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Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003 |
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Gli interventi 2 |
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Liberazione 8 maggio 2003
Alberto Burgio, Direzione nazionale Per quanto concerne la situazione politica italiana, concordo con le considerazioni del Segretario a proposito dell’attacco mosso da Berlusconi alla Costituzione: Berlusconi parla di "Costituzione sovietica" perché comprende che – data la debolezza complessiva dell’opposizione – può lanciare un’offensiva radicale al sistema dei diritti e dei valori fondato dalla Costituzione. Ma proprio questo dovrebbe metterci in guardia da ogni sottovalutazione del pericolo che Berlusconi e il suo governo rappresentano per la legalità costituzionale e per stessa tenuta democratica del paese. Della relazione introduttiva ho apprezzato anche l’accenno del compagno Bertinotti alla necessità che si sia tutti disponibili a rivedere le proprie posizioni. Il documento sulle questioni internazionali approvato nell’ultima Direzione nazionale del partito non costituisce tuttavia un buon esempio a questo riguardo. Richiamare oggi le tesi congressuali più duramente messe alla prova dalla guerra anglo-americana contro l’Iraq (penso in particolare all’idea del presunto schieramento unitario che avrebbe dovuto comprendere Usa, Cina, Russia e Unione europea) sembra, al contrario, una prova di indisponibilità a discutere sobriamente di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. Infine su Cuba. Di che cosa stiamo discutendo, o meglio: di che cosa dovremmo discutere? Di diritti umani e di pena di morte? Dei criteri del "buon uso" dell’amicizia e della solidarietà internazionale? Non credo. La questione posta all’ordine del giorno dalla situazione politica internazionale è la difesa di Cuba dalla minaccia di una invasione statunitense. Dopo l’Iraq e sullo sfondo della "guerra preventiva permanente", questa minaccia è ogni giorno più concreta. Gli Usa vedono finalmente possibile cancellare una "anomalia" che hanno dovuto subire per quarant’anni e contro cui hanno lottato con l’embargo e con l’organizzazione di gruppi eversivi armati. Stando così le cose, in questo momento non c’è spazio per posizioni intermedie. Come sempre quando la guerra batte alle porte, la drammatica precipitazione del conflitto semplifica brutalmente le ragioni in campo. Al di là delle migliori intenzioni, la scelta si gioca in realtà soltanto tra due opzioni contrapposte: o si sta con Cuba senza se e senza ma; o si contribuisce al suo isolamento, rischiando di indebolire la sua difesa contro l’aggressione imperialista degli Stati Uniti. Per questo credo, come altri compagni, che la mozione su Cuba presentata dal partito alla Camera sia stata un errore, e penso che compito essenziale di questo Cpn sia correggere quella presa di posizione dichiarando l’incondizionata solidarietà del nostro partito a Cuba e al popolo cubano minacciato nella sua indipendenza e sovranità. Salvatore Cannavò, Vicedirettore di Liberazione Voglio esprimere una delusione, una forte condivisione e una nota di sconcerto. La delusione riguarda i tempi di convocazione di questo Cpn - sei mesi dal precedente! - che denota una difficoltà di vita interna e una sottovalutazione del ruolo di questo organismo. Sono deluso anche per la discussione fatta in direzione sulla guerra (curiosamente non riprodotta qui...). A parte l’ortodossia conservatrice dei compagni "emendatari", devo dire di aver trovato, da una parte un certo irrigidimento delle tesi congressuali e dall’altra una eccessiva contraddittorietà nel documento conclusivo, tra l’altro condito da affermazioni bizzarre come il «colpo di stato» contro l’impero. Sono soddisfatto, invece, della centralità che continua ad assumere il movimento nella nostra analisi (oltre che dell’approccio sull’articolo 18). Su questo una precisazione: io credo che