CPN 24-25 novembre 2001

Gli interventi 4

 

Liberazione 4 dicembre 2001 

 

 

Marco Ferrando 

Direzione nazionale 

 

La vera novità del nostro tempo, dischiusa dal crollo dell'Urss e dalla lunga stagnazione, non sta in un “nuovo capitalismo”, ma nel ritorno del capitalismo alla sua vecchia normalità storica: nel superamento di quella parentesi eccezionale del dopoguerra, di prosperità economica e di equilibrio mondiale, che a più generazioni era apparsa la norma. Qui sta la regressione che investe il mondo, il ritorno delle guerre, il riproporsi dell'imperialismo. Trovo paradossale, la proposta di superamento dei concetto leninista di imperialismo, perché proprio oggi riemergono i suoi tratti essenziali: sia sotto il profilo economico, (concentrazione capitalistica), sia sotto il profilo politico, col dispiegarsi delle politiche di potenza verso i paesi dipendenti e con la ripresa della competizione tra i blocchi imperialistici. Considero grave in particolare la negazione del carattere imperialistico dell'Europa. Naturalmente è indiscutibile la superiorità mondiale della potenza Usa. Ma come non vedere, come dato di rilevanza storica, lo sviluppo dopo l'89 di un polo imperialistico europeo, certo ancora debole politicamente, ma che conquista l'egemonia coloniale nell'Est Europa e si apre nuovi varchi in Medio Oriente? In realtà se gli Usa rilanciano l'iniziativa bellica è anche per bilanciare il peso economico crescente dell'Europa; e se gli imperialismi europei partecipano alle imprese di guerra è in funzione della partecipazione alla spartizione del bottino.

Proprio il nuovo scenario mondiale priva di ogni fondamento la vecchia impostazione riformista. I richiami tradizionali - qui riproposti - ai “governi riformatori” a "un'Europa autonoma, sociale, democratica" alla “riforma dell'Onu”, rappresentano tanto più oggi, ipotesi utopiche perché ripropongono l'illusione di una riforma possibile del capitalismo proprio nel momento in cui si dissolvono le basi materiali del riformismo. Occorre allora un cambio profondo della nostra impostazione che assuma la prospettiva socialista come unica risposta reale, terribilmente complessa, ma non illusoria, alla crisi dell'umanità. Questo richiamo al socialismo non può ridursi a rituali evocazioni letterarie (“socialismo o barbarie”), ma richiede una vera rifondazione su due piani complementari: A) Il recupero dei fondamenti del programma comunista (a partire dai temi dell'abolizione della proprietà privata e del potere dei consigli) senza i quali non vi è né rottura con lo stalinismo né recupero della memoria rivoluzionaria del primo 900. B) L’aggiornamento e il rilancio della proposta socialista, in rapporto all'attuale scenario del mondo; là dove proprio la domanda di un altro mondo possibile nel sentire di milioni di giovani richiama l'esigenza di una risposta rivoluzionaria che, nel profondo dei movimenti riconduca tutte le istanze di emancipazione e liberazione (sociali, ambientali, di pace, di genere) alla necessità della rottura anticapitalistica.

Questa svolta strategica richiede una svolta di linea sul terreno politico nazionale. La politica di "contaminazione" riformatrice che abbiamo promosso per dieci anni, dalla maggioranza di governo o dalla opposizione, nei confronti degli apparati dominanti della sinistra e dei loro schieramenti di alternanza non ha dato risultati. L’unico risultato concreto è stato il nostro sostegno al governo liberista di Prodi. Trovo singolare che invece di trarre un bilancio di fondo del ciclo lungo della nostra politica si avanzi una prospettiva che la riconferma. La prospettiva di una sinistra plurale tra Prc e "sinistra moderata", (cioè Ds), considerata "irrinunciabile" per “l’alternativa di governo” (v. tesi n.37) ripropone infatti l'eterna illusione di una possibile contaminazione degli apparati Ds, proprio nel momento in cui essi approdano nel Centro liberale. Si tratta di una prospettiva profondamente contraddittoria con ogni ipotesi di alternativa anticapitalistica e, con lo stesso "anticapitalismo latente" dei movimenti.

