Comitato Politico Nazionale 3-4 luglio 2004

Gli interventi scritti 1

 

Liberazione 11 luglio 2004

Fulvia Bilanceri Federazione di Livorno

Compagni e compagne i risultati elettorali che abbiamo raggiunto premiano il partito e ci consegnano responsabilità alte e importanti per il futuro. Questi risultati sono carichi di contraddizioni e arrivano forse, in parte, inaspettati. Do questa lettura a partire dai risultati dalla mia realtà, la provincia di Livorno, dove abbiamo raggiunto più dell’11% alle europee e provinciali più del 13% per il comune capoluogo. Dentro questo risultato c’è sia l’espressione di una rinascita della voglia di politica e un voto per gli alti ideali come la pace e il comunismo (non solo una sinistra alternativa), ma anche di una protesta più profonda al sistema politico generale: non è quindi da identificare come un risultato solido. La cosa che spicca, a mio avviso positivamente, è che gli esiti del voto non hanno seguito la moda mass-mediatica né le energie organizzative delle forze politiche sul territorio e ciò significa che si è votato ragionando autonomamente. Nella mia realtà registriamo un radicamento tra le masse popolari e tra i giovani. Sono convinta che il punto di svolta siano state le nostre posizioni di apertura al centro sinistra basate sui contenuti e sulla battaglia contro le destre, senza scendere a compromessi imbarazzanti. Un lavoro politico a 360 gradi su proposte, piattaforme, programmi senza pregiudiziali preconcetti. Questo punto ci ha dato credibilità nei confronti di tanti orfani della sinistra e ci ha consentito di sedere ai tavoli delle trattative con le altre forze politiche da punti di forza pur non riuscendo ad raggiungere alleanze di governo e anzi registrando un arretramento rispetto ad alcune situazioni (come l’istituzione provinciale) dove molto era già stato maturato. Le divergenze con il centro sinistra si sono rivelate profonde sia a livello programmatico che di metodi e di etica politica ed infine sono prevalse le logiche interne al "triciclo". E’ indicativo che questo accada in una realtà storicamente "rossa"! Siamo riusciti ad aprire delle strade possibili e a mantenere alta l’attenzione su di noi. Adesso ci aspetta il difficile compito di portare avanti tutto questo e anzi riuscire a svilupparlo in una realtà dove non si ha una radicalità dei movimenti, dove il sindacato sceglie posizioni piuttosto concertative (perfino la Fiom che a Livorno ha svolto il proprio congresso nazionale) e anche l’Arci è subalterna al centro sinistra, dimostrando di non avere autonomia. La lontananza tra società civile e politica è quanto mai presente: è necessario lavorare perché i risultati elettorali si traducano anche in una crescita della "militanza" nel partito: in fondo sono i compagni e le compagne che dedicano tempo ed energie alla nostra politica che ci hanno permesso questo successo.

Ugo Boghetta Responsabile lavoro

Con le elezioni europee abbiamo rotto il muro della non credibilità e non affidabilità. La linea complessiva di unità e radicalità sta cominciando a pagare. Le potenzialità di espansione sono molto più ampie. Dobbiamo praticare di più le nostre proposte politiche e riprendere il lavoro capillare sui temi sociali. Va abbandonato il "fai da te" negli enti locali. È dunque necessario riannodare rapporti interni, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nella società. Questo è necessario per sviluppare il partito, per costruire una sinistra d’alternativa che sia radicata nei luoghi del conflitto e nella società. Vanno sconfitte sacche che si mobilitano solo all’interno e serve una riflessione politico/morale sulla questione preferenze. Noi non siamo la Dc: il rischio è la disgregazione. Abbiamo assistito a Bologna, ad esempio, dove si svolgeva uno degli eventi politici di questa tornata, al quasi disinteresse da parte del gruppo dirigente maggioritario emendatario rispetto alla campagna politica ed, al contrario, ad un’attività quasi esclusiva sulle preferenze. Il risultato è un misero 4.7%. Questo dimostra che certi slogan (il partito) detti nel congresso precedente avevano solo una funzione elettorale interna. Il rischio è che succeda di nuovo.

