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CPN 24-25 novembre 2001 |
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Gli interventi 1 |
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Liberazione 4 dicembre 2001
Marco Bertorello
Federazione di Genova
Finalmente si è avviato un processo innovativo che potrà permettere un riadeguamento di strategia, di linea politica e, per certi versi, di identità tale da rendere il nostro partito un po' più all'altezza dei tempi e delle difficoltà che incombono. L’elemento centrale della nuova elaborazione permette, ripartendo dal movimento no-global e dalle lotte dei metalmeccanici, di spostare il nostro baricentro dall'azione politico-istituzionale a quella politico-sociale. Tale riposizionamento non può essere banalizzato intendendolo come un percorso di abbandono del nostro impegno istituzionale. Il nucleo della proposta politica per il congresso sta proprio in questo passaggio. Qui si impone la svolta a sinistra del partito, da qui si deve partire per praticare l'innovazione a tutti i livelli, dai Circoli alla Segreteria nazionale, perché sia una svolta non semplicemente annunciata, ma praticata dall'intero corpo militante del partito stesso. Riuscire in questa impresa potrebbe rappresentare l'uscita dalle secche del Novecento, l'inizio di un possibile percorso di conflitti e di alternativa che ponga al centro le classi subalterne, con la loro nuova morfologia. Tale percorso non potrà prescindere dalla sperimentazione di processi di autorganizzazione di classe in grado di riattualizzare un progetto di transizione, per poter nuovamente parlare a grandi masse del cambiamento, per rimettere nell'agenda l'obiettivo della trasformazione dell'esistente.
Alberto Burgio
Federazione di Bologna
Sul metodo: non pare che scandire ogni passaggio della fase pre-congressuale a colpi di votazioni attesti la volontà dichiarata di voler favorire la discussione più aperta nel corpo del partito. Diffondere un documento politico votato in Commissione e nel Cpn significa dare ai congressi territoriali una indicazione precisa e condizionante. Perciò mi sono astenuto in entrambe le occasioni. Mi sono astenuto anche per motivi di merito. Le tesi negano spazio alla politica, intesa non come sfera istituzionale, ma come costruzione di soggettività e di relazioni sociali. Questa è la conseguenza dell'idea che ormai il capitale domini senza mediazioni la società (tesi 10 e 14). La fonte di questa analisi è Toni Negri. Il segretario assicura che non è vero: a suo giudizio, Negri prevede una strategia pacifica di autosottrazione dal dominio capitalistico che le tesi negano. Ma le analogie sono innegabili e non concernono solo l'idea del "comando unipolare del mondo" (tesi 15) ma appunto anche la tesi della fine della politica come “sfera di mediazione tra forze sociali in conflitto”. E come Negri pensa che il soggetto rivoluzionario ("operaio sociale" o “moltitudine biopolitica”) sia immediatamente generato dal capitale, così le tesi presentano il movimento no-global come frutto spontaneo della "globalizzazione", dotato per natura di capacità critica e strategica e quindi bisognoso soltanto di crescita quantitativa.
Gabriele Donato
Coordinamento nazionale Giovani Comunisti
La necessità di un impianto di tesi alternative a quelle elaborate dalla maggioranza del gruppo dirigente scaturisce, anche dalla crisi politica in cui si sono impantanati i Giovani Comunisti: l'esito di anni di attività durante i quali è stato praticato l'orientamento che oggi le tesi della maggioranza sistematizzano, e che si è caratterizzato per la rimozione dei tema della costruzione di un'autonoma strategia rivoluzionaria. La teorizzazione della rinuncia a condurre nel movimento anti-globalizzazione una battaglia politica per l'evoluzione del suo anticapitalismo da uno stato latente ad uno nitidamente consapevole ha comportato di fatto l'accodamento dei Giovani Comunisti alle opzioni politiche più moderate.
L’alleanza organica sulla quale l'Esecutivo è convenuto con i vari Casarini, Caruso e Farina rappresenta una scelta grave, in quanto vincola la nostra organizzazione giovanile all'accordo con quanti, negli ultimi anni, hanno esplicitamente rifiutato di porsi sul terreno del conflitto di classe per abbracciare le tesi del più generico radicalismo interclassista.