dopo la fase iniziale del movimento contro la globalizzazione capitalistica e dopo quella della grande espansione di massa contro la guerra, oggi dovremmo lavorare per una "sintesi" in cui antiliberismo e antiguerra tornino a stare insieme: articolo 18 e articolo 11 (nella costituzione europea) sono le due coordinate. L’Europa è la bussola di riferimento, per questo al Forum europeo di Parigi e poi a Roma a fine anno, bisognerà lavorare per gli Stati generali dell’Altraeuropa. Da questo punto di vista l’analisi è importante. Una discussione precisa sulle contraddizioni attuali (tra cui quelle interimperialiste, anche se questo non significa automaticamente guerra interimperialista) aiuta ad esempio a motivare e spiegare il nostro No all’attuale costituzione europea. L’Europa è una costruzione liberista-imperialista e la sua opposizione (franco-tedesca) agli Usa, punta a difendere particolari interessi, non a interpretare una linea pacifista. Infine, Cuba. Condivido pienamente la posizione del segretario ed espressa prima di tutti da Liberazione. Molti compagni, invece, si sono qui espressi con una giustificazione delle fucilazioni che inquieta non poco. Josè Mariategui scrisse che in America latina il socialismo non doveva essere "nì calco, nì copia", cioè non una ripetizione del modello sovietico. Che Guevara è stato in larga misura l’interprete di questa posizione, sostenendo la necessità di un sistema originale. Per me Cuba rimane legata agli avvertimenti premonitori di Mariategui e al sogno del Che. I compagni che tanta nostalgia hanno del passato, dovrebbero riflettere di più sul cumulo di macerie sopra le quali camminiamo ed accorgersi di quanto danno lo stalinismo abbia arrecato al sogno comunista. E così, non dovrebbero affannarsi ad aiutare ancora una volta il morto ad afferrare il vivo per le gambe. Non ce lo meritiamo noi, non se lo merita il comunismo ma, soprattutto, non se lo merita Cuba. Giovanna Capelli, Direzione Nazionale Non faremmo un buon servizio a Cuba e a ciò che essa rappresenta per tutti noi se non ribadissimo che l’istituto giuridico della pena di morte è residuo di barbarie e di inciviltà in qualsiasi stato venga conservato; se i tempi per la riforma delle leggi sono ovunque lunghi esiste la moratoria e la scelta politica di non applicare questa pena. A Cuba poi la questione si complica perché la pena di morte è stata applicata a dei dissenzienti politici. Fare la lista delle infiltrazioni e delle provocazioni della Cia non occulta il fatto. L’idea comunista dovrebbe assumere e valorizzare pienamente le libertà sancite dalle rivoluzioni precedenti, quelle che qualcuno qui chiama con una vena di disprezzo, le libertà borghesi. La libertà dalla fame, dalla miseria, dallo sfruttamento non possono cancellare diritti civili e libertà individuali, attenzione e cura alla persona in sé. Questo concetto dovremmo avere parole per dirlo sempre e in ogni contesto, anche nella battaglia sull’articolo 18. Lì abbiamo categorie e argomenti ricchi per una campagna di massa sulla precarietà del lavoro, sulla insufficienza del salario e sulla distruzione dello stato sociale. Ma dovremmo trovare modalità per denunciare e narrare più a fondo ciò che significa questo per le vite dei singoli soggetti, quale stato il centrodestra, a partire anche dalle leggi regionali, sta costruendo. Sta attuandosi una rivoluzione conservatrice potentissima, che organizza i tempi della vita fuori dal lavoro a partire dalla necessità della produzione. Così ricompaiono i nidi di fabbrica, disponibili alla flessibilità degli orari genitoriali o si riconduce la cura all’ambito silenzioso dei legami famigliari, riconsegnando ai rapporti privati l’esercizio della solidarietà che fondava il patto costituzionale. Mimmo Caporusso, Federazione di Bari Ho ascoltato attentamente la relazione del segretario. nella sua relazione tra i numerosi punti toccati (guerra, referendum e opposizione al governo Berlusconi e Cuba) vorrei soffermarmi