|
Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003 |
|
|
Gli interventi 4 |
|
|
Liberazione 8 maggio 2003 Livio Maitan 1) Gli Stati Uniti hanno ribadito una enorme supremazia militare che consente loro di agire unilateralmente senza l’avallo delle Nazioni Unite che hanno subito il più duro colpo della loro storia. Hanno condotto, con efficace rapidità, un’operazione con perdite irrisorie e un numero di vittime irachene inferiore a quello del 1991, della guerra contro la Serbia e di quella in Afghanistan. Potranno riutilizzare attrezzature petrolifere che non hanno subito danni di rilievo. Hanno rafforzato il loro peso in una regione cruciale, mettendo con le spalle al muro Stati arabi e lo stesso Iran e rendendo ancora più drammatica la condizione dei Palestinesi. Possono sfruttare, più in generale, l’evoluzione a loro favore dei rapporti di forza, scatenino o no un’altra guerra a breve termine. 2) I recenti avvenimenti hanno fatto emergere, più che mai in precedenza, conflitti di interessi economici e di disegni geopolitici tra le grandi potenze, dalla Francia alla Germania e alla Russia, e, sia pure meno apertamente, alla Cina. Il fatto che questi conflitti non si traducano sul piano militare, non significa che siano meno reali. D’altra parte non va sottovalutato che sul terreno economico i rapporti di forza tra Stati Uniti e Ue non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli sul terreno militare. Dall’ineludibile constatazione del riemergere di conflitti intercapitalistici o interimperialistici non discende affatto che le posizioni assunte da Francia, Germania e Russia possano essere valorizzate in contrapposizione agli Stati Uniti, come sostengono personaggi e tendenze dello stesso movimento no global. Ciò vale anche per la Cina, a sua volta nel vortice della globalizzazione neo-liberista. 3) Nel contesto della crisi politica e culturale che investe, in diverse forme, tutte le società capitalistiche, l’emergere del gruppo dirigente attorno a Bush è lo sbocco di un processo ispirato da esigenze vitali per la potenza egemone e iniziato, negli anni di Clinton, dall’ala "fondamentalista" dei repubblicani con la complicità di settori degli stessi democratici.. L’11 settembre ha impresso la spinta decisiva al "nuovo corso", cui ha contribuito, meno direttamente, la fine dell’alta congiuntura prolungata. Una – relativa – analogia è possibile con l’avvento del reaganismo, prodotto sia dalla recessione metà degli anni 70 sia della volontà di superamento della sindrome del Vietnam mentre crollavano nell’Iran e in Nicaragua due roccaforti della conservazione. I maggiori paesi europei hanno conosciuto una crisi di società, per certi aspetti, più profonda. Dopo la moneta unica è all’ordine del giorno la definizione di un quadro istituzionale, tanto più in vista dell’allargamento. Compito molto arduo dopo la crisi dell’establishment più tradizionale e l’inconsistenza, a volte ai limiti del grottesco, dei nuovi gruppi dirigenti. Il nuovo passo avanti è difficilmente compatibile con una persistente subordinazione agli Stati Uniti. Sul piano economico scontri di estrema asprezza si susseguono da tempo e restano all’ordine del giorno. La prospettata guerra all’Iraq offriva, in particolare a Francia e Germania l’occasione per una netta delimitazione. Lo stesso Blair cercava di giustificare il suo atteggiamento adducendo che per l’Europa sarebbe stato meglio assecondare gli Stati Uniti per poter meglio condizionarli. 4) Gli Stati Uniti, vinta la guerra, potrebbero perdere la pace. Del resto, la prima guerra del Golfo non aveva risolto che il problema del Kuwait. Che la "vittoria" sulla Serbia abbia aperto la strada a una ricostruzione pacifica della regione sarebbe difficile sostenere. E la situazione di instabilità e frammentazione dell’Afghanistan è dinanzi agli occhi di tutti. Sul piano economico la ripresa più volte annunciata non si delinea neppure all’orizzonte. Dopo il Giappone anche la Germania è impantanata in un ristagno prolungato, se non addirittura in ricadute recessive. E le celebrate tigri asiatiche sembrano scomparse dall’orizzonte. In questo contesto, da un lato, la concorrenza tenderà ad assumere forme parossistiche e, dall’altro, ci saranno nuovi ritorni di fiamma protezionistici. Di qui un acutizzarsi di conflitti intercapitalistici, con tensioni nella stessa Ue (non è scontato l’esito del referendum britannico sulla moneta unica). 