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Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003 |
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Gli interventi 3 |
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Liberazione 8 maggio 2003
Erminia Emprin, Direzione Nazionale Ritengo fondamentale il tema dell’efficacia connesso con il riposizionamento di quadro politico costituito dal referendum sull’articolo 18. La capacità di spostare il terreno del conflitto, rimettendo in discussione, per questa via, scenari che sembrano ineluttabili, è questione di prima grandezza. E’ anche la cifra del diverso giudizio sulle condanne a morte e sulla repressione dell’opposizione interna, rispetto a compagne/i che rivendicano il ricorso a un uso forte dello Stato e del partito nell’esperienza cubana. L’irriducibilità di una prospettiva di trasformazione si misura anche sul rifiuto di ripiegare su forme di violenza largamente praticate dall’avversario, e il ripiegamento su questo terreno pesa quanto una sconfitta militare. Nella chiave di riposizionamento del conflitto, anche le azioni dirette non violente e la disobbedienza, largamente praticate dai movimenti politici delle donne e oggi dal movimento contro la guerra costituente sono espressione del rifiuto a rinunciare alla propria differenza, da approfondire ed estendere nelle implicazioni politiche e culturali, nelle modalità espressive, nelle pratiche di relazione e partecipative. Sempre in questa chiave, il rilancio dell’universalità dei diritti e ha potenzialità rifondative non solo del quadro politico italiano ma di quello europeo, in cui gli obiettivi monetari continuano a prevalere su quelli reali, come l’occupazione, tratto costitutivo del Welfare. Oggi si dice "Welfare" ma si pensa "servizi": la dissoluzione del Welfare è incorporata nella stessa ragion d’essere del Wto. In questo senso, il Sfe e Cancun sono obiettivi non di ripiegamento dopo la sconfitta subita per la guerra, ma di prosecuzione del conflitto su quel terreno. Marco Ferrando, Direzione Nazionale La ricca stagione di movimenti che da due anni attraversa l’Italia registra oggi non solo la mancata conquista di risultati, ma una crescente impasse con punte di arretramento e sconfitta: come alla Fiat, nella scuola, in tanti contratti. Ciò che sta favorendo una pericolosa controffensiva sociale e istituzionale del governo, oggi tentato da un nuovo affondo plebiscitario. Questa contraddizione tra potenzialità dei movimenti e situazione attuale smentisce l’intera retorica "movimentista" e va ricondotta a un elemento di fondo: la strategia del cofferatismo e della burocrazia dirigente della Cgil. Che volendo usare la stagione dei movimenti come leva negoziale della rifondazione del centrosinistra, quindi di un nuovo patto col Centro borghese dell’Ulivo, ha coerentemente e coscientemente disperso il loro potenziale radicale: rimuovendo ogni piattaforma generale, evitando ogni unificazione delle lotte, centellinando gli scioperi, cancellando persino lo sciopero generale contro la guerra. La nostra mancata battaglia nel movimento operaio e nei movimenti di massa contro la strategia del cofferatismo in nome di una proposta alternativa, ha dunque rappresentato, come provano i fatti, un errore profondo a tutto danno dei movimenti stessi. Ora abbiamo tuttavia un’occasione preziosa di svolta. Il fronte unico tra Berlusconi e il Centro liberale dell’Ulivo contro l’estensione dei diritti e a sostegno della missione militare in Irak, l’inizio di crisi del cofferatismo, il carattere virtualmente maggioritario delle nostre proposte immediate tra i lavoratori (v. referendum), segnano nel loro intreccio uno spazio nuovo, straordinariamente ampio, per aprire finalmente una battaglia chiara di egemonia alternativa tra le masse. Con una duplice proposta: una proposta di unità d’azione tra tutte le forze dell’opposizione operaia, popolare, giovanile per la cacciata dal basso del governo Berlusconi, e insieme di una comune rottura col centro liberale dell’Ulivo oggi alleato di Berlusconi e Confindustria. Perché nessuna vera opposizione di massa al padronato e alle destre è compatibile con la ricerca di un compromesso politico con i liberali. E perché solo con questa proposta è possibile entrare da un versante di classe nella crisi profonda del centrosinistra e costruire tra le masse un riferimento egemone alternativo. Purtroppo la nostra politica ha marciato e marcia nella direzione opposta. Non solo abbiamo riproposto alleanze amministrative in tutta Italia attorno a quegli stessi candidati della Margherita impegnati a boicottare il nostro referendum. Ma abbiamo realizzato il 6 marzo un fatto inedito: la formazione di tre commissioni programmatiche e paritetiche tra Prc e Ulivo con Treu, Mastella e Pecoraro Scanio, ufficialmente incaricate di avviare un primo confronto programmatico per un futuro governo nazionale. E’ una scelta grave. Ripropone una prospettiva rovinosa