|
Comitato Politico Nazionale 3-4 luglio 2004 |
|
Far cadere il governo Costruire l’alternativa |
|
Sintesi delle conclusioni del segretario Fausto Bertinotti |
|
Liberazione 11 luglio 2004 Care compagne e cari compagni, abbiamo innanzitutto un problema di iniziativa da condurre immediatamente in questi giorni. Infatti quello che avviene nella maggioranza non può essere sottovalutato, soprattutto da noi che da tempo parliamo di crisi delle destre e del loro blocco sociale. Ora questa crisi sta esplodendo e non sarà facile fermarla. Non mi riferisco tanto alle dimissioni forzate di Tremonti, ma alle reazioni che si sono verificate nei corpi sociali. Non può avvenire un passaggio da una politica liberista e populista ad una centrista e moderata senza conseguenze. Basti pensare a quello che succede nell’elettorato della Lega Nord. Siamo quindi di fronte ad una crisi profonda e noi lavoriamo per una sua ulteriore accelerazione. Penso ad una iniziativa che possa guadagnare l’ordine del giorno dell’agenda politica. Proponiamo cioè una riunione immediata dei segretari e dei capogruppo parlamentari di opposizione, al fine di chiedere la convocazione di un dibattito parlamentare e di lavorare per la cacciata del governo. L’ipotesi neocentrista L’ipotesi neocentrista sta avendo in questi giorni una maggiore consistenza. La nomina di Mario Monti al Tesoro, se avvenisse, darebbe forza a quest’ipotesi, perché si tratta di una persona legata alle culture liberiste, ma capace anche di autonomia rispetto agli Usa. Naturalmente quando si rompe un blocco sociale le forze che lo compongono possono andare in tutte le direzioni, quindi il progetto neocentrista è contrassegnato da grande incertezza e precarietà. Qualificare l’opposizione Proprio per questo noi dobbiamo sapere elevare il livello del conflitto. Dobbiamo puntare alla fine anticipata della legislatura, ed anche ai fini di questa avanziamo la proposta di una costituente programmatica. Questo risultato non si può ottenere senza una qualificazione sociale e programmatica dell’opposizione. In particolare mi riferisco alla necessità di costruire un’intesa sulla battaglia sul documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e sulla legge finanziaria stessa, ove possono emergere punti di connessione con i movimenti di lotta, che a loro volta possono servire anche per rompere eventuali ambiguità del sindacalisto confederale. Dobbiamo fare maturare le condizioni per arrivare ad uno sciopero generale, che ci pare assolutamente necessario se il governo, come pare, porrà la questione di fiducia sul disegno di legge di controriforma delle pensioni. Le ragioni del nostro successo elettorale Naturalmente vi è una notevole complessità e ricchezza nell’intreccio dei diversi elementi che compongono la nostra linea politica. In particolare non si può puntare alla fine anticipata della legislatura e alla definizione di un accordo programmatico con le opposizioni, senza contemporaneamente costruire la sinistra di alternativa. Qui vengono al pettine i nodi della nostra discussione. Tutti hanno compreso il valore del nostro successo elettorale. Certamente, quando apparve la prima proiezione che ci attribuiva il 5,3%, ho detto ai compagni che eravamo stati sconfitti. Quando alla fine abbiamo superato il 6%, ho detto con la stessa nettezza che la nostra linea ha vinto. Ma debbo riconoscere che la mia previsione sulla facilità della discussione in questo Cpn è stata smentita, forse perché non teneva conto delle tensioni interne al nostro partito e confidava troppo sulle migliori relazioni tra il nostro partito e la società. Debbo però dire che in questo modo rischiamo di non comprendere il valore del nostro stesso risultato elettorale. Proprio per questo sono grato a Giorgio Cremaschi, perché ha detto che faceva ammenda di una sua riserva sulla collocazione del partito e che invece ascrive proprio alla collocazione complessiva che abbiamo scelto merito del risultato elettorale. Questa constatazione accetta la verifica