5) E’ essenziale che il movimento no global mantenga e dispieghi tutte le sue potenzialità mobilitandosi in forme convergenti per la difesa della pace e per obiettivi sociali, tanto più irrinunciabili mentre è in corso, dall’Italia alla Francia e alla Germania, una nuovo offensiva di governi e classi dominanti. L’enunciazione è incontestabile, ma la traduzione in pratica sarà estremamente ardua. Per questo il movimento deve accrescere il suo sforzo di riflessione sulle esperienze fatte, sulle esigenze nuove, sulla necessità di definire obiettivi e forme di mobilitazione nella nuova fase. Gigi Malabarba, Capogruppo al Senato In questa fase di transizione del processo di internazionalizzazione del capitale occorre analizzare le dinamiche reali, anche contraddittorie, evitando assolutizzazioni arbitrarie. L’attuale dibattito rischia di essere del tutto privo di dialettica. La transnazionalizzazione è in atto ma ancora agli inizi e le multinazionali fanno capo tuttora a Stati che intervengono in funzione anticiclica, mentre la guerra ha messo in luce l’acuirsi della concorrenza intercapitalistica. E’ tuttavia aberrante la tesi che porta a un neo-campismo senza più neppure un "campo socialista" da difendere: era sbagliato allora a sostegno del socialismo in un paese solo, oggi porta al sostegno di un riarmo imperialista dell’Ue in funzione anti-Usa, proprio mentre contro questo pilastro liberista in costruzione va la nostra lotta per un’Europa sociale. Il Referendum è l’unico strumento per ripristinare l’art. 18, già cancellabile per tutti ora con le deleghe ottenute dal disegno di legge 848, rafforzato dal prossimo 848 bis. Negli anni ’80 Cgil, Cisl e Uil promossero una legge popolare per estendere tutto lo Statuto alle aziende con meno di 16 dipendenti e molti accordi, ad esempio in Emilia, lo recepirono senza mandare sul lastrico nessuno. La vittoria del Sì per l’estensione è anche la migliore (e unica) difesa dell’art. 18 per i 10 milioni che l’hanno già. Matteo Malerba, Direzione Nazionale La scena mondiale, fino all’inizio della guerra in Iraq, ha avuto due grandi protagonisti: 1) l’imperialismo americano; 2) il grande movimento pacifista. E’ indubbio che l’imperialismo americano ha vinto, segnando l’inizio del dopo Onu e degli organismi istituzionali che rallentano la marcia verso i suoi obiettivi strategici, ignorando le grandi mobilitazioni di massa per la pace. Con l’occupazione dell’Iraq gli Usa raggiungono i seguenti obiettivi 1) estendono l’egemonia in una parte del mondo vitale per il medio periodo; 2) mettono le mani su una fonte petrolifera di grande rilevanza mondiale tanto da poterne determinare prezzo e quantità di flusso in futuro; 3) affermano l’uso della guerra come strumento di pianificazione del consenso e tentativo di rilancio di un’economia stagnante con la produzione bellica ed i profitti che derivano dalla ricostruzione che gestiranno le proprie lobbies. "L’invincibilità" Usa è turbata dall’instabilità internazionale (vedi la posizione di Francia, Russia, Germania, Cina) e dalla resistenza delle popolazioni ostili che possono aprire crepe allo strapotere americano. Proprio in queste contraddizioni le forze del movimento operaio si devono inserire sostenendo l’autodeterminazione dei popoli per la cacciata dell’imperialismo a partire dall’Iraq. Con l’incapacità di fermare la guerra il movimento, mentre sedimenta una grande e diffusa idea di pace, subisce una sconfitta con il rischio che ogni componente rifluisca verso la propria settorialità. Non ripensare ad un’altra direzione politica legata alla battaglia per l’egemonia alternativa nei movimenti, sarebbe imperdonabile per il Prc. C’è bisogno di riportare all’ordine del giorno del confronto dentro il movimento il legame congenito fra imperialismo, struttura economica capitalistica e la guerra per affermare che solo l’uscita di questa società basata sullo sfruttamento e il profitto, può aprire la strada ad un mondo di pace e giustizia sociale. Cesare Mangianti, Federazione di Rimini Condivido il piano di lavoro del segretario e