Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003

Le conclusioni di Fausto Bertinotti

Sintesi delle conclusioni del segretario nazionale del Prc

Liberazione 8 maggio 2003 

 

Questa volta, care compagne e cari compagni sono chiamato a conclusioni assai difficili e non posso nascondere un certo disagio personale nel compierle. Se mi permettete un paragone mi sento un po’ come quella vecchia che esce dal coma nel film "Lenin goodbye" e che torna a vivere in un quadro che artificialmente ripropone la situazione di vent’anni prima. Riconosco che il tentativo che abbiamo condotto nel corso dell’ultima direzione nazionale di circoscrivere le divergenze su punti specifici è fallito. Non è riuscito perché abbiamo sottovalutato la portata del dissenso che si è rivelata assai più grave, a partire dal giudizio sugli ultimi fatti di Cuba. Qui sono emersi dei dissensi profondi. Qualcuno ha parlato di un limite democratico nella discussione in questo Cpn. Non capisco allora perché non siano stati presentati documenti che diano conto delle differenze esistenti su tutte le questioni. In questa discussione si è manifestato un attacco esplicito e diretto sulla qualità delle Tesi congressuali che, secondo queste opinioni, sarebbero state falsificate dagli avvenimenti di questi mesi. Nella riunione della direzione nazionale abbiamo invece affermato che le Tesi sono servite a collocare il partito nel movimento della pace e per il referendum. Anche chi era critico sulle Tesi congressuali avrebbe potuto convenire su questo punto. Possiamo dire che le Tesi congressuali sono state pienamente metabolizzate dal nostro partito. Eppure oggi il dissenso si è allargato a campi diversi ed a questioni decisive in modo sorprendente.

Il dissenso su quanto sta accadendo a Cuba è ovviamente del tutto compatibile con la linea generale del nostro partito. Ma quando questo trascende la questione specifica, il problema assume caratteri ben diversi. La questione dell’atteggiamento da tenere sulla pena di morte non è solo una questione etica, ma anche politica. La pena di morte va rifiutata hic et nun, senza se e senza ma. Le divergenze sul comportamento da tenere nei confronti dei dissenzienti richiamano punti di vista diversi sul ruolo dello Stato, del partito, sulla costruzione del comunismo.

Non credo che la divergenza verta sulla storia di Cuba. Da tempo parliamo sia della sua condizione specifica che del contesto nella quale essa si inserisce. Ora però vi è stata una modificazione. L’esecuzione della pena di morte ritorna, dopo che era stata praticamente congelata. L’aggressione a Cuba, il clima di guerra sono sotto gli occhi di tutti. Ma proprio perché il quadro generale è questo noi non siamo d’accordo con quelle condanne. Non pretendo di insegnare nulla, ma penso che un atteggiamento opposto sarebbe stato più utile per fronteggiare quei concretissimi pericoli. Possiamo e dobbiamo discutere del tema della sicurezza di Cuba e della natura del dissenso interno. Sulla prima questione possiamo anche assumere il punto di vista dei compagni cubani; sulla seconda mi basta problematizzare la questione.

In ogni caso non si comprende perché bisogna mettere in atto la pena di morte, attivare tribunali speciali, trascinare la lotta politica in una lotta militare. La pena di morte non è giustificabile in ragione del contesto, perché si perderebbe di vista la sua ferocia e il suo simbolo di distruzione. Se il dissenso diventa tradimento esso verrà messo fuori gioco. A Cuba sono tutti d’accordo con questi processi e con queste condanne? No, ma non lo possono dire. Se si perde la percezione di questo problema, il solco tra di noi si allarga, perché ritorna quel lato di storia del novecento che abbiamo definito come terribile. Abbiamo infatti condannato lo stalinismo non solo come un particolare periodo storico dell’Unione Sovietica, ma anche per le sue influenze sul movimento operaio mondiale. Abbiamo criticato l’idea che il potere lo si prende e lo si difende con qualunque mezzo, e che proprio questo ha tradito la necessità di una rivoluzione nel profondo della società. Su questo si fonda la critica alla dottrina del socialismo in un solo paese. Abbiamo criticato l’idea dell’autocensura che porta ad accettare tutto quello che accade in nome di un presunto ideale superiore. Ecco su questo punto il nostro dibattito ha segnato una regressione clamorosa, ha registrato un dissenso assai più grande del previsto.

Questo motiva il mio disagio a condurre la responsabilità che porta. La categoria del "tradimento oggettivo", non ci deve appartenere. Da diversi interventi individuo l’esistenza di un filo da cui sono estraneo. Mi riferisco in particolare alla concezione della guerra giusta, al concepire il rifiuto della violenza come esigenza di "anime belle", alla concezione del potere, e della sicurezza nel processo rivoluzionario, alla concezione dello stato che decide a suo insindacabile parere l’uso della forza per assicurare questa sicurezza. In questo quadro la repressione dei reati sconfina in quella del dissenso, il che è sbagliato quando anche questo ultimo fosse inquinato dalla mano dell’avversario.