per il nostro partito, ma soprattutto contraddice tutte le ragioni dei movimenti e della giovane generazione. Un "altro mondo possibile" non vedrà mai la luce a braccetto di Treu e di Mastella, di Rutelli e di Prodi. Ed è davvero paradossale che questa prospettiva venga nuovamente imboccata proprio nel momento di massimo contrasto tra il centro dell’Ulivo e le rivendicazioni più elementari del nostro partito (articolo 18). Così come è paradossale che invece di rivendicare la rottura col Centro mettendo alle strette Cofferati finiamo col competere con Cofferati nell’incontro negoziale col centro borghese e i suoi peggiori esponenti antioperai (Treu). Per questo rinnovo formalmente la richiesta di revoca delle commissioni paritetiche istituite: per consentire, dopo il referendum, una discussione libera e ampia nel partito attorno alle sue prospettive generali. Prima che il partito si trovi di fronte a fatti compiuti e irremovibili. Francesco Ferrara, Direzione nazionale Sono d’accordo con la relazione che ci ha proposto il compagno Fausto Bertinotti, con la sua analisi e la proposta. Abbiamo trascorso un anno intenso, pieno di eventi straordinari e drammatici che hanno confermato la giustezza della nostra analisi e l’intuizione politica nell’aver investito fortemente sul movimento dei movimenti. Una fase segnata dalla centralità dello scontro tra la guerra e la pace che ha assunto una dimensione mondiale grazie al movimento antiglobalizzazione capitalistica che ha avuto la capacità di allargarsi fino al punto di tramutarsi in popolo dalla pace. E nonostante non sia riuscito ad impedire la guerra ha dimostrato tutta la sua potenza. Tuttavia siamo di fronte ad un punto di snodo vero. Dalla crescita del movimento, alla sua efficacia politica e alle politiche neoliberiste, alla lotta al governo Berlusconi. In questo snodo possiamo provare a forzare ed a costruire una nuova dinamica politica e sociale attraverso una vittoria al Referendum sull’art. 18. Ci sono ovviamente su questo percorso anche insidie come quella rappresentata dal Ccnl dei metalmeccanici, la Fiom è lasciata sostanzialmente sola nel tentativo coraggioso di provare un avanzamento sul terreno contrattuale e rivendicativo. La stessa Cgil pur accingendosi a votare SI al Referendum sull’art. 18, sul terreno contrattuale è ferma alle politiche delle compatibilità. Una sconfitta dei metalmeccanici e della Fiom potrebbe avere ripercussioni pesanti sul terreno politico e sociale. Per questo la vittoria del SI al Referendum sull’art. 18 può incidere positivamente su questa prospettiva ed aprire la strada ad una offensiva sociale nella lotta alla precarizzazione del lavoro, ponendo rigidità alle flessibilità, aprendo la questione salariale, dell’orario di lavoro e della prestazione lavorativa. Il nostro partito è tutto dentro in questo percorso con grande capacità ed intelligenza politica. Eppure resta uno scarto tra quello che riusciamo ad esprimere "fuori", dall’internità al movimento alla sua crescita, alla nuove pratiche politiche a quello che siamo "dentro". Occorrerà aprire dopo il 15 giugno una discussione ed un confronto tra di noi sullo stato di avanzamento dell’innovazione politica e dell’autoriforma del partito. Soffriamo di una forte attitudine correntizia e siamo poco disposti alle delazioni tra di noi, al rispetto reciproco, all’accettarsi, insomma ad essere comunità di uomini e di donne. Non si può tornare indietro su l’idea di un partito plurale e democratico è l’unica possibilità per la valorizzare la ricchezza della ricerca, delle esperienze, delle culture, delle pratiche politiche che in questo partito ci sono, Ma è anche un modo per attrarre nuove forze ed intelligenze che ci guardano con interesse ma che non riusciamo a stabilizzare un rapporto organico, non è forse anche questo il fatto che nella maggior parte delle città, in questa competizione elettorale, i nostri candidati a sindaco e non solo sono solo dirigenti di questo partito? Saverio Ferrari, Federazione di Milano Dopo il Congresso, attraverso scelte successive, si sono prodotti aggiustamenti di sostanza alla linea politica del partito. Valuto tutto ciò positivamente. In particolare nei rapporti con l’Ulivo si è realizzato un indubbio salto di qualità con la sottoscrizione nei fatti di un accordo nazionale per favorire alleanze locali nella prossima tornata amministrativa, superando in avanti la linea della libertà di scelta sulla base unicamente dei programmi. Un fatto politico nuovo che considera come un contenuto importante la costruzione stessa di uno schieramento per sconfiggere le destre. Se le scelte fatte preparano scadenze politiche nazionali, fin da oggi va aperto un confronto per un programma alternativo di governo. Leggo in questo modo e con favore la formazione di gruppi di lavoro per rendere più incisiva ed efficace l’opposizione parlamentare. L’Ulivo è rotto, si allargano sempre più le distanze fra il suo centro e la sua sinistra. La