ritengo opportune e ben mirate le scelte operate negli ultimi tempi. La vittoria del Sì sull’art. 18 è possibile non solo perché lo dicono i sondaggi, ma perché nel Paese, tra i lavoratori, sempre più si sta comprendendo che votare Sì significa affermare un diritto di cittadinanza basilare contro la barbarie del liberismo e delle destre. Apprezzo fortemente le scelte della Cgil, che può essere determinante per la vittoria; mi auguro che riflettano, ma l’autocritica non è nello stile di certi compagni, coloro che credevano irrimediabilmente perduta la Cgil... Dobbiamo denunciare con forza la scelta-non scelta dei Ds che va contro i lavoratori ed i loro stessi elettori. E Cofferati appare nudo, contro il movimento dei lavoratori tutto preso dalla rifondazione dell’Ulivo. La guerra Usa in Iraq è una guerra imperialista dalla quale si sono dissociati altri stati imperialisti. Rappresenta il più evidente e recente esempio della inesattezza della tesi congressuale dell’impero. Anziché prenderne atto con umiltà, con una scelta dannosa per l’unità del partito - alla vigilia del referendum - il segretario ed altri compagni hanno mostrato i muscoli in direzione. E’ stato un grave errore, come quello della mozione del Gruppo parlamentare contro Cuba che non a caso, ha visto l’astensione dell’Ulivo... Sono contro la pena di morte, ma il contesto vede Cuba accerchiata dall’imperialismo Usa pronto all’invasione. Avrei preferito una mozione che condannasse la violazione dei diritti umani a Guantanamo da parte dell’imperialismo Usa anche contro ragazzini afghani di 13 anni. Dobbiamo camminare domandando, ma la nostra bussola - almeno la mia - mi indica la direzione di una società socialista. Non intendo seguire altri percorsi ed altre mete. Laura Marchetti, Direzione nazionale Deve ancora la politica essere figlia della polis, la "fortezza", il luogo fortificato della città greca, dunque una pratica militare anche in tempo di pace, compromessa inevitabilmente con la forza, con una "militanza" (da miles, il militare) che, separandosi dall’etica, arriva a giustificare la pena, la distruzione impietosa dell’altro, la morte? O può invece oggi la politica pretendere, senza rassegnarsi alla violenza (perché non c’è peggiore violenza di chi tace di fronte ai violenti), di lavorare per "le pulsioni di vita" e trovare nuove strade (il linguaggio, la rivolta della singola coscienza, la collettiva e organizzata disobbedienza) per rispondere all’aggressione e fare resistenza? Può soprattutto la politica uscire fuori dall’orizzonte simbolico della guerra e istituire su di essa un vero e proprio ripudio, un tabù di pensiero e parola? E’ la domanda che dava il senso al mio intervento nel Cpn (che non so riassumere in 20 righe). Leonardo Masella, Federazione di Bologna Proprio perché condivido fortemente le proposte concrete di iniziativa avanzate nella introduzione, non comprendo perché si sia voluto ad ogni costo far votare la Direzione sull’analisi internazionale, dividendo la maggioranza alla vigilia dei referendum. Solo per ribadire le tesi congressuali che peraltro andrebbero quantomeno aggiornate al terremoto determinato dalla guerra americana all’Iraq? Ciò è ancora più sbagliato in quanto avviene in un contesto negativo, di crisi dell’onda lunga dei movimenti determinata dall’effetto della vittoria americana su Saddam. Gli Usa approfittano della vittoria di questa prima tappa della guerra per lanciare una controffensiva generalizzata per controbilanciare l’isolamento mondiale in cui si erano cacciati prima della guerra. Una controffensiva contro il grandioso movimento per la pace, contro la Francia, la Cina e la Russia che si sono opposti alla guerra, e, affondando il colpo più duro, contro i cosiddetti "stati canaglia", la Siria, l’Iran, la Corea del Nord e…Cuba. Si, Cuba. La campagna americana sui diritti umani, sui processi, sulla pena di morte, sulla dittatura comunista è la preparazione di una guerra di aggressione anche contro Cuba, divenuta realistica con la nuova politica della guerra preventiva e permanente del nuovo governo Bush. La nostra contrarietà alla pena di morte a Cuba deve essere collocata in questo nuovo contesto di guerra in cui si trova Cuba. Dovremmo chiederci come mai la Margherita