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CPN 24-25 novembre 2001 |
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Gli interventi 3 |
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Liberazione 4 dicembre 2001
Michele De Palma
Esecutivo nazionale Giovani comunisti
Oggi, siamo in una situazione eccezionale per due dati importanti: la forza del "movimento dei movimenti" contro il neoliberismo e il ricorso alla violenza come strumento d'aggressione ai diritti esercitata dai potentati locali e globali.
In questi giorni la ministra della Pubblica istruzione si è rintanata nel suo palazzo, sbarrando porte e finestre alle domande che le pongono studentesse e studenti del liceo Tasso a Roma. Ragazze e ragazzi che hanno scelto lo sciopero della fame come gesto estremo per essere riconosciuti, per segnare un protagonismo che gli è comunque negato. L’espropriazione di se stessi, delle scelte rispetto al futuro attraverso una scuola che insegna l'obbedienza alle leggi del mercato e ai suoi attori principali. Del resto basta guardare con attenzione all'organizzazione della vita scolastica, che si va definendo in una ipotesi aziendalistico-militare. Una filiera di comando che parte dal ministero e piega i docenti dissidenti e gli studenti disobbedienti. La giornata di mobilitazione del 17 indetta dal laboratorio per la "disobbedienza sociale", ha visto nelle soggettività studentesche il punto di riferimento fondamentale. La critica ai saperi e alla modalità della loro trasmissione, la ricerca di uno spazio sociale che ha bisogno della fisicità di aule sottratte alla routine delle campanelle. La scelta delle occupazioni torna ad essere uno strumento di rottura della quotidianità e organizzazione della lotta fuori delle mura scolastiche. Studenti che si autoriducono il costo del biglietto all'entrata delle mostre reclamando il diritto al libero accesso alla cultura. Studenti che attaccano la comunicazione dei giornali e della televisione in tempi di guerra e proiettano video autoprodotti sulle giornate di Genova e la marcia da Perugia ad Assisi. Tra il banco e la sedia sono compresse le domande che nei giorni di normale didattica cercano e trovano lo spazio per la circolarità delle assemblee, una sperimentazione di discussione orizzontale per una formazione che riacquista un interesse diffuso. Studentesse e studenti che vivono e interrogano la didattica anche la sera nei social forum cittadini, riprendendo argomenti come la sovranità alimentare, gli Ogm, la proprietà intellettuale e come quest'ultima incide sul costo dei libri di testo. Gli studenti organizzati in collettivi disobbediscono al comandamento del credere che il terrorismo si batte con la guerra.
Claudio Grassi
Segreteria nazionale
Nell'ultimo Cpn abbiamo votato un documento che doveva servire per una consultazione. A questo proposito ho partecipato all'incontro con la redazione del Manifesto e della Rivista del Manifesto. E’ un peccato che Liberazione non ne abbia dato conto. Le critiche che erano state avanzate da alcuni compagni e da me hanno trovato conferme. Il compagno Parlato ha sostenuto di non condividere la valutazione sul ‘900 e sulla storia dei comunisti; la compagna Rossanda ritiene sbagliato il superamento della nozione di imperialismo; il compagno Magri ha detto di non condividere l'analisi della fase e il compagno Ingrao ci ha segnalato che lui si considera ancora oggi un vecchio "togliattiano".
Vorrei rimarcare la positività di un congresso a tesi. Non c'è più solo il prendere o lasciare ma si può entrare nel merito. Viviamolo tutti come una opportunità e non come un intralcio.