guerra ed il referendum hanno lavorato e lavorano ulteriormente in questo senso. Ponendo, come abbiamo sottolineato ultimamente, la costruzione della sinistra alternativa non unicamente fuori, ma anche dentro l’area politica di sinistra dell’Ulivo, abbiamo operato una correzione di prospettiva importante. Ci dichiariamo nella sostanza finalmente interessati ad un’articolazione del centro-sinistra, consideriamo in termini positivi e lavoriamo per un suo spostamento a sinistra. Va approfondita l’analisi delle destre. Scontiamo un deficit di comprensione riguardo la loro pericolosità. In Italia si è realizzata un’alleanza organica fra tutte le destre, dentro cui si è ormai superata ogni discriminante fra aree moderate e conservatrici e aree apertamente razziste e neofasciste. Da qui le ragioni non contingenti degli attacchi alla Costituzione, alla Resistenza e alla memoria storica. Paolo Ferrero, Segreteria Nazionale Il punto fondamentale dell’iniziativa politica oggi è dato dalla campagna referendaria. Il referendum può costituire il primo sbocco politico dei movimenti di lotta che in questi ultimi due anni hanno scosso l’Italia. A tal fine è necessario che il partito faccia un salto di qualità nell’impegno e nell’iniziativa, che è ancora troppo disomogenea. Vi sono federazioni che stanno facendo un lavoro enorme e altre che non fanno nulla. E’ necessario che tutto il partito si disponga ad un lavoro di livello almeno pari a quello di una campagna elettorale perché nel referendum noi ci giochiamo di più che in una campagna elettorale, sia per quanto riguarda i rapporti di forza tra le classi che per quanto riguarda i rapporti di forza a sinistra. Un salto di qualità che deve allargare il fronte sociale, coinvolgendo disoccupati, precari e pensionati, valorizzare gli apporti di chi si aggiunge alla campagna, come l’ARCI e la Cgil, costruire attorno al referendum la prospettiva di un diverso modello di sviluppo. In questo contesto appare particolarmente singolare la decisione di alcuni dirigenti di aprire uno scontro politico pesante sulle questioni internazionali che ci fa tornare indietro rispetto alle stesse acquisizioni unitariamente assunte in congresso. Il problema non è la solidarietà con Cuba – che con ogni evidenza non è in discussione per nessuno – ma la riproposizione pura e semplice della logica secondo cui la minaccia esterna giustificherebbe qualunque stato di emergenza. Nel congresso abbiamo comunemente affermato che non vi poteva essere una schizofrenia tra mezzi e fini, tra strumenti che si usano e obiettivi che si vogliono realizzare, perché altrimenti la pratica concreta si "mangia" le buone intenzioni. Rimettere oggi in discussione queste acquisizioni congressuali rappresenta un duro colpo al cammino della rifondazione comunista e quindi un pesante errore politico, da rifiutare con decisione. Loredana Fraleone, Segreteria Nazionale Trovo singolare la critica alla relazione, secondo la quale avrebbe dovuto introdurre la stessa discussione che si è svolta nell’ultima direzione, stante il fatto che ci attendono due appuntamenti imminenti ed impegnativi come il referendum e le elezioni amministrative. Mi sembra vi sia una crescente divaricazione d’approccio nel nostro dibattito tra un modello d’indagine, come quello della relazione, che analizza i singoli contesti non considerandoli sommabili, per ricavarne una lettura del fenomeno complesso della globalizzazione liberista, ed alcuni interventi che ripropongono uno schema che meccanicamente vorrebbe interpretare processi non lineari, come quelli che hanno portato alle posizioni della Francia e della Germania, sulla guerra, o a quelle contraddittorie della Cgil nell’ultima fase. Apprezzo della relazione, in particolare, proprio l’approccio che tiene conto della complessità del modello liberista di questa fase, e che secondo me è l’unico a consentire di coglierne le contraddizioni, come lo strapotere degli Usa sul piano militare e la sua incapacità di produrre sviluppo o come la specificità del modello italiano, di cui anche la riforma Moratti e l’attacco alla ricerca, per gli aspetti regressivi che contengono sono una buona rappresentazione in senso generale. L’attacco alla contrattazione collettiva impoverisce non solo sul terreno dei diritti, ma anche direttamente su quello salariale, che è oggi centrale, come questione, più che mai. Sul referendum dobbiamo perciò insistere molto sulla possibilità d’inversione di tendenza sul piano sociale. Anche la questione di Cuba mostra una evidente divaricazione d’approccio tra di noi, condivido molto le cose dette da Lidia Cirillo, alle quali aggiungo che ci troviamo di nuovo di fronte al solito problema del rapporto tra fini e mezzi, che secondo me non sono affatto separabili. Infine mi associo ai compagni che chiedono una discussione specifica su come siamo presenti nelle istituzioni, dove ci facciamo troppo spesso sequestrare dai temi e dai metodi dei nostri alleati. Rita