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CPN 24-25 novembre 2001 |
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Gli interventi 2 |
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Liberazione 4 dicembre 2001
Matteo Malerba
Direzione Nazionale
A dieci anni dalla nascita del partito si va al V Congresso con un bilancio negativo, con alle spalle tre scissioni ed una partecipazione disastrosa ad un governo borghese (Prodi).
Oggi alla vigilia della discussione irrompe nel confronto il tema della prospettiva strategica segnando ideologicamente il dibattito tra i compagni.
La conferma viene dalla discussione in commissione statuto, dove a partire dal preambolo emerge con forza la volontà di riportare nell'ordine genetico del Prc i grandi valori della Rivoluzione di Ottobre.
Organizzazione, movimenti, progetto anticapitalistico devono ritrovare il grande motore della storia comunista: il partito avanguardia dei lavoratori e della masse subalterne.
Sull'esito del confronto nulla è scontato, ma cresce sempre di più in tanti compagni l'idea del rischio che si corre sposando la teoria che il movimento è tutto, confortati dalla storia del '900, dove, in assenza di un grande partito a direzione anticapitalistica, il grande cuore è la forza dei movimenti più radicali sono falliti drammaticamente o assorbiti in compromessi sociali che li ha disarmati.
La tensione ideale e la forza dei movimenti no-global non sono pari a quelli del '19 in Germania o del '68, ma primi movimenti importati del cosiddetto "disgelo".
Genova, lo sciopero dei meccanici, la manifestazione contro la guerra dicono che le potenzialità di resistenza all'attacco delle condizioni di vita dei deboli esistono, ma lo scenario mondiale presenta un imperialismo feroce in cerca di “cibo” per la sopravvivenza dei suo sistema economico.
Mentre si conferma l'essenza dell'analisi leninista sull'imperialismo, ne consegue che crescita e radicalizzazione dei movimenti senza lo sviluppo di pari passo di un partito e di un progetto rivoluzionario non dà scampo a previsioni rosee per il futuro.
Rino Malinconico
Federazione di Napoli
Sono due i punti che scandiscono l'innovazione proposta dalle tesi: il rapporto col movimento e l'identità del partito. Non si tratta di un semplice aggiustamento, conseguente a quanto è venuto emergendo in questo straordinario 2001. Al contrario, siamo di fronte ad un nuovo percorso politico, ad una assunzione strategica, che anzitutto sposta il baricentro del Prc dalle istituzioni alla società, dando dell'antagonismo la cifra sua propria, di schieramento propriamente sociale, diverso e in prospettiva contrapposto alle dinamiche istituzionali, anche a quelle più avanzate. L'asse del movimento, di un partito prioritariamente impegnato a costruire schieramento sociale, forza gli orizzonti angusti della politica "tra partiti" e riapre la sfida, per noi decisiva, dell'anticapitalismo. Non è che diventiamo improvvisamente sordi agli appelli che ci vengono, per es., dal gruppo del "Manifesto", per un dialogo con la sinistra Ds e il rilancio della linea di “sinistra plurale”. Solo che nel nostro nuovo impianto, tali questioni di politica "partitica" divengono necessariamente il meno; e anzi, la loro praticabilità va misurata non "in sé" (come sarebbe in una logica politica separata) ma esclusivamente in relazione all'antagonismo sociale e ai grandi temi espressi dalla critica della globalizzazione capitalistica. Una tale impostazione postula ovviamente un parallelo rinnovamento del partito. E anche qui la proposta è forte, e va ben oltre i limiti del nostro funzionamento interno e al di là della insufficiente articolazione dell'intervento esterno. Il punto è proprio quello della nostra identità più profonda, perché le tesi, oltre a ribadire la contrapposizione tra la nostra storia e lo stalinismo, operano anche una salutare rottura con la cultura gradualista. Affermare che siamo un partito rivoluzionario, e non semplicemente un “partito di lotta e di governo”, implica molte cose. Sul piano dei riferimenti storici, significa la critica del togliattismo e di buona parte del comunismo del '900; sul piano dei rapporti internazionali, ci porta a privilegiare senza riserve le esperienze più innovative, anche se magari non vengono dalla tradizione terzainternazionalista; sul piano dell'agire politico, ci spinge in particolare verso percorsi che prefigurino il dualismo dei poteri e l'esercizio del contropotere; sul piano della proposta strategica, ci impone di riprendere il filo del consiliarismo e della democrazia diretta. Insomma, pur senza essere scevre affatto da pesantezze di scrittura, approssimazioni teoriche e insufficienze analitiche (per es., sulla nozione di imperialismo, sul ruolo reazionario delle attuali borghesie nazionaliste del sud del mondo e sull'idea stessa di comunismo), queste tesi danno finalmente un primo senso compiuto alla parola Rifondazione, che non a caso campeggia sulle nostre bandiere.
