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Comitato Politico Nazionale 3-4 luglio 2004 |
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Gli interventi pronunciati durante il dibattito 2 |
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Liberazione 11 luglio 2004 Nicola Fratoianni Vorrei cominciare dicendo che il risultato del partito, che stiamo commentando, è straordinario. La crescita percentuale di oltre un punto rispetto alle politiche, ma soprattutto il forte aumento di voti assoluti lo dimostrano chiaramente. Questo successo è il risultato delle scelte concrete che il partito ha messo in campo in questi ultimi anni ma soprattutto del profilo complessivo, dell’insieme della proposta che è stata messa in campo. In questo senso, trovo inutile cercare di tirare da una parte o dall’altra le ragioni del successo accentuando, magari, la collocazione unitaria nella mobilitazione contro Berlusconi rispetto alla scelta di piena internità ai movimenti e ai processi di conflitto. Anzi, io credo, che questa stessa collocazione, e la prospettiva di costruire una alternativa al governo delle destre, si sia determinata come possibilità reale grazie all’azione continua di spostamento a sinistra della stessa base materiale del centrosinistra operata dai movimenti. Ciò detto, questo risultato non risolve i problemi e con l’espansione delle possibilità ci consegna anche maggiori responsabilità. Da questo punto di vista, la strettoia che abbiamo attraversato sulla vicenda del quinto seggio, dice di un rischio sempre presente. Penso che l’esplosione del movimento abbia contribuito a intaccare quella crisi della politica di cui spesso abbiamo discusso e che si manifestava innanzitutto nella riduzione dei meccanismi partecipativi e nell’aumento della cultura della delega. I movimenti hanno ricostruito l’idea della politica come strumento collettivo di trasformazione. Tuttavia, questa novità non ha ancora modificato in modo stabile il rapporto di diffidenza tra questa stessa generazione e la politica "classica", non ha risolto il nodo del rapporto tra rappresentanza e conflitto. Non possiamo rischiare di lasciare che si diffonda l’idea che la politica, quando va bene, ti usa e poi ti abbandona. In questo senso, lungi dall’immaginare iniziative diplomatiche, per quanto necessarie, credo necessario lavorare perché si determini uno spazio politico nel quale affrontare e risolvere questi problemi. L’accelerazione del processo costituente della sinistra alternativa, capace di crescere sulle concrete esperienze di questi anni e di mettere a tema la questione della democrazia e del potere a partire dal rapporto con i conflitti, costituisce un passaggio decisivo. Oggi, in una fase di espansione questa possibilità diviene concreta e necessaria. Salvatore Cannavò Vicedirettore di Liberazione La soddisfazione per il risultato elettorale e la condivisione di ampi stralci della relazione non possono mettere in ombra il dissenso sulla proposta politica centrale, quella dell’accordo di governo. Il successo elettorale, netto e indiscutibile, è il frutto del ciclo apertosi con la "nuova Rifondazione", con la rottura del governo Prodi e l’immersione nei movimenti sociali da Genova in avanti. I processi elettorali registrano con più lentezza quelli sociali e oggi veniamo premiati per una scelta che, pure in passato, era stata criticata al nostro interno proprio perché priva di consensi. Oggi invece quei consensi arrivano e ci indicano, premiando la nostra radicalità e la nostra coerenza politica, qual è la strada su cui proseguire. Certamente, il risultato è frutto anche della proposta unitaria avanzata dal Prc, percepito oggi come uno strumento utile - anche grazie al proporzionale - per battere Berlusconi. E’ un’utilità politica che viene associata all’utilità sociale, guadagnata nelle lotte, la stessa che chiede accanto all’unità la radicalità politica. Questa giusta constatazione non significa però che può essere banalizzata la delicatezza e la pericolosità di un impegno nel governo del paese con forze moderate e liberali, come l’Ulivo, che non a caso hanno subito una sconfitta elettorale. Accanto alla soddisfazione è utile indicare alcuni limiti del risultato: lo scarto, 180mila voti, tra europee e provinciali indica un partito ancora fragile territorialmente; l’avanzamento, 60mila voti, rispetto alle