e i Ds, che hanno fatto un voltafaccia sulla guerra e si sono allineati anche alla aggressione a Cuba votando persino bipartizan col Polo, si sono contemporaneamente astenuti sulla mozione presentata dal nostro gruppo parlamentare. Di fronte a questa situazione abbiamo solo una possibilità: con grande senso di responsabilità e senza drammatizzazioni, correggere l’errore della Direzione e mettere al centro la questione del referendum come questione da cui dipendono tutte le altre, perché dall’esito del referendum dipende il contratto dei metalmeccanici, dipendono i rapporti di forza fra sinistra moderata e sinistra di alternativa e dipende il destino dello stesso governo Berlusconi che se vince il Si può essere mandato a casa. Citto Maselli, Federazione di Roma Concordo su tutta la sostanza della relazione del segretario e intervengo solo su un punto toccato, nel suo importante intervento, dal compagno … (prego la redazione di ritrovare il nome) sulla crisi degli Stati nazionali. Che la realtà e il concetto stesso di stato-nazione siano in via di demolizione è vero da tempo e in particolare da quando l’internazionalizzazione del mercato e l’avvio del processo di globalizzazione hanno chiesto la creazione dei grandi istituti mondiali volti a regolare lo sviluppo in chiave liberista. E dunque è vero che servono oggi barriere e fronti larghi per una battaglia che ha altre dimensioni da quelle d’uno Stato nazionale. Anche da qui la grande importanza – storica direi – della nascita di quello che abbiamo chiamato movimento dei movimenti. E tuttavia in campo culturale tutto questo discorso cambia natura: è esattamente nella salvaguardia e nella difesa strenua delle culture nazionali e cioè delle cento culture di cui è fatta una nazione, che si combatte una battaglia fondamentale com’è quella contro il pensiero unico. Il mantenimento dei terreni in cui possono oggi sopravvivere e svilupparsi le culture critiche dell’esistente non è un tema "sovrastrutturale" come avremmo detto un tempo: è uno dei luoghi centrali della battaglia immensa che abbiamo davanti. Per quanto riguarda la questione di Cuba io mi domando se è mai possibile fra noi un ritorno al clima del decimo plenum del sesto congresso dell’Internazionale: dove veniva addirittura sancito quello che era già atrocemente divenuto pratica corrente nel movimento comunista: la critica aperta fra comunisti considerata non più un dovere ma quasi sempre, invece, come un "tradimento oggettivo". Cosa questo passaggio abbia voluto dire di terribile e mortale nella nostra storia, ero convinto fosse da tempo consapevolezza e patrimonio comune di tutti noi. Vladimiro Merlin, Federazione di Milano Anche io manifesto la mia difficoltà ad intervenire in questo Cpn, dopo 6 mesi dall’ultima convocazione, con una moltitudine di questioni accumulate di cui difficilmente si potrà discutere in modo proficuo. Sulla situazione internazionale: discutiamo ancora di impero o imperialismo, ma non trovo nella teoria dell’impero una spiegazione di ciò che è accaduto (e del perché) tra quegli stati che dovevano far parte della cupola della globalizzazione e che invece si sono contrapposti in occasione della guerra in Irak. Si pone oggi, a livello internazionale, la questione del multipolarismo o dell’unilateralismo. Domando: è indifferente alla lotta dei popoli ed al movimento quale di questi due contesti si affermerà? Oppure uno dei due è più favorevole allo svilupparsi delle lotte e a ostacolare la guerra? Non si tratta di ricostruire campi o fare il "tifo" per qualcuno, il Prc ed il movimento possono dare un contributo contro l’unilateralismo riuscendo a determinare, attraverso una campagna politica, la chiusura delle basi Usa e Nato in Italia. E’ un obiettivo oggi ampiamente comprensibile e condiviso, potrebbe dare continuità al movimento per la pace. Su Cuba, il contesto: in Venezuela gli Usa operano non solo economicamente in favore dell’opposizione, ma anche organizzando golpe e guerra civile. In Colombia gli Usa intervengono militarmente contro la guerriglia. In questo contesto noi potevamo esprimere la nostra critica alla pena di morte evitando di arrivare agli eccessi della mozione parlamentare, che non a caso ha raccolto l’astensione del centrosinistra. Noi