su due questioni opposizione efficace al governo Berlusconi e referendum: il governo Berlusconi artefice di politiche sociali che vanno contro i ceti più deboli della nostra società: basti pensare ai provvedimenti che sta prendendo sul mercato del lavoro legge 848 dove si introduce il caporalato legalizzato; si precarizza in maniera selvaggia il mercato del lavoro con contratti misti (in un posto di lavoro può lavorare più di un lavoratore dividendosi un solo salario); è possibile il lavoro a chiamata e si può cedere rami d’azienda eludendo in questa maniera l’art.18. Obiettivo del governo e la cancellazione dei contratti collettivi di lavoro e reintroduzione delle gabbie salariali. Ciò che prima era certezza il lavoro a tempo indeterminato diventa incerto, e ciò che prima era incerto diventa certezza, il lavoro precario. Si sta portando avanti la riforma delle pensioni dove è previsto tra i vari punti la decontribuzione da parte delle imprese sui contributi previdenziali e la scandalosa proposta di trasferire, in maniera obbligatoria le quote del trattamento di fine rapporto alla previdenza integrativa, un vero e proprio scippo di quello che costituisce, a tutti gli effetti, salario differito. Il nostro partito dovrebbe intensificare la sua opposizione a questo governo su un tema di stretta attualità come quello della perdita di potere d’acquisto delle buste paga, tutto aumenta tranne i salari dei lavoratori che non superano in alcuni casi gli 800 euro al mese. Senza dimenticare l’attacco alla nostra costituzione antifascista e alle date simbolo come il 25 aprile e il 1 maggio. Dunque serve più incisività contro questo governo e cercarlo di mandarlo a casa prima possibile. Una buona occasione può essere la vittoria del referendum sull’art. 18 che oltre ai promotori vede schierati per il si l’Arci la Cgil. per vincere questa battaglia dei diritti serve uno sforzo davvero notevole del nostro partito. Per questo non condivido il documento approvato dall’ultima direzione che ritorna sui temi congressuali. E una scelta senza senso che rischia di dividere ulteriormente il partito, alla vigilia di una importante e delicata scadenza referendaria. Come purtroppo è avvenuto anche sulla questione di Cuba dove a mio giudizio pur criticando la pena di morte siamo stati troppo critici nei confronti di Fidel Castro il quale con la sua popolazione cerca da 44 anni di difendere la rivoluzione socialista che viene messa a dura prova dall’embargo Americano e da numerosi tentativi di colpo di stato finanziati dalla Cia. Milziade Caprili, Direzione Nazionale Il percorso che dovrebbe portare dal movimento all’alternativa mi sembra chiaramente delineato. Allo stesso modo sono chiare le tappe fondamentali del lavoro per i prossimi mesi, non dimenticando il lavoro fatto che è stato persino straordinario (raccolta delle firme per i referendum, forum sociale europeo di Firenze, mobilitazione contro la guerra, campagna referendaria con le due giornate del meeting di Piazza Farnese). C’è in noi una consapevolezza diffusa: è cambiato il mondo, siamo cambiati noi anche se non con la rapidità e l’ampiezza che gli stessi fatti avrebbero imposto. Sono evidenti i punti politici e persino tecnici che hanno prodotto tale cambiamento. I punti che abbiamo contribuito a disvelare, a discutere e a mettere al centro nel delineare la natura della globalizzazione: devastazione culturale con il prevalere della logica d’impresa e del mercato che portano alla posizione dominante della guerra; mancata connessione tra innovazione e progresso sociale; crisi del centro-sinistra incapace persino di dare risposte su terreni che avrebbero potuto essergli propri. L’affermazione del movimento dei movimenti è nella capacità di segnare una nuova fase socialmente, politicamente e culturalmente. Invece che con "un po’ meno", con una alternativa di modello sociale e democratico che potrebbe essere poi anche alternativa di governo. Su questo la sfida continua. Del