politiche del 2001 - svolte sì con ben altra difficoltà - ndicano che, in termini assoluti, guadagniamo porzioni limitate di elettorato, spesso attraverso un "voto in prestito", largamente di opinione. Trasformare questo successo in costruzione del partito è uno degli obiettivi che dobbiamo darci. Il dato elettorale, dunque, ci consegna una responsabilità maggiore che dovremmo investire in tre direzione. La prima è il movimento: occorre un suo rilancio, non solo sul terreno del no alla guerra ma anche valorizzando la nuova generazione operaia che sta crescendo con le lotte, puntando a una piattaforma unificante capace di contrastare Berlusconi. Questo, infatti, mantiene intatta la sua pericolosità sociale e dunque occorre realizzarne una sconfitta proprio su quel terreno: le pensioni e il salario rappresentano un banco di prova necessario. Sul movimento va però detto che il gruppo dirigente centrale ha sottovalutato, anche per il verticismo con cui ha assunto la decisione, l’effetto del "caso D’Erme": altre volte è stata manifestata una sensibilità maggiore; stavolta non è stata colta l’implicazione simbolica che questa candidatura ha assunto, soprattutto rispetto un pubblico giovane e radicalizzato, sacrificandola a logiche di partito. Il secondo terreno è quello della sinistra alternativa. Più di tante parole vale qui indicare l’esempio di Firenze, cioè la capacità di parlare con i movimenti, con strati intellettuali, con settori interessati a un’alternativa all’egemonia riformista. La sinistra alternativa è oggi un laboratorio utile per strutturare sedi di elaborazione politica e programmatica ma anche per costruire un’azione sociale diretta e quindi deve essere percepita utilmente da ampi settori di movimento, anche di quelli più radicali. Non aiuta in questo percorso l’ipotesi di costituente programmatica delle opposizioni, un tavolo cioè - come quelli già realizzati con scarsi risultati - in cui i movimenti sociali discutono anche con Prodi e Amato. E’ una strada già proposta tempo fa da Cofferati, e che noi giustamente abbiamo bocciato: perché rischia di strozzare il processo di sinistra alternativa e di limitarlo, ma anche di bloccare la dinamica di movimento. Com’è possibile infatti sviluppare la campagna per il No alla Costituzione mentre discutiamo al tavolo di chi quella Costituzione l’ha scritta? Come realizzare una mobilitazione antiliberista, contro le pensioni e il salario, mentre ci confrontiamo con chi le pensioni finora le ha solo tagliate? Gli esempi potrebbero continuare: il punto è che se vogliamo agire sulla sinistra riformista e il centrosinistra siamo oggi obbligati a proseguire sulla strada dell’accumulo di forze, di esperienze e di progettualità antiliberista. E questo ha bisogno di strumenti, di spazi autonomi, di tempi più lunghi, altrimenti assisteremmo al ritorno dell’egemonia riformista che vogliamo invece contrastare. Infine, se davvero vogliamo dare risposta alla domanda di unità e di alternativa che sale dal basso, abbiamo bisogno noi, con le forze della sinistra alternativa e i movimenti, di individuare delle linee programmatiche, di sgrossare una discussione finora mai fatta (vedi Onu) per arrivare a un programma antiliberista e antiguerra espressione della gran parte dei movimenti e delle forze alternative. E’ una necessità non solo per definire con esattezza quali siano i punti non oltrepassabili di eventuali accordi (elettorali o politici) ma anche per costruire una risposta alla crisi del capitalismo italiano ed europeo e candidarsi a essere forza maggioritaria della sinistra. Aver disatteso l’impegno per la Conferenza programmatica non ha aiutato questo percorso, lo riprenderemo nel dibattito congressuale. Marco Ferrando Direzione nazionale Il risultato elettorale positivo che il nostro partito ha registrato ci carica tanto più oggi di una precisa responsabilità: quella di costruire nel movimento operaio e nei movimenti di lotta una prospettiva politica e di azione capace al tempo stesso di puntare alla cacciata di Berlusconi e di evitare ogni subordinazione all’alternanza liberale. Due necessità che insieme pongono a tutti i movimenti e a tutte le loro rappresentanze una questione decisiva: la rottura col centro dell’Ulivo (Margherita, maggioranza Ds, Sdi) a favore di un polo di classe indipendente. Il centro liberale dell’Ulivo, per la sua natura