chiediamo a Cuba la "democrazia", il pluralismo ecc.; su questa strada l’esperienza Nicaraguense insegna che non si regge al confronto con lo strapotere economico, mediatico, politico e militare degli Usa: su quel terreno la rivoluzione Sandinista fu schiantata, non si è ancora risollevata ed il prezzo lo sta pagando il popolo del Nicaragua. Riprendo la metafora del compagno Bertinotti, non è che noi stiamo chiedendo a Cuba di difendersi secondo i canoni della Noble Art mentre gli sparano da un carro armato? Gennaro Migliore, Direzione Nazionale La discussione aperta in Direzione e la relazione del segretario Bertinotti ci consentono un necessario aggiornamento della fase politica. Non si tratta di astratte discussioni nominalistiche ma soprattutto l’individuazione degli elementi strutturali della globalizzazione che sono la base dell’azione politica del nostro partito. Il nostro partito in questi mesi, scegliendo la collocazione interna al movimento, ha intercettato aree sempre più importanti dell’opinione pubblica italiana e internazionale. Siamo diventati un punto di riferimento per molte battaglie politiche e sociali. Per questo la posizione che abbiamo assunto nei recenti fatti avvenuti a Cuba si esprime come una posizione che ricerca la costruzione di una forte identità comunista esigendo la critica di comportamenti che non abbiamo condiviso. La nostra solidarietà con Cuba non è mai stata in discussione come testimonia il rapporto intenso che abbiamo con i compagni cubani che hanno sempre distinto tra le critiche strumentali e quelle fraterne. Eppure noi critichiamo l’idea che possa esistere una eccezionalità che giustifichi l’utilizzo della pena di morte contro il dissenso. Nel movimento abbiamo praticato forme innovative della militanza e dell’azione politica. E certamente tra le più importanti c’è stata l’azione dei Disobbedienti di cui ci sentiamo parte integrante. I limiti della disobbedienza possono essere superati solo generalizzando questa pratica e articolandola anche sul piano sociale, e non certo richiedendone l’isolamento in una ipotetica pratica generale e unitaria del movimento pacifista. La ricchezza di questo movimento sta nella sua autonomia, nella sua radicalità, nella sua ricerca della sua efficacia. Enrico Milani, Segretario Federazione di Caserta La totalizzazione del rapporto di capitale, la sua estensione pervasiva dentro le vite di ciascun individuo ed in ogni luogo del globo, la sussunzione capitalistica di ogni segmento dei processi di produzione delle merci e di riproduzione della f-l, avanzano inesorabilmente, senza che sia data più sostanziale distinzione tra una via "pacifica" ed una via "militare". Nella seconda globalizzazione, l’intreccio tra economia, politica e guerra diviene talmente inestricabile da rendere impossibile la separazione dell’una dall’altra e viceversa. Questa è la guerra infinita e preventiva. Dentro di essa, l’iperpotenza imperiale americana agisce per determinare una nuova catena gerarchica, generando disordine ed instabilità permanente, resistenze e contraddizioni. Contro l’intera catena gerarchica della globalizzazione capitalistica si è sviluppato il "movimento dei movimenti", si è costituito il "movimento contro la guerra e per la pace": essi rappresentano, qui ed ora, la prassi concreta della "critica allo stato presente delle cose". In questo quadro, davvero non ha senso la riproposizione, all’interno del nostro dibattito, di una propensione "campista", la quale, in nome della "realpolitik" ci condurrebbe ad esiti letali e disastrosi (come, ad esempio, il sostegno all’ipotesi di riarmo europeo in funzione antiamericana) sia per la costruzione del movimento sia per la prospettiva di una politica autonoma di classe. Questa prospettiva si alimenta anche della costruzione di un programma generale che sia espressione della nuova composizione di classe. Sotto questo profilo, l’idea che l’art.18 possa rappresentare una "leva" in questa direzione è del tutto convincente ed apre una dinamica finora a noi preclusa, ossia quella di costruire strumenti efficaci di intervento e di organizzazione in grado di produrre aggregazione e riunificazione nella nuova composizione di classe. E’ da qui che può rimettersi in