Anche la Cisl italiana nasce con i soldi degli Usa, ma ovviamente non tutti quelli che vi aderivano lo facevano per questa ragione. L’accerchiamento di Cuba è reale, ma non si può decidere di chiudersi in un "fortino". Molti pensano che il potere vada comunque difeso in quanto rivoluzionario, ma essi non colgono che la non violenza è il terreno di riflessione più alta da parte del movimento. Si trascura lo sforzo fatto per realizzare la pratica della non violenza come antidoto alla tenaglia fra guerra e terrorismo.

L’esperienza della disobbedienza, l’esperienza zapatista parlano al mondo. Bisogna discutere certamente, ma per allargare la disobbedienza ad esempio alle fabbriche e ai luoghi di lavoro. Il dissenso su questa questione fra noi è di fondo. Dobbiamo discutere qual è il nostro senso comune. L’idea di rifondazione deve contenere una cesura con il novecento. La libertà, la democrazia non sono questioni di altri. Se il comunismo non riesce a realizzarle è un cane morto, esso deve fornire e praticare la più idea di libertà e di democrazia. "Libertà comunista" scrisse tanti anni fa Galvano della Volpe, intendendo una libertà che trascendeva la libertà borghese proprio perché si appropriava delle sue forme più avanzate. L’oggetto della divergenza tra di noi è dunque la concezione del comunismo. Il pluralismo per noi è essenziale. Se questo non vive resta solo la politica del momento su cui possiamo anche essere d’accordo, ma non basta.

Vi è stata una distanza tra la relazione e il dibattito, il nesso tra la questione della guerra e quello del referendum sono stati oscurati. Non si sono viste le intuizioni politiche che abbiamo costruito. Tutto questo ha rilevanza per stabilire le priorità degli obiettivi, che la nostra discussione non ha colto appieno. L’efficacia e la rapidità con cui la guerra contro l’Iraq si è sviluppata costituisce un possibile precedente per un’altra guerra. Dopo la fine della guerra guerreggiata le difficoltà di Bush sono maggiori che nel fare la guerra. Sia perché permangono resistenze in Iraq. Sia perché nel mondo arabo, ivi compresi i ceti medi, si sono realizzati spostamenti in senso anti Usa.

Il conflitto tra Palestina ed Israele continua. Il disegno attorno alla questione del petrolio sembra destinato a fallire. La crisi economica non trova alcuna risposta dall’esito della guerra. Vi è la crisi della locomotiva americana, con una difficoltà ad attrarre capitali e a promuovere consumi opulenti. In Europa si pensa più alla famiglia che alla impresa come volano dell’economia. La globalizzazione quindi apre una maggiore conflittualità nel mondo intero; tutto si basa sulla competizione delle imprese (come dimostra l’accanimento contro l’articolo 18 in Italia), mentre continua un cambiamento di ruolo degli stati nazione. Questo cambiamento non riguarda solo la questione economica, ma anche la collocazione geopolitica, le loro culture, il peso dell’influenza religiosa. In questo quadro noi non possiamo confondere forme di resistenza anche apprezzabili, con il delinearsi di un’alternativa compiuta alla unipolarità nel mondo. Al contrario è il movimento che deve sapere utilizzare queste contraddizioni per avanzare le sue proposte. Noi facciamo parte di un largo movimento con l’estensione dell’articolo 18. Il percorso che noi alimentiamo può fare crescere il movimento secondo una logica di classe, senza atteggiamenti didascalici da parte nostra. Noi da subito abbiamo criticato quello che si è venuto chiamando il "cofferatismo". Nella nostra logica non è quella di una ricerca a tutti i costi di un’alleanza con il centrosinistra, ma l’idea della rottura della gabbia del centrosinistra. Ora che la crisi nel centrosinistra è palese bisogna incalzare questo schieramento. Se organizzazioni come l’Arci dicono di sì al referendum, se nelle prossime ore, come è probabile, la Cgil dirà sì siamo di fronte ad un avvenimento epocale poiché le due più grandi organizzazioni di massa presenti nel paese assumerebbero una posizione diversa e contraria a quella del centrosinistra.

Dobbiamo evitare che sull’articolo 18 si crei una rissa tra noi e i Ds. Questo non gioverebbe al risultato. Dobbiamo invece garantire che le organizzazioni intermedie della società italiana siano protagoniste nella battaglia sull’articolo 18. Proprio per questo è necessaria un’inchiesta. Non tutti comprendono la portata sulla lotta dell’articolo 18. Dobbiamo perciò moltiplicare i fronti sociali cui questa battaglia allude. Nelle prossime elezioni amministrative dobbiamo sapere cogliere e valorizzare l’opposizione crescente a Berlusconi. Naturalmente non dobbiamo caricare questo tema indebitamente sull’elezioni amministrative o sul referendum, ma certamente tenerne conto in entrambi i casi.

L’idea di un diverso governo locale, attraverso la pratica del bilancio partecipativo, è l’elemento che da qualità e tono diverso a queste elezioni. Infine, e ho concluso, bisognerà riprendere la discussione sullo stato del nostro partito, dopo il 15 giugno, poiché abbiamo problemi molto seri. Difendo con molta energia il nuovo corso che abbiamo avviato, introducendo elementi di innovazione. Eppure nella discussione di questo comitato politico nazionale l’apporto dei giovani è stato sostanzialmente espulso. Questo è un fatto negativo su cui torneremo a riflettere.

 

  home