resto ci è chiara la natura di questa fase, una fase di stravolgimenti, un terremoto e non un semplice maquillage. Stato, potere, sovranità indipendenza, democrazia, dicono, oggi, cose diversissime da quelle di soli pochi anni fa. Ma se tutto è cambiato così rapidamente perché facciamo tanta fatica ad immettere innovazione nel nostro lavoro? Dobbiamo affrontare questo problema e dare risposte, se pur empiricamente. Alla lunga, queste condizioni non potrebbero portarci ad un rinsecchimento imprigionando in una continua pratica interna tanto lavoro dei nostri compagni e delle nostre compagne? E’ un rischio, ed anche per questo dobbiamo mettere in discussione sin dalle radici questa forma partito. Bruno Casati, Direzione Nazionale Il Partito è impegnato in una dura prova che si concluderà il 15 giugno: è la prova della difesa dei diritti dei lavoratori attraverso l’estensione dell’articolo 18. Il Partito va assolutamente galvanizzato. Sbagliato è, invece, dividerlo mentre la corsa è lanciata. Per chiarezza, è un errore portare alla divisione le differenze che si sono manifestate in Direzione su una questione: Cuba. Oltretutto chi ce lo chiede? Quelle differenze, va detto, non si sono manifestate tanto sul giudizio delle condanne a morte – netta è la mia contrarietà – quanto sul diritto o meno di quel paese all’autodifesa a fronte di un terribile tiro al bersaglio cui, quel popolo, è sottoposto; un tiro al bersaglio spinto sino al proposito di una invasione americana, tappa programmata della guerra permanente in corso. Quel diritto è sacrosanto, la rivoluzione va difesa, "giù le mani da Cuba". Questa guerra permanente, inoltre, diffonde in ogni dove il coprifuoco della democrazia e dei diritti. La lotta, in controtendenza, per estenderli (i diritti) è oggi possibile praticarla in Italia con l’unico strumento a nostra disposizione per "bucare" la cappa del coprifuoco: il referendum. Ma, per riuscirci, bisogna cercare di operare la saldatura tra il popolo del No alla guerra e quello del Sì ai diritti. Ce la facessimo, non solo la vittoria sarebbe possibile, ma farebbe un passo avanti anche quella sinistra di alternativa che tuttora non si configura. Ancora, ce la facessimo, potremmo tornare a ragionare di politica ed economia in un paese costellato da basi militari americane e, insieme, da presidi del capitalismo americano (come la Fiat): noi siamo già stati invasi. Taluno invece ci dice: "se si perde arriva il peggio!". Sbagliato, con la L30 e la 848 bis, siamo già nel campo del peggio. Non ci fosse il referendum ci cancellano i diritti, solo se si vince li fermiamo e diamo oltretutto una gran botta al governo Berlusconi che, poi, è il "sentire comune" e il vero elemento di saldatura tra il popolo del No alla guerra e quello del Sì ai diritti. Chi ha capito bene la partita è la Fiom, cui deve andare tutta la nostra solidarietà, perché è sui metalmeccanici, dal contratto alla vertenza Fiat, che Governo e padronato oggi investono per una operazione analoga a quella della Tatcher contro i minatori: via il contratto, via i diritti, fuori la Costituzione dalla fabbriche, ritorno agli anni 50. Se la partita è questa perché dividerci su altro? Anna Ceprano, Direzione Nazionale L’aggressione imperialista da parte degli Usa e della Gran Bretagna all’Iraq ha costituito un evento sicuramente tragico ma che si muove nel solco strategico del capitalismo mondiale. Di fronte a tanta arroganza e cinismo gran parte dell’opinione pubblica mondiale ha opposto un fermo no alla guerra, riscoprendo il pacifismo e animando, specie in Italia, un movimento variegato e composito che tiene dentro tutti. Il nostro partito è dentro questo movimento in maniera organica e vi sta profondendo smisurate energie in una fase cruciale della propria attività politica, dove ha messo in gioco tutta la propria credibilità ma, soprattutto, la possibilità di ricostruire un movimento reale di opposizione e di contrattacco sul fronte di quella guerra interna