Ghiglione, Direzione Nazionale Intervengo su due punti che mi stanno particolarmente a cuore: il Referendum sull’art. 18 e il contratto dei Metalmeccanici. Penso che sull’art.18 il nostro Partito debba mobilitarsi in maniera straordinaria per una affermazione schiacciante del Sì, perché vincere significa portare a casa un risultato importante per rallentare la strada al governo Berlusconi e alle politiche reazionarie e liberiste, che punta a smantellare i diritti, cancellare lo stato sociale, la previdenza, attuare le privatizzazioni selvagge etc. Se vince il Sì, significa anche gettare le basi per una nuova e diversa ricomposizione di una sinistra alternativa, a partire da quelle forze che si sono mobilitate contro la guerra e sul referendum. Così come la vittoria del Si’ non sarà ininfluente sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La posizione della Fiom, che ha scelto nel suo contratto tre questioni centrali i diritti, la democrazia, il salario, è stata giusta e forte. Oggi sono convinta che tutto il nostro partito debba prendere coscienza del grande scontro politico che è in atto da parte della Confindustria e del Governo contro la Fiom, infatti si fa sempre più vicino l’accordo separato, cioè la cancellazione del contratto Nazionale e sancire di fatto precarietà e flessibilità, ma vuol dire anche dare il via ai contratti individuali, cioè il dominio assoluto del mercato sui lavoratori, la precarietà, l’incertezza come uniche regole ammesse e questo per tutte le categorie. L’accordo separato che si sta predisponendo muterà e cambierà radicalmente il sindacato che non sarà più soggetto politico-contrattuale ma strumento filo-governativo che troverà motivo di esistenza e sopravvivenza esclusivamente dagli enti bilaterali. Ecco perché la vittoria del SI’ diventa essenziale per la mobilitazione dei lavoratori, attraverso un ampio schieramento di forze, tali da rimettere in discussione un accordo non votato dai lavoratori, il massacro sociale determinato dalle leggi 848, la 848bis e i tentativi di cancellare la legge 626 sulla sicurezza del lavoro. Fosco Giannini, Segretario Federazione di Ancona E’ stato un grave errore concepire la Direzione e il Cpn quali un proseguimento del dibattito congressuale. Ad un passo dalle amministrative e dai referendum gli obiettivi di un gruppo dirigente responsabile dovevano essere altri: costruire l’unità interna, provocare slancio e voglia di battersi. Ho trovato nefasto riaprire una disputa sui grandi temi (impero/imperialismo, Cuba e la concezione del potere rivoluzionario…) ora, sperando forse che altri compagni avessero il silenzio dei servi. Voler bene al Partito, avere piantata in testa la bandiera della vittoria voleva dire una sola cosa: che il gruppo dirigente mettesse a punto e proponesse un piano minuzioso di lavoro per la campagna referendaria: qual è lo stato d’animo dei compagni? Quali sono i problemi materiali delle Federazioni? A Messina, a Caserta: avete quattro soldi per lavorare? Avete carta, ciclostili, striscioni, megafoni? I Comitati per i SI, sono stati costituiti? Prendono corpo le alleanze con i movimenti, i Social Forum, la Fiom, la Cgil, i Verdi, la sinistra Ds? Intervenite su queste cose, compagni, e il gruppo dirigente nazionale si preoccuperà di aiutarvi! Così doveva essere detto, e nulla di ciò ho sentito. Al contrario, molte parole scarlatte per la divisione. Poi: non ci si può ripetere (con tutto ciò che la guerra all’Iraq ha dimostrato al mondo intero: imperialismo duro e dure contraddizioni interimperialistiche) il dogma congressuale dell’"impero" a cui si accompagna ora una drammatica sottovalutazione del ruolo della controrivoluzione a Cuba e del disegno di aggressione Usa. La quantità diventa qualità e troppe mutazioni rischiano di cambiare la natura del Partito. Questo temo. La Socialdemocrazia tedesca della fine dell’800, ancora su posizioni di classe, utilizzò la condanna alla Comune di Parigi come cavallo di Troia per trasformarsi in forza subordinata al capitale. Il Pci iniziò a condannare Robespierre per poi passare a Lenin e Togliatti. Il 28 gennaio del 1991 (13 giorni dopo il primo attacco Usa all’Iraq e a pochi anni dalla deriva liberista dei Ds) Biasco, su "l’Unità", scriveva un articolo dal titolo: "Guerra giusta o guerra ingiusta; comunque non una guerra imperialista". L’articolo spiegava: "L’imperialismo è un vecchio arnese". Sono preoccupato. Beatrice Giavazzi, Collegio Nazionale di Gartanzia Cuba non è solo un nostro simbolo, ma lo è per tanti non comunisti, che con noi condividono la speranza che ci sia nel mondo un’isola che, sotto la pressione di giganti del pensiero unico, continua la sua strada nella realizzazione, pur non compiuta, di un progetto anti-capitalista e anti-liberista, e perciò oggetto di embarghi economici e minacce di intervento militare Usa. Il nostro partito, che pure con questo progetto ha condiviso pagine importanti della sua iniziativa, rischia di non