In un quadro di condivisione complessiva sintetizzo le mie perplessità sulle tesi: 1) non mi convince il superamento della categoria dell'imperialismo. Finché ci sono paesi imperialisti (Usa, Germania, Giappone...) è difficile dire che non c'è più l'imperialismo. Ci sarà un motivo se le guerre degli ultimi dieci anni sono collocate in territori ricchi di materie prime. A conferma di ciò non esiste alcun partito comunista al mondo che non abbia mantenuto nelle sue elaborazioni congressuali la categoria dell'imperialismo. 2) Nelle tesi non è sufficientemente valorizzato il conflitto di classe. Gli scioperi del 6 luglio e del 16 novembre Fiom, degli insegnanti Cobas e Cgil, nonché l'annunciato sciopero generale sono fatti decisivi. 3) Abbiamo giustamente detto che la linea vincente dei Ds a Pesaro segna un approdo neo-centrista. Ma dobbiamo riconoscere che si è aperta una dialettica importante con la sinistra che ha votato contro la guerra. Con la sinistra dei Ds possono determinarsi, nella rispettiva autonomia, iniziative comuni. 4) Ritengo che siamo figli di una storia ricca e gloriosa. Certo, il primo assalto al cielo lo abbiamo mancato. Ma lo abbiamo mancato tutti. In Russia come in Italia, se è vero che i comunisti nel nostro paese sono passati, nell'arco di 20 anni, dal 30 al 5%. Sono per una rigorosa valutazione della nostra storia che anche nei meandri più bui - dal massacro dei marinai Kronsdat ordinato da Trotzky, all'eliminazione fisica di 2/3 dei dirigenti del Pcus ordinato da Stalin - non può essere rimossa. Al bando quindi etichettature che rischiano di far prevalere la strumentalità della lotta interna alla necessità di capire.
Pasquale Martino
Segretario Regionale Puglia
La bozza di tesi congressuali può essere modificata, migliorata, arricchita. Ma intanto non è vietato, né tanto meno è impossibile dire se vi è una condivisione dell'impianto generale: da parte mia vi è ed è convinta. Pensiamo alla Rifondazione come a un adeguamento o a una manutenzione delle nostre strutture di partito, o magari a una restaurazione di abilità che forse c'erano un tempo? Io credo che tutto ciò non sia più sufficiente. Abbiamo già dato un importante contributo alla Rifondazione, quello che potevamo dare restando così come siamo: traghettando alla fine di questo decennio sconvolgente una struttura di partito, un gruppo dirigente e un piccolo patrimonio di eletti. Ora dobbiamo fare altro. Questa forza politica, così com’è, ha già fatto il pieno del suo radicamento, del suo consenso elettorale, perfino del suo tesseramento (in calo, costantemente se pur non rovinosamente), nonché della sua capacità di incidenza negli enti locali. La Rifondazione del movimento e del pensiero comunisti non poteva essere un compito di pochi anni, né di un ristretto gruppo dirigente che dieci anni fa seppe dire no allo scioglimento del Pci. La rifondazione è un processo epocale, che oggi è ancora nella sua infanzia. Nel mondo del capitalismo globalizzato vive un bisogno di comunismo, ma che a questo risponda sul piano soggettivo una teoria e un’organizzazione non è scontato né in nessun modo predeterminato. E non è scritto da nessuna parte che la risposta sia quella che abbiamo dato noi finora. Perciò oggi la costruzione di una sinistra di alternativa non può prescindere dal movimento antiglobalizzazione. E’ o no un soggetto nuovo, è o no la novità di inizio secolo sul piano della soggettività antagonista? Le tesi dicono di si: questo è un movimento antiliberista globale, con una evidente latenza anticapitalistica. Non si tratta di avere un atteggiamento fideistico e acritico: un movimento può anche fallire e rifluire. Ma dalla nostra capacità di rilanciare a un livello più alto la sfida della rifondazione comunista dipende anche la crescita del movimento antiliberista globale.
Paolo Carrazza
Segretario Federazione Roma
Questo documento ci fornisce il primo quadro organico del nostro tentativo di aprire e praticare la Rifondazione comunista.
La forza del documento è nella connessione profonda tra il passato e l'esigenza di una forte innovazione, e tra il passaggio da una fase di resistenza al tentativo di riaprire una nuova fase e una nuova prospettiva.
Oggi abbiamo 2 elementi decisivi e fondamentali che ci obbligano a questo passaggio: 1) la crisi del processo di globalizzazione; 2) la nascita di questo movimento che non ha carattere episodico perché è figlio della crisi della globalizzazione e nasce in una dimensione e in una prospettiva sovrannazionale.
Bisogna evitare sia un rischio di minoritarismo ideologico e identitario, sia una nuova subalternità completamente dentro la cultura politica e la visione del mondo ferma a 20 anni fa, quella che ha già visto il fallimento dell'ipotesi dei Ds, dei comunisti unitari, dei comunisti italiani, un'idea tutta politicista della fase che non legge lo scompaginamento sociale che ha prodotto la modernizzazione e la ristrutturazione capitalista; al contrario noi ripartiamo dalla crisi della politica che ha provocato proprio la modernizzazione ponendo al centro la questione sociale per ricomporre ed agire sui soggetti sociali vecchi e nuovi come soggetti fondamentali per la costruzione della sinistra alternativa che non è una operazione nel cielo della politica ma nel cuore delle contraddizioni e del conflitto.