contro i diritti dei lavoratori, degli immigrati, degli studenti, dei disoccupati che il capitalismo non smette di combattere. Il referendum sull’art. 18 rappresenta proprio questo per noi ma non per quelle forze con cui costruiamo alleanze elettorali e che invece ci boicottano sia sul fronte dei diritti che della guerra e con i quali non potremo costruire nessun programma. Infatti, contrariamente alla campagna di propaganda del partito che invoca un automatismo fra pace e diritti, questo automatismo non scatta. Lo stanno dimostrando le innumerevoli difficoltà con cui i compagni stentano a costruire i comitati per il Sì: gli altri, i partiti di Cs e il mondo dell’associazionismo non ci sono o, nel migliore dei casi, sono solo sigle. Tutta la complessa macchina di propaganda è ricaduta sulle spalle del nostro partito che già da diversi anni sconta una crisi di militanza, dove i circoli si sono svuotati e dove i gruppi dirigenti ormai parlano solo a se stessi, in ranghi pure ridotti. Il si di Cgil e Arci non comportano necessariamente una vittoria se non attiveranno i loro potenti canali di propaganda e se perderemo sarà a noi che siamo promotori che i lavoratori chiederanno conto. Per questo dobbiamo spendere tutte le nostre energie affinché vinciamo questa sfida del referendum. Questo Cpn doveva fare un bilancio e invece l’unico richiamo che viene fatto è ad una cultura della pace che deve permeare la nostra vita, diciamo di dover cambiare l’orizzonte strategico del nostro partito nel nome della pace: ma la pace di chi? La pace sociale che serve ai padroni? I comunisti non possono essere genericamente pacifisti e un partito come Rifondazione comunista non può non avere nel suo Dna valori di classe. Valori che chiamano al no alle guerre imperialiste ma non contro le guerre tout court, perché i comunisti non possono che essere al fianco dei lavoratori, dei popoli che lottano per la libertà contro l’imperialismo. Il turbamento delle coscienze pacifiste non ha costruito un’alternativa di sistema e non si pone neppure la questione del programma. Rendere praticabile la voglia di pace, combattere le stragi di esseri umani, di territori, di habitat sacrificati al profitto dei padroni, significa per i comunisti costruire vertenze sui posti di lavoro, aprire un conflitto sociale aspro, calarsi nelle contraddizioni reali e non aspettare gli appuntamenti internazionali del capitale per "fare movimento", o organizzare una raccolta di firme in calce ad appelli internazionali. Non si esce dal capitalismo attendendo passivi un processo di maturazione graduale che non ci sarà mai. Il tema della pace richiede la giusta attenzione ma non è lo spartiacque del nostro tempo: per i comunisti lottare per la pace può essere un momento di un lavoro collettivo più complesso ma non la totalità. Per concludere su Cuba. Cuba da oltre 40 anni è assediata dall’imperialismo statunitense e, dunque, in uno stato permanente di guerra e in guerra succede che un popolo costretto a combattere una guerra non da lui dichiarata per difendere la propria libertà ed emancipazione, debba rispondere all’aggressione anche con scelte estreme. La solidarietà dei comunisti non ammette condizioni, deve essere netta. Mauro Cimaschi, Federazione di Crema Il problema numero uno che ci sta davanti, ha scritto giustamente Rossanda, "è che oggi di superpotenze ce n’è una sola, e si è data un gruppo dirigente e una new strategy (guerra preventiva e permanente) che le consente di procedere come e quando vorrà, corrisponda o no al diritto internazionale". E’ in questo quadro che si inserisce l’offensiva contro Cuba da parte dell’Amministrazione Bush (che deve pagare agli esuli e alla mafia cubana della Florida la cambiale della sua elezione). Dietro lo schermo dei diritti umani si è passati dall’embargo alla guerra non dichiarata. Dopo il Medio oriente, l’imperialismo Usa vuole porre fine ad una esperienza che è stata ed è punto di riferimento di tutti i movimenti di