Giovanna Capelli Direzione Nazionale

Se abbiamo ben chiara la rottura con la tradizione della sinistra classica che abbiamo operato negli ultimi anni, a partire dalla nostra collocazione fuori dal quadro delle forze politiche date, dentro e insieme nei conflitti e nei movimenti, a partire dalla onda lunga del movimento antiliberista, con calma potremo leggere più avanti, anche a partire dai dati elettorali e dai programmi, quanto questa pratica sia stata fruttifera non solo di voti, ma di nuovi legami politici e sociali e di nuove potenzialità. Le dinamiche della esperienza di Firenze (che per il peso reale e simbolico di quella città, della sua collocazione in una regione a solida maggioranza ulivista sono particolarmente significative), sono rintracciabile in altri luoghi. Parlo ad esempio del comune di Cologno Monzese, una città della prima cintura milanese di oltre 50 mila abitanti, in cui Rifondazione ha animato una coalizione che riuniva noi, il Pdci, due liste civiche, una di matrice cattolica, fortemente impegnata nella presenza sociale e civile del volontariato, l’altra di origine laica composta in particolare da uomini e donne militanti nel sindacato, nei Ds, nelle associazioni culturali locali, nei comitati di quartiere, nelle lotte ambientaliste. Ebbene la nostra coalizione ha preso il 21,93%: Il centrosinistra il 25% riuscendo ad andare al ballottaggio e poi anche a vincere. Questo vero e proprio terremoto politico, che ha ridisegnato la rappresentanza politica nella città non solo ci permette di interloquire alla pari con la sinistra moderata e di pesare nei progetti futuri, ma indica l’esistenza di forze (quelle che si sono spese per la nostra coalizione) pacifiste e antiliberiste oltre a noi, interessate alle esperienze del bilancio partecipativo, da collegare e connettere anche soggettivamente al progetto della sinistra europea, che non vivrà se non si radica nei territori. Allora il problema delle forme e delle modalità con cui portare avanti questo progetto diventa importante. Cantiere, laboratorio, forum e che altro. Varrebbe la pena di riflettere su queste esperienze e mettere in comune la ricerca implicita in questo andare in mare aperto.

Mimmo Caporusso Federazione di Bari

Il buon risultato di Rifondazione comunista alle elezioni è dovuto in maniera prevalente alla linea che ci siamo dati dopo la sconfitta del referendum sull’art.18. Tutti ricorderanno che all’indomani del referendum il nostro partito lanciò come priorità politica la cacciata del governo Berlusconi e una discussione con tutte le forze di opposizione allargata ai movimenti per capire se c’erano le condizioni per una alleanza programmatica. Io credo che queste due condizioni che si sono inserite nel nostro dibattito politico le quali non venivano menzionate nell’ultimo congresso (anzi c’era qualcuno che sosteneva la tesi revelliana delle due destre e cioè: centro destra uguale al centro sinistra) insieme al no alla guerra senza sé e senza ma ci ha fatto percepire ad una fetta di elettorato di sinistra come forza credibile e decisiva per la cacciata di Berlusconi e parallelamente come quel partito attento ad una serie di problemi che la gran parte dei cittadini vivono sulla propria pelle; mi riferisco alla perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, al lavoro precario, alla richiesta di una sanità e scuola pubblica, ecc... Ci siamo rivolti a una gran parte di popolazione con un linguaggio chiaro e di massa che abbiamo fatto nostro durante la battaglia referendaria e che alle elezioni ha dato i sui frutti. Ora non dobbiamo assolutamente disperdere quel patrimonio che gli elettori ci hanno dato; bisogna lavorare da ora insieme a tutte le forze di sinistra alternativa (mi riferisco allo schieramento che ha fatto con noi la battaglia del referendum) affinché si pongono alcuni punti programmatici qualificanti da sottoporre alle forze moderate del triciclo per incalzarli e capire se ci sono le condizioni per costruire una alternativa a Berlusconi. A mio modo di vedere punti indispensabili devono essere il no alla guerra anche con l’avallo del Onu, l’abolizione della legge 30, reintroduzione della scala mobile, blocco delle privatizzazioni e ritorno al sistema elettorale proporzionale. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di un partito adeguato ed organizzato, difficoltà che restano nonostante il risultato elettorale positivo. Queste elezioni con la crescita dei partiti tradizionali dimostrano che è finita finalmente l’era del leaderismo ovunque esso si trova sia a destra che a sinistra. Condivido la scelta della segreteria nazionale di indicare Vendola a Strasburgo perché rappresenta le lotte e le battaglie del sud in questi ultimi anni, anche perché il movimento dei movimenti è rappresentato in maniera abbondante da Agnoletto e Morgantini. Mi auguro che in futuro per altre elezioni si tenga conto del pluralismo interno e non si ripetano gli errori fatti dalla maggioranza del gruppo dirigente che in queste elezioni non ne ha tenuto conto.

Bruno Casati Direzione Nazionale

Dopo il voto va fatto apparire l’altro modello - quello di Berlusconi è stato sconfitto a Milano dove è nato - anche per disinnescare lo schema annunciato secondo cui "oggi c’è la Tatcher che fa lo scasso sociale ma va preparato Tony Blair". Cominci invece il lavoro dell’alternativa che è un progetto. Nel progetto c’è un Governo da conquistare. Manifesto due preoccupazioni. La prima per la chiusura preventiva del confronto tra di noi in cui quanti sino a ieri bollavano di "alleantismo" chi considerava una sciagura la teoria delle due destre, oggi decretano: o al Governo o niente. La seconda perché così facendo non si capisce da che parte Rifondazione rientri in un Governo Prodi dopo che ne uscì da sinistra, e fu quello un atto fondativo. C’è perciò da discutere e sperimentare con i movimenti e su più piani; certo utile sarebbe una griglia programmatica larga. Rientrare da sinistra vorrebbe dire un programma in cui: ritorni la scala mobile, si introducano episodi di economia mista, si progettino "campioni industriali nazionali", si cancelli la precarizzazione, lo Stato e i territori riprendano possesso di acqua luce e gas. Se si discute di questo non ha senso la polemica nel partito perché la si apre con Rutelli e Bersani. Si dice che vogliamo fare come la Fiom. Bene, facciamolo di corsa sostenendo quel che Rinaldini dice al congresso secondo cui "fa parte del passato…l’idea e la pratica che il confronto tra analisi e proposte diverse significhi lacerazione e divisione e non viceversa la vita normale di una organizzazione democratica".

