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CPN 24-25 novembre 2001 |
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«Non è il tempo della prudenza» |
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Le conclusioni di Fausto Bertinotti |
Liberazione 4 dicembre 2001
Care compagne e cari compagni, la discussione che abbiamo fatto in questi due giorni ha ancora caratteri di provvisorietà e parzialità, poiché il cammino del nostro congresso è appena iniziato. Quello che però bisogna subito fare è trovare la giusta posizione del nostro congresso nella vita del partito, e qui scontiamo ancora delle difficoltà. Rischiamo una separazione non solo tra il pensare e il fare, ma anche tra il corpo centrale della nostra proposta politica e l'azione concreta che a sua volta deve dimostrare la fattibilità della proposta di tesi che qui viene avanzata.
Nelle Tesi vi sono almeno due elementi di fondo di cultura politica che vorrei richiamare. Il primo riguarda il bisogno di stabilire una chiara connessione tra il presente e il futuro; il secondo la necessità di individuare la leva per avviare, anche in modo parziale, il processo di innovazione. Le Tesi hanno questa duplice ispirazione e la dobbiamo fare concretamente vivere nel congresso altrimenti diventerebbero una proposta inerte dal punto di vista politico.
Un salto necessario
Dobbiamo compiere un salto. Noi stiamo vivendo un periodo molto intenso. Siamo in una discussione e in un'attività costante, dalla questione della finanziaria, a quello dello sciopero, dal tema di quale sarà il comportamento della Cgil a quello delle iniziative dei social forum. Da questo punto di vista possiamo dire che si sta riaprendo il caso italiano. Il movimento della pace nel nostro paese è il più significativo in Europa. Possiamo quindi a ragione dire che si riapre una prospettiva nella quale torna di attualità la trasformazione, cioè un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario, per evitare la rovina dell'umanità. Ma dobbiamo anche riconoscere che incontriamo difficoltà nel costruire un movimento contro la legge finanziaria.
L’innovazione
Il secondo aspetto riguarda come dicevo la leva per avviare il processo di innovazione, ovvero su cosa applichiamo prioritariamente il progetto del partito. Su questo abbiamo di fronte molte occasioni, una vera e propria agenda. Dobbiamo combattere la coppia guerra‑terrorismo, siamo concretamente di fronte al rischio di un'espansione persino incontrollata del conflitto. L'appuntamento di Porto Alegre di fine gennaio può determinare un altro scatto in avanti nella costruzione del movimento. In Italia assistiamo alla crescita del movimento, ma rispetto ad essa noi stessi abbiamo qualche sfasatura. Spesso dimentichiamo il fattore della nostra presenza all'interno dei movimenti: un mai inteso primato della politica. Il movimento è cresciuto, ha smentito rapidamente le previsioni di alcuni su una sua prossima fine. Voglio fare un esempio semplice: a Parigi è stato proiettato il film su Genova, alla Sorbona abbiamo discusso di un nostro libro tradotto in francese, in entrambi i casi era folta la partecipazione e grande l'interesse per la vitalità del movimento nel nostro paese. Un altro esempio ancora: al Tasso i giovani fanno lo sciopero della fame. Vi è da chiedersi come mai prendono piede forme di lotta un tempo inusuali. Perché le culture si propagano, e i movimenti di lotta diventano così unitari e generali, pur conservando le proprie ragioni specifiche. E infine: i metalmeccanici fanno lo sciopero, riuscitissimo, a luglio. Vi erano delle preoccupazione a causa della debolezza della piattaforma rispetto alla continuità della lotta, ma lo sciopero e la manifestazione del 16 novembre dimostrano non solo la continuità ma una modificazione persino nella psicologia dei lavoratori che tornano a considerare la lotta come elemento pagante. E prima di quello sciopero vi è stata l'agitazione dei Cobas della scuola che ha ribadito questa stessa convinzione. Malgrado che l'atteggiamento generale della Cgil non cambi, oggi dentro il sindacato si discute di sciopero generale e di indire una manifestazione di grande portata.