Nel confronto congressuale ormai avviato il Prc non potrà evitare di fare un bilancio schietto di questa esperienza: esiste infatti il rischio che il partito si trasformi in un'aggregazione di romantici "disobbedienti" collocati ai margini del movimento operaio.
Rita Ghiglione
Direzione nazionale
L’impianto generale delle tesi congressuali è condivisibile ma persistono perplessità sull'analisi del movimento, sul sindacato e sul partito. Il documento è troppo sbilanciato sul movimento no-global e va riposizionato sulla lotta dei metalmeccanici che può segnare la chiusura di una fase concertativa, la possibile ripresa di un nuovo ciclo di lotte per una nuova politica salariale e sociale. Ventotto anni di sindacato in una fabbrica metalmeccanica mi insegnano che la società si cambia quando si migliorano le condizioni di vita e di salario dei lavoratori. Nel mondo del lavoro c'è consapevolezza del disastroso decennio del sindacato e voglia di riprendere a lottare. Avverto il rischio che un surplus di valorizzazione del movimento no-global non contribuisca a legare la ripresa di queste lotte con le battaglie che sono, da sempre, proprie dei comunisti per una società ed un mondo più giusto.
Il partito. Abbiamo bisogno di un partito forte, organizzato, radicato e non settario, soprattutto nei luoghi di lavoro, nelle periferie e nelle grandi città, in grado di attuare iniziative, vertenze, lotte e dibattiti. Un partito che non si chiude ma apre i suoi circoli e le sue federazioni ai giovani, alle donne per agire la politica. Insomma, un forte partito di massa.
Il sindacato. Necessitiamo di una vera inchiesta: dove sono i nostri compagni, qual è ad oggi la loro presenza maggiore? Non è il momento di iniziare a chiedere ai compagni/e di entrare nelle Rsu, delle categorie come struttura per rafforzare la sinistra dentro la Cgil?
Damiano Guagliardi
Segretario regionale della Calabria
Scompare per la prima volta in un documento congressuale il Mezzogiorno come questione centrale della crisi democratica, politica e sociale del Paese.
La questione meridionale, nella sua complessità di intreccio di questione sociale, gestione delle risorse, occupazione del potere di lobbies e crisi del sistema democratico e delle rappresentanze, non può essere risolta dando al Sud la patacca di "laboratorio" di uno sviluppo economico altro.
Il Mezzogiorno mette a nudo l'attuale enfatizzazione, della fase rivoluzionaria soprattutto quando si trascura la sua realtà che non offre sbocchi con la politica. La cooptazione del conflitto sociale, come forma di grande debolezza nella rivendicazione dei diritti fondamentali e dei minimi salariali e nell'incapacità di arginare il sistema di precariato diffuso, il controllo extraistituzionale e a-legale delle risorse pubbliche, ormai destinate a consolidare il “laboratorio di gestione privatistica e classista” della società meridionale, la crisi del sistema dei partiti meridionali, sono purtroppo rimossi dalla nostra analisi.
Anche l'idea di innovazione del Partito non guarda al Mezzogiorno, ma introduce astratte forme di innovazione. Ci siamo mai chiesti come sia possibile organizzare le “case dei popoli” o le “camere dei lavori”, quando in una qualsiasi piccola realtà urbana non hai la possibilità materiale, economica e organizzativa di potenziare il circolo?
Ritengo, infine, l'eletto il punto fondamentale del conflitto politico e sociale. Non per una presunta continuità di cultura togliattiana. Di fronte al maggioritario al bipolarismo, oggi diventano luoghi di mediazione della politica gli enti locali, e non gli eletti generici. Ciò vale per il piccolo paese di Calabria, come per il comune di Roma.
Mi asterrò dal voto del documento perché non condivido la modalità di una scelta che ha ragion d'essere solo nel Comitato Politico di dicembre.