Sandro Barzaghi
Federazione di Milano
E' strumentale la divisione tra “partitisti” e “movimentasti”. Ci vuole più movimento: non solo per un’esigenza soggettiva, la rottura con l'autoreferenzialità, ma per un'esigenza oggettiva, data dal tipo di globalizzazione capitalistica, che, svuotando la democrazia rappresentativa e mettendo in crisi la mediazione politica e lo stesso ruolo delle istituzioni democratiche, ti costringe, se vuoi praticare una politica alternativa, a ricercare nella società quei rapporti di forza e quel consenso, che altrimenti ti sarebbero preclusi. Il vero nodo della discussione non è l'imperialismo, ma la globalizzazione capitalistica. La svolta che il documento di tesi ci propone, sta già nella linea politica che abbiamo cominciato a praticare e che ci ha consentito di conquistare una credibilità senza precedenti, a partire da Genova. Nello stesso tempo ci serve più partito: la domanda che i movimenti ci pongono è molto alta: quale altro mondo è possibile? Noi dobbiamo saper articolare una narrazione che parli a questi giovani del futuro. La sinistra europea non sa più narrare con la forza e la concretezza della semplicità. Né il "riformismo" è in grado di farlo, interno com'è alla gestione diretta della modernizzazione capitalistica. Per fare questo ci vuole un progetto politico alto, che non può essere assimilabile a quel modello statalista ed autoritario delle società post-rivoluzionarie in cui a cambiare era solo il titolo di proprietà, ma non i rapporti sociali di produzione e le relazioni gerarchiche nella società. La rottura con lo stalinismo, da una parte, e con la socialdemocrazia dall'altra, deve avere la stessa forza di rottura innovativa e rivoluzionaria di Lenin nei confronti della II Internazionale. Per questo non si tratta di cancellare i Circoli, ma di trasformarli in luoghi di relazione, di organizzazione sociale e di promozione del conflitto.
Franco Turigliatto
Direzione nazionale
Condivido la proposta di una svolta a sinistra del partito dentro l'ipotesi di un profondo rinnovamento delle sue pratiche e delle sue modalità di essere. Se non fossimo capaci di operare questa svolta il rischio di involuzione e paralisi sarebbe grande. Sottolineo gli elementi essenziali che condivido del testo: la necessità di costruire un'alternativa alla globalizzazione capitalista attraverso un grande movimento di massa internazionale superando qualsiasi impostazione campista; lo spostamento del baricentro del partito dal politico istituzionale al politico sociale e alla costruzione dei movimenti, rompendo con le concezioni togliattiane; la centralità della costruzione della sinistra alternativa per dare gambe al nostro progetto; la critica radicale dello stalinismo, senza cui è impossibile parlare alle nuove generazioni ed essere credibili sulla prospettiva di società democratica e socialista.
Su altri punti sono possibili e necessari degli approfondimenti.
Per esempio sul partito è possibile migliorare il testo chiarendo quali siano gli strumenti con cui partecipare con più forza e capacità operativa alla costruzione dei movimenti di massa. Poi ci sarà la difficile prova della pratica. Una ulteriore riflessione va operata sulla organizzazione dei soggetti sociali della alternativa, sulla loro autorganizzazione democratica, come condizione indispensabile della transizione e della credibilità di forme diverse e superiori della gestione del potere, chiarendo senza ombra di dubbio che quando parliamo di potere ci riferiamo non al partito, ma a queste forme democratiche di autorganizzazione delle masse, nelle loro diverse e complesse articolazioni.