Il conflitto di classe
E' rinato il conflitto di classe. Per questo lo schieramento padronale chiede al governo di portare fino in fondo il suo attacco. Solo qualche tempo fa la Confindustria avrebbe preferito attendere. Oggi invece il governo si attribuisce una delega per una gigantesca modifica regressiva del diritto del lavoro (e in altri tempi il sindacato avrebbe senza indugio proclamato uno sciopero generale, poiché è messa in discussione la sua stessa funzione). In questa condizione la Confindustria appare insensibile al problema di conquistare un consenso, le preme vincere a ogni costo. Il governo quindi va avanti su questa strada. La questione dell'articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori sta alla questione della scala mobile come questi anni stanno ai primi anni ottanta. Dietro all'attacco allo statuto il governo conduce un'operazione di destrutturazione dello stato sociale. Dobbiamo dire perciò "Via il governo?", come chiedono i compagni della minoranza congressuale? Non ve ne sono le condizioni, ma si deve e si può invece costruire una piattaforma sociale dell'opposizione capace di erodere il consenso alle destre.
Tutto ciò è possibile, ma richiede appunto una nostra superiore capacità di intervento. La crisi della politica non è stata ancora interrotta dalla crescita del movimento. Sono rimasto colpito dalla situazione in Sicilia. Nella recente campagna elettorale tutti gli spazi sono stati occupati dal Polo. Sull’altro versante si è verificata una sorta di autoesclusione. Insomma la democrazia è diventata di censo e d'altro canto si è dimostrata tutta l'evanescenza del regime dell'alternanza: di fronte ad una diffusa organizzazione clientelare i modi tradizionali della politica valgono zero. In Sicilia si verifica una tendenza estrema che cerca però di estendersi al resto del paese.
Il 10 e l’11 novembre
Possiamo dire di avere vissuto “un'accoppiata” fantastica: la grande manifestazione sulla pace del 10 novembre a Roma e la nostra iniziativa di partito del giorno dopo a Firenze. Possiamo allora fare un bilancio sul nostro stato di salute? Perché la nostra capacità di dare seguito a questi successi è inadeguata? C'è in ciò un rapporto con le culture prevalenti al nostro interno? Io credo di sì. Dobbiamo quindi immettere nel percorso del congresso un'operazione politica e sociale, di crescita della capacità di intervento e contemporaneamente di elaborazione.
Gli inviti alla prudenza sono davvero disastrosi. Da cosa ci difendiamo, cosa mai vogliamo proteggere? Qua siamo di fronte ad una grande opportunità da cogliere. Non basta avere il 5%. Non basta rincorrere la sinistra moderata. Bisogna sapere osare. Bisogna farlo, certamente con i piedi per terra. Ad esempio contribuendo ad insediare sul territorio i forum sociali, a migliorare il nostro lavoro nel sindacato. Su quest'ultimo tema è stato osservato che si poteva nelle Tesi scrivere di più. Forse, ma cosa in concreto? Il problema vero è che bisogna fare di più, rompendo con vecchie logiche e costruendo esperienze concrete. Altrimenti finisce che ci accontentiamo del risultato, in sé tutt'altro che disprezzabile, di un 20% per la sinistra sindacale, ma non ci poniamo a fondo il problema del perché iscritti di Rifondazione votano la mozione della maggioranza di Cofferati. La ragione è che sentono l'impotenza di una scelta diversa e questa può essere superata solo se essi vedono in concreto la pratica di una politica alternativa.
La mossa del cavallo
Oggi siamo di fronte ad un passaggio chiaro: costruire in modo diverso la sinistra d'alternativa. La novità ci è imposta, per così dire, da destra e da sinistra. A Pesaro è stata compiuta un'organica scelta neocentrista, sospinta dalla decisione favorevole alla guerra, dalla volontà di partecipare al governo oligarchico della globalizzazione. Così viene esclusa ogni tesi di sinistra per impermeabilizzare l'organizzazione dei Ds. Di fronte a questo l'opposizione interna di sinistra, che era fin qui inadeguata, sta modellando nuovi interessanti comportamenti, dall'esercizio di un'autonomia all'elaborazione e alla pratica di un riformismo di altra natura. Sull'altro versante siamo di fronte, per i motivi già detti, ad un movimento che cresce.