Ma oggi il problema è come avanza, si sviluppa, si radica la nuova conflittualità e questo nuovo movimento. Il rischio è proprio quello di proclamare l'innovazione e non avere le gambe per farla. Lo abbiamo visto a Genova, nella Perugina-Assisi, a Roma il 10 novembre, quella moltitudine che in parte siamo stati noi a organizzare e a mobilitare, ci pone di fronte ad una grande domanda politica senza rappresentanza e che non ritroviamo nel quotidiano, nei territori, nei Circoli.
Questo ci interroga sulle forme e sui contenuti della politica, sul fare politica nel quotidiano, sulla capacità nei territori di costruire vertenzialità diffusa. Noi oggi siamo ancora insufficienti rispetto a questo compito.
Si pone per noi il tema del radicamento sociale, del conflitto sociale: nelle grandi città rispetto ai temi della precarizzazione, della solitudine, della mercificazione della vita, dello sfruttamento e dell'alienazione. Per fare questo c'è sicuramente bisogno di un salto di cultura politica, di connessione tra dire e fare, ma c'è anche bisogno della capacità di un nuovo nesso tra globale e locale, della capacità di coniugare nel territorio il tema del nuovo mondo possibile.
Ruggero Mantovani
Federazione Latina
Ritengo che il V Congresso del partito debba sancire un cambio di rotta sostanziale della linea politica di fase e di direzione. Tanto più oggi, che la guerra in Afghanistan mostra senza reticenze la natura delle politiche di terrore e barbarie dell'imperialismo e non di una mitologica globalizzazione, che pur mutando le forme non modifica i suoi tratti essenziali: il parassitismo finanziario, i conflitti imperialistici, le politiche neocoloniali, la guerra quale fattore permanente. Ma la costruzione di una direzione politica di fondo e del programma fondamentale dei comunisti, non può prescindere da un bilancio di verità di un lungo corso politico, ed in particolar modo del nostro appoggio al governo Prodi, poiché quelle politiche di “lacrime e sangue” nei confronti delle classi lavoratrici, hanno oggettivamente spianato la strada, con i successivi affondi dei governi D'Alema ed Amato, al governo di “sinistra plurale” che includendo anche il centro borghese tradizionale (La Margherita), finirebbe per essere un centrosinistra, riformulato. Che questa prospettiva oggi venga avanzata da un versante di movimento, o con una nebulosa sinistra dell'alternativa, che più realisticamente la sinistra Ds per bocca di Bandoli chiama «federazione delle sinistre», non modifica di una virgola l'errore di fondo: questo orizzonte impedisce di fatto qualsiasi autoriforma del partito, ed in prospettiva depotenzia lo stesso movimento assumendolo a schermo prospettivo nel difficile processo di ricomposizione con le forze del centrosinistra. Occorre radicalmente cambiar rotta: la grande ripresa della dinamica di movimento è il principio elementare per la ripresa della lotta di classe, a patto questa incontri un partito comunista che sappia assumersi la responsabilità d'indicare un'alternativa socialista alla crisi del capitalismo, attraverso un programma generale che si traduca da oggi in una vertenza programmatica unificante, con l'obiettivo dichiarato della ricostruzione di un nuovo blocco storico per la costruzione di un’opposizione radicale e di massa al governo Berlusconi, quale presupposto essenziale per la costruzione del governo delle classi lavoratrici.
Cambiare rotta è possibile ed è necessario per la sopravvivenza dello stesso movimento e del protagonismo di questa nuova generazione, che ancora una volta con il suo coraggio ci indica che la lotta rivoluzionaria per il socialismo è possibile.
Bruno Casati
Segretario Federazione Milano
Condivido l'asse del documento: investire nel movimento per la sua crescita. Manifesto critica su qualche passaggio. La condivisione: il movimento, particolarmente nella sua configurazione italiana, è fenomeno interessantissimo in quanto riesce a intrecciare soggetti che si battono per “altri consumi” e un diverso uso di acqua, terra e materie prime, con soggetti che, dalla lotta per il salario e la dignità, possono annunciare una lotta per "altri prodotti" e un diverso modo di produrli.
