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Comitato Politico Nazionale 3 - 4 maggio 2003 |
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«Articolo 18 per tutti: la base per un programma di opposizione» |
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Sintesi della relazione di Fausto Bertinotti |
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Liberazione 4 maggio 2003 Cari compagne e cari compagni, in questi mesi abbiamo lavorato molto sulla base delle decisioni che abbiamo assunto nell’ultimo Comitato politico nazionale. Posso dire che l’essenziale di quello che abbiamo deciso di fare è stato realizzato. Si è effettivamente verificata la centralità dello scontro tra guerra e pace, non come un’episodio in qualche modo circoscrivibile, ma invece come un fatto destinato a connotare di sé il mondo per un periodo non breve. Per questo motivo abbiamo fornito tutto il nostro contributo al rafforzamento del movimento per la pace. Ora ci troviamo in una fase inedita, in cui il conflitto è aperto ad ogni possibile conclusione anche di tipo distruttivo. La guerra in Iraq ha rappresentato un terremoto per la politica e per le istituzioni nel mondo. I fatti sono andati addirittura oltre la stessa direzione che avevamo previsto. Nell’ultima direzione nazionale abbiamo affermato che la guerra permanente e preventiva ha segnato la fine del dopoguerra. Qualcuno ha definito questo periodo quello della quarta guerra mondiale, individuando la terza in quella lunga fase di "guerra fredda" che ha contrassegnato il confronto tra i blocchi fino alla fine degli anni Ottanta. Questa è una vera e propria guerra di civiltà, non tra civiltà, ma tra una barbarie che mette in discussione l’esistenza e la prosecuzione della civiltà e quest’ultima. Siamo chiamati ad avanzare ipotesi interpretative. Non ci si può atteggiare a chi pensa a lungo e poi prende una posizione definitiva e immutabile. Bisogna invece pensare e decidere velocemente e poi, eventualmente, correggere analisi e decisioni di fronte al cambiamento della situazione. Non siamo chiamati a restaurare una dottrina o un’ideologia, ma a costruire una critica dell’esistente. Dobbiamo, secondo una nota formula, domandare ed interrogarci camminando. Non c’è salvezza al di fuori del movimento. Ricordando Gramsci siamo di fronte ad un "intellettuale collettivo". Il Partito è chiamato non solo a fare ma anche a capire. Ad esempio, ma è solo uno tra i tanti, non saremmo arrivati a posizioni così nette e radicali sulla guerra senza avere attivamente interloquito con il mondo cattolico e con i movimenti pacifisti che ad esso si ispirano. Dimensione mondiale dell’azione Ora dobbiamo lavorare lungo tre grandi direttrici. La prima. Dobbiamo concepire la nostra azione in una dimensione mondiale, pur con tutti i limiti che derivano dalle nostre effettive capacità. Per questo motivo abbiamo accolto con grande interesse la proposta della rivista Rebeldìa di sottoscrivere un documento di Marcos, di Chomsky ed altri ancora. Si tratta di un documento importante proprio perché raccoglie il senso e il frutto di un dibattito significativo. In questo quadro dobbiamo continuare l’opera di costruzione di una sinistra alternativa europea. Abbiamo compiuto dei piccoli passi con un’ambizione dichiarata, quella di dare vita ad una sinistra alternativa sociale e politica dentro il movimento che sta crescendo. L’Europa va concepita come lo spazio geopolitico indispensabile per la costruzione di modelli sociali alternativi. Abbiamo registrato un grande passo in avanti con le manifestazioni internazionali per la pace, di cui quelle di Roma e di Londra hanno costituito un esempio eclatante. Nello stesso tempo non ci nascondiamo i limiti di questa iniziativa, in particolare dovuti all’incapacità di organizzare uno sciopero generale europeo effettivo. Essere usciti dal dopoguerra vuol dire per l’appunto che non possiamo tornare al passato, semplicemente con un’operazione di restyling. Oggi, come ha detto un autorevole giornale americano, si fronteggiano due superpotenze, da un lato gli Usa, dall’altro l’opinione pubblica mondiale a favore della pace. In questo quadro il movimento costituisce un bacino straordinario per promuovere una nuova soggettività politica, anche se non in grado di costruirla da solo e direttamente. Un movimento da radicare La seconda. Dobbiamo contribuire al radicamento del movimento. Si tratta di un problema molto complesso che ha a che fare direttamente con il tema della ricostruzione della politica e delle sue ragioni; con quello della costruzione di una massa critica per contrastare le forze reazionarie e moderate; con quello dell’articolazione dei movimenti. Si tratta di rielaborare anche gli elementi simbolici: per questo abbiamo attribuito molta importanza alla difesa del diritto di esposizione delle bandiere