vedere, oggi, questo "prevalente" del sentire di massa. Privilegiando un giudizio astrattamente etico a quello politico contestualizzato, su pena di morte e riconoscimento del dissenso, il nostro partito si allontana da un sentire popolare. Perché non compiere lo sforzo di spostare il dibattito populista e anticomunista delle destre del mondo, puntando l’accento sulle condizioni oggettive in cui Cuba si trova, quella sorta di "guerra non guerreggiata" che Marquez definisce "terrorismo" (che parla di possibile invasione Usa a Cuba – v. "Il Manifesto" 3/5 Gianni Minà), non già per giustificare la pena di morte o la repressione del dissenso, ma per riconoscere negli avvenimenti cubani una diversa categorizzazione? L’ha fatto il Papa, lo hanno fatto importanti artisti ed intellettuali come Rigoberta Menchù, e appunto Garcia Marquez. Perché noi ci avvolgiamo in una discussione che rischia solo di alimentare la vandea anti-comunista all’offensiva? Perché non capire che per Cuba può essere mortale il teorema iper-liberista che gli Usa le hanno scatenato contro? Perché si decida proprio oggi, poi, di alimentare differenze tutte interne, su questo dibattito è l’interrogativo di questo Cpn. Siamo o no chiamati ad un surplus di unità alla vigilia del referendum che, come ci ha spiegato la relazione introduttiva, è il tema centrale del partito? Perché dopo l’errore della Direzione Nazionale (esito: tre documenti separati) se ne compie un altro? A queste domande, credo bisognerà dare risposte convincenti, ovviamente dal 16 giugno in poi. Io fino allora mi sento impegnata, come tutti, all’obiettivo comune della vittoria del referendum. Per i lavoratori in Italia e per i comunisti di Cuba. Claudio Grassi, Segreteria Nazionale Condivido le proposte contenute nella relazione. Su di esse il partito, unitariamente, si deve impegnare affinché si ottenga il miglior risultato possibile. Continuità del movimento per la pace, amministrative del 25 maggio, accentuazione della opposizione a Berlusconi e referendum sull’art. 18, sono i terreni su cui dobbiamo spendere tutte le nostre energie. Il movimento per la pace ha subìto una battuta d’arresto, gli Usa la guerra l’hanno vinta colonizzando un territorio ricchissimo di petrolio. Ma gli Usa non si fermeranno qui: se è vero che l’economia americana è in crisi, ci troveremo di fronte ad altre operazioni militari. Non a caso parlano di guerra preventiva e permanente. A ciò noi dobbiamo contrapporre un movimento per la pace permanente, che sappia tenere dentro di sé lo spettro più vasto di forze, mettendo in un angolo posizioni minoritarie dannose (incendio dei bancomat). Il 25 maggio votano 10 milioni di cittadini. Un test rilevante al quale noi concorriamo avendo siglato accordi con il centrosinistra. La nostra disponibilità ad alleanze finalizzate a sconfiggere le destre è dimostrata sul campo. Vincere il 25 maggio ci consentirebbe di fare un passo in avanti in vista della scadenza del 2004 (tra le altre città si vota a Bologna dove le sinistre devono riprendersi il Comune). Rifondazione Comunista è irriducibilmente avversa a questo governo che attacca i pilastri della democrazia e si presenta come il vero esecutore dei Piani della P2 di Licio Gelli. Ma il centrosinistra sembra voler ripetere gli errori del passato: la convergenza delle destre, Confindustria, Margherita, maggioranza DS contro il referendum dell’art. 18, così come il voto sulla spedizione dei carabinieri in Iraq, aiutano Berlusconi. Noi dobbiamo mettere in difficoltà le componenti più moderate del centrosinistra e lavorare unitariamente con le componenti a noi più vicine. Su Cuba non concordo con quanto detto nella relazione. Sono contro la pena di morte e contro i processi sommari senza garanzie per l’imputato. Ma se vogliamo parlare onestamente di Cuba non possiamo che partire da quello che ha detto Fidel il 1° maggio davanti a un milione di persone: "Il nostro popolo eroico ha lottato per 44 anni da una piccola isola dei Caraibi a poche miglia dalla più forte potenza imperialista del mondo. Con ciò ha scritto una pagina senza precedenti nella storia. L’umanità non ha mai visto una lotta così disuguale". Ci siamo dimenticati che con i dollari e i Contras gli Usa hanno "democraticamente" distrutto il Nicaragua sandinista? Dobbiamo suggerire questo ai cubani? E’ democrazia quella che c’è oggi in Nicaragua dove migliaia di bambini muoiono di fame e malattie? Franco Grisolia, Direzione Nazionale Molteplici sono state le ragioni alla base della scelta bellica dell’imperialismo Usa: il controllo delle fonti energetiche, la ristabilizzazione imperialista del medio oriente, il "business" gigantesco della ricostruzione; lo sfogo alla economia di guerra permanente che è una delle caratteristiche del capitalismo; la nuova ideologia reazionaria dell’amministrazione Bush. Ciò che è, però, importante cogliere è il quadro generale che la ha determinata. Un quadro di crisi e contraddizioni del capitalismo, in