Domenico Jervolino
Responsabile nazionale università
Il documento elaborato dalla Commissione Tesi formula in modo efficace la linea politica che abbiamo sperimentato già in quest'ultimo anno e che è la linea di cui abbiamo bisogno per crescere come partito e per far crescere un'alternativa nel nostro paese. Siamo finalmente usciti da una fase di pura resistenza e già possiamo intravedere una prospettiva politica che meriti il nome di rifondazione
Nell'università, sta procedendo un lavoro politico che punta ad incidere anche sul funzionamento dell'istituzione nel suo complesso: la proposta di un forum sociale universitario non solo ci apre nuovi spazi politici, ma fa crescere insieme partito e movimento.
Circa uno dei punti sollevati nel dibattito, vale a dire l'analisi del mondo cattolico, voglio sottolineare come le posizioni conservatrici e neo integraliste delle gerarchie vaticane (che spesso coesistono con posizioni populistiche e interclassiste sul piano sociale), non hanno impedito né l'impegno sociale di un vivace cristianesimo di base né eliminato le contraddizioni di una realtà complessa e variegata che è stata giustamente al centro dell'attenzione di Gramsci. Una nuova stagione del comunismo italiano dovrà necessariamente confrontarsi con analisi articolate e approfondite della "questione cattolica" che sappiano cogliere tutte le facce di tale realtà e incidere in essa, così come, a livello globale, filosofia e teologia della liberazione sono diventati ormai interlocutori essenziali di un pensiero politico rivoluzionario che sappia essere all'altezza della fase storica.
Antonio Moscato
Federazione di Lecce
Condivido l'asse politico del documento, che riflette e sistematizza la scelta del partito di consolidare il processo avviato con la rottura con il governo Prodi, e concretizzatosi poi con la presentazione autonoma nelle ultime elezioni, l'inserimento nel movimento di Genova, e nella straordinaria manifestazione del 10 novembre.
Tuttavia la prima stesura del testo mi era parsa insufficiente, soprattutto nei riferimenti ad alcuni grossi nodi teorici, come l'imperialismo e le contraddizioni interimperialiste, gli accenni sprezzanti al centralismo democratico (che era assai diverso da come è stato presentato per decenni dalla vulgata staliniana e togliattiana). Nella fase di rielaborazione tuttavia alcuni di questi punti sono stati modificati, accogliendo alcuni significativi emendamenti.
La versione attuale contiene ancora formulazioni che non mi sembrano efficaci per riarmare teoricamente il partito. Ad esempio la trattazione della questione dell'imperialismo. Non si tratta di riprendere alla lettera le formulazioni di Lenin nel 1916, o di Bucharin nel 1919, ovviamente legate all'analisi di quella fase di crisi profonda del capitalismo. Il problema è tutto politico: abbandonare il concetto di imperialismo per quello generico e onnicomprensivo di "impero", fa sottovalutare un aspetto importante dell'imperialismo, quello economico (con le esportazioni di capitali che si aggiungono a quelle delle merci), e soprattutto concentra l'attenzione solo sull'imperialismo statunitense (certamente il più forte economicamente e ancor più militarmente), “assolvendo” quindi quelli europei (compreso quello italiano), come si è fatto per decenni da vecchia e nuova sinistra.
Ma il congresso si fa sulla linea, non sul confronto di differenti concezioni teoriche. Sull'imperialismo, lo stalinismo, il togliattismo, “non basta un voto in un congresso”. Vuol dire che, al di là della discussione sulle tesi, serve un ampio dibattito scritto in cui sulla nostra stampa possano confrontarsi, per la prima volta in dieci anni, le diverse interpretazioni teoriche, senza censure o reticenze, e senza fretta di arrivare a un voto.
