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Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003 |
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Gli interventi 6 |
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Liberazione 10 maggio 2003 Claudio Bellotti, Direzione nazionale Dissento fortemente dalla categoria di "scontro di civiltà" impiegata per descrivere il conflitto attuale. Sono concetti che impediscono di comprendere la natura dello scontro in atto. Dire che la polemica sulla "guerra lunga" era una trappola significa dire che non ci interessava se il popolo iracheno si sarebbe opposto all’invasione imperialista. Il problema non riguarda solo il passato, ma anche il futuro. Una "Intifada irachena" costituirebbe un forte stimolo per continuare la lotta anche in Europa e in Usa. Ma questa possibilità viene negata nelle posizioni della maggioranza, che di fatto derubrica la possibilità di un movimento di liberazione nazionale in Iraq, sostenendo che verrebbe egemonizzato dal fondamentalismo. Questo equivale a dire agli iracheni (e a qualsiasi altro popolo oppresso) che non devono ribellarsi all’occupazione, ma devono aspettare che il movimento in occidente riesca a cacciare via Bush e i suoi alleati. Il fondamentalismo è un pericolo, ma si combatte precisamente proponendo un riferimento alternativo, di classe e rivoluzionario che possa parlare al movimento di massa offrendo un’alternativa alle politiche fallimentari delle vecchie direzioni nazionaliste borghesi o piccoloborghesi, in crisi in tutto il Medio oriente. Il fondamentalismo, inoltre, si afferma non sui movimenti di massa ascendenti, ma al contrario cresce sulla frustrazione e sul disorientamento politico causato dai cedimenti (quando non dei veri e propri tradimenti) delle direzioni nazionaliste, come dimostra anche il caso palestinese. Proporre l’Europa come sede dell’"elaborazione di un modello sociale alternativo" (ma interno al capitalismo) è una concessione alle posizioni di Chirac e Schroeder, che si è riflessa anche su Liberazione che parlava entusiasticamente del "cuore saggio della vecchia Europa" o dell’"Asse di pace Berlino-Parigi". La nostra alternativa alla politica aggressiva degli Usa non può essere un europeismo condito di retorica sociale, ma deve essere nell’internazionalismo rivoluzionario, unica risposta all’altezza dei pericoli e della spinta alla barbarie generata dalla crisi capitalistica.
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