Comitato Politico Nazionale - 5 - 6 ottobre 2007

Documento respinto

Presentato da Bellotti, Bolelli, Giardiello, Iavazzi, Renda

Liberazione 11 ottobre 2007

Per un partito di lotta e di opposizione

Il bilancio sintetico di questi 18 mesi del governo Prodi si riassume in un ulteriore arretramento nelle condizioni sociali dei lavoratori e dei ceti popolari, nel peggioramento dei rapporti di forza (elettorali e non solo), nella capitolazione dei vertici della Cgil su pensioni e precarietà. La rabbia e il disincanto che vanno accumulandosi nella società producono quei fenomeni di populismo e di ostilità verso la politica (grillismo) che coinvolgono pesantemente la sinistra e il nostro partito, che oltre ad aver perso gran parte della propria credibilità viene riconosciuto, soprattutto fra le giovani generazioni, come forza integrante di quel mondo della politica ufficiale, corrotta, degenerata e distante dai problemi dei lavoratori e delle classi subalterne. L’aspetto più importante e grave è che fino ad ora il governo ha potuto gestire una politica economica e sociale in sostanziale continuità con quelle dei governi precedenti, in un contesto di pace sociale e riduzione dei conflitti. Mentre arretrano i salari, che in Europa sono fra i più bassi e quelli che crescono meno, mentre la precarietà e flessibilità continuano a crescere, mentre milioni di lavoratori rimangono senza contratti di lavoro, assistiamo a un calo delle ore di sciopero.

Il primo punto da mettere all’ordine del giorno nella nostra discussione è quindi la necessità di rompere la pace sociale: come il Prc può contribuire alla ripresa del conflitto di classe. Oggi, dopo 18 mesi nei quali fra gli attivisti più avanzati si sono diffusi sentimenti di frustrazione, isolamento e rabbia nei confronti di questo governo, vediamo i primi incoraggianti segnali di una inversione di tendenza. L’opposizione all’accordo sul welfare, anche grazie al voto contrario espresso dalla Fiom, si sta sviluppando con forza, cogliendo di sorpresa i vertici sindacali (che non a caso reagiscono con una vera e propria caccia alle streghe contro delegati e lavoratori che fanno attivamente campagna per il No). C’è un risveglio nel protagonismo di delegati sindacali, militanti della sinistra, lavoratori, che al di là dei risultati della consultazione (pesantemente viziata dalla gestione arbitraria dell’apparato sindacale) può tradursi in una prossima fase in una ripresa delle mobilitazioni operaie. Lo stesso interesse attorno alla data del 20 ottobre, nonostante i pesanti limiti, le omissioni e le ambiguità della piattaforma di convocazione, conferma questo nuovo clima. Per cogliere questa opportunità è necessario che il Prc riconsideri completamente la linea fin qui seguita.

Il dibattito congressuale deve necessariamente prendere le mosse da un bilancio onesto e trasparente della nostra esperienza nel governo dell’Unione. Questo dibattito è necessario soprattutto in prospettiva, per gettare le basi di una svolta che tragga il Prc fuori dalle sabbie mobili in cui è attualmente scivolato. Contrariamente a quanto affermato negli scorsi anni, lo schieramento all’interno dell’Unione e l’evoluzione dei rapporti di forza ha messo in un angolo il nostro partito e la sinistra in generale. Si proclamava che “l’Unione materiale”, la Cgil, l’Arci, ecc. sarebbero stati dalla nostra parte aiutandoci a condizionare il settore borghese ulivista della coalizione e aprendo varchi ai movimenti e alle loro rivendicazioni. Chiunque abbia un minimo di onestà politica deve oggi riconoscere che le cose sono andate nella direzione precisamente opposta: nessuna delle rivendicazioni da noi avanzate ha trovato ascolto nel governo; si è consolidato un blocco che oggi sfocia nella costituzione del Partito democratico e che condiziona pesantemente la Cgil e tenta di fare il vuoto a sinistra, cooptando o marginalizzando ogni forza che si ponga in alternativa ad esso. Al tempo stesso, la delusione di massa verso il governo Prodi ha creato spazio per la ripresa di forze reazionarie, razziste e fasciste che in un gioco di squadra con la destra parlamentare tentano di capitalizzare consenso fra i settori più colpiti dalla crisi sociale agitando campagne xenofobe che non solo non trovano alcuna resistenza da parte del Pd, ma anzi vengono riprese e rilanciate dai sindaci più rappresentativi nel campo ulivista. La formazione del Pd rappresenta un salto di qualità nel percorso di questo governo e del centrosinistra. Il Pd, erede dell’Ulivo, non è né un alleato con il quale competere all’interno di una stessa coalizione, né tantomeno (come fu affermato dopo le disastrose elezioni amministrative di maggio) la “diga” che deve arginare il ritorno delle destre.