Leonardo Masella
Capogruppo regionale Emilia-Romagna
Tralascio le molte parti che condivido delle tesi, concentrandomi su quelle che ancora non vanno, auspicando che un dibattito congressuale libero e unitario possa modificarle. 1) Faremmo un grave errore superando la nozione di "imperialismo" proprio ora che si stanno svelando le cause vere, imperialistiche, della guerra (petrolio e dominio militare, altro che lotta al terrorismo!). Proprio ora che si riaffaccia nel popolo di sinistra e nel movimento no-global la definizione di "imperialismo" per la politica americana, definizione cancellata dalla involuzione moderata del Pci nel decennio che ha preceduto e preparato la Bolognina. 2) Mancano proposte concrete in grado di rafforzare il partito e di rilanciare la militanza. Non si può solo dare addosso a federazioni e circoli, i quali hanno retto le due scissioni molto meglio dei gruppi parlamentari e del gruppo dirigente nazionale (e bisognerebbe chiedersi perché). 3) Va data molta più centralità alla ripresa della lotta di classe dei lavoratori (metalmeccanici, articolo 18, privatizzazione di previdenza, sanità e scuola). 4) La giusta analisi critica delle degenerazioni di pratiche ed esperienze del passato non deve portare, come hanno fatto i Ds, ad un giudizio liquidatorio della storia dei comunisti, in Italia (dentro e fuori il Pci) e nel mondo.
Gigi Malabarba
Presidente Senatori del Prc
Lavoriamo alla costruzione di un’“Internazionale dei movimenti sociali”, nel solco dell'intuizione zapatista e nel crogiolo dell'alternativa di Porto Alegre, come proiezione soprannazionale del nuovo movimento operaio in costruzione. Un aggregato politico e sociale, più simile - per gli attuali limiti oggettivi e soggettivi - al contesto della Prima che della Terza, lontano da logiche di sommatoria di forze comuniste, oggi spesso residuali e continuiste. No alla guerra e internità al movimento le discriminanti: non basta “dirsi” comunisti. Se il vecchio movimento operaio non esiste più, ma il conflitto di classe è persino più forte ed entra in relazione col movimento, lì è il luogo del nostro agire. La "rottura" con il funzionamento liturgico si può realizzare non solo scrivendolo sulla tesi, ma sperimentandolo in alcune realtà e - con il metodo dell'inchiesta - studiandolo e poi generalizzandolo nel partito. In caso contrario, i più attivi privilegeranno i Forum sociali, non conquisteremo nuovi iscritti dal movimento e il partito resterà nelle mani dei "conservatori". Occorre più coraggio nell'innovazione e concentrare il dibattito sull'attuazione della svolta che rompe con l'eredità stalinista e togliattiana.
Saverio Ferrari
Gruppo regionale Lombardia
Il lavoro della Commissione politica ha consentito di correggere e arricchire il testo delle tesi. Questo risultato permette ora, fatto non scontato, di sviluppare una dialettica all'interno del documento. Permane da parte mia un dissenso di fondo riguardo la proposta politica che viene avanzata, così ancorata al solo dato immediato del movimento da esaurirsi in realtà unicamente nell'idea del suo sviluppo. Il trasferimento al movimento di tutti i compiti, dalla ricomposizione dei soggetti sociali fino alla stessa prospettiva della sinistra alternativa, compie una forzatura delle possibilità reali dello stesso movimento, che da un lato descriviamo come composito, pervaso da un anticapitalismo latente e plurale per riferimento teorici e culturali, e dall'altro vediamo già in grado di prospettare uno sbocco politico e sociale definito. Di qui anche la semplificazione e la riduzione, nelle nostre analisi, della complessa realtà politica e sociale del paese; l'idea che solo per la via del movimento si possano far evolvere i rapporti a sinistra; il rischio di infilarsi nell'imbuto di una concezione del conflitto unicamente come scontro diretto fra movimento e istituzioni. Non si coglie in tutta la sua drammaticità la realtà italiana e come questo movimento non sia in grado da solo di contrastare il blocco delle destre.
