del nostro agire politico e, come giustamente argomentava il segretario nazionale, rispondendo ai processi di “spoliazione dell’umano” caratteristici di questa fase della globalizzazione capitalistica, è chiamata a ricostituire processi di socializzazione e soggettività dell’agire politico stesso. Abbiamo bisogno di uno spazio politico aperto e costituente la nuova soggettività della sinistra. Da tempo agiamo nello spazio pubblico generato dal movimento dei movimenti: a questo percorso di partecipazione e di azione, comune con altri soggetti politici e sociali, dobbiamo il nostro profilo attuale. A me non piace la diade identità/tradizione, poiché essa è foriera di una fissità che, al dunque, indebolisce il percorso di trasformazione che abbiamo intrapreso. Preferisco soggettività/memoria, poiché in questa l’accumulo delle esperienze vive delle nostre pratiche, le sfide sul terreno della cultura politica, le ragioni dei soggetti che intendiamo rappresentare, si fanno lavoro quotidiano e scommessa per il futuro. Per questo abbiamo bisogno di una forza che sappia lanciare la sfida sul progetto di società al Pd. Non saremmo efficaci chiudendoci nella difesa di ciò che siamo stati, dobbiamo contribuire all’invenzione di una nuova politica che sappia parlare ai bisogni concreti delle persone. La pretesa onnicomprensiva del Pd, che dopo la celebrazione delle primarie diventerà un fattore di instabilità potente per il governo Prodi, e il suo tratto di “partito d’ordine”, costituiscono una rottura con le forme dell’agire politico conosciute, a sinistra, nel nostro Paese. Infatti, non basta dire che il Pd non è di sinistra, ma vanno individuate le rotture sistemiche con un universo di valori: le derive securitarie, a partire da Cofferati e i sindaci “sceriffi”, la subordinazione al neoliberismo, la spettacolarizzazione della politica. La nostra sfida è sempre stata quella di costruire luoghi aperti e attraversabili, proiettati verso il cambiamento. Sarei davvero preoccupato che, incapaci di vedere la società fuori di noi, ritenessimo di dover solo offrire una rassicurazione identitaria. L’occasione che ci si presenta è davvero importante. Gino Sperandio E’ vero che il processo di formazione del P.D. non crea un vuoto e rischia di essere “invasivo” rispetto alla sinistra. Un’indagine evidenzia come il 60% del nostro elettorato del 2006 guardi con disponibilità al Partito Democratico, individuando in esso un soggetto capace di portare all’unificazione della sinistra. Credo che il processo per la costituzione di un soggetto unitario della sinistra sia un fatto positivo. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che le elezioni hanno evidenziato il rischio di marginalizzazione della sinistra nel paese e al nord risulta evidente il nostro distacco dalle realtà produttive, nostro tradizionale riferimento politico culturale. Dobbiamo studiare i processi di cambiamento della realtà economica del nord d’Italia, la frammentazione produttiva. In Veneto c’è una consistenza delle imprese di 2,9 addetti per azienda, la polverizzazione parla di nuove dinamiche che portano il lavoratore ad una vera e propria identificazione con l’impresa. La complicità sociale è questa e le battaglie eversive della Lega sull’obiezione fiscale interloquiscono con il ventre della società che è stata messa ulteriormente al lavoro. Ciò deve essere indagato dal Partito, l’assumere la centralità della “questione meridionale” non può essere l’alibi per non affrontare la crisi di insediamento della sinistra nel settentrione. Occorre affrontare la “partita del Nord” dove lo sfondamento della destra eversiva e leghista può improntare una lunga fase politica, mettendo a rischio la rappresentanza della sinistra. Non condivido la scelta di votare a favore dell’ipotesi di elezione di secondo grado del nuovo Senato delle Regioni. E’ subalterna ad una logica bipolare, taglia le ali, mette a rischio la nostra rappresentanza. E’ necessario un bilancio sulla nostra presenza nella maggioranza che vedo afflitta spesso dalla sindrome del ’98 così come è necessaria una vera consultazione di base come decisa a luglio. Leonardo Masella Dissento dal rifiuto della Segreteria di promuovere il NO nei luoghi di lavoro. E’ una questione strategica. Non è mai avvenuto (ricordo i volantini che distribuimmo nel referendum sulla controriforma Dini del ’95). E’ il chiaro segno del cambiamento di natura e di perdita di autonomia del Partito rispetto alla Cgil e alla Sd di Mussi. Si comincia a limitare fortemente l’autonomia del partito pur proclamandola a parole. Questo processo si vorrebbe concludere con lo scioglimento del Prc, come ha proposto Alfonso Gianni; passando transitoriamente per la “federazione” della sinistra e per le liste uniche senza più il simbolo comunista, come proposto dalla Segreteria nazionale. Un suicidio, più o meno lento. La “federazione” è molto diversa e peggiore della “confederazione” perché limita fortemente l’autonomia dei diversi soggetti ed è propedeutica al partito unico. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che è l’autonomia e l’identità comunista, neppure rifondata, che non si vuole più. E’ la stessa parola “comunista” che provoca l’orticaria. Si ripete, in forme diverse e in sedicesimi, ciò che avvenne per l’ultimo Pci. Dalla tragedia alla farsa. Nel ’91 non entrammo nel Pds quando era al 25%, ora ci si vuole fare entrare in un Pds bonsai, buttando a mare 16 anni della nostra storia? Ma la storia non va sempre secondo i piani: la manifestazione del 20 ottobre, diversamente dagli iniziali obbiettivi di alcuni suoi promotori che speravano di farne l’inizio del partito unico di sinistra, sarà una manifestazione unitaria della sinistra comunista e di classe e per giunta nella lotta contro il governo Prodi! La situazione politica e la crescita del malessere sociale alimentano la necessità e lo spazio per la rifondazione di un partito comunista più forte. Faccio appello a tutti gli iscritti che vogliono salvare il Partito dalla omologazione e dalla liquidazione, a superare le mozioni di Venezia e a costruire insieme una mozione comune nell’imminente congresso, ora, finchè siamo in tempo. Francesco Cirigliano Apriamo, in questo nostro Cpn, il VII° Congresso del Prc che, come ha proposto il segretario nella sua relazione, si dovrebbe tenere nel prossimo mese di marzo. Una fase densa e delicata – questa che apre il Congresso – all’interno della quale lo stesso segretario ha posto la “connessione inscindibile fra le scelte della congiuntura politica e la futura collocazione strategica”. La congiuntura politica è contraddistinta dal crescere di una crisi della politica che potremmo definire a ventaglio: essa infatti è tanto crisi di rappresentanza, all’interno della quale assume rilievo il tema della separatezza; quanto crisi della partecipazione e che, in quanto tale, attraversa tutta la società, permeandone spazi, luoghi, pieghe. L’incedere di questa crisi vede il nostro partito impegnato in un’azione di governo in cui, le enormi difficoltà che quotidianamente incontriamo non possono essere ulteriormente taciute. Difficoltà aggravate da una doppia consapevolezza rispetto all’arretramento che subirebbe in quadro politico in caso di caduta di questo governo; e rispetto alle grandi e tante delusioni che lo stesso governo sta generando nei confronti del popolo della sinistra. In questa congiuntura si inserisce la necessità di avviare la costruzione di una più ampia sinistra di alternativa… una necessità ed una urgenza, perché già molto tempo è stato sprecato su questa strada. La costruzione si una sinistra forte ed unita che prova a formulare una parte di risposte all’incedere della crisi della politica e che, contemporaneamente prova ad incidere maggiormente all’interno dell’azione di governo, cercando di spostarne a sinistra l’asse. Ma proprio perché è urgente ed importante il processo di costruzione di una forte sinistra d’alternativa, non possiamo permetterci errori. Credo sbagliata la posizione di chi oggi vede nella costruzione di un simile processo un pericolo eccessivo di contaminazione. Così come ritengo altrettanto sbagliata la posizione di chi vede in un siffatto percorso un’occasione per la liquidazione del Prc medesimo. Costruzione della sinistra d’alternativa e processo di rafforzamento e rilancio del Prc rappresentano l’orizzonte in cui collocare la nostra azione futura: l’una non si dà senza l’altra. Su questo chiare sono state le determinazioni emerse alla Conferenza di Carrara il cui spirito spero possa essere ripetuto al VII° Congresso. Franco Russo Il processo di costruzione di una nuova soggettività di sinistra, che contrasti il disegno di cancellare una cultura e una strategia anticapitalistica, che coniughi libertà degli individui e uguaglianza tra le persone senza farsi irretire nelle ideologie del passato, avviene in un momento storico di grave, profonda crisi della rappresentanza e delle organizzazioni politiche. Tra forme della politica e classi e soggetti sociali c’è una frattura, indotta dall’egemonia dell’impresa che riduce a un ruolo residuale la politica, e nel suo versante partecipativo e in quello della rappresentatività. Costruire una soggettività di sinistra in queste condizioni è una prova ardua e richiede metodi e cultura nuovi. La manifestazione del 20 ottobre è una scadenza cruciale per il modo, positivo, in cui è stata convocata e per la molteplicità delle adesioni, che vogliono far vivere le tematiche della lotta al precariato, alla devastazione del territorio, alle politiche militari per affermare culture e progetti alternativi alla globalizzazione capitalistica. Credo, e spero, in un grande successo capace di aprire una nuova stagione di mobilitazione e partecipazione per contrastare la depoliticizzazione delle lotte che è il risultato della ‘presa di potere politico’ dell’impresa., Dobbiamo affrontare la ‘questione governo’ senza scantonamenti. C’è una forte critica alle politiche economiche del governo in ampi strati sociali che si riflette in un conflitto entro le organizzazioni sindacali, di cui rispettiamo l’autonomia a garanzia anche di quella di RC-SE. Al nostro giudizio negativo sull’accordo del 23 luglio devono seguire atteggiamenti coerenti: votare no in CdM e in parlamento se il collegato ripropone, solo con qualche belletto, il protocollo di luglio. Non ci deve interessare il gioco del cerino, qui è in ballo una delle ultime possibilità di ristabilire una ‘connessione sentimentale’ con il popolo della sinistra, deluso quanto mai dalle politiche del governo. La Fiom non può essere lasciata sola: Rc-Se deve raccogliere le critiche al mancato superamento dello scalone, alla detassazione degli straordinari, alla precarietà del lavoro e tradurle in voti negativi in parlamento. Cedere sul protocollo marcherebbe in senso governista e moderato anche la nascita della nuova soggettività di sinistra. In questi giorni in parlamento, isolando FI, stiamo cercando di trasformare nel senso di ‘una democrazia multilivello’ le istituzioni parlamentari - superando il bicameralismo perfetto a favore di una Camera delle regioni e delle autonomi locali, e riducendo il numero dei parlamentari; ricordo anche la nostra determinazione per introdurre il sistema elettorale tedesco. Il dipartimento affronterà di nuovo queste tematiche nella sua prossima riunione del 19 ottobre, sede naturale per continuare il nostro dibattito sulle questioni istituzionali.
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