borghese, rallenta la crisi del blocco sociale di centrodestra. L’aver presentato alle elezioni europee come bandiera dell’opposizione Romano Prodi, massima autorità istituzionale dell’Europa dei banchieri e dell’euro, custode del Patto di stabilità e dei "necessari sacrifici", sostenitore di Bankitalia contro i risparmiatori, grande amico di Montezemolo e della Fiat, ha sospinto settori delusi di elettorato popolare di Forza Italia a ripiegare su Lega, An e Udc. Parallelamente la sola prospettiva di un accordo di governo col centro liberale dell’Ulivo nel nome del rilancio della concertazione, già oggi paralizza l’azione sindacale di lotta contro Berlusconi disperdendo potenzialità preziose: e consente a un governo reazionario in gravissima crisi di continuare la propria aggressione antipopolare (nuova manovra finanziaria, attacco alle pensioni, Dpef) senza incontrare alcuna risposta generale di mobilitazione. Per di più accordi sindacali vergognosi come nel settore del commercio, generano effetti di disorientamento e sfiducia. La verità è che non si possono oggi unificare le lotte contro il padronato e Berlusconi se la prospettiva di domani è l’incontro di governo con l’Ulivo e Montezemolo. Questa prospettiva è, a maggior ragione, nemica dell’alternativa. Lo dicono i fatti. In un anno e mezzo di confronto programmatico tra Prc e centro sinistra, a partire dal marzo del 2003, non è stato conseguito un solo indirizzo comune su nessuno dei terreni strategici di fondo (pensioni, liberalizzazioni, flessibilità, Costituzione europea, Iraq, proporzionale). Ed anzi su ognuno di essi il centro dell’Ulivo si è trovato e si trova in contrasto aperto con le ragioni dei movimenti. Come si può pensare, per di più in pochi mesi, ad un comune programma di governo di legislatura? Si nasconde al partito e ai lavoratori la realtà. La vera costituente programmatica di governo è già in pieno corso nella vita reale del paese: è la costituente dell’alternanza liberale. Ha il sostegno della nuova Confindustria, riconquistata dalle grandi imprese, di Bankitalia e di tutte le principali banche del Nord e del centro, delle principali corporazioni professionali delle classi medie. Questi poteri forti scaricano Berlusconi e cambiano cavallo attorno ad un programma preciso: la concertazione come leva di una nuova pace sociale. Una pace sociale che punti a garantire, senza significative resistenze, la continuità delle politiche antipopolari imposte dalla crisi capitalistica e dall’Unione europea. La burocrazia dirigente della Cgil fa da sponda sociale a questo disegno. Il Triciclo di Prodi e D’Alema si candida a regista politico centrale dell’operazione. Qui allora sta il paradosso della linea politica di Bertinotti e della maggioranza dirigente del Prc. Dopo tre anni di elogio dei movimenti si entra di fatto in una prospettiva di governo costruita contro di loro. Dopo aver giustamente esaltato le lotte di Melfi si entra di fatto in un processo politico sospinto dai vertici della Fiat e finalizzato a rimuovere ogni radicalità di lotta. Di fronte a questa realtà occorre assumersi la responsabilità di una scelta netta ed inequivoca. Non si può, come i dirigenti dell’Ernesto, da un lato lodare la "svolta" a destra del partito verso l’accordo programmatico e di governo con l’Ulivo e dall’altro suggerire "condizioni" d’accesso che sono obiettivamente incompatibili con la natura di classe del centro sinistra. Né si può, come il compagno Cannavò, ridurre la questione al semplice "rischio di smarrire l’alternativa", rimuovendo la prospettiva di ingresso del Prc nell’alternanza degli industriali e dei banchieri. Va detto chiaro: ciò che è in discussione è la stessa collocazione di classe del partito nella prossima legislatura, quindi la sua stessa ragione di esistenza. Non contano le intenzioni e le parole, conta la materialità delle cose: o si sta dalla parte dei lavoratori o si sta col centro dell’Ulivo e i poteri forti. Per questo il Congresso, finalmente annunciato, dovrà vedere sul campo una proposta politica e strategica coerentemente alternativa su cui realizzare la più ampia unità di tutti i compagni che, al di là di ogni vecchio steccato congressuale, vogliono salvare in Italia l’opposizione comunista e di classe. In funzione di un’alternativa vera, di società e di potere.
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