E' necessario darsi una politica che promuova alleanze sociali più larghe e operi da subito verso più interlocutori politici. Non è possibile ridurre la crisi dei Ds e valutare la sinistra che al congresso si è manifestata sulla base della semplice dinamica astratta dei ceti politici, non vedendo legami sociali ed il nodo più generale delle prospettive della sinistra nel nostro paese. Se non si sarà in grado di indicare una prospettiva più ampia non si riuscirà probabilmente neanche a perseguire l'obiettivo della sinistra alternativa e quello di una piattaforma dell’opposizione di governo.
Roberta Fantozzi
Segretaria federazione di Pisa
Valuto assai positivamente la bozza di tesi congressuali che il Cpn ha licenziato e credo che, non solo possa far compiere all'insieme del partito un salto di qualità reale, ma che sia nostro compito portare il dibattito congressuale anche "fuori di noi", nella relazione con tutte quelle soggettività con cui stiamo costruendo una parte fondamentale della nostra iniziativa. Le tesi infatti: 1. Individuano gli elementi di discontinuità della “rivoluzione capitalistica restauratrice”, con il suo carico di regressione e di messa a rischio del futuro dell'umanità e indicano nel movimento che la contrasta il soggetto che si pone al livello delle contraddizioni esistenti per i caratteri che questo movimento ha (il suo essere mondiale, il suo andare anche oltre la dimensione redistributiva, ponendo in discussione nodi di fondo dell'attuale assetto capitalistico); 2. individuano l'asse strategico della nostra proposta politica di fase nella costruzione della sinistra di alternativa, non come sommatoria politicistica, ma come assunzione del baricentro della nostra iniziativa sul terreno della società e dei movimenti e dunque come ricomposizione dell'insieme dei "soggetti vittime dello sfruttamento e dell'alienazione"; 3. avviano un percorso di sistematizzazione sul piano teorico degli elementi della rifondazione comunista. La "contestazione della gerarchizzazione sociale che si produce nei processi produttivi" e dunque l'individuazione di un'idea di liberazione umana non solo in termini di modifica degli assetti proprietari, ma in termini di poteri e saperi, la centralità del concetto di limite contro ogni paradigma sviluppista, l'assunzione dei percorsi della rivoluzione e liberazione femminile, la rideclinazione del tema del potere e l'assunzione della democrazia come fine ne sono, per titoli, gli elementi più significativi.
Paolo Zammori
Segretario Federazione di Massa Carrara
Se la Rifondazione è necessaria, occorre maggior capacità di confronto reciproco: rimangono nei documenti zone d'ombra teoriche con conseguenze sul piano dell'azione. Si arriva da una parte a posizioni contrapposte basandoci su schematizzazione di concetti quali imperialismo, globalizzazione, egemonia, non-violenza, dall'altra a non chiarire questi stessi concetti rimanendo nella non chiarezza teorica. Occorre invece approfondire, non piegare le analisi ai propri desideri: si arriverebbe a sintesi corrette. Sulla nozione di imperialismo-globalizzazione sono insieme veri gli aspetti che portano invece a una differenziazione. E’ vero che lo stato-nazione si è indebolito a favore di organismi internazionali come è altrettanto vero che lo stato-nazione riacquista i suoi poteri forti specie durante le crisi.