Rispetto a queste due novità la nostra proposta di sinistra d'alternativa può manifestarsi in due modi diversi. Il congresso dovrà scegliere. Si può procedere cercando di ottenere un assemblaggio delle sinistre politiche, si può fare un appello alla sinistra Ds a uscire da quel partito, si può così progettare una nuova aggregazione, si può cullare l'illusione della nascita di un nuovo partito social- democratico. Oppure compiamo una “mossa del cavallo”, uscendo dalla politica dei ceti politici, assumiamo fino in fondo il terreno plurale, sia per la natura dei soggetti che delle loro forme di organizzazione, per costruire un arcipelago di forze che si costituiscono in soggetto politico.
In questo secondo modo potremmo intercettare una generazione che muove da una rottura e si trova di fronte la crisi della politica. Noi abbiamo condotto un lavoro d'inchiesta davvero prezioso. Fra questo e indagini assai complesse, come quella recentemente editata da “Il Mulino” vi sono corrispondenze interessanti e di cui dovremmo discutere. In ogni caso risulta evidente lo spostamento a sinistra di nuove generazioni. Queste indagini ci dicono che solo il Prc è considerato una forza politica interessante e questo non per un giudizio sulla sua linea politica, ma per la sua capacità di apertura ai movimenti. Se guardiamo alla condizione operaia, anche se nell'indagine citata essa è poco specificata, si vede che in quell'ambito la propensione al voto è di circa il 29% per Forza Italia, il 16% per i Ds e il 12% per il Prc. Se così fosse effettivamente sarebbe per noi un grande successo in un punto così strategico del tessuto sociale, ove è intervenuta una pesante distruzione della stessa cultura di classe.
Per questo dobbiamo proporre con ancora maggiore coraggio l'apertura del nostro partito alla società. Dobbiamo e possiamo riproporre la costruzione di una sinistra d'alternativa nella quale il Prc sia una parte, lasciandoci alle spalle polemiche del tutto infondate su un cambiamento di nome e su uno scioglimento nel movimento. Dobbiamo immettere tutto il nostro partito nella sinistra d'alternativa come una forza viva.
Oltre la resistenza
In questo preciso senso dobbiamo aprire una nuova fase nella vita del Prc, perché è possibile e necessario farlo. Lo vediamo anche nella proposta di Tesi al nostro esame. Noi abbiamo resistito, anche quando tutto sembrava venire meno, persino sul terreno sociale. Questa resistenza è stata possibile perché non è stata solo tale. Voi sapete quanto io, in tutta la mia vita, abbia sempre apprezzato la resistenza. Essa è indispensabile e condizione per andare avanti. Si può e si deve andare oltre, ma non si può fare altro. Ma la nostra resistenza è stata possibile perché non ci siamo mai rinchiusi su noi stessi. Ogni volta abbiamo cercato una prospettiva. Oggi, ed è questo il punto saliente del nostro congresso, è possibile una rinascita dell'idea di trasformazione con la quale la sinistra può uscire da uno stato di minoranza e competere per diventare maggioranza nella società. Su questo va misurata la nostra maggioranza congressuale. Dobbiamo in sostanza mettere a frutto la resistenza operata in modo vincente e la fin qui insufficiente ricerca sulla rifondazione, per compiere un balzo in avanti nella rifondazione stessa e nella costruzione della sinistra d'alternativa.
La nostra proposta
A questo impianto, contenuto nelle Tesi che sono al nostro esame, sono state mosse nel dibattito contestazioni specifiche, alle quali vorrei con grande rispetto replicare.