relazione alla sua incapacità di realizzare un "nuovo ordine mondiale" dopo il venir meno degli equilibri postbellici (fine del boom economico e degli equilibri sociali in esso realizzatisi, sviluppo di una crisi di sovrapproduzione, caduta del tasso di profitto, crollo dell’Urss, etc). Nonostante i successi dell’imperialismo le contraddizioni strutturali del capitalismo rendono instabile la situazione mondiale. In questo quadro si sviluppano le contraddizioni interimperialistiche. Il blocco Francia-Germania-Russia ha espresso, con l’appoggio in Italia di Prodi e del centrosinistra, la spinta verso lo sviluppo di un imperialismo europeo in grado di contrapporsi a quello Usa. Noi non possiamo schierarci a sostegno di questo progetto né di un ipotetico blocco "progressista" tra potenze europee, Cina e India. Neppure possiamo vedere una prospettiva nel ruolo dell’Onu, il cui atteggiamento recente è stato solo l’espressione delle contraddizioni interimperialistiche, e che resta la struttura che ha decretato le sanzioni verso l’Iraq che hanno provocato un milione e mezzo di vittime. Dobbiamo costruire nel mondo una prospettiva di classe indipendente. Essa non può certo confondersi con l’esperienza del governo Lula (taglio dello stato sociale e delle pensioni in funzione del pagamento integrale del debito estero, opposizione alle lotte dei Sem Terra, etc). Ciò che occorre è la ricostruzione dell’internazionale rivoluzionaria del proletariato. Ciò come strumento per sviluppare l’unica alternativa alla barbarie capitalistica: la rivoluzione socialista internazionale. Su Cuba dobbiamo pronunciarci per la più intransigente difesa incondizionata contro l’imperialismo; comprendendo nel contempo il deficit di Dittatura del Proletariato (sull’esempio della rivoluzione Russa) esistente. Damiano Guagliardi, Direzione Nazionale Nel Sud i referendum possono diventare forte strumento di critica alla politica economica. In Calabria per esempio attorno all’elettrodotto Laino-Rizziconi si sta ridisegnando una nuova politica industriale che consente la nascita di vere cattedrali di desertificazione dell’esistente rispetto al già precario sistema industriale e di sviluppo locale. Circa otto nuove centrali elettriche sono previste lungo il percorso di questo elettrodotto e insieme ad esse sono previsti centri di raccolta di rifiuti per la produzione di Cdr da bruciare nei due termovalorizzatori calabresi. Ma è soprattutto l’estensione dell’Art. 18 lo strumento più incisivo per rivendicare diritti negati e dire no all’impresa calabrese che per circa il 90% non consente la rappresentanza sindacale nel suo ambito. Questa percentuale così alta di negazione della presenza sindacale nell’economia calabrese evidenzia non solo l’assenza del conflitto sociale e la sua cooptazione, ma ci da un quadro di un sistema di impresa parcellizzato - in alcuni casi un addetto per azienda -, e ci mostra con chiarezza che laddove sono negati i diritti, salario e contratti, si sviluppa il lavoro nero e sommerso, il caporalato e lo sfruttamento schiavistico della forza lavoro immigrata. Anch’io penso che in Italia se non si è di fronte ad un neo-fascismo, forte è la tendenza autoritaria delle forze di governo e dei poteri attualmente dominanti. In questi ultimi dieci anni, la incompiuta riorganizzazione dello Stato, la crisi della politica e della organizzazione del consenso attraverso i partiti, la mutazione dell’azione sindacale, il conflitto tra i poteri dello Stato e la riaffermazione di nuovi poteri extra-istituzionali non possono non farci preoccupare per la futura tenuta delle garanzie democratiche. Per questo la parola d’ordine della sconfitta di Berlusconi e della destra non può essere uno slogan ma un’azione concreta e primaria della nostra iniziativa. Su Cuba, pur riaffermando un netto dissenso sull’uso della pena di morte, non possiamo non essere preoccupati dal rischio che il prossimo stato canaglia da normalizzare sia l’isola caraibica. Per cui, in questo momento, con l’offensiva di Bush in corso, non possiamo che difendere Cuba senza se e senza ma. Infine anch’io sono d’accordo che si apra una discussione sullo stato del Partito ad un anno dal Congresso per come l’hanno chiesto gli stessi responsabili della riforma dell’organizzazione. E lo farei partendo dalla Calabria. Luigi Izzo, Federazione di Napoli Il partito ci aveva abituato a coniugare i binomi (per es., "unità e radicalità", ecc...): oggi, invece ci propone un trinomio: pace, diritti e lavoro. Però, se io dovessi sintetizzare la relazione del segretario, in cui questo trinomio è spiegato, direi: pace, diritti e alleanze elettorali. Ho cercato di trovare una connessione tra queste tre questioni senza riuscirci perché non credo che vi sono elementi che le unifichino. Il partito non poteva non essere parte di quel grande contenitore che è stato il movimento per la pace ma in quell’ambito dovevamo connotarci, distinguerci per quella che è la nostra