Siamo a un semilavorato di nuovo blocco sociale che si batte per la trasformazione, di cui la lotta alla guerra costituisce il collante. Facciamo avanzare questo progetto. Ora due critiche. La prima: il Partito, assunta e praticata questa priorità, deve saper guardare a tutti quei soggetti, delusi e rassegnati, nel mondo del lavoro e della cultura, resi orfani (taluni) delle scelte sciagurate dei Ds e riuscire a portare queste masse alla saldatura con quel movimento. E' il nostro compito, con una derivata: dotarsi di una politica di massa per il partito di massa a motore dell'alternativa. Il non svilupparla è un limite. La seconda critica attiene al Partito. Il testo è interpretabile, non netto, ma oggi il partito, è vero, è largamente inadeguato al fine, in rapporto al quale deve essere ridisegnato. Ma lo deve essere a partire dai circoli e avvicinando agli stessi - se vogliamo rendere efficace l'investimento del movimento correlato allo scatto del partito-risorse, quadri e punti e punti di decisione. Senza ulteriori bardature di appesantimento.
Mirko Lombardi
Gruppo regionale Lombardia
Sono preoccupato del voto contro le donne. So bene che non è facile praticare il raggiungimento della parità fra i sessi, ma abbassare il limite serve solo a perpetuare l'attuale squilibrio. Alcune compagne non sono d'accordo e con orgoglio rivendicano il diritto sacrosanto di essere giudicate per quello che valgono e non ridotte a numeri o quote, ma fintanto che a giudicare e a decidere saranno in prevalenza uomini, come ora nel partito, esse sono e restano poche.
Trovo molto soddisfacenti le tesi. Alcune sono la conferma di posizioni già assunte in questi anni: l'autonomia di Rifondazione e l'eccellente rapporto del nostro partito con tutte le parti del movimento. Mi convince anche la proposta politica che ci impegna a far crescere i movimenti e noi con loro, interamente. Oggi (non ieri) il fondamento per una rivincita del lavoro e della natura sul capitale sta nella opposizione alla globalizzazione e al suo “pensiero unico” il che ci impegna a pratiche nuove, a inchieste inedite, a proposte da sperimentare per costruire un "altro mondo possibile". Altre ipotesi che partono dalla possibilità di “mitigare” la globalizzazione capitalista e che affiderebbero a noi il ruolo interno per tenere la barra a sinistra sono già fallite perché fondate sulla accettazione subalterna del terreno degli altri. Il Pdci che si proponeva di crescere in questa collocazione politica è praticamente scomparso e i Ds sono ulteriormente slittati su posizioni moderate. E' però evidente che su questioni limitate e circoscritte la ricerca di alleanza e di intese è una ovvia pratica politica, mica siamo un partito settario! Ma non torniamo alla riproposizione dell'alleanza "comunque" contro le destre e cioè al nodo politico sul governo Prodi. Ci abbiamo già fatto su un congresso! E a quei compagni che temono il nostro "scioglimento" nel movimento, si leggano la tesi 48 sulla necessità di un partito comunista.
Fosco Giannini
Segretario Federazione di Ancona
Il Prc è l'unico partito comunista al mondo a ritenere superata la categoria di imperialismo. Dai comunisti del Sudafrica sino a Fidel Castro nessuno si sogna di cancellarla. Siamo "avanguardia" mondiale o ci allontaniamo dal movimento comunista? Ciò che sorprende è che l'imperialismo venga cancellato sui documenti proprio nella fase in cui dispiega sull'intero pianeta (vedi gli Usa di tutto l'ultimo decennio) la sua più spietata strategia di guerra. Sullo stalinismo: l'analisi non appare sufficientemente seria e scientifica. Si rischia di uscirne da destra, trasformando la giusta condanna dello stalinismo, come già è accaduto, in strumento per l'abbandono di categorie rivoluzionarie centrali. Per uscirne da sinistra occorre "aggredire" il fenomeno con strumenti marxisti. Circoscriverlo storicamente. Se ciò non si fa si corre il rischio di collocare sotto il mantello stalinista, liquidandoli, anche Lenin e Gramsci, dei quali invece va riassunta l'essenza: l'uomo che muta il divenire storico attraverso l'intervento soggettivo delle masse organizzate nel partito comunista. Su Marx: nelle Tesi c'è solo quello dei "Grundrisse" e sparisce quello - decisivo - de “Il Capitale”. Un marxismo senza l'analisi del capitalismo si ridurrebbe a “esistenzialismo”: Jean Paul Sartre al posto di Karl Marx.