Il testo congressuale che qui presento propone invece la linea del polo autonomo di classe, contrapposto a centrodestra e centrosinistra, come nuova linea di massa. E' una linea che richiede innanzitutto una coerente collocazione del Prc all'opposizione dei governi borghesi sia sul piano nazionale che locale: dove va messa in discussione la nostra presenza nelle giunte di centrosinistra, a partire dalle Regioni e dalle grandi città, che ci vedono cogestori di politiche liberiste. Ma soprattutto è una proposta oggi rivolta all'insieme del movimento operaio perché rompa col Centro liberale e sviluppi la propria mobilitazione indipendente attorno a una piattaforma di classe unificante (“vertenza generale”), come terreno di opposizione radicale al nuovo governo delle destre per la sua cacciata. Con la consapevolezza, rafforzata dalla stessa memoria del '94, che il fine non può essere - come viene proposto - la semplice "crescita del movimento" ma il suo sbocco anticapitalistico: ciò che rimanda alla piattaforma del movimento, quindi alla sua direzione, quindi alla nostra battaglia di egemonia.

Peraltro solo una battaglia di egemonia fonda la ragione stessa di un partito comunista. E viceversa: se si lancia il messaggio dell'apertura ai movimenti (in se giustissima) nel mentre si attacca la concezione stessa del partito di avanguardia e si teorizza che l'obiettivo politico del movimento dev'essere la crescita del movimento stesso la risultante è un interrogativo semplice: “Perché allora un partito comunista?”. Invece tanto più oggi è essenziale rifondare la ragione profonda del partito, nella concezione leninista e gramsciana, come strumento di egemonia. Perché tanto più oggi la ripresa dei movimenti della giovane generazione, dopo una lunga cesura storica col marxismo, sottolinea l'esigenza di ricostruire, nei movimenti, memoria e coscienza. Perché tanto più oggi lo spazio storico nuovo che si libera a sinistra nella stessa situazione italiana accresce la responsabilità del nostro partito come possibile direzione alternativa di più ampi settori di massa.

Come dunque è evidente, i temi della strategica, della linea politica, del partito richiamano, nel loro insieme, la responsabilità di una proposta complessiva.

 

Bianca Bracci Torsi

Federazione di Roma

 

Sono complessivamente d'accordo con la bozza di tesi, perciò mi limito a proporre qualche correzione e/o aggiunta sui punti che ritengo debbano essere maggiormente sviluppati.

Credo che non si possa attuare nessuna autoriforma del partito solo col cambiamento delle strutture, senza affrontare il problema di una "cultura organizzativa" adeguata ai tempi e alle nostre esigenze, il che significa, per esempio, la giusta valorizzazione dei circoli, troppo spesso bersaglio facili quanto sbagliati, di tutte le critiche, l'attivazione di rapporti più stretti e continui fra le diverse istanze, l’uso più oculato delle nostre risorse, anche umane, tenendo conto della necessità di una struttura che consenta di impiegare al meglio l'impegno volontario di tanti e tante, oggi troppo spesso mortificato e trascurato. La formazione politica, sia nella sua accezione più classica che nella forma di “formazione all'agire politico” è ancora giudicata da alcuni compagni una specie di indottrinamento. Niente di più falso: la conoscenza delle nostre idee e della nostra storia, l'abitudine ad usare l'analisi marxista, l'approfondimento di temi attuali e delle posizioni dell'avversario di classe, costituiscono gli indispensabili strumenti di ogni militante per svolgere una efficace iniziativa esterna e per partecipare in modo consapevole al dibattito interno al partito. Mi pare necessario proporre al nostro congresso una analisi della cosiddetta "nuova destra", alla quale pure abbiamo dedicato pregevoli iniziative, la cui pericolosità sta, oltre che nei suoi rapporti, forti nonostante le polemiche e le reciproche sconfessioni, con i partiti della destra cosiddetta “democratica” o "di governo", nella influenza che possono esercitare soprattutto su fasce giovanili, le sue posizioni contro la globalizzazione e il modernismo.