Annamaria Rivera
Federazione di Roma
La bozza di tesi congressuali, proposta dalla Commissione politica, benché ancora suscettibile di limature e di qualche approfondimento, mi sembra proponga un'analisi e una linea adeguate ai tempi presenti: tempi in cui l'intreccio fra terrorismo internazionale e guerra planetaria, tendenzialmente permanente, e fra questi e il razzismo, disegnano uno scenario temibile per le sorti della convivenza civile e della democrazia, e per lo stesso destino dell'umanità. Di fronte a un tale scenario l'arroccamento intorno a formule, categorie e pratiche politiche stantie sarebbe davvero una iattura, sancirebbe la nostra progressiva scomparsa e riduzione a un ruolo residuale. Non si tratta di scegliere il "nuovo" a tutti i costi: si tratta invece di compiere un salto di qualità nell'analisi e nelle proposte che sia capace di "mordere" la realtà e di provare a cambiarla. Al di là di qualche superficialità (trovo, per es., che la tesi dedicata al terrorismo islamista sia davvero insufficiente) mi sembra che qui vi sia il tentativo di disegnare la soggettività comunista del nuovo secolo: in tal senso vanno la critica ai limiti strutturali del nostro partito, alle sue liturgie, ai personalismi, alla concezione rigidamente gerarchica, ma soprattutto la decisione di essere interni al “movimento dei movimenti”, la dichiarata volontà del superamento del carattere “biancocentrico” del partito, la centralità del paradigma di genere. A questo proposito, trovo che sia stato un grave errore aver respinto la proposta del segretario, che rappresentava una dignitosa mediazione fra la proposta di una rappresentanza seccamente paritetica dei due generi e il "30% tendenziale" proposto nella bozza di regolamento congressuale.
Michele Rizzi
Federazione di Bari
La nostra discussione precongressuale ci invita ad una scelta strategica che il V Congresso del nostro partito deve varare per i prossimi anni: avanzare una prospettiva riformista di “governo della sinistra plurale” per il dopo Berlusconi, assieme ad un Centrosinistra, la cui stragrande maggioranza ha votato per la guerra, attraverso la "cornice" del movimento no-global, oppure puntare su di un orientamento marxista e rivoluzionario che abbia come cardine l'autonomia di classe da qualsiasi schieramento della borghesia, sia esso di centrodestra che di centrosinistra, attraverso un forte radicamento dei comunisti nel movimento antiglobalizzazione, creando un'egemonia alternativa a quella riformista che fino ad ora ha avuto indubbiamente la meglio. Io credo che la seconda opzione strategica sia la più confacente ad un progetto di Rifondazione comunista, che non può non dare una prospettiva di alternativa di classe al movimento operaio, ai disoccupati, agli immigrati e a tutti gli sfruttati. Ritengo dunque che le parole d'ordine della lotta di classe al capitalismo e alle sue barbarie che producono religioni ed odi etnici, sfruttamento e terrorismo imperialista debbano diventare la base dell'azione politica del nostro partito e del movimento che vuole egemonizzare, mettendo definitivamente in soffitta teorizzazioni pacifiste, da sempre nefaste per le sorti del movimento operaio, partendo dalla preparazione di un congresso che sia realmente di svolta e non una ulteriore occasione per riapprocciarsi al centrosinistra e alla cosiddetta “sinistra plurale”.
Biagio Stabile
Federazione di Potenza
In questo congresso dobbiamo fare una profonda riflessione che va immediatamente trasferita in tutte le nostre organizzazioni periferiche. Questa del V congresso è dunque la prima vera occasione di dibattito politico sulle grandi questioni del comunismo di ieri e di oggi. Federazioni e circoli devono diventare luoghi di dibattito aperti soprattutto ai giovani a partire dai problemi internazionali, globalizzazione, imperialismo. L’analisi svolta dal compagno Bertinotti per quanto riguarda la gravità della situazione politica nazionale ed internazionale mi pare convincente, e mi pare giusta l'indicazione di ricostruire un grande movimento di opposizione sociale e politico. Quello che invece non mi trova d'accordo è la proposta politica, cioè aprirsi solo al movimento no-global. Io credo che occorra un progetto unificante di tutti coloro sono in conflitto con questa società: nella nostra strategia è centrale la ricostruzione del blocco sociale antagonista, a partire dagli interessi della classe operaia. La fase ci impone uno sforzo teorico e culturale, Marx e Engels si misurarono con la rivoluzione industriale - Lenin e Rosa Luxemburg con l'imperialismo. Noi oggi dobbiamo misurarci con la globalizzazione capitalistica per costruire un grande partito comunista rivoluzionario.
Michele Terra
Direzione nazionale
La guerra in Afghanistan e, prima ancora, la violenza poliziesca di Genova hanno modificato il quadro politico internazionale e nazionale, riproponendo il volto brutale del capitalismo fatto di guerre imperialiste e repressione nei confronti del dissenso. Si ripropone, quindi, un'analisi di classe che riconosca l'attualità della categoria dell'imperialismo. Nel testo proposto dalla maggioranza che avanza la tesi della fine dell'imperialismo a vantaggio di un unico impero globale c'è davvero poco Marx, poco Lenin e un po' troppo Toni Negri.
