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La relazione con la quale il segretario del Prc ha chiuso ieri i lavori del Cpn: «La sfida sta nel futuro, non nel passato. E’ una sfida sul terreno dei movimenti. Sulla ricchezza della definizione di un’alternativa di società, sulla democrazia e la partecipazione» |
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E’ necessario accelerare sul nuovo soggetto |
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Franco Giordano |
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Liberazione 7 ottobre 2007 La discussione mi è parsa largamente convergente ed unitaria, pur se sono emerse alcune critiche. Vorrei subito fare chiarezza, così come richiesto da alcuni compagni, sull’oggetto della discussione congressuale. Esso, senza ambiguità, verte sulla costruzione di un nuovo soggetto unitario e plurale a sinistra. Le modalità della consultazione che abbiamo intenzione di svolgere le stabiliremo dopo la manifestazione del 20 ottobre alla quale dobbiamo dedicare tutto il nostro sforzo organizzativo. E’ la grave crisi della politica che ci impone l’accelerazione nella costruzione del nuovo soggetto, mai come oggi necessario. Infatti, è indispensabile anche la ricostruzione di una cultura della trasformazione e dei soggetti che la animano. La necessità del nuovo soggetto non dipende dalla nascita del Pd, ma sicuramente ne subisce un’accelerazione. Il Pd affonda le sue radici nell’americanizzazione della politica e su di essa basa la sua forza, alimentando il processo di passività dal quale fa emergere un consenso nuovo, proveniente da vaste aree di non voto. La nostra cultura politica si deve basare sull’idea della trasformazione della società, che non è scontata, ma che deve porre le sue basi sull’identità del nuovo soggetto. Di questa identità dovremo discutere a fondo individuando l’anima del percorso di innovazione politico-culturale da intraprendere. La crisi della politica s’intreccia drammaticamente con la crisi della sinistra. Essa è data dall’arrendevolezza della politica dinanzi alla centralità del mercato e della competitività. E’ necessaria una nuova elaborazione politico-culturale anticapitalistica per agire concretamente nel cambiamento tramite iniziative di massa. Il tema del governo ci viene proposto come centrale all’interno di un quadro di compatibilità generale, dove se ne sei fuori, non puoi incidere su alcuna scelta. Dobbiamo batterci per la difesa dell’autonomia della sinistra, del suo pensiero, del suo orizzonte, della sua iniziativa di massa. La ricostruzione del rapporto fra lavoro e politica diviene centrale e con esso l’autonomia del punto di vista del lavoro sulla trasformazione della società. Anche il pensiero liberale aveva riconosciuto il carattere progressivo del conflitto di classe e la valorizzazione e la centralità del lavoro, tanto che su questi punti la Costituzione italiana è inequivocabile. Oggi l’antiliberalismo e l’autoritarismo sono gli strumenti della nuova cultura capitalistica, che insieme alla pulsione securitaria si rivelano strumenti funzionali alla valorizzazione del capitale nel mercato globale, relegando allo stato solo alcune funzioni marginali, come quella della tutela della sicurezza. Il processo di etnicizzazione di paura ed angosce, a cui si accompagnano le relative misure giuridiche, si affianca ad una passivizzazione della politica nelle scelte, specie quelle economiche. In questo quadro emergono veri e propri rischi per la democrazia con il tentativo di convogliare l’intera la vita umana nel circuito produzione-consumo, dove il mercato è l’unico regolatore dei tempi e dei desideri dell’esistenza. Il tema della rappresentanza va ricostruito partendo dal rapporto fra lavoro e politica. La democrazia, il potere dei lavoratori e la centralità dell’autonomia del lavoro e del suo punto di vista devono essere prioritari nel pensiero del nuovo soggetto unitario. I lavoratori devono tornare ad essere padroni del proprio tempo di vita. Anche le forme di organizzazione del nuovo soggetto e le modalità della sua presenza nella società vanno ripensate: la formula del “paese nel paese” di pasoliniana memoria è quantomai decisiva per ricostruire una forma democratica, a fronte di una desertificazione delle relazioni e di una destrutturazione degli assetti democratici, e per promuovere una nuova cultura della trasformazione ed un punto di vista autonomo della sinistra. Il nuovo soggetto deve essere vivo e deve andare oltre i recinti dei partiti, mobilitando tutte quelle forze sociali distanti da essi, ma che possono avviare un processo nuovo, vero. Così immaginiamo gli stati generali della sinistra. Come costruirli lo discuteremo tutti insieme: la nostra proposta si fonda sul modello dei forum sociali, caratterizzati da strumenti di forme di democrazia partecipativa, sui temi sollevati dal movimento dei movimenti. Gli stati generali saranno un grande evento politico e culturale, vivo ed aperto. In preparazione di quell’evento noi faremo campagne di informazione e di costruzione di campagne sociali su tutto il territorio nazionale. La democrazia partecipata sarà la base del processo aggregativi. Dobbiamo vincere le resistenze che ancora ci sono e che sono presenti altrove, non nel Prc. Noi, invece, stiamo investendo tutto su questo percorso, lo dico chiaramente, poiché decisivo per noi e per la sinistra. Queste resistenze esterne al Prc vanno battute politicamente al fine di liberare, al più presto, quel processo aggregativo dal basso che è l’unico capace di poter avviare un percorso partecipativo di massa che ponga le basi per la nascita del nuovo soggetto, a partire dai territori. Perciò saranno determinanti la manifestazione del 20 e gli stati generali della sinistra. Gli stati generali possono rappresentare uno