Il Partito democratico è oggi il principale avversario della sinistra e in particolare del Prc. Lo è non perché sia “peggiore” della destra berlusconiana, ma perché si pone (e non potrebbe essere diversamente) l’obiettivo di cancellare la nostra presenza, e quella di qualsiasi forza indipendente alla sua sinistra, come unico modo per poter assolvere al ruolo che si prefigge e che Veltroni, in piena sintonia con Montezemolo, proclama a chiare lettere: impedire che si manifesti, in qualsiasi forma, un “antagonismo fra lavoro e impresa”. Strumento fondamentale in questa strategia è la conquista dell’apparato della Cgil, che non a caso si è scagliato con virulenza mai vista non solo contro le minoranze interne che hanno preso posizione contraria al protocollo del 23 luglio, ma anche contro la stessa Fiom, equiparata a una frangia estremista e irresponsabile. L’unica strada percorribile per il Prc è pertanto quella di collocarsi all’opposizione anche rispetto al Partito democratico: un’opposizione di carattere strategico, che discende dalla natura di quel partito e dalla necessità improrogabile e urgente di offrire un credibile punto di riferimento a sinistra, che possa contrapporsi al progetto di Veltroni e Montezemolo (un progetto che domani potrebbe coinvolgere ampi settori della stessa coalizione di destra) e soprattutto che possa contribuire alla ripresa del conflitto di classe, unico possibile punto di partenza per quella “ricostruzione della sinistra” della quale fino ad oggi si è parlato sempre e solo in termini elettoralistici. L’esperienza di numerosi governi locali di questi mesi conferma che non appena si è aperto il percorso di fondazione del Pd, i sindaci ulivisti si sono bruscamente spostati ancora più a destra costringendo il nostro partito a collocarsi suo malgrado all’opposizione: Pavia e Bologna non sono eccezioni, ma le prime manifestazioni di questo “nuovo corso”.

In questo contesto va analizzato il ruolo di Sinistra democratica all’interno di quello che viene impropriamente descritto come il campo della “sinistra radicale”. Nei pochi mesi della sua esistenza, Sd ha trovato modo di:

1) Boicottare le manifestazioni del 9 giugno contro la visita di Bush, compreso l’infausto presidio di Piazza del Popolo che era stato convocato apposta per avere la loro presenza;

2) Appoggiare nella sostanza il protocollo del 23 luglio, sostenendo la posizione di Epifani e rompendo quindi con quelle migliaia di lavoratori e delegati che stanno in questi giorni impegnandosi contro quegli accordi;

3) Boicottare la manifestazione del 20 ottobre.

Ad ogni avvenimento importante è emerso come il rapporto con Sd non solo non abbia favorito l’allargamento della nostra azione, ma al contrario sia stato un ostacolo che ci ha condizionato, spingendo a “moderare” iniziative e parole d’ordine nel tentativo (sempre fallimentare) di mantenere un’unità fittizia. Indubbiamente esiste un ampio settore nella Cgil e nei Ds che ha rifiutato la prospettiva del Partito democratico e che cerca punti di riferimento a sinistra; ma per conquistare questo settore (e in primo luogo i lavoratori che ad esso guardano) è necessario in primo luogo che il nostro partito rompa nettamente la sua subordinazione nei confronti di questo governo; l’unità può determinarsi solo su azioni concrete e chiare parole d’ordine; è giusto sollecitare continuamente e pubblicamente tutte le altre forze della sinistra su questo terreno; è disastroso subordinare le nostre proposte e le nostre azioni a quanto si presume possa essere “accettabile” per Mussi o altri.

Le contraddizioni apertesi con Sd non sono casuali; Sd dichiara espressamente che il suo obiettivo è governare in alleanza con il Pd e che intende costruirsi all’interno del partito socialista europeo: questo non significa che non possa avere contraddizioni al suo interno o che sia sbagliato proporre determinate azioni di lotta comune laddove vi sia un chiaro accordo su obiettivi e piattaforme. La questione importante è solo una: chi influenza chi? Siamo noi a trascinare a sinistra Mussi e compagni, influenzando la loro base, oppure è Sd a costituire un ulteriore guinzaglio con il quale si vuole legare il nostro partito a questo governo e al Pd? Da questo punto di vista le proposte sul “modello Flm” (oltre a chiamare in causa del tutto a sproposito l’esperienza dell’unità di classe che nasceva dalle lotte degli anni ’60 e ’70) altro non sono che una versione particolarmente negativa di una “unità” di vertice e puramente elettoralistica: gruppi dirigenti che si troverebbero a discutere al di fuori di qualsiasi reale controllo e partecipazione dei militanti, creando in provetta un’unità che alla prova dei fatti non esiste nelle lotte reali che intendiamo condurre.

Il VII congresso del Prc ha il compito di cominciare a riparare il danno creato al partito e al movimento operaio dall’illusione governista che ha obiettivamente imperversato nel gruppo dirigente in questi tre anni. Nessuno può pensare che un cambiamento di rotta possa essere operato senza pagare un prezzo per questi errori e senza un processo faticoso di vera e propria ricostruzione del Prc come partito delle lotte, radicato nei luoghi di lavoro, nei quartieri, fra le donne lavoratrici, i giovani, gli immigrati, i settori più sfruttati di questa società. A un netto cambiamento di linea politica e di orientamento deve corrispondere un altrettanto netto cambiamento nella vita del partito e delle sue strutture. Il congresso deve adoperarsi perché nei gruppi dirigenti che verranno selezionati siano messi da parte tutti quegli elementi che si sono dimostrati sensibili all’istituzionalismo ed emergano invece i militanti capaci di sacrificio, politicamente formati, capaci di riaprire i canali di comunicazione fra il partito e quei settori della società che intendiamo organizzare.

Claudio Bellotti, Simona Bolelli, Alessandro Giardiello, Mario Iavazzi, Jacopo Renda

Documento respinto

 

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