moto, materialisticamente, il processo per una sinistra di alternativa. Roberto Musacchio, Direzione nazionale Concordo fortemente con la relazione di Bertinotti. Sento che siamo a un passaggio non semplice della nostra vita di comunità politica. Riemerge infatti nel nostro dibattito una visione "campista" che offusca gli elementi costitutivi di un processo di Rifondazione comunista riproponendo una sorta di "fine che giustifica i mezzi" del tutto contrastante con il portato di limpidezza politica e di bisogno di liberazione sociale ed umana costitutivo del movimento ma anche del tutto inefficace di fronte alla capacità manipolativa e di detenzione della forza del potere imperiale. Non si tratta di non vedere le contraddizioni che albergano nel capitalismo globalizzato, anche nelle sue relazioni con le dimensioni statuali, ma di vedere come non ci si può poggiare sulla definizione di un campo di forze meno avverse di altre perché la lotta di liberazione o è globale o non è e va agita contro l’amministrazione Usa come contro l’Europa di Maastricht. Non si tratta di non stare con Cuba, ma di farlo non omettendo alcunché di critica a fronte di elementi come il ricorso alla pena di morte o a pratiche giudiziarie non garantiste che noi condanniamo in qualunque contesto. La ricerca di efficacia è per noi e per il movimento ormai un passaggio determinante. Pensiamo ai referendum e a come essi alludano ad una alternativa sociale e complessiva che noi, piccola forza, siamo contribuendo a far vivere nel contesto politico. L’orientamento al boicottaggio espresso dalla segreteria Ds è un salto di qualità sconcertante. Ma sono un fatto grande e positivo gli orientamenti che maturano nella Cgil e nell’Arci per il Sì. Dobbiamo partire dalle forze che stanno in campo per la vittoria dei referendum per ragionare sulla costruzione dell’alternativa. Francesco Nappo, Federazione di Napoli Qualche rapidissima riflessione su alcuni aspetti di questa nostra discussione, alcune linee di ricerca sulla configurazione attuale del mercato mondiale: 1) la composizione delle imprese internazionalizzate si è modificata negli ultimi 30 anni. Il capitale conferente di altro Paese, accanto al capitale d’origine, non ha più semplicemente il ruolo di capitale ospitante, ma concorre alle strategie transnazionali di quelle imprese. I centri strategici di progettazione e direzione restano, per lo più, nel Paese d’origine, ma non necessariamente in modo esclusivo o totale; 2) quanto più è sviluppato il Paese dove si colloca l’investimento, più risultano irrinunciabili le funzioni regolative del suo Stato, funzionali a quegli investimenti; nello stesso tempo, i crescenti condizionamenti delle multinazionali sugli Stati ostacolano sempre più politiche economiche di integrazione sociale; 3) l’economia capitalistica transnazionale non elimina gli elementi di crisi strutturale e ricorrente all’interno dei Paesi che partecipano al capitale delle multinazionali (sovraccumulazione, sproporzione settoriale, insufficienza di domanda, ecc.) ma ne mondializza gli effetti ciclici in termini di contrasti e conflitti commerciali, tariffari, valutari, energetici, di decremento del loro PIL aggregato, di ulteriore distacco delle aree dipendenti poliperiferiche; 4) le crisi ricentralizzano l’interesse nazionale dei Paesi, mentre il mercato mondiale si presenta come un nesso plurale e gerarchizzato di concentrazione e disgregazione, anche all’interno dell’area forte dello scambio: si pensi al processo in atto di emarginazione dell’industria italiana; 5) nei Paesi sviluppati si è imposto l’abbandono dei blocchi di egemonia fordista del capitale, perché incompatibili con le nuove funzioni regolative richieste agli Stati. Si sono affermate forme di governo dello sviluppo che di neoliberista hanno solo l’ideologia, corrispondendo, invece, ad assetti neocorporativi duramente classisti, basati sull’esclusione politica della forza-lavoro, sulla massima compressione del suo autonomo potere contrattuale e delle sue organizzazioni politiche indipendenti. Il ruolo della mediazione politico-istituzionale nella costruzione di tali assetti neocorporativi è probabilmente superiore a quello richiesto dal compromesso socialdemocratico; 6) non vi è, dunque, alcun