Alessandro Leoni
Segretario regionale Toscana
Prendo atto, favorevolmente, che i lavori della Commissione tesi e poi dello stesso Cpn si siano svolti in un clima di, non solo formale, rispetto ed attenzione. Non era scontato. La mia astensione, sull'attuale versione del "documento", deriva dalle seguenti considerazioni: la teoria leninista sull’imperialismo resta il punto più alto, esistente, d’interpretazione della realtà internazionale; evidentemente non nella sua espressione descrittiva del panorama mondiale, inevitabilmente datata, ma nella sua essenza teorica che fa discendere i conflitti, le guerre da precise esigenze del capitalismo. Dunque corretta necessità d'adeguamento e sviluppo di quella teoria e non già il suo "superamento" come si è, invece, voluto scrivere nelle tesi. Ritengo, altresì, debole la parte propositiva sul partito, debolezza che finisce non solo per squilibrare il giudizio, ma anche per rendere ambigua la prospettiva stessa di un suo rafforzamento. Troppo esigui i riferimenti al ruolo della classe e alla questione, strettamente collegata, sindacale. Maggiore rigore e precisione sulla questione della crisi della democrazia rappresentativa, soprattutto troppo vaga e generica la parte riguardante l'iniziativa necessaria per rispondere a questa strategica sfida. Tralasciando il riferimento alle, ancora troppe, lacune presenti (questione meridionale, attualizzazione dell'impegno antifascista, ecc...), concludo questa breve nota sottolineando la necessità di un approccio più rigoroso, meno subalterno all'egemonia della cultura liberale rispetto la nostra storia, l'identità storica dei comunisti e denunciando la mistificazione avvenuta sul voto con cui il Cpn ha respinto, giustamente oltre che legittimamente, la predeterminazione della “quota” femminile al 40% degli organismi dirigenti. Un voto contro la logica delle “lobbies” e non già contro le compagne!
Alì Ghederi
Federazione di Teramo
Credo che il percorso di analisi circa i rapporti "strutturali" con i Movimenti sia ancora in una fase spontaneista e sentimentale che ritengo abbia bisogno di maggiori analisi di tipo organizzativo e di strategia complessiva. Penso che la ricerca, a volte spasmodica, di continui interscambi con le pratiche o/e visibilità dei Movimenti possa continuare ad essere - in molte realtà - un modo alquanto "schizofrenico" di "cambiare cappello" e trasformarsi da partito a circolo di base, a Movimento antiglobal, movimento per la pace, comitato per la salute, comitato per l'ambiente continuando a riversare le nostre energie senza che la nostra generosità "costruisca" davvero i movimenti. Possono sembrare parole ciniche, ma in molte realtà dobbiamo decidere se essere movimentisti spesso solo virtuali o se non sia il caso di destinare i nostri sforzi di partito (circoli, federazioni, iniziative...) a far prevalere alla foga di travestimento in movimento, l'essere "solo" - in quanto comuniste e comunisti che hanno scelto di militare in un partito - elementi di sviluppo delle criticità dei sistemi nel proprio territorio e quindi stimolo e supporto perché i movimenti nascano realmente sulla difesa di interessi reali e bisogni concreti del territorio... oltre noi ed anche al di là di noi. Solo allora potremo porci il come rapportarci - in quanto partito - ai movimenti. Credo allora che questo percorso non possa trovare scorciatoie fascinose e moderniste quali il superamento dei circoli di cui si parla, ma i nostri sforzi devono essere indirizzati quotidianamente per rivitalizzare tanti circoli - per esempio in tante realtà periferiche o nel Meridione - che segnano deficit preoccupanti di partecipazione e che avrebbero bisogno primario di costruire in modo costante e continuo iniziativa politica per “seminare” antagonismo e sviluppare diffusa coscienza critica contro il capitalismo o anche solo contro questo sistema liberista. Oggi il Movimento è una realtà, non lo si può negare, la vera domanda e materia da contendere invece è la strategia politica, l'obiettivo che questo movimento persegue, è unico, diversificato e che rapporto può avere con i nostri obiettivi strategici? Io credo che sia necessario un partito radicato e strutturato per poter sostenere e far vivere un movimento, siamo complementari, una complementarità vitale per noi e per il movimento. Il nostro impegno quindi deve essere destinato e misurato nella capacità di rifondare, realizzare e praticare il progetto di partito di massa anche quale strumento e - nello stesso tempo - avanguardia dei Movimenti antagonisti reali per la trasformazione della società.
Mario Ricci
Segretario regionale della Toscana
La preparazione del V Congresso del partito si svolge dentro scenari internazionali e sociali che segnano grandi sconvolgimenti e repentine svolte: guerra globale - movimento dei movimenti - fine delle politiche sociali concertative.
La fine di tale concertazione passa, non casualmente, per la contrapposizione tra i due punti più alti del conflitto sociale: la Fiom e la Confindustria.
Da una parte, finalmente, la presa di coscienza, di una impossibilità a sopportare oltremodo i vincoli e le deregolazioni dettate dalla centralità dell'impresa e del mercato, dall'altra la determinazione dei padroni di chiudere definitivamente i conti con gli ultimi bastioni di resistenza sociale.