identità di comunisti. Io credo che noi dobbiamo stare in questo movimento secondo quelle che sono le parole d’ordine dei comunisti cioè contro questa guerra ingiusta perché imperialista ma non contro tutte le guerre: non possiamo, infatti, non essere con quei popoli che combattono per la propria libertà contro gli oppressori e gli imperialisti. Invece, ancora una volta ci siamo lasciati contaminare dal movimento per la pace come in precedenza dal movimento no-global. In questo quadro va inserita la vicenda di Cuba: in una fase in cui gli Usa potrebbero decidere, dopo 43 anni di assedio e di embargo, di dare il colpo di grazia all’esperienza cubana, non possiamo prestare il fianco alla campagna di aggressione contro Cuba. La libertà e le conquiste di Cuba vanno sostenute "senza se e senza ma". Si è parlato di un movimento dei diritti ma io non credo che esista: dove sono, infatti, tutti questi comitati per il sì, dove è l’intreccio che si doveva creare con i no-global, i verdi, la Cgil? E’ vero che abbiamo fatto un generoso sforzo per raccogliere le firme ma ora si tratta di vincere, in questo caso non potremo accontentarci di un buon risultato. Se malauguratamente perderemo non potremo scaricare le responsabilità né sui Ds, né sulla Cgil. Noi dobbiamo dar conto del risultato ai lavoratori, perché se perderemo il referendum sull’art. 18 saranno proprio questi ultimi a perdere e in quel caso se ne fregano tanto dei Ds quanto del sindacato. Gliel’abbiamo spiegato ai lavoratori che la vera questione in ballo non è quella del reintegro ma della rappresentanza sindacale? Il grande problema è che all’interno delle fabbriche al di sotto dei 15 dipendenti, ancora oggi lo strumento dell’autorganizzazione dei lavoratori non è ammesso. Io ho una grande preoccupazione riguardo a questo referendum perché non vedo la tensione necessaria per affrontare un simile impegno e allora ritengo che a partire da subito e da tutti noi, dobbiamo impiegare ogni istante che ci separa dal 15 giugno per cercare di arrivare all’unico obiettivo che dobbiamo perseguire ora: vincere il referendum. E’ stato detto nella relazione introduttiva che la vittoria del referendum sull’art. 18 non costituisce tutto il programma per l’opposizione ma, sicuramente, una leva per costituirlo. Ma quale programma e con chi? Quale programma noi possiamo condividere con quelle forze che ci sono state contro sulla questione della guerra e sull’estensione dell’art. 18. Invece di fare un bilancio su come sono andate le cose e su come dobbiamo attrezzarci per le scadenze che immediatamente ci attendono, facciamo finta che tutto vada per il meglio e continuiamo a non mettere in discussione quelle forze che ci hanno boicottato sui diritti. E allora, il vero problema si riduce ad avere solo qualche assessore in più e io come faccio sulla base di quanto ho detto sopra a motivare queste alleanze ai lavoratori. Per quanto riguarda la Fiom, che noi tanto abbiamo valorizzato, vorrei ricordare che in Campania non l’ho trovata nei comitati per il sì e, invece, ne ho trovata la firma sotto l’accordo che sancisce la nascita della Melfi2, cioè Pomiglian01. Questo accordo servirà ad esternalizzare la forza lavoro e in questo modo saranno espulsi dalla fabbrica quei lavoratori che sono avanguardie, in grado, cioè di costruire un’opposizione all’accordo; e con l’entrata di giovani operai spoliticizzati e non sindacalizzati sarà più facile imporre le logiche di sfruttamento della fabbrica toyotista di Melfi anche a Pomigliano e mi riferisco alla precarietà, alla mancanza di qualità della vita, ai ritmi di lavoro incessanti e massacranti, a salari bassi e a totale mancanza di garanzie e diritti. Alessandro Leoni, Federazione di Firenze Questa riunione, del nostro Cpn, si tiene dopo diversi mesi, nei quali non sono mancati, certamente, innumerevoli accadimenti, tutti di rilevantissima importanza. La brevità dello spazio costringe ad una severa selezione degli argomenti e delle conseguenti, dovute, argomentazioni. Guerra d’aggressione all’Iraq: sottacendo tutto ciò che è, da noi, largamente condiviso segnalo un aspetto d’irrinunciabile approfondimento, cioè l’emergere di una strutturale divaricazione fra gli Usa e la nascente asse franco-tedesca, alla quale va aggiunta una serie di, non secondarie, appendici quali la Russia post-comunista, la Cina, ecc. Al di là di, pur necessarie, attente riflessioni sulla natura ed implicazioni che questo dato innesca nella realtà internazionale ritengo del tutto inopportuna, deviante la sottovalutazione di questo dato che apre, invece, prospettive, evidentemente non scontate nella loro finalizzazione ultima, per tutte le forze impegnate per la pace e l’emancipazione dei popoli che non possono non vedere negli Usa il pericolo, il nemico principale. Se ciò significa essere, o meno, per la riesumazione di una supposta "teoria neocampista", sinceramente, non m’interessa. Governo Berlusconi: tralasciando, anche qui, tutto