Anna Ceprano Direzione Nazionale

Il buon risultato conseguito dal nostro partito alle recenti elezioni è frutto della coerenza e dell’autonomia delle posizioni di Rifondazione dal centro sinistra. A differenza della sinistra liberale e del centro moderato siamo stati al fianco dei lavoratori in lotta e abbiamo detto con chiarezza la nostra posizione sulla guerra, senza mai ripensamenti. Grazie a questi due elementi siamo riusciti a spostare voti a nostro favore, soprattutto a discapito dei Ds. Un monito dell’elettorato a Rifondazione a non costruire accordi politico-programmatici con il centro sinistra in vista delle elezioni politiche del 2006. Un altro elemento da mettere in evidenza è che il movimento dei movimenti non ci ha votato per l’ennesima volta e che gli indipendenti sono stati eletti con i voti del partito e non grazie a quello che sono riusciti a spostare autonomamente nella società. Berlusconi è stato punito dal suo elettorato ma il governo non ha perso e quindi Rifondazione deve continuare a lottare al fianco delle proprie masse di riferimento. Ecco perché sono convinta che non possiamo sprecare energie preziose per lavorare alla costruzione di un nuovo soggetto politico, quella sinistra di alternativa che oggi ci viene riproposta, nonostante i ripetuti fallimenti degli anni passati. Il soggetto politico è Rifondazione ed è il partito che dobbiamo continuare a radicare sui territori. L’appuntamento congressuale del partito deve essere utilizzato per fare barriera rispetto all’attacco revisionista e al modo di percepire il valore e la funzione del partito; deve costituire il momento culminante di un percorso di confronto serrato da avviare subito al nostro interno su modi, tempi e carattere di un processo di transizione alternativa, per arrivare finalmente alla rifondazione comunista che attende da circa 14 anni la sua realizzazione.

Lidia Cirillo Federzione di Milano

Condivido il giudizio della maggioranza degli interventi e non mi sento per questo in contraddizione con me stessa. Il buon risultato elettorale del partito è legato alla sua capacità di apparire nello stesso tempo parte del movimento e della radicalità sociale e forza politica utile sul piano istituzionale. La prova contraria è rappresentata dalla scivolata elettorale della sinistra rivoluzionaria francese, che è ben inserita nel movimento ma paga evidentemente un rifiuto di alleanza elettorale, apparso aprioristico e settario. Il suo errore tuttavia è di comunicazione non di valutazione. Rifondazione rischia invece di fare un errore di rimozione, di rimuovere cioè quel che la Ligue correttamente valuta. L’effetto di questo secondo errore si paga a più lunga scadenza, ma a un prezzo (almeno a mio modo di vedere) più alto. Dalle nostre analisi, dai nostri bilanci e dalle nostre prospettive continuamente viene rimossa un’evidente realtà: in questo periodo della storia e in questo contesto è altamente improbabile la partecipazione a un governo con la sinistra moderata che non ci faccia smarrire le ragioni di fondo della nostra esistenza, non prepari nuove metamorfosi e mutazioni genetiche. La domanda di unità che viene dall’elettorato di sinistra e dal movimento stesso è un riflesso conservatore, l’espressione del legittimo desiderio di conservare conquiste materiali e spazi democratici, che il movimento operaio ha a suo tempo garantito. Ma il limite di questo desiderio legittimo è che si fonda su una fantasia inattuale, perché lo stato delle cose non è più quello che consentì a suo tempo le conquiste del lavoro salariato. Alla fine ciò che il partito deve comunicare è che aspettarsi anche solo la difesa di quel che resta da un’alleanza con Rutelli e Fassino è illusorio e bisogna invece rafforzare anche dal punto di vista istituzionale le forze politiche dell’alternativa. Comunicarlo non è semplice. Bisogna mettere in moto, come il partito ha giustamente fatto, un confronto sui contenuti e caricarlo di un’overdose di speranza, perché in politica necessariamente si lavora sulla migliore delle ipotesi. Ma occorre anche non rimuovere, non nascondere, non disegnare percorsi assai improbabili. Non si tratta (sia chiaro) solo di stare all’erta, di precisare che ci sono cose su cui non si cede. Avere le idee chiare sulla natura dei nostri interlocutori istituzionali comporta scelte di priorità, modi di procedere nel dibattito, rapporti tra momento sociale e istituzionale, forme di organizzazione del partito diversi da quelli che ci hanno caratterizzato dopo il referendum sull’articolo 18.

 

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