liberazione dallo sfruttamento imperialista, ed intende rivolgere un monito alle nascenti esperienze di Chavez in Venezuela e di Lula in Brasile (ci ricordiamo il Cile di Allende, e il Nicaragua di Ortega). La nostra contrarietà all’uso della pena di morte deve essere ferma. A Cuba la pena capitale viene applicata, come nei recenti casi, in funzione antiterrorismo, quindi per reati contro la sicurezza dello Stato, e non per gravi delitti comuni. Si tratta di un percorso qualitativamente e quantitativamente diverso rispetto agli Stati Uniti dove il ricorso alla pena è massiccio e sistematico. Lo stesso compagno Fidel Castro si è augurato di poter arrivare al più presto al superamento dell’utilizzo della pena di morte, evocando un percorso opposto a quanto il partito repubblicano di Bush si è proposto nella campagna elettorale, non solo rifiutando l’abolizione della pena di morte, ma proponendo addirittura di estenderla a quegli Stati che ancora non ne fanno uso. Per questo il nostro Partito in prima fila nel movimento per la pace, il cui allargamento e continuità è per noi obiettivo prioritario, deve compiere ogni sforzo affinché venga fermata la guerra non dichiarata dagli Usa a Cuba, cessino gli atti di terrorismo e venga sospeso l’embargo economico, causa e possibile giustificazione per l’utilizzo della pena capitale a Cuba. Il nostro sostegno a Cuba è stato e sarà senza se e senza ma. Un’ultima considerazione. Le prossime elezioni amministrative e i referendum sono passaggi molto delicati per il nostro Partito che deve affrontarli con il massimo di impegno comune, collocandoli in una più ampia conflittualità sociale (contratti, lotta al caro vita...), con l’obiettivo del cambiamento dell’attuale quadro politico e della cacciata del governo Berlusconi. Pino Commodari, Segretario Prc di Reggio Calabria Condivido fortemente la più che puntuale relazione del compagno Bertinotti. Mi soffermerò, per evidenti ragioni di tempo, solamente su due punti che apparentemente sembrano distanti tra loro, ma che sono più che mai saldamente legati, perché attengono allo sforzo compiuto in direzione della rifondazione di un pensiero e di una azione comunista, dopo gli orrori e gli errori del ‘900, che hanno determinato un legame inscindibile tra comunismo e libertà e modificato profondamente la concezione del potere e l’idea della trasformazione. Il primo è rappresentato dall’attuale vicenda che investe Cuba. Una vicenda che ci impone di affermare chiaramente e nettamente la condanna e la ferma e forte critica al ricorso alla pena di morte ed alla repressione del dissenso. Una condanna che non ci impedisce di riaffermare la nostra amicizia per Cuba, per la sua storia e per ciò che essa rappresenta nella lotta alla globalizzazione neoliberista. Il secondo è il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori che si terrà domenica, 15 giugno, perché rappresenta un primo sbocco politico reale del conflitto sociale, che ha contraddistinto questa fase e nel quale correttamente va inserito. Con chiarezza va detto che esso rappresenta una valida risposta in avanti alla straordinaria mobilitazione ed all’esteso movimento di lotta contro la politica del governo di centro destra e della Confindustria. Una politica neoliberista che si configura come una vera e propria "guerra sociale" scatenata contro i lavoratori, i pensionati, le donne ed i giovani. Una guerra contro le conquiste sociali e civili del secolo scorso, che riguardano le garanzie ed i diritti del mondo del lavoro e di quelli, certi, esigibili ed universali, dello stato sociale. Una guerra scatenata, anche e soprattutto, contro il mezzogiorno e la Calabria, come ci dice chiaramente la legge finanziaria. Il referendum, oltre a rappresentare una risposta più complessiva alla crisi sociale che abbiamo di fronte, diviene la proposta in grado di estendere i diritti sociali a tutte ed a tutti, anche perché questa è l’unica strada da percorrere per la loro difesa. Una proposta