Sul Pci e su Togliatti: non si può cancellare con sufficienza una storia così grande. Occorre piuttosto assumere una lezione storica: tenere lontano il Prc da quella cultura “differenzialista” e "radical" con la quale Occhetto trasformò il Pci in Pds e poi in Ds “liberal”. Troppo debole è la proposta per la costruzione del Partito; la presenza organizzata nei luoghi della produzione e del conflitto deve essere il suo cuore pulsante.
Enrico Milani
Segretario Federazione di Caserta
l,a proposta di Tesi, avanzata dalla Commissione politica, rappresenta decisamente un passaggio fondamentale nel percorso rifondativo di una prassi e di una teoria comunista. Qui risiede la novità essenziale, vitale, della scelta che il prossimo congresso del Prc è chiamato a svolgere. Non solo: le tesi aprono, in particolare su alcuni punti, una prospettiva di indagine e di analisi che costituisce la sfida vera alla quale è oggi chiamata la lotta per il superamento del capitalismo, per la rivoluzione, per il comunismo. E' una scelta di innovazione - non di “nuovismo” - che si compie attraverso la riappropriazione della lezione marxiana, a partire dalla linea interpretativa che individua con chiarezza il nesso causale fra l'incedere della ristrutturazione capitalistica ed il prodotto di crisi della politica, della rappresentanza e delle tradizionali forme della soggettività. Un grande movimento, dalle potenzialità ancora inesplorate, sfidando la globalizzazione capitalistica riapre nel concreto della lotta di classe lo scontro generale per la trasformazione sociale e per la liberazione. A noi tocca lavorare affinché questo movimento sprigioni ogni sua energia, ogni sua ricchezza, sapendo noi stessi ascoltare e capire, senza timidezze o reticenze.
Tiziano Bagarolo
Federazione di Milano
Il V congresso si propone di definire il profilo progettuale (rifondativo) del nostro partito, a 10 anni dalla sua nascita e in una fase interna e internazionale senz'altro in grande movimento. Da questo punto di vista la bozza di Tesi presentata dalla maggioranza è del tutto inadeguata. Sul piano analitico si caratterizza per la liquidazione della categoria dell'imperialismo per un concetto di globalizzazione che si identifica, in ultima analisi, con l'idea di un ordine unipolare planetario soggetto all'incontrastata supremazia Usa, a cui si contrappone solo il movimento antiglobalizzazione; concetto che cancella la natura imperialista dell'Europa (e dell'Italia), la natura e le responsabilità di organismi come Onu o Ue, le ragioni della crescente instabilità del quadro mondiale nonché la perdurante centralità della contraddizione capitale-lavoro.
Più in generale circola nelle Tesi della maggioranza una sgradevole enfasi sul "nuovo" ("nuova fase", “nuovo movimento operaio”, “nuovi comunisti”, "nuovo partito", ecc.) che è la spia in realtà, più che di una autentica e necessaria “innovazione”, di un mancato bilancio del nostro recente percorso politico (in primis il sostegno al governo Prodi) e di una adozione acritica di "nuove" proposte e identità (non violenza, Tobin tax, bilancio partecipato, Europa sociale, "disubbidienza civile") che più che arricchire l'identità comunista indicano un suo annacquamento rispetto alle culture (neoriformiste) prevalenti nel movimento antiglobalizzazione.