dei fatti, pur senza abdicare alle proprio convinzioni. Nessuno può pensare naturalmente che ci sia un rapporto esclusivo e assoluto tra la linea politica e gli esiti positivi del voto. A quest’ultimo hanno concorso anche altri fattori, l’andamento del ciclo politico, la pressione dei movimenti, gli spostamenti materiali nei rapporti sociali. Il problema è dunque se la linea che abbiamo adottato è stata in grado di intercettare o no tutti questi movimenti e questo nuovo ciclo politico. La risposta è senz’altro positiva. Ciò che conta in questo risultato è l’idea che la gente si è fatta di noi e nel contempo l’idea di società che siamo riusciti a trasmettere. Proprio per queste ragioni il risultato è indipendente dallo stato dei gruppi dirigenti, anche se quest’ultimo ha il maggiore peso nelle elezioni locali. La nostra capacità di innovazione Siamo stati percepiti come portatori di una posizione radicale, capace però di produrre un’innovazione senza smarrire la nostra identità. Coerenza e radicalità hanno saputo incontrare i movimenti e produrre innovazione politica e culturale. Non basta quindi soltanto un elemento a spiegare il nostro successo. Lo vediamo del resto anche per quanto riguarda l’andamento elettorale di altre forze in altri paesi. Non si può dire infatti che League comunista o Lutte Ouvriere non siano contro la guerra e contro il liberismo, ma non hanno saputo cogliere interamente il cambiamento di fase. Da noi invece si è prodotta una sensibile innovazione. Infatti se una formazione politica ottiene picchi di consenso in aree nettamente giovanili (come è successo a noi), in strati di più alta scolarizzazione e nelle aree nelle quali vi è una dinamizzazione, significa che abbiamo intercettato il senso del cambiamento. Noi stiamo peggio per quanto riguarda l’elettorato sopra i 65 anni, il che costituisce un problema grande cui dobbiamo porre rimedio, ma che non oscura il carattere positivo del nostro risultato. Il nostro successo ci ripropone il tema del nuovo movimento operaio e quindi quello di un nostro insediamento al suo interno. La questione del quinto eletto In questo senso si può ridimensionare il tema della scelta del quinto eletto al Parlamento europeo. In ogni caso non passa certo da qui la rottura o meno con una generazione. Abbiamo presente cosa successe nel ’77? Lì vi era un’idea radicalmente diversa della società che si contrapponeva a un’altra, e nelle formazioni tradizionali vi era chi parlava addirittura di diciannovismo. Quello che conta per noi ora è come andiamo al Forum sociale europeo di Londra, come contribuiamo al successo del Mayday, come sviluppiamo i rapporti con le diverse aree del movimento. Vi sono anche state aree di centri sociali che sono rimasti indifferenti a quanto è accaduto. Non si tratta di una mancanza, ma di una scelta. D’altro canto figure come quelle della compagna Morgantini o del compagno Agnoletto non possono essere certo astratte dalla storia del movimento. Per queste ragioni francamente non mi è del tutto piaciuta la discussione che si è sviluppata attorno a questa questione, anche se vi sono stati punti di riflessione positivi. Per esempio, io sono d’accordo con quasi tutto l’articolo pubblicato sul nostro giornale di Michele Di Palma, tranne che per le ultimissime righe quindi con la conclusione. Il rapporto tra partiti e movimenti Gli argomenti che vorrei venissero affrontati fino in fondo sono i seguenti. Noi dobbiamo esplicitare con maggiore chiarezza che il problema non consiste nel capovolgere la gerarchia tra partito e movimento, ma nello spezzare ogni gerarchia. Non possiamo pretendere che i movimenti siano servi del partito, ma neppure il contrario. Tutti quindi devono accettare il limite della propria collocazione. Ognuno è quello che fa, non dove sta. Ho trovato nella nostra discussione molto stimolante l’intervento di Laura Marchetti, ma la inviterei ad usare le chiavi interpretative che utilizza nei confronti delle lotte di Scanzano Ionico, anche rispetto a Melfi. Anche