 

Ferruccio Danini

Presidente Direttivo Cgil

 

Sono d'accordo con la proposta politica, qui avanzata dalla Commissione congressuale. Convengo che si tratta di una proposta di alto spessore politico, per molti versi di svolta, che pone in termini innovati l'obiettivo della sinistra di alternativa. Si è molto discusso della ripresa d'iniziativa del movimento dei lavoratori e del duro attacco che c'è portato da parte del padronato e dal governo.

Siamo alla presenza di grandi difficoltà nel rapporto tra le grandi organizzazioni sindacali confederali, siamo agli accordi separati, alla rottura del contratto dei metalmeccanici, ma anche allo straordinario sciopero generale della Fiom e all'imponente manifestazione del 16 novembre.

Nella Cgil siamo in presenza ad uno scontro aspro e difficile. La contemporaneità del congresso Ds e quello della Cgil sta producendo guasti seri. Il fatto che la quasi totalità del gruppo dirigente della Cgil sì è schierato con il "correntone" di Berlinguer che alla fine ha perso il congresso, ha trasformato la Cgil da sindacato di riferimento dei Ds a punto di riferimento di una parte della minoranza, evidenziando in questa operazione una totale crisi di autonomia del sindacato. L’attacco del governo ai lavoratori a partire: dal libro bianco; all'art.18; alle pensioni. Richiederebbe una immediata risposta di sciopero generale. Le titubanze e le difficoltà del sindacato derivano dalla sua crisi profonda dalla obsolescenza del suo impianto strategico e della mancanza totale di una piattaforma sindacale offensiva. Noi dobbiamo batterci per conquistare lo sciopero generale con manifestazione nazionale, anche come momento politico che chiude una fase delle politiche sindacali quella della concertazione e ne apre una nuova, quella dell’autonomia, della democrazia e del conflitto sociale.

Penso che la crisi del sindacato confederale precipiti più rapidamente del previsto, perché essa è strettamente connessa alla crisi della sinistra moderata, noi dobbiamo cogliere questa fase, lavorare con grande impegno in direzione del mondo del lavoro e sull'orientamento politico della nuova classe operaia.

 

Bruno Steri

Federazione di Roma

 

All'attenzione di tutto il partito è consegnato un documento di maggioranza di ampio respiro, in molte parti condivisibile, ma che ancora - su punti non secondari - fa registrare la permanenza tra di noi di zone di dissenso. Ciò motiva la mia astensione nel voto conclusivo della Commissione politica congressuale e in questo Cpn. Tra le questioni più delicate vi è quella dell'imperialismo. Il documento propone “il superamento della nozione classica di imperialismo”, alla luce delle modificazioni indotte dall'attuale globalizzazione capitalistica (detto per inciso: non riesco a capire come Livio Maitan, che stimo e di cui ho sempre apprezzato la coerenza, possa aderire a tale “innovazione” nello stesso momento in cui Bandiera rossa pubblica un documento della IV Internazionale che per 13 volte ricorre alle parole imperialismo-imperialista). Io penso che l'interpretazione di tali modificazioni comporti senza dubbio la necessità di un aggiornamento di questa categoria, non però la sua derubricazione. Non è questione di parole. Mi pare comunque giusto cercare di stare ai fatti. Vedo anch'io che «i processi di centralizzazione capitalistica hanno assunto un carattere sopranazionale» per molti versi inedito, che la sovranità degli stati (non di tutti, però) è corrosa "dall'alto" e "dal basso". Tuttavia, senza il potere esplicativo della nozione di imperialismo non capirei quel che a me sembra a tutt'oggi l'essenziale: vitale ricerca di nuove occasioni di investimento in presenza di una caduta del rendimento di capitale, necessità di mantenere i margini di profitto attraverso l'immissione nel ciclo produttivo di lavoro abbondante e a buon mercato (con contestuale deprimersi del prezzo della forza-lavoro in patria), controllo politico e militare delle fonti energetiche, imposizione di ragioni di scambio commerciale favorevoli alle metropoli del mondo. In questo quadro, il fatto davvero nuovo è lo strapotere di un’unica superpotenza imperialista, vero e proprio centro statuale propulsivo, impegnata a mantenere manu militari il suo dominio e i suoi livelli di vita e a imporre il suo modello sociale.