Anche nel rapporto partito movimento le tesi di maggioranza propongono una soluzione di retroguardia, sostenendo, nei fatti, una rinuncia ad un ruolo propositivo del Prc a favore di un'univoca contaminazione del movimento nei confronti del partito. I primi frutti di questa politica li vediamo nella confluenza dei Giovani comunisti all'interno dell'area dei disobbedienti insieme alle tute bianche di Luca Casarini.
Marzia Mencarelli
Federazione di Pesaro Urbino
Ci stiamo avvicinando ad un congresso in cui faremo senz'altro i conti con una necessità apparentemente paradossale, almeno per quei compagni che si attardano a leggere e interpretare il mondo con le categorie del passato. Da una parte il tema centrale della discussione sarà la rifondazione del pensiero e della pratica di una forza comunista oltre le macerie del '900 e la conseguente necessaria, inderogabile apertura di questa forza alla realtà esterna, alle sue contraddizioni sociali e ai movimenti reali prodotti da queste contraddizioni; dall’altra tutto ciò rende centrale una discussione, se si vuole, tutta proiettata all'interno e cioè al partito, alle sue forme, alla sua organizzazione. Appunto, apparentemente paradossale perché in realtà la rifondazione e l'apertura del partito da un lato e la sua forma organizzata dall'altro trovano un fisiologico ed ineludibile luogo di ricomposizione nel processo di autoriforma che Rifondazione dovrà necessariamente elaborare già all'interno del percorso congressuale avviato da questo Cpn.
In questo contesto coniugare fermento sociale e ricerca di nuove forme organizzate della politica significa in primo luogo affrontare con decisione il nodo, a tutt'oggi irrisolto, del radicamento territoriale del partito e cioè non solo della sua presenza fisica nei luoghi dell'agire sociale ma anche della sua capacità di elaborare coscienza critica e di produrre orientamento e progetto con i nuovi attori e soggetti della trasformazione. Il nostro fare società in questo quadro non è più solo produzione o sostegno di focolai di resistenza alla normo-globalizzazione neoliberista ma si traduce nella messa in relazione di elementi parziali e, di soggetti antagonisti ancora indefiniti con un progetto politico vissuto come processo aperto che nel suo divenire, produce trasformazione sociale e reticola nuova organizzazione. La questione più urgente diventa, a questo punto quella di adattare la nostra organizzazione a questa nuova fase. E' necessario, penso, rompere lo schema piramidale del nostro partito per trasformarlo gradualmente in una formazione reticolare che possa tenere insieme l'impianto verticale con quello orizzontale, necessari entrambi in una formazione politica che si lascia definitivamente alle spalle le macerie e le miserie dello stalinismo.
Roberto Musacchio
Direzione nazionale
Condivido la proposta di tesi congressuali. Mi sembra adeguata a farci fare quel salto di qualità che siamo andati assumendo nel movimento antiglobalizzazione. Un movimento che rende possibile inverare la nostra scommessa fondativa: la riapertura di un processo rivoluzionario in cui far agire la rifondazione comunista. Non concordo con quei compagni che propongono di agire per sommatorie. Il movimento non è il tutto ma è la chiave reinterpretativa. Non a caso le parti più avanzate dei movimenti sindacali si collocano nel suo orizzonte. E il movimento ci aiuta a reinterpretare anche la fase che non è semplicemente la continuazione del vecchio imperialismo, ma la ridefinizione di una logica di dominio incentrata sulla globalizzazione capitalistica, che coinvolge realtà diverse (si pensi all'assenso alla guerra di Cina e Russia) sia pure in un quadro di prevalenza Usa. E la lotta alla globalizzazione capitalistica richiede una proposta programmatica all'altezza dell'esigenza di un modello di sviluppo altro, non più produttivistico.