spartiacque decisivo, un momento di aggregazione contro l’idea di degrado della politica ed il rischio di passività. La manifestazione del 20 va incentivata con il sostegno a tutti i comitati, invitandoli al massimo dello spirito unitario. Molti comitati hanno una ricchezza enorme grazie alla presenza di una trasversalità di soggetti vastissima. La manifestazione vuole rivendicare un salto di qualità nell’iniziativa del governo; vuole mettere insieme realtà di conflitto che andrebbero perse o rischierebbero di restare sole; vuole far esprimere coloro che rivendicano i diritti civili, specie quelli legati alla laicità, bene sempre più scarso da quando abbandonato da intere frange del Pd; vuole rilanciare i temi ambientali e della pace. Per questo domani (oggi ndr) partecipiamo con convinzione alla marcia Perugia-Assisi, appuntamento significativo perché insiste sul tema della rivendicazione dei diritti, dell’iniziativa dal basso, delle pratiche della pace, del disarmo, del ritiro delle truppe dai teatri di guerra e dell’opposizione all’invio di ulteriori truppe, a partire dall’Iran, e che da anche visibilità a quelle realtà dimenticate nel mondo perché estranee agli interessi statunitensi, come il caso del Darfur. La Birmania ci impone una mobilitazione pacifista e ci spinge ad indagare sulla dittatura presente da 40 anni, sulla esperienza della non-violenza in atto, ma, soprattutto, sul fallimento delle politiche restrittive del Fmi che hanno inasprito la condizione sociale della popolazione locale, con la complicità degli interessi delle multinazionali. La marcia è importante anche perché evidenzia una crisi del Pd, nel cui alveo culturale la piattaforma della marcia non trova facile collocazione. Tanto che vi sono stati tentativi di isolamento di coloro che hanno promosso ed organizzato la marcia stessa. Come detto in passato, la nascita del Pd ha alimentato tensioni ed instabilità interne al governo: questa difficoltà sta emergendo anche nelle realtà locali. Il Pd cerca costantemente di sussumere tutta la dialettica e tutti gli interessi sociali, anche quelli contrapposti, tanto che i suoi stessi rappresentanti più illustri lo definiscono di sinistra e neocentrista, ovvero tutto ed il contrario di tutto. Anche a livello istituzionale dobbiamo intervenire sulle forme della rappresentanza, contrastando l’obiettivo della frammentazione che andrebbe a danneggiare la sinistra. Al momento, in parlamento vi è una maggioranza che vuole il sistema elettorale tedesco. Possiamo stringere accordi con forze politiche differenti, prima che il referendum travolga ogni velleità di riforma in questo senso, facendo approvare un sistema dove il bipartitismo metta fuori campo completamente la sinistra e, con essa, ogni speranza di trasformazione della società. Chiediamo una modifica del protocollo per votarlo in parlamento. Ci chiedono se sono compatibili le nostre richieste con le rivendicazioni del sindacato: io ritengo di sì, specie se si interviene sul contratto a termine o sullo staff leasing, ma anche sullo scalone e sull’abolizione dei vincoli numerici agli usuranti. Il tema dei giovani ci viene sbandierato ogni giorno, ma poi si rinnova il contratto a termine, si determina la detassazione degli straordinari che blocca nuove assunzioni. Proprio sul tema dei giovani dobbiamo adoperarci per una nostra iniziativa, a cominciare dal tema del reddito, della precarietà, delle iniziative sociali in loro favore. Sulla lotta alla precarietà esiste solo una questione politica, non di compatibilità finanziaria. Si deve scegliere: o noi, o Confindustria! Dobbiamo valorizzare i risultati ottenuti in finanziaria, rilanciando i nostri obiettivi per combattere una devastante situazione sociale al nord come al sud. Al nord è evidente soprattutto nel lavoro operaio. C’è un problema che riguarda il mezzogiorno e che deve essere da noi rilanciato, poiché decisivo e poiché può essere funzionale alla sperimentazione di una politica economica e sociale differente dopo il fallimento della deregulation che ha portato alla nascita dei contratti di programma, contratti d’area, ecc. senza produrre effetti benefici. Invece del terreno della competizione, dobbiamo far valere la centralità della cultura mediterranea della pace, della cooperazione con i popoli dell’altra sponda del Mediterraneo, per un’idea nuova di società aggregativa, basata sul rispetto dell’ambiente e sull’innovazione. Una sinistra nuova non può non fondarsi sulla cultura mediterranea. Ed il conflitto del lavoro, non può essere l’unico paramentro della nostra innovazione politico-culturale: dobbiamo ricostruire una progettualità alta della soggettività critica di alternativa che si fondi sulla la lotta alla precarietà, cifra della globalizzazione capitalistica, sulla cultura di genere, sull’ecologismo, sul pacifismo in quanto elementi fondanti della cultura della trasformazione. C’è un grandissimo bisogno di cambiamento che non necessita di surrogati sul terreno della leadership. Dobbiamo evitare che nell’immaginario collettivo il Pd appaia come un elemento di innovazione e noi come elemento di conservazione: noi con i piedi e la testa nel ‘900 mentre il Pd propone, da destra, l’uscita dalla crisi della politica. La sfida sta nel futuro, non nel passato, è una sfida sul terreno dei movimenti, sulla ricchezza della definizione di un’alternativa di società, sulla democrazia e la partecipazione: loro il modello americano, noi il protagonismo, a cominciare dalla sinistra che dobbiamo costruire. Care compagne e cari compagni il tempo e lo spazio si sono fatti strettissimi, dobbiamo rompere gli indugi, rispondere alla crisi, abbiamo enormi disponibilità e grandi potenzialità: ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare!
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