 

Vito Nocera

Segretario regionale della Campania

 

Nei tempi supplementari del 900 si è riproposto un valore sociale produttivo (questa è la sostanza materiale del movimento di critica alla globalizzazione) capace nella sua insorgenza di riaprire la partita di una contesa efficace col capitalismo, di riconsegnare una base di massa autentica alla critica dell'economia politica. Questa insorgenza politica di massa legittima e insieme incalza il partito nostro perché ne premia e gratifica l'impegno, soprattutto quello generoso e intelligente dei giovani comunisti, e al tempo stesso ne reclama sforzi ancora più audaci e innovativi. Il movimento, il suo intreccio con una rinascente soggettività operaia, la guerra, l'incepparsi di quel ciclo che appariva virtuoso del capitalismo, fin quasi sull'orlo di una grande recessione, cambiano la fase e riconsegnano anche a noi la possibilità di provare ad uscire dalla crisi della esperienza storica di cui pure siamo parte con uno scatto insieme innovativo e di sinistra.

La stessa fertile idea gramsciana della rivoluzione come processo complesso e non di pura conquista del potere o del governo fu presto soppiantata da una cultura chiusa e, dall'altro versante, da una rilettura di Gramsci che ne forza a una visione gradualistica l'intensa percezione della centralità dell'insieme delle relazioni sociali nella prassi rivoluzionaria. Non si tratta di tornare a questi filoni di marxismo, che pure il crollo dell'Est non ha azzerato perché mai sperimentati, ma è da questi punti alti e intelligenti della nostra tradizione (Gramsci ma anche il Panzieri dei Quaderni Rossi) che bisogna ripartire. Un cimento cui, non solo noi, siamo chiamati che ridefinisca il rapporto del partito e più in generale della soggettività politica organizzata con la società e con i movimenti; che maturi una diversa idea della transizione e dello Stato; che sottoponga a critica severa quella idea del socialismo come mero cambiamento dei rapporti di produzione ma non in esso dei rapporti sociali di produzione.

 

Stefano Cristiano

Segretario Federazione di Pistola

 

Condivido in larghissima misura le tesi presentate dalla commissione politica ed è da apprezzare anche l'evoluzione che quel testo ha avuto nel corso delle riunioni. Ritengo anche innovativo il percorso individuato che prevede una consultazione delle strutture locali prima di varare il testo definitivo. Proprio per questo ritengo un errore il voto di oggi: sia perché il tempo per studiare e metabolizzare oltre 100-120 pagine di materiale è stato troppo scarso; sia perché votando una bozza, che dovrebbe essere liberamente discussa ed arricchita, si rischia di ingessare il dibattito ed ottenere un risultato contrario a quello che si vorrebbe. Anche io riterrei opportuno, nell'ottica di introdurre una prassi tesa a verificare le scelte fatte, che si desse nota delle consultazioni fatte e del loro esito, in seguito al documento votato dal Cpn scorso.

Nel merito. ritengo che la nozione di imperialismo non debba essere cancellata: non è certo un impero guidato dal direttorio delle multinazionali a dirigere il mondo, bensì una potenza statuale - gli Usa - in continuo conflitto per l'egemonia. Sul partito io non condivido l'idea che esista un vertice illuminato ed una base vecchia e sorda alla innovazione, ma che esistano problemi strutturali (altro che cultura togliattiana). Per esempio è necessario, con coraggio, sperimentare un radicamento territoriale più attinente a quella che è la natura e l’organizzazione del nostro avversario.

 

 

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