che fa compiere un salto di qualità alla lotta ed alla mobilitazione, perché riunifica tutte quelle realtà del mondo del lavoro e quei soggetti sociali, che in questi anni sono stati divisi, frantumati o addirittura contrapposti. Perché solamente in questo modo, con l’unificazione della classe e con l’offensiva, è possibile sconfiggere l’arrembante attacco neoliberista. Le lavoratrici ed i lavoratori del mezzogiorno e della Calabria, sono coloro che dalla vittoria del SI sull’art. 18 trarranno i maggiori benefici. Infatti, il lavoro nero raggiunge, nel mezzogiorno ed in Calabria, punte del 60%, con una alta incidenza di incidenti e morti sul lavoro. Sempre in Calabria, infatti, è collocato il più alto numero (95%) di imprese con meno di 15 dipendenti. L’estensione delle tutele dell’art. 18 assume per i calabresi un significato di enorme rilevanza, soprattutto perché creerebbe le condizioni per chiedere il rispetto dei diritti, quasi sempre negati, sanciti dalle leggi e dai contratti, anche in termini di migliori condizioni di lavoro, senza che ciò porti a subire la rappresaglia del licenziamento. In Calabria la flessibilità è già l’elemento sostanziale di qualsiasi rapporto di lavoro. Anche se il referendum non c’entra nulla con la flessibilità del lavoro, l’allargamento delle tutele dell’articolo 18 alle piccole imprese aprirebbe una nuova stagione di diritti del lavoro e di diritti sociali La decisione, assunta dalla Cgil Calabria il 23 aprile, che invita a votare Sì al referendum ed a sostenere tale scelta nel Comitato direttivo nazionale del 6/7 maggio, va salutata positivamente, soprattutto perché viene presa in una regione nella quale la flessibilità, la precarietà ed il lavoro nero, come abbiamo già detto, toccano punte elevate. Va salutata favorevolmente, perché coerente con l’impegno per difendere l’art 18, i diritti e le garanzie dei lavoratori ed i disoccupati, ma soprattutto perché ha compreso che la sua vittoria segnerebbe un cambio di fase, una svolta autentica verso una nuova stagione politica e sociale. Stefano Cristiano, Federazione di Pistoia Il Cpn si svolge a poco più di un mese da due appuntamenti vitali: Referendum e Elezioni. Sull’articolo 18 evitiamo di individuare oggi i responsabili di un’eventuale sconfitta (sia perché l’obiettivo è di allargare il più possibile il fronte, sia perché le maggiori responsabilità sono di chi decide i tempi, i contenuti e gli strumenti di una battaglia), e colleghiamo la campagna alla questione salariale e alla lotta contro Berlusconi (molti hanno firmato i referendum in quanto alternativi al governo). Sulle Elezioni la natura "pidduista" ed autoritaria del governo e la pressione popolare verso l’unità, hanno contribuito alla costruzione di accordi basati su contenuti avanzati. La linea per le elezioni politiche dovrà essere però quella dell’unità possibile tenendo conto sia della pericolosità della destra, che delle distanze dal centro-sinistra (Guerra, Privatizzazioni, Lavoro ecc.). Vista la necessità di condurre il Partito compatto su questi appuntamenti, ritengo un errore la pervicace reintroduzione (in Direzione e nel Cpn), di elementi di divaricazione sulle questioni internazionali. Nel merito comunque ritengo che la guerra per l’occupazione di un’area ricca di petrolio, la frattura fra Usa, Gb da un lato e Francia, Germania, Russia e Cina dall’altro, i vertici per la costruzione di un esercito Europeo, testimonino quanto la tesi di un impero dove le contraddizioni intercapitalistiche non esistevano più e le nazioni erano destinate a scomparire, ci permetta forse di leggere i libri di Negri, ma non la realtà nella sua concretezza. Ha ragione il Segretario quando paragona l’alternativa rappresentata dalla sinistra moderata ad un pugile che tenta di difendersi da Bush che invece spara col fucile a pallettoni. Ma se questo è vero in punta di metafora, è tanto più vero nella realtà. Di fronte a |
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