ruolo ancillare dello Stato rispetto alla transnazionalizzazione, poiché la logica economica di questa è la mobilità internazionale di tutti i fattori di produzione, mentre la logica politica del governo neocorporativo deve nazionalizzarne i costi sociali per mantenere dominio e direzione del capitale monopolistico sulla riproduzione sociale. Basti rammentare una semplice evidenza: nessun governo può rinunciare al contenimento della mobilità internazionale della forza-lavoro. Oggi meno di ieri, il modo di produzione capitalistico può essere ridotto economicisticamente. Esso è formazione economico-sociale incardinata in sistema politico-sociale, in Stato; 7) la resistenza di Francia e Germania all’ultima guerra degli Usa solo immediatamente rispecchia gli interessi delle rispettive multinazionali, del resto componibili in una logica di coalizione bellica. Il contrasto sembra, piuttosto, originato dal colpo inferto dagli Usa all’euro come moneta di pagamento internazionale e moneta-rifugio. La difesa delle rispettive Bilance dei pagamenti sembra essere stata la posta in gioco di questo conflitto inter-imperialistico che presenta, pertanto, un carattere accentuatamente inter-statuale. Marco Nesci, Federazione di Genova Condivido pienamente l’affermazione secondo cui la guerra infinita e indefinita è la risposta alla crisi della globalizzazione neoliberista, ossia il mezzo per affermare attraverso l’imposizione violenta ciò che non riesce più tramite il consenso. La dottrina Bush è l’evoluzione di tale mezzo per affermare il concetto imperiale di dominio per un nuovo ordine mondiale in cui sono subordinati ad esso l’autonomia, l’autodeterminazione, la sovranità, la libertà. La crisi dello stato nazione non é evidente solo per effetto della subalternità ai luoghi decisionali ademocratici sovranazionali, ma anche per l’effetto di stravolgimenti istituzionali quali quello dell’ordinamento costituzionale come nel nostro Paese. Il processo federalista di frantumazione territoriale e sociale è paradossalmente una sfaccettatura della globalizzazione neoliberista, essendo la competizione territoriale un elemento vitale della stessa supremazia del mercato ai diritti sociali e civili. L’attacco, ad esempio, al contratto di lavoro nazionale è certamente evidente, nelle cose che qui sono state dette da molti compagni, ma di sicuro non si salverà dalla morsa della logica della competizione territoriale, offensiva, ad esempio, già partita sul versante sanità. Anche per questo condivido e rafforzo la richiesta di una vera riflessione sulla nostra presenza nelle istituzioni, nodo centrale della stessa innovazione del Partito. Il punto non è se stai dentro o fuori dalle maggioranze e le giunte, ma sul rapporto con il movimento e i soggetti sociali in carne ed ossa. Infine sulle vicende di Cuba. Trovo incomprensibile e sbagliata la tesi "giustificazzionista" perché contestualizzata nell’aggressione decennale che Cuba subisce. Aberrante, quella, secondo cui la violazione di leggi legittima la repressione. Se così fosse allora sarebbe legittima, dal punto di vista liberista essendo noi loro nemici, la repressione al movimento di Napoli, Genova ecc... Nessuno può mettere in discussione il valore della rivoluzione cubana e lo straordinario insegnamento di liberazione da essa prodotto. Ma proprio quel trattamento del dissenso e la pena capitale negano quei valori. Giusta la separazione proposta dal segretario: solidarietà e amicizia a Cuba per la storia e la lotta antiliberista, condanna senza se e senza ma per la repressione del dissenso e la pratica orrenda della pena di morte. Maria Cristina Perugia, Segretaria Federazione di Roma Ho ritenuto giusto, a differenza di altri, affrontare una discussione sulle questioni internazionali e più specificamente sulle dinamiche innescate dalla guerra all’Iraq. Il movimento si è allargato e stabilizzato perché ha colto i caratteri di questa guerra permanente e indefinita, che rischia di trasformarsi in un gigantesco conflitto di civiltà. La constatazione di trovarsi di fronte ad un sistema che usa la guerra al posto del consenso ed è impermeabile al dissenso, costituisce allo stesso tempo un elemento della sconfitta, ma anche l’esigenza e la richiesta a noi, al
| |