Analogamente sul piano della riforma del partito, la segnalazione di alcuni problemi veri del suo funzionamento sfocia in indicazioni del tutto vaghe o in proposte pericolose (pari dignità dei circoli e dei social forum)
Salvatore Ferraro
Federazione di Napoli
Un congresso serve a definire l'identità d'un partito. A che punto è il Prc? Abbiamo cominciato 10 anni fa con un "continuismo" acritico rispetto al Pci evitando i problemi che la caduta del “socialismo reale” ci poneva. Abbiamo continuato ad entrare nelle giunte e nelle coalizioni, con una supervalenza di “elettoralismo” e di dipendenza economica dal ceto politico istituzionale, a sostenere o contrastare governi e pagato con micro e macro scissioni il tentativo, fallito sempre, di condizionare l'Ulivo. Abbiamo annunciato "eventi" mai realizzatisi e, nella torsione tattica verso il movimento, manteniamo il continuismo con la “sinistra d'alternativa e plurale”. E' innegabile pertanto che le tesi in presenza di terrorismo internazionale, guerra, movimento no global e pacifista segnano una progressione nella definizione di alcuni tratti d'identità. Differenziatori restano l'idea di socialismo, stalinismo, transizione. Nelle tesi di maggioranza risultano elementi sfocati e senza ricadute sull'agire. “Tornando a Marx”, è necessaria una rivisitazione critica del ‘900, a partire dall’Ottobre e dall’Urss, ma con la Cina, la Korea, il Vietnam, Cuba, il Nicaragua, il togliattismo, le vie nazionali, l'eurocomunismo ed i marxismi interconnessi. Per noi è prioritaria la definizione d'elementi fondanti e discriminatori: socialismo (e comunismo), transizione (a che? come?), stato e potere, democrazia proletaria. Riflessione critica per l'identità teorica e non dato ideologico (falsa coscienza di sé), base della definizione programmatica e della costituzione materiale del partito, per la pratica della democrazia interna ed esterna. Il controllo, base della democrazia, ed il potere decisionale, lungi dall'esser posti sullo sfondo, debbono trovare la loro agibilità nella struttura del partito e nella sua strumentazione di lotta nella società civile (comitati popolari di controllo, consigli autogestiti e per l'autogestione).
P S. Ma degli aspetti della democrazia diretta consiliare ci occuperemo più dettagliatamente, se ce ne sarà concessa la possibilità, in un'altra prossima occasione.
Franco Grisolia
Direzione nazionale
Una delle tesi iniziali del documento proposto dalla maggioranza fa riferimento alla classica alternativa socialismo o barbarie. Il compagno Ferrero, nella sua relazione, ha affermato che vediamo svilupparsi la barbarie sotto i nostri occhi e che quanto all'alternativa socialista le condizioni non sono mature, senza altro aggiungere su quest'ultimo problema. Mi pare questo un punto centrale per comprendere il senso delle due proposte strategiche che si contrappongono nel nostro dibattito congressuale. Naturalmente è vero che le condizioni soggettive, cioè la comprensione da parte del proletariato e degli oppressi della necessità di porsi sul terreno di una alternativa di potere e di società, non sono mature. Sono però mature le condizioni oggettive: la crisi della società capitalistica, la instabilità globale, la tendenza ad una risposta di massa, “larvatamente anticapitalistica”. Compito di un partito comunista deve essere proprio quello di sviluppare la sua azione per colmare lo iato tra condizioni oggettive e soggettive. Da qui la proposta, che indichiamo nel documento di minoranza, di una battaglia di egemonia - in termini non meramente organizzativi, ma politico programmatici - nei movimenti di massa, guadagnando l'avanguardia larga di essi alla coscienza rivoluzionaria e indicando la prospettiva dell'alternativa socialista alle masse più larghe attraverso un sistema di obbiettivi transitori che, “partendo dalle attuali condizioni oggettive e dagli attuali livelli di coscienza portino inevitabilmente ad una unica conclusione: quella della necessità della rivoluzione socialista”, per usare la classica formula del marxismo. Di questo difficile lavoro, base stessa dell'esistenza di un partito comunista, non c'è traccia nel testo di maggioranza che ripropone il solito approccio riformista, in una quadro solo più “movimentista”, e ripropone la prospettiva della "sinistra plurale", cioè dell'ipotesi del blocco con una delle due formazioni dell'alternanza borghese, indicata come oggi più difficile, ma da perseguire ugualmente attraverso l’azione dei movimenti.
Una proposta quindi che proprio su questo terreno centrale si contrappone al salto di qualità nella loro coscienza e nelle loro prospettive politiche e programmatiche che appunto noi indichiamo come necessità e centralità obbligata della nostra azione.
Giorgio Colombini
Segretario Federazione di Modena
Un Partito teso a rinnovarsi per rispondere alle sfide della guerra, alla globalizzazione capitalista, necessita di rapporti con e nel movimento, ma, per garantirvi sviluppo abbisogna pure di lanciare ponti a quella sinistra moderata che non possiamo consegnare tout court alla burocrazia neocentrista, consolidatasi a Pesaro.