Il 6 luglio rappresenta un grande atto di coraggio: la rottura della Fiom può assumere una valenza strategica.
Siamo oltre il disgelo. Il nuovo quadro sociale e di movimento è anche il prodotto della “nostra resistenza” e della nostra capacità di analisi e di prevalenti comportamenti politici e di pratica sociale.
La discussione, quindi, sui primi materiali congressuali deve partire da qui, dalla necessità cioè di una valutazione oggettiva dei processi di questi ultimi anni e dell'apporto del Prc e della sua determinazione.
Il mio giudizio su di noi è nettamente positivo: abbiamo saputo tenere ferma la barra di classe sui grandi temi della globalizzazione e sulle politiche nazionali di accompagnamento.
A distanza di alcuni anni si può finalmente ribadire il valore strategico che abbiamo assegnato alla rottura col governo Prodi. Essa non era affatto giocata sul terreno identitario e massimalista, ma era compiutamente piegata alla rappresentazione di un punto forte contro la cooptazione e la omologazione al modello sociale dominante. Da ciò ne deriva la stessa nostra partecipazione organica alla costruzione ed allo sviluppo del movimento no-global, luogo non solo di ricostruzione della politica, ma essenziale per l’ideazione e per la crescita della sinistra alternativa plurale.
Perciò, prima di dividerci sulle caratteristiche del movimento (anticapitalista-antiliberista-di classe) possiamo attribuire ad esso un ruolo fondamentale nelle lotte contro la globalizzazione e contro le politiche neoliberiste? In assenza del popolo di Seattle, di Praga, di Genova sarebbe stata possibile la “rottura” della Fiom coi 15 anni di relazioni concertative, che hanno non poco determinato i processi di frammentazione e di scomposizione del mondo del lavoro?
Quindi noi siamo chiamati ad una discussione di concretezza e di reimpostazione teorica sui grandi temi della transizione, e per leggere adeguatamente, al fine di contrastarli, i processi di globalizzazione capitalistica.
Fausto Sorini
Direzione nazionale
I risultati del Prc negli ultimi tre anni sono in buona parte positivi: ruolo propulsivo nella mobilitazione contro due guerre e nella ripresa delle lotte operaie e giovanili, autonomia e tenuta elettorale nella morsa bipolare, Genova... In questa prassi che ci accomuna, collochiamo convergenze e divergenze su questa prima bozza di Tesi (che mi inducono oggi ad un voto di astensione). Bozza che risente di scarsa collegialità, del tutto provvisoria, perciò sottoposta ad una prima consultazione nel partito, per essere modificata e arricchita con il concorso di tutti. Condivido la scelta di centrare l'analisi sul contesto mondiale, non quella di considerare “superata” la nozione di imperialismo, che va semmai aggiornata. Condivido la scelta di contribuire alla costruzione di un movimento nazionale e internazionale per una alternativa alla globalizzazione capitalistica, per la pace e il disarmo. Esso non si esaurisce nell'attuale configurazione del movimento “no-global”, che ne è parte importante, ma parziale. Il suo sviluppo richiede il coinvolgimento dei movimenti operai e di liberazione del mondo intero, delle loro organizzazioni politiche e sindacali più avanzate, dei governi progressisti e non omologati (ad es. Cuba, ma non solo). Condivido l'esigenza di fare i conti con razionalità e rigore con tutte le pagine oscure della nostra storia, non solo quelle connesse a Stalin, senza rimozioni: ad es., i massacri che segnarono alcune fasi e tendenze della Rivoluzione culturale cinese, le stragi dei Khmer rossi, le aberrazioni di Sendero luminoso, ispirate da altre matrici ideologiche. Va invece respinta una interpretazione liquidatoria del patrimonio storico e teorico del movimento comunista del '900, non riducibile a un cumulo di macerie e di “fallimenti”. E così pure alcune propensioni - prive di scientificità - a contrapporre un Gramsci sterilizzato a Lenin, di cui è viceversa interprete creativo. Condivido la riaffermazione della “necessità del partito comunista” e della sua autonomia, l'esigenza di innovazioni radicali nella sua organizzazione, e proprio per questo trovo carente e povera di proposte la parte relativa al "che fare". Discutiamo serenamente, senza etichettature caricaturali delle posizioni altrui, che fanno solo male al partito. Evitiamo il plebiscito, discutiamo le tesi. Da anni diversi partiti comunisti (francesi, portoghesi, sudafricani, indiani...) non votano più relazioni o conclusioni del segretario, ma solo proposte di risoluzione elaborate collegialmente, per superare ogni personalizzazione.