lì infatti vi è stata una rottura del paradigma, anche lì non si è verificato solo un conflitto operaio. In quella fabbrica si pensava attraverso l’organizzazione toylotista del lavoro di addomesticare i comportamenti, come se si fosse trattato di una stalla modello, e questo è riuscito per dieci anni. Come mai quella condizione è stata rotta? Perché c’è una nuova classe operaia. Lo sciopero a oltranza è stata una scelta innovativa. Quando dominava l’organizzazione del lavoro taylorista questa forma di lotta era rifiutata. Con il famoso "salto della scocca" si voleva minare la produzione senza però pregiudicare il salario. A Melfi invece gli operai si sono schierati davanti ai cancelli e di lì non si sono mossi. (segue) La crescita plurale del movimento Non possiamo pensare a rapporti neocorporativi tra partito e movimento, basati sulla negoziazione. Sia chiaro, non sono contro la negoziazione del movimento con le istituzioni, ma contro quella del movimento nei confronti dei partiti o di parti del movimento stesso. Se uno pensa che se stesso sia un valore in sé, va contro la logica del movimento. Se la parte diventa il tutto allora questo vale per tutte le parti, ma si perde il senso del proprio limite. Nel campo dei movimenti le presenze si pesano, nel campo dei voti si contano. Dobbiamo quindi saper dare un giudizio equilibrato, la cosa peggiore è affrontare questi problemi con pulsioni assolutiste o estremiste. Dobbiamo costruire il "noi", come è stato giustamente detto, questo però non elimina il dovere di decidere o in un senso o in un altro in alcuni movimenti. Il problema è sapere relativizzare i passaggi che vengono operati. Sono quindi d’accordo sulla convocazione di un seminario di approfondimento sul rapporto tra i partiti, i sindacati e i movimenti. Non condivido invece il punto di vista di chi pensa di condannare alcuni atteggiamenti dei disobbedienti e di lodarne altri. Al contrario noi dobbiamo favorire una crescita plurale del movimento. Ora si è verificata la possibilità di vincere, e alla Fiat questo è avvenuto per la prima volta dopo ventiquattro anni. E’ potuto avvenire perché quella lotta si inseriva in un processo più generale. Noi dovremmo convocare una prossima riunione della nostra Direzione per definire un programma di attività. La sinistra di alternativa: un processo aperto In questa nostra discussione si sono verificati anche dei fraintendimenti che conviene chiarire. Guardiamo il tema della sinistra di alternativa, o la intendiamo come un processo aperto o come una costruzione chiusa, ma non possiamo fare confusione su questo terreno. La proposta di una federazione tra i partiti esistenti distrugge quella di un processo aperto. La costruzione del partito della Sinistra europea costituisce un’occasione anche per contribuire a questo processo aperto, alla riforma della politica. Si è fatto riferimento alle modalità di organizzazione del Comitato per il referendum sull’articolo 18. Se guardiamo a quella esperienza vediamo che il dato essenziale è stata la pazienza nella definizione del quesito referendario e nell’organizzazione delle forze. In quel caso abbiamo saputo lavorare elasticamente. Esattamente come stiamo facendo oggi e dobbiamo continuare a fare nella costruzione del partito della Sinistra europea e della sinistra di alternativa. In Europa vi è un’esplicita contraddizione tra la costruzione di un’Europa politica e quella basata sul mercato. L’attuale progetto costituzionale aumenta quella contraddizione. La nostra proposta per la sinistra di alternativa La costruzione della sinistra di alternativa in Italia può avvenire oggi sulla base di proposte precise. Chiedo perciò che il nostro Cpn dia un preciso mandato a perseguire una strada chiara, quella di una costituente aperta i cui motori vengono definiti in corso d’opera. Un conto è la condizione delle forze di alternativa a Napoli, un’altra quella di Firenze o di Milano o di Palermo. Questi laboratori sono i motori del processo dal basso, il quale