Nelle istituzioni la nostra presenza serve ad aprire spazi e varchi al movimento, ma attenti, senza alleanze rischieremo di essiccare ogni fiore che lo stesso movimento può produrre. Occorre dunque, che su contenuti programmatici e singoli problemi, si ricerchino alleanze evitando in esse solo le forze dichiaratamente borghesi.
Cesare Mangianti
Segretario regionale Emilia-Romagna
Considero profondamente sbagliata - e forse una inutile forzatura - la scelta di votare oggi le tesi congressuali disponibili solo da tre giorni. Quanti compagni le avranno ricevute? Quanti le avranno lette? Quanti saranno in grado di esprimere un voto consapevole? Condivido diversi punti del documento - in particolare la parte che riguarda il movimento - tuttavia mi pare che il tutto potrebbe rivolgersi meglio ad una associazione della sinistra che ad un partito e per giunta comunista. Le poche tesi riguardanti il partito - mi auguro che tutti noi vogliamo mantenere e sviluppare il nostro partito, un partito comunista - sono assolutamente "leggere", schematiche ed incomplete, manca in sostanza la centralità del partito. I compiti che ci accingiamo a svolgere, l'impresa che abbiamo intrapreso - partecipando attivamente al movimento come partito - richiedono non un partito leggero, ma forte, strutturato, radicato nel territorio e tra i lavoratori e così in grado di rapportarsi meglio con il movimento, senza riserve, in modo sinergico per il reciproco rafforzamento, del partito e del movimento. Non c'è analisi, salvo qualche tono critico, non c'è nulla che solleciti la discussione sulla organizzazione, sulla formazione dei quadri, sui circoli, sulla verifica dei dirigenti, sull'individuazione delle candidature per gli incarichi istituzionali. Ritengo che il corpo del partito sia sano, che sia ingeneroso, nei confronti di tanti compagni - che da 10 anni si sacrificano in un lavoro oscuro - parlare di "divisioni, lacerazioni e personalismi", almeno nella periferia. Quando queste ci sono, troppo spesso sono create, ad arte, da qualche sensibilità politica nazionale che alimenta conflitti alla base del partito. Non è più tollerabile che nel partito continui ad esistere una separazione sempre più netta tra chi svolge lavoro di massa, spesso umile e non gratificato, e chi da sempre svolge ruoli istituzionali, ad esempio a livello parlamentare.
Roberto Sconciaforni
Segretario Federazione di Bologna
Ritengo la bozza del documento congressuale non soddisfacente su alcune parti importanti pur condividendone altre. Il quadro internazionale che emerge dal documento è quello di un mondo sostanzialmente omogeneo e compatto. Ritengo invece che il crollo dell'Urss abbia fortemente riacceso la competitività tra i grandi stati capitalisti mentre il terreno militare e il ricorso alla guerra sono tornati ad essere strumenti privilegiati per la soluzione di controversie economiche e commerciali. L’Afghanistan come prima l'Iraq e la Jugoslavia, sono stati terreni di scontro fra stati capitalisti che, per nulla espropriati delle leve di comando economico, si contendono il controllo di aree strategiche. L’imperialismo e le contraddizioni interimperialistiche lungi dall'essere categorie inadeguate e fuorvianti, come viene detto nel documento, rappresentano strumenti da aggiornare ma assolutamente necessari per caratterizzare l'attuale fase di sviluppo capitalistico. Per quanto attiene il conflitto capitale-lavoro e il movimento dei lavoratori il documento non dedica ad essi la stessa attenzione e rilievo che viene giustamente riconosciuto al movimento no global. Pur in presenza di una situazione di divisione nel mondo del lavoro, le lotte dei lavoratori della scuola, del pubblico impiego ma soprattutto dei metalmeccanici ci parlano di una forte ripresa del protagonismo e della soggettività della classe lavoratrice e della necessità di un maggiore investimento politico su questa da parte del nostro partito. Infine sul partito. Nel documento alle analisi sui nostri limiti, che ci sono e alla necessità di innovazioni non seguono proposte concrete. Ritengo un grave errore però ricercare la soluzione dei problemi nella riforma più o meno radicale della nostra istanza di base, il circolo territoriale e di lavoro. E’ soprattutto grazie ai circoli che il nostro partito ha saputo resistere alle prove più dure. Questi, quindi, vanno rilanciati anche attraverso una maggiore formazione. L’utilizzo di competenze e interessi tematici deve avvenire attraverso un uso maggiore e più razionale di commissioni, gruppi di lavoro e comitati di scopo.