ciò che è da noi tutti condiviso, sottolineo, invece, la tendenziale sottovalutazione del suo reazionario, pericoloso per l’assetto costituzionale del regime politico italiano; la definizione di "governo piduista" mi sembra quella più azzeccata. La prudenza di tanti compagni su questo tema denuncia, a mio giudizio, una pericolosa debolezza politica che suggerisce un’ambiguità di fondo derivante dalla paura, ricorrente, d’essere assorbiti dal/nel "centro-sinistra". Debolezza, paura, ambiguità sono, da sempre, cattive ispiratrici politiche. Termino segnalando un grave, pericoloso, nostro, deficit politico-strategico: quello derivante dal non prospettare uno sbocco politico, a breve, per i "movimenti", se tale assenza dovesse perpetuarsi non potremo evitare una sorta di "sindrome argentina" anche per l’Italia e più in generale per l’Europa. Letizia Lindi, Coordinamento Nazionale Giovani comunisti Credo che giustamente nella sua relazione il compagno Fausto Bertinotti abbia posto l’accento sull’importanza della battaglia referendaria su cui devono convergere tutte le forze del partito. Accanto a questo obiettivo dobbiamo però fare una serie analisi della situazione internazionale. Porsi il problema della definizione della natura della guerra in Iraq non è una semplice questione nominalista ma diviene elemento fondamentale per orientare la nostra azione politica. Ci troviamo in una fase di transizione ove, al contrario di quanto sostengono alcuni intellettuali, lo stato-nazione continua ad avere una sua funzione e credo che lo scontro apertosi tra Francia, Germania e Usa ne sia stata una chiara dimostrazione. All’interno quindi di un quadro internazionale che può essere legittimamente definito come scontro imperialista è necessario d’altronde individuare gli elementi di novità. Se di tendenza imperiale si vuol parlare occorre riferirsi allo strapotere, soprattutto militare, che al momento detengono gli Usa e al relativo progetto a stelle e strisce di egemonia planetaria. Contemporaneamente vi è una ridefinizione delle funzioni dello stato-nazione e degli stessi organismi sovranazionali. Si consideri il caso Ue. Per quanto concerne l’Unione Europea scontiamo un deficit di elaborazione teorica. In una prospettiva multipolare che cosa dicono i comunisti? Non si tratta qui di riproporre una teoria campista quanto di essere consapevoli del fatto che, rispetto ad un accentuarsi del ruolo degli organismo sovranazionali, (si veda la questione dell’esercito europeo), gran parte della riflessione attuale è di matrice socialdemocratica. Infine per ciò che concerne Cuba credo che sia opportuno considerare due ordini di problemi. Il primo riguarda la contestualizzazione dell’accaduto, il secondo riguarda i problemi teorici che l’esperienza cubana pone. E’ giusto l’uso della forza per difendere la rivoluzione? Se non è più corretto parlare di dittatura del proletariato dobbiamo anche noi comunisti arrenderci all’orizzonte della democrazia pluralista liberale? Ezio Locatelli, Segretario regionale Lombardia Manteniamo una connessione di impegno, per ragioni di efficacia e di interlocuzione ampia, tra i temi del referendum e della pace. L’esigenza, a fronte di una guerra inaugurale, non è soltanto di una continuità di impegno ma di una nuova concezione e pratica politica. Su questo punto la riflessione è aperta; vale l’invito del segretario: affrontiamola liberandoci da stereotipi, interrogando anzitutto l’attualità. Soltanto un riferimento. C’è chi pensa, a me sembra in termini antistorici, che lo strapotere Usa possa essere battuto attraverso equilibri di potere, facendo leva su una contrapposizione tra entità organizzate a livello statuale o a livello politico tradizionale. Questa analisi si accompagna ad una sottovalutazione della portata di un altro evento chiave della nuova fase, la crescita di un movimento contro la guerra e la globalizzazione. La forza di contrasto di questo movimento, dentro una crisi di sistema e il venir meno di processi di identificazione, non si esprime più solo in termini di un rifiuto, ma nella capacità di alludere ad un’altra politica, ad un altro modello di società. Adesso andiamo ad un referendum che esprime il sentimento di milioni di persone e di lavoratori. Nessuna sottovalutazione del peso specifico della scelta di boicottaggio delle forze di centrodestra e della parte preponderante del centrosinistra. La forza di questo referendum può tuttavia travalicare, com’è stato per la guerra, il piano delle appartenenze politiche. Ciò che temo maggiormente sono le armi di disinformazione di massa. Oltre ad una campagna dal forte connotato sociale e territoriale valutiamo la fattibilità di percorsi di informazione autonomi. Ultima questione: il partito. Ne parliamo troppo poco. Dobbiamo sentire l’urgenza di riempire uno scarto tra ciò che sta crescendo nella società e il ritardo di molte nostre organizzazioni politiche.
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