E' stato affermato che nelle Tesi non esisterebbe una vera proposta politica Qui il dissenso è davvero rilevante. Né si può dire (come ha affermato il compagno Casati) che non si è sviluppato un ragionamento sulla costruzione del partito di massa. No, c'è l'una e l'altra cosa, ma proposte in modo diverso, uscendo dagli schemi con cui finora sono state pensate. In un certo senso si può dire che vogliamo ritornare al classico. Infatti vogliamo spostare il baricentro della politica, il che non significa passare dalla politica al sociale, ma privilegiare le relazioni sociali e con i movimenti rispetto al sistema delle relazioni politiche. Quando, dopo la rivoluzione bolscevica, si verificò la sconfitta della rivoluzione mondiale, la politica si dislocò sul terreno delle relazioni fra stati e soggetti rappresentativi. Ora, mi sia permessa la metafora, è come se tornassimo al Lenin della transizione e al Gramsci della rivoluzione in Occidente. In questo senso ho detto che torniamo al "classico". Il partito rimane uno strumento fondamentale proprio perché costituisce l'attraversamento unitario di tutta l'organizzazione sociale. Ma il centro del centro della iniziativa politica va spostato. Non si tratta di provocare un'eclissi della politica, ma di pensare e attuare una diversa politica.
Tornare al classico
E' stato anche affermato che il conflitto di classe non sarebbe stato valorizzato nelle Tesi. Mi pare che sia esatto il contrario. Anche qui siamo a un ritorno al classico, sia dal punto di vista dell'analisi a livello mondiale che nel quadro nazionale. Ciò che contraddistingue la nostra analisi della globalizzazione capitalistica è l'individuazione delle sue radici di classe. Proprio questo ci ha evitato sia tesi apologetiche che continuiste, del tipo “non c'è più niente da fare, perché tutto è cambiato” oppure "è tutto come prima". Abbiamo invece individuato la nuova fase del sistema capitalista, il superamento del fordismo‑taylorismo. Non abbiamo mai pensato all'invincibilità del processo di globalizzazione, anche se non sempre abbiamo saputo cogliere per tempo le contraddizioni più dirompenti, quelle che oggi portano alla seconda globalizzazione. Abbiamo saputo vedere la riorganizzazione dello sfruttamento su scala planetaria, la scomposi della compagine di classe, tanto che ci siamo posti come compito principale la ricomposizione della classe operaia e del mondo del lavoro. A livello nazionale abbiamo visto le radici di classe del nostro modello, contrastando le teorie sul capitalismo straccione e senza pensare che esso fosse in grado di qualunque tipo di innovazione. Abbiamo quindi compreso che il nostro capitalismo poteva diventare una macchina da guerra nella competizione internazionale, grazie ad un basso costo del lavoro e a una alta flessibilità. Abbiamo sempre pensato che il capitalismo fosse definibile sulla base dell'esistenza del lavoro salariato e nello stesso tempo abbiamo sottolineato la irriducibilità del lavoro a pura merce e quindi la continua riproduzione del conflitto di classe. Grazie alla riproposizione della legge sul valore abbi reindagato le caratteristiche del lavoro di oggi, abbiamo ricostruito una categoria di lavoro salariato al passo con le trasformazioni intervenute. Di tutte queste cose, dunque, vi è casomai un eccesso, non certo una mancanza, nelle nostre Tesi.