Livio Maitan
Direzione nazionale
Pur convinto della estrema difficoltà dell'impresa, condivido l'impegno di rinnovamento che il progetto esprime, la valutazione della dinamica del movimento “no global” e, nella sostanza, le forme della nostra partecipazione. Esistono tra di noi impostazioni diverse, grosso modo tra chi punta su un radicale rinnovamento e chi, come il compagno Grassi è non stalinista, ma a mio avviso, continuista. Il problema dello stalinismo non si pone solo in termini storici, anche se non va dimenticato che sin dall'inizio correnti comuniste avevano indicato le conseguenze disastrose delle scelte staliniane. Oggi si pone il problema di esperienze in corso, in primo luogo quella della Cina, che non solo fa scelte macroeconomiche non condivisibili, ma soprattutto rappresenta un tipo di società che non è quella per cui noi lottiamo. D'altra parte, è una contestazione, non una autoesaltazione, che non ci sono altri partiti comunisti sulla via imboccata dal Prc. La valutazione del togliattismo è egualmente un problema attuale. Togliatti ha fatto scelte staliniste per tre decenni e per un decennio ha prospettato una concezione gradualista del tipo di quello che il progetto in discussione esplicitamente respinge. Un tema non è stato ancora affrontato: quello del ruolo delle classi dominanti dei paesi sottosviluppati, la cui collaborazione con le borghesie imperialiste è stata essenziale per l'affermarsi del neocolonialismo e lo è ora nella coalizione della nuova guerra. Non si può attribuire, per esempio, all'India un ruolo di contrapposizione alla superpotenza statunitense. Proporrò un emendamento sul tema dell'imperialismo, fenomeno che va storicizzato ma di cui sarebbe sbagliato negare la persistenza, appunto, sotto nuove forme. E’ stato giusto aprire ad altri il nostro dibattito. Ma non ci sono pervenuti segnali positivi. Lo stesso Pintor, militante degno del massimo rispetto, ha preferito, qualche giorno fa, usare verso Bertinotti toni ironici, auspicando un incontro a mezza strada. Ma con chi e su che cosa dovremmo incontrarci a mezza strada?
Francesco Specchio
Capogruppo regionale Campania
Questo congresso non è chiamato a scegliere semplicemente su di una linea politica di fase. S'incominciano a ridefinire i caratteri nuovi e propri del partito, non solo un complesso di misure, adozioni, procedure di autoriforma del partito. Non condivido perciò le critiche sul tema dell'autoriforma organizzativa. E' l'intero documento, in termini densi di cultura politica, a formulare un progetto altro, e quindi ad avviare un percorso lungo una strada che finalmente s'inerpica tra le contraddizioni della nuova fase di sviluppo capitalistico. La stessa decisione di riformulare per intero il preambolo determina la necessità di lavorare dentro un atto di rottura generato dal capitale.
Ad un’analisi inedita dovranno sempre più corrispondere strumenti articolati di lavoro, uscendo da una astrattezza tra analisi ed agire politico, che coinvolge migliaia di compagne/i. Ad una profonda innovazione, non siamo per altro giunti in modo improvvisato. I due appuntamenti di Chianciano hanno per lo meno descritto i capitoli del lavoro da svolgere, denunciando chiaramente le distorsioni e i difetti che rendono faticosa e talvolta spiacevole la militanza. L’articolazione delle strutture organizzative si riferisce alle contraddizioni che, insieme a quella principale capitale-lavoro abbiamo descritto come fondamentali per la Rifondazione: quella di genere e quella di uno sviluppo sostenibile. Sulla stessa contraddizione capitale-lavoro consideriamo in modo attento ciò che la fase della globalizzazione ha determinato, la messa in discussione dell'accumulazione primaria del capitale attraverso una ricerca scientifica che giunge a produrre semi infertili ed un sistema di distribuzione che li brevetta e li impone ai mercati internazionali. Diventa obbligatorio per noi organizzare nuovi soggetti antagonisti, e tra essi dobbiamo annoverare i contadini produttori e proprietari. Ciò spinge a ridefinire il nostro lavoro in relazione ai nuovi movimenti e dentro il movimento non più e non tanto come mediazione politica tra struttura e sovrastruttura, ma lavorando dentro gli elementi di rottura rispetto ai processi di ristrutturazione (generale, non strategica) del capitale.