però deve comprendere anche un livello alto, ma più leggero. Penso che dobbiamo individuare come garanti di questo processo grandi personalità e i rappresentanti di organizzazioni sociali come la Fiom, l’Arci, la sinistra della Cgil. Su questa base dobbiamo garantire la presenza di tutti quelli che effettivamente ci stanno. Qualcuno ha detto che abbiamo perso l’occasione di dare continuità alle forme organizzative dopo la conclusione del referendum sull’articolo 18. Posso testimoniare che l’ipotesi che ora avanzo è condivisa da quegli stessi soggetti, i quali ci chiedevano di non formalizzare, di non irrigidire lo schieramento che diede vita al referendum. Oggi quindi dobbiamo muoverci in un modo che sia condiviso, con pazienza, se qualcuno ci chiede di aspettare dobbiamo saperlo fare. La costituente programmatica delle opposizioni La costruzione della costituente programmatica delle opposizioni è complementare a questo progetto. Unità e radicalità devono essere tenute insieme. La radicalità nasce dai conflitti e dalla partecipazione; l’unità è la condizione per affermare contenuti radicali a livello di massa. In campagna elettorale non ho fatto un comizio in cui non avesse immediato successo la proposta della cacciata anticipata del governo Berlusconi. Ci vuole infatti un orizzonte di pratica politica che inveri gli obiettivi. In tutte le lotte emerge la richiesta di un nuovo corso politico e di governo. Le condizioni per l’alternativa di governo Tuttavia questa potrebbe anche essere una prospettiva non realizzabile, e quindi giusto chiedersi se ci sono le condizioni. A questo interrogativo io rispondo che le condizioni non sono date, ma che è possibile costruirle. Non è difficile vedere che vi sono poteri rilevanti che cercano di prolungare il liberismo oltre il suo fallimento. Ma noi stiamo assistendo alla crisi del blocco sociale del berlusconismo. Di solito il ministro del Tesoro e il governatore della Banca d’Italia sono i tenutari dell’ortodossia borghese. La crisi è così profonda che coinvolge anche questi pilastri. Germania e Francia hanno salvaguardato le loro imprese private con investimenti pubblici. La Fiat è a un passo per cambiare la propria natura proprietaria. Tuttavia è vero che le componenti neoliberiste possono ancora giocare delle nuove carte. Condizionare l’impianto generale Il neocentrismo non è un’ipotesi impossibile. I poteri forti potrebbero correre incontro a questo nuovo possibile vincitore. Ma non possiamo limitare la nostra analisi ai possibili aspetti negativi, dobbiamo invece indagare sulle condizioni e le possibilità di un cambio, di un’alternativa. Potremo provare a ragionare così: a quali condizioni è possibile questo cambio? Esso è incompatibile con una logica di negoziazione col centrosinistra. L’abbiamo praticata nel passato, ma oggi questa ipotesi è inesistente. E’ stato detto nel nostro dibattito che bisognerebbe aver chiari quattro o cinque punti, su cui costruire un braccio di ferro come facemmo a suo tempo ponendo l’alternativa tra svolta e rottura. Riconosco che questa logica ha l’apparenza di buon senso, proprio perché è tradizionale. Ma per essere convincente dovrebbe essere rigorosa. In altre parole dovrebbe essere chiaro che se si passa su quei punti diciamo sì all’alleanza, se non si passa dobbiamo dire no. In quest’ultimo caso noi dovremmo prepararci a costruire un’alternativa politica ed elettorale anche nei confronti del centrosinistra, altrimenti prevarrebbe la linea di minore resistenza. Ma in realtà vorrebbe dire puntare ad una desistenza dimezzata, infatti se si imposta la trattativa su quattro o cinque punti senza toccare l’impianto generale, inevitabilmente si finirebbe per scegliere una via intermedia pur di non andare soli alle elezioni. Il problema non è prendere il potere, ma cambiarlo L’accordo programmatico di alternativa è un punto strategico fondamentale. Se noi ora, dopo questo successo elettorale, non la prendessimo "alta", non capirei proprio le ragioni della nostra esistenza. O