Francesco Ricci
Direzione nazionale
Le tesi maggioritarie per il Congresso vengono presentate come una “svolta a sinistra”. In realtà esse recuperano alcune parole che sembravano dimenticate, come “transizione” e addirittura “rivoluzione” ma contemporaneamente rimuovono: a) l’obiettivo di costruire un partito d'avanguardia e definiscono la conquista della maggioranza dei lavoratori “antica tentazione egemonica”; b) la necessità di costruire una nuova direzione del movimento operaio fondata sull'indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi, riproponendo viceversa il canovaccio già sperimentato negli anni Novanta: "ritmare accordi e rotture, patti e conflitti"; c) la questione strategica del potere, aderendo alla teoria anti-marxista della “non violenza” e rinunciando quindi a porsi il problema - ineliminabile per la “transizione” - della resistenza violenta delle classi dominanti ad ogni processo anticapitalistico; d) l'obiettivo di un "Ordine Nuovo", sostituendo all'idea della democrazia dei Consigli dei lavoratori una democrazia (come “fine”) in cui i lavoratori possono al più consigliare i governi della borghesia (modello "bilancio partecipativo" di Porto Alegre); e) la categoria dell'imperialismo a favore di confuse teorizzazioni "nuoviste" che inibiscono ogni analisi materialista del mondo contemporaneo (e supportano la grottesca richieste di un’Europa “maggiormente attiva sulla scena mondiale”).
A livello politico si ripropone la prospettiva di costruire (per il 2006?) una sinistra plurale di governo con i Ds di Fassino (che pure vengono giustamente definiti neocentristi) e con l'insieme del centrosinistra (con cui si continua a governare in tante città e regioni). In definitiva c'è la parola “rivoluzione” ma, rovesciando una vecchia pubblicità, in politica non “basta la parola”. Per questo con altri compagni ho presentato un documento alternativo.
Andrea Ricci
Segretario regionale delle Marche
Con il documento di tesi predisposto dalla Commissione Politica mettiamo finalmente al centro della nostra discussione la questione della rifondazione. La crisi del processo di globalizzazione capitalistica, con il contemporaneo emergere di una nuova critica di massa al dominio del capitale espressa su scala internazionale dal movimento no global, ci impone di superare senza ambiguità i residui legami con una tradizione gradualista e lineare del processo storico, di cui lo stalinismo, è stato la più compiuta e negativa espressione. L’esito attuale della globalizzazione capitalistica è lo stato di guerra permanente in tutte le dimensioni della vita sociale. Una guerra però che non si lascia leggere solo con i vecchi strumenti della geopolitica e degli interessi nazionali. In questa nuova fase, il tema della rottura, della trasformazione, e quindi della rivoluzione in senso gramsciano, torna, dopo una lunga parentesi storica, ad essere il terreno di azione per i comunisti. La proposta politica, non nuova, della costruzione di una sinistra di alternativa si declina oggi in termini diversi dal recente passato, avendo come fulcro il terreno del conflitto sociale e culturale più che quello dello schieramento politico. La necessità storica di un Partito comunista, protagonista insieme ad altri nella lotta per la trasformazione, esce rafforzata in questa prospettiva. Occorre però comprendere che la riforma del nostro modo di essere e di funzionare è ormai un nodo ineludibile. Purtroppo, il pessimo segnale dato in questa riunione del Cpn con la bocciatura dell’emendamento al Regolamento congressuale sulla presenza delle compagne ai congressi, dimostra che ancora lunga è la strada da compiere. Il tempo a disposizione però non è tanto. Dobbiamo accelerare se non vogliamo perderci per strada.