Il partito di massa
Arche l'obiezione sulla questione del partito di massa è assai poco convincente. Siamo in una condizione diversa: vi è una rinascita del conflitto sociale, l'estensione del movimento no-global, il delinearsi di un nuovo proletariato. Proprio oggi quel passaggio è possibile, in virtù dei cambiamento della condizione esterna. Perciò anche questo tema riguarda il giudizio sulla fase, sulla globalizzazione. Nell'ultimo periodo del Novecento abbiamo assistito a un passaggio storico: è finito il conflitto fra Ovest e Est, quale elemento sovraordinatore di tutte le politiche. Come potremmo rispondere efficacemente infatti alle critiche portate alla politica dei comunisti in Italia nel dopoguerra, se non ricordando quel potente elemento? lo stesso Welfare State europeo nasce da lì, dalla necessità di dare una risposta ai modelli delle società dell'Est. La svolta socialdemocratica di Bad Godesberg nasce dalla sfida con i comunisti. Naturalmente nelle lotte concrete degli operai o dei braccianti vi erano le loro condizioni specifiche e le loro soggettività, non solo un elemento sovraordinatore, ma questo pesava in modo enorme. Domandiamoci allora, quale è il nostro attuale elemento sovraordinatore? Il contrasto tra il processo di globalizzazione e il movimento antiglobalizzazione. La socialdemocrazia va ridefinita alla luce di questo così come i comunisti. Quella che c'era a Pesaro non ha nulla a spartire con la socialdemocrazia. Questa si muoveva entro un compromesso sociale, si avvaleva di un partito di massa, di un referente sociale ben preciso, l'operaio, si faceva forza della costruzione dello stato sociale e del rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori. Il punto di svolta nella storia del movimento operaio è rappresentato dall'ingresso del capitalismo in una fase successiva. Ora la modernizzazione capitalistica determina la nuova natura della guerra e del terrorismo.
Imperialismo e dintorni
Abbiamo molto discusso della nozione di imperialismo. Non proponiamo nelle Tesi e non propongo di definire una nuova categoria, come, ad esempio, potrebbe essere quella di impero. Propongo invece una ricerca in campo aperto per trovare nuovi chiavi interpretative. La sfida è oggi sull'analisi del fenomeno non ancora sulla sua definizione. Per fare questo bisogna liberare l'analisi da un ingombro e rispondere a due domande: come si esce dalla crisi di civiltà, come si sconfigge la globalizzazione capitalistica (uso questo aggettivo perché quello neoliberista ha una dimensione troppo congiunturale)?
Il compagno Claudio Grassi ha ricordato una sorta di mio album di famiglia, cioè ha portato a supporto della sua tesi sulla sopravvivenza della nozione di imperialismo pareri autorevoli di compagne e compagni che mi sono cari. E’ vero, essi dicono cose diverse al riguardo, come del resto altri a livello mondiale. In ogni caso vorrei che fossero considerate autorevoli tutte le opinioni che lo meritano, non solo quelle che piacciono. Ma, permettetemi di scherzare, il conflitto con il padre e la madre è un fattore di crescita.
Ci sono elementi a favore della tesi dell'imperialismo. Si, certo, ma non tali da configurare una teoria sistemica generale, quale quella contenuta nei documenti della Terza Internazionale. Nel "Manifesto dell'internazionale comunista al proletariato di tutto il mondo", redatto il 6 marzo 1919, si poteva leggere che «La statizzazione della vita economica, alla quale il liberalismo capitalistico tanto si opponeva, è diventata ormai un fatto compiuto. Non soltanto non è più possibile tornare alla libera concorrenza, ma neppure al dominio dei trust, dei sindacati e delle altre mostruose divinità economiche. La questione è unicamente quella di sapere chi condurrà in futuro la produzione statizzata, se lo Stato imperialista o lo Stato del proletariato vittorioso». Lenin definisce l'essenza economica dell'imperialismo come capitalismo morente, descrive la lotta per il territorio come il risultato dell'iniziativa del capitale finanziario attraverso lo stato. Naturalmente da qui deriva una precisa strategia politica. Per Lenin lo stato è rentier, e gli stati imperialisti "saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice taglio delle cedole". Ora il rapporto tra Stato e economia è cambiato. Gli Usa ricorrono a una politica interventista in ogni campo, ma avanzano in modo massiccio privatizzazioni e politiche liberiste. Lenin parlava, giustamente, dell'esistenza di un'aristocrazia operaia che si determinava in base alla distribuzione di un sovrapprofitto, estorto in tutto il mondo, a particolari ceti proletari. Ora la situazione si è rovesciata quasi nel suo contrario, visto l'ossessiva ricerca del lavoro al suo più basso costo. E ancora: l'attuale globalizzazione ha un rapporto ben più totalizzante con le materie prime. Qui la differenza rispetto ai tempi dell'analisi classica dell'imperialismo è davvero netta. Il petrolio rimane una risorsa strategica, ma con esso vi è uno sfruttamento della materia vivente, un assoggettamento, o meglio un tentativo di, al capitale della vita vegetale, animale e umana.