il nostro progetto decolla o andiamo indietro. Perciò puntiamo ad una vera alternativa di governo. Può non riuscire, ma sarebbe una sconfitta drammatica non solo per noi, ma per tutta la sinistra italiana. Io credo che ci possa essere una crescita egemonica del movimento sulla sinistra nel suo complesso. Che vi possa essere, per così dire, un governo leggero e un movimento pesante. Quest’ultimo deve costituire il baricentro, riattualizzando le considerazioni di Gramsci sulla rivoluzione in Occidente. Noi dobbiamo scardinare il sistema di potere della classi dirigenti. Non capisco chi irride al bilancio partecipativo, senza il quale alcune nuove esperienze di governo non sarebbero neppure nate. La riflessione sul governo deve tenere conto dell’analisi storica dell’evolversi del rapporto tra politica e potere. Non possiamo pensare che i movimenti siano ininfluenti in questo campo. Il movimento ha aperto una nuova grande riflessione: il problema non è prendere il potere, ma cambiarlo. Lo si può fare? Guardiamo agli insegnamenti che ci vengono dalla realtà. E’ vero che il livello locale è diverso da quello nazionale, ma ci insegna pur qualcosa. Se noi avessimo la stessa logica del potere che ha caratterizzato il movimento operaio di un tempo, ce ne saremmo andati dal governo della regione Campania, sulla vicenda del inceneritore ad Acerra, invece siamo rimasti, abbiamo prodotto un’opposizione di massa su questo punto, e abbiamo avuto ad Acerra un grande successo elettorale. Dobbiamo sapere se gli obiettivi hanno un tempo di maturazione. Prendiamo ad esempio la vicenda della mozione unitaria sull’Iraq. Siamo riusciti a farla anche perché abbiamo saputo aspettare. Mettiamo allora a valore le nostre stesse esperienze. I grandi cambiamenti di questi ultimi mesi Ci si è chiesto che cosa è cambiato. Farei prima a dire che cosa non è cambiato. Infatti tra noi, il centrosinistra e il Paese è cambiato tutto. E’ cambiato il rapporto tra la politica e i movimenti. Il collateralismo appartiene al passato. La Fiom fa un congresso sull’autonomia e l’indipendenza del sindacato. Il governo degli Enti locali è cambiato; prima uno non diventava sindaco se non era anche un imprenditore, ora vincono anche i leader di Rifondazione comunista e le tesi sulle privatizzazioni vengono ostacolate o abbandonate. Altro che rottura della gabbia dell’Ulivo, siamo ben oltre, in quello schieramento vi è chi è più vicino a noi che alla sinistra moderata. A suo tempo Prodi diceva che non si poteva fare un accordo con noi. Oggi l’idea dell’esistenza delle due sinistre è largamente accettata. La cultura politica fondata sulla tesi della modernizzazione si è fortemente indebolita. Lo stesso D’Alema ha detto e scritto che l’illuminismo della globalizzazione è tramontato. Si è diffuso il riconoscimento dell’esistenza di problemi fin qui negati, primo fra tutti la questione classica della distruzione del reddito. Lo dimostra persino la vicenda della nostra legge sul recupero automatico dei salari. E’ stata bocciata, il centrosinistra si è astenuto, ma tuttavia la discussione vi è stata e nessuno ha potuto disconoscere l’esistenza del problema. Persino una parte della borghesia imprenditoriale pensa che bisogna rilanciare un intervento pubblico diretto in economia. La questione del governo è un passaggio nella strategia di alternativa Gli obiettivi specifici vanno portati sul terreno del conflitto, altrimenti saremo stritolati, i più intelligenti economisti scrivono che dopo i tagli già previsti di oltre 7 miliardi di euro, occorrerà una manovra ancora più pensante nel 2005. Vi è il rischio di arrivare ad una manovra della stessa gravità di quella che ci fu nel 1992. Abbiamo perciò bisogno di un progetto di innovazione dell’assetto generale della società, altrimenti non si riesce a resistere sui singoli punti. La discussione sul governo, sulla sua natura e sui suoi programmi è quindi centrale perché rappresenta un passaggio topico all’interno della nostra strategia di alternativa.
|