La crisi di civiltà
La questione non è più dunque quella su chi arriva a prendere il potere sullo stato, ma siamo di fronte ad una crisi di civiltà. Persino il monopolio statale della violenza è entrato in crisi. Ne è un esempio il terrorismo che porta la sua sfida a livello internazionale. In questo contesto nasce e prende forma un nuovo ordine mondiale, di cui gli Usa sono la potenza guida. Perché insistiamo tanto su questi temi? Perché dobbiamo sapere se questa globalizzazione capitalistica dovrà essere sconfitta dall'esplodere dei conflitti interimperialistici o invece dallo sviluppo del movimento no-global. Qualcuno qualche tempo fa poteva pensare che attorno a Cina e Russia si potesse creare una linea di resistenza. Oggi siamo di fronte ad una imprevedibilmente rapida integrazione nei meccanismi economici, sociali e politici del sistema globalizzato. L'intervista recentemente rilasciata a un grande quotidiano italiano dal ministro degli esteri cinese non lascia dubbi rispetto alla adesione a questa filosofia politica. Ciò non toglie che vi siano contraddizioni, anzi queste sono accentuate. Le tesi di Antonio Negri, che qui sono state richiamate, sono invece quelle della diluizione dei contrasti, del prevalere di una condizione di non belligeranza, di una sorta di esodo delle popolazioni. Noi invece insistiamo sulla tesi della ingovernabilità del sistema, di un carattere esplosivo delle contraddizioni. Affermiamo quindi che si può aprire un processo rivoluzionario perché ci sono contraddizioni drammatiche e crescenti. Questa è la ragione per la quale ci sentiamo di riproporre, in termini rinnovati, l'antica alternativa tra socialismo e barbarie. E' una condizione drammatica per l'umanità. E' un mondo in cui vi sono contraddizioni intercapitalistiche, ma soprattutto contraddizioni di classe e promosse da soggettività critiche. Il fondamentalismo è uno dei modi di chiamarsi fuori da uno scontro che è invece contrassegnato dal contrasto tra la globalizzazione e i movimenti che la combattono. Quello che ieri era solo auspicabile, oggi prende forma. Questo intendo per una presenza latente di anticapitalismo nel movimento.
Il ruolo dei comunisti
In questo quadro dobbiamo ripensare al ruolo dei comunisti. Alcuni ci chiedono di cambiare nome, e questo anche a fin di bene, motivandolo con la sconfitta del socialismo reale, con il disastro della politica dei Ds, con la necessità di intercettare nuove forze. Sono del tutto contrario a un'ipotesi di questo genere, e lo sarei anche solo per l'emotività che il nome comunista ancora suscita e che è un aspetto da non trascurare della politica vera. Ma oltre a questo vi è una ragione politica. Non penso affatto che la soluzione dei nostri problemi sia la socialdemocrazia. Cosa ci guadagneremmo ad abbandonare il nome comunista per assumere un'ipotesi che non regge alla sfida dei fatti di oggi? I rivoluzionari si dividevano un tempo dai riformisti non sul fine, ma solo sul modo di arrivare alla società socialista. Se guardiamo le cose da questo punto di vista, vediamo che tra Turati e il congresso di Pesaro non vi è alcuna relazione.
D'altro canto la storia non comincia oggi. La scissione di Saragat non contava su alcuna organizzazione di massa. La destra comunista, quella di Amendola ad esempio, non poteva certo essere definita socialdemocratica. Il Psi non era socialdemocratico, basti pensare alle violente polemiche di Nenni contro la svolta di Bad Godesberg. Poi, con Craxi, quel partito diventa direttamente neoliberale.
Ora la globalizzazione riapre la sfida comunista perché obiettivamente ripropone il progetto rivoluzionario. Ma i comunisti di oggi devono sapere costruire sinergie politiche in termini non alleantisti. La stessa esperienza del nostro gruppo al parlamento europeo lo dimostra. Domandiamoci perché tra i vari partiti comunisti quasi solo noi eravamo e saremo presenti a Porto Alegre. Questa scelta ha a che fare con un impianto politico e culturale.
Crescere. E cambiare
Dobbiamo non solo conservare ma fare crescere il nostro partito. Ma, per farlo, dobbiamo accettare la sfida della contaminazione, dobbiamo aprirci e accettare di convivere con altri. Non basta infatti essere comunisti e essere partito. Dobbiamo sapere promuovere la coopartecipazione con altri nel progetto politico. Difendiamo i circoli, ma perché contemporaneamente non cerchiamo di aprire nuove case del popolo, centri sociali, momenti di aggregazioni plurali? In fondo questa non è solo la storia dei rivoluzionari, ma anche dei riformisti, visto che insieme hanno promosso leghe, case del popolo, mutue di soccorso ecc. La storia del Partito comunista italiano è ricca di esperienze simili. Dobbiamo riformare il nostro partito. Vi prego di credere che non soffro di complessi di minoranza, piuttosto mi sento a disagio per il complesso del partito. Mi riferisco precisamente alla scelta che qui è stata fatta sulla presenza delle donne nei nostri organismi dirigenti. Il voto che qui c'è stato la confina a livelli inferiori che nella stessa Cgil. Lì, una volta fissata la regola del 60%, entrano negli organismi dirigenti solo donne, con il cosiddetto meccanismo dello scorrimento. Nel Partito comunista francese vige il principio del 50%.
Su questa come su altre questioni si è da noi manifestata una resistenza assolutamente non convincente. Prendiamo un altro argomento: nessuno di noi ha in mente di accusare i circoli se la lotta alla finanziaria non è soddisfacente. Però credo si possa e si debba dire che i circoli così come sono non funzionano come sarebbe necessario. E ancora: nel nostro partito vi è grande generosità, disinteresse, spirito di sacrificio, anche economico, capacità di rischiare persino la tranquillità della propria famiglia. Eppure accanto a questo vi sono anche cose insopportabili, come personalismi, spinti all'iperbole, in occasioni di elezioni di ogni tipo, sia nelle cariche istituzionali che in quelle di partito.
Dobbiamo domandarci seriamente perché ogni anno perdiamo il 25% dei nostri iscritti. Non accuso nessuno in particolare, punto il dito contro tutti noi senza esclusione. Tra noi c'è un incompiuto processo di cultura politica. Vi è un'aggressività e una violenza che non dovrebbero centrare nulla con il nostro progetto. I comportamenti, come i sentimenti e i progetti, fanno parte della politica, e quindi bisogna discuterne. Se poi scopriamo che è l'organizzazione del nostro lavoro a provocare tutto questo bisognerà cambiaria. Così va fatto se scopriamo che è sbagliata la modalità della formazione e della selezione dei nostri gruppi dirigenti.
Un congresso originale
Il nostro congresso deve cominciare. Abbiamo deciso un percorso lungo e aperto. Ora quindi votiamo la proposta di tesi e su questa apriamo una consultazione nel nostro partito. Poi, la convocazione è già fissata per metà dicembre, terremo un altro Cpn, per licenziare definitivamente i documenti congressuali e avviare formalmente l'iter per il congresso nazionale. Nella nostra discussione sono anche emerse divergenze in seno alla maggioranza congressuale. Non dobbiamo nasconderle, anche per questo è bene oggi votare, perché ognuno deve sapere chi è ad avere inviato il documento, fermo restando che qualunque espressione di voto di oggi non pregiudica l'atteggiamento futuro in vista e durante il prossimo Comitato politico nazionale.