per la pace, segno di identità di un popolo scelto. Dobbiamo saper ricostruire la mappa di un conflitto generalizzato, capire quali sono le forme per la contestazione del potere, quali quelle per una nuova democrazia e una nuova statualità. Abbiamo bisogno di compiere, assieme ad altri un grande lavoro di inchiesta. Infatti la precarietà e l’incertezza non appartengono solo alle forze politiche ma sono caratteristiche della vita delle persone. Oggi il movimento ha un problema complesso quello di stabilire i giusti obiettivi politici nel passaggio tra una guerra guerreggiata ed una guerra che continua, anche se a bassa intensità. Il problema dell’efficacia La terza. Si pone appunto qui il tema dell’efficacia dell’iniziativa del movimento e delle forze di opposizione. Non è una questione in sé nuova, ma essa si pone oggi in modo acuto. Prima il tema della crescita dei movimenti rendeva meno importante quello della loro efficacia. L’obiettivo della crescita del movimento era prioritario sul raggiungimento del suo obiettivo. Rispetto a questa situazione la guerra in Iraq ha marcato un significativo passaggio. Per questo dobbiamo ragionare sulla sconfitta che abbiamo subito. Questa non consiste tanto nella vittoria militare degli Usa, né del loro arrivo a Baghdad. Questi avvenimenti erano prevedibili e comunque costituiscono un elemento secondario. Il punto è che il movimento ha subito una sconfitta perché non ha saputo e non ha potuto impedire lo svolgersi della guerra. Su scala nazionale conosciamo problemi non dissimili. La crescita, infatti, di lotte e di movimenti non ha ancora impedito al governo di procedere lungo la sua strada. Ad esempio vi è stata una grande battaglia contro l’abrogazione dell’articolo 18, ma il governo è riuscito a far approvare una micidiale riforma sul mercato del lavoro (ex ddl 848, oggi legge 30/2003) e impone al Senato la discussione sul disegno di legge 848 bis, che appunto contiene la liquidazione dell’art. 18. La controriforma del mercato del lavoro già approvata vuole frantumare il rapporto di lavoro in tante tipologie flessibili, in modo tale da rendere superflua l’esistenza dello stesso contratto nazionale di lavoro. In questo modo si alimenta il rischio che la vicenda contrattuale dei metalmeccanici si concluda con un accordo separato. La ricerca di nuove forme di lotta Abbiamo di fronte quindi un grande problema, quello di raggiungere un’organizzazione del movimento e dei soggetti della sinistra alternativa capace di configurare una potenza di massa in grado di ottenere dei risultati concreti. Di fronte al monopolio della violenza e del dominio si impone la ricerca di nuove forme di lotta. Per questo penso che i nostri ragionamenti sull’uso della nonviolenza siano decisivi per creare un cosciente e diffuso antagonismo alla guerra. Questo tema che è valido in tutto il mondo si pone con forza anche da noi, altrimenti rischiamo di verificare una crescita del movimento ed insieme una sua irrilevanza quanto a risultati pratici. Ma per ora, va sottolineato con forza, la sconfitta non è stata introiettata dal movimento in termini autodistruttivi, come si è ben visto nella manifestazione nazionale del 12 aprile. Ma questo non significa nascondersi i problemi che ci sono. Il movimento subisce in questa fase un attacco da due lati. L’uno proviene dall’esterno, ed è costituito dal rilancio, dopo la guerra all’Iraq, della cosiddetta terza via (malgrado le sconfitta elettorale di Blair) nella forma di un tentativo di un condizionamento interno allo schieramento guidato dagli americani ed a quello delle forze liberiste. Il secondo proviene, per così dire, dall’interno del movimento. La disubbidienza, è stata un’esperienza straordinaria proprio perché ha avuto un carattere di massa. Ma vi è chi pensa che proprio per questa ragione, andrebbero favoriti atti e gesti esemplari ed emblematici, che però restringerebbero inevitabilmente l’azione ad alcuni settori. E’ necessaria quindi una battaglia culturale contro queste tendenze. Si tratta di elaborare una nuova linea di massa che sconfigga queste tesi. In sostanza, per fare un esempio storico, con tutti i limiti che gli esempi hanno, si tratta di trarre i giusti e attuali insegnamenti che derivano dalle esperienze passate di costruzione di un blocco sociale contro politiche di sottomissione o atteggiamenti avanguardistici. L’occasione del referendum Per lavorare in questa direzione dobbiamo dare continuità alla nostra internità al movimento. La sua crescita rappresenta oggi un trascendimento del movimento no-global in un più ampio movimento per la pace. Come si sa le due cose hanno una relazione tra loro ma non sono identiche. Questo è l’ottimo risultato che si è realizzato durante la guerra guerreggiata all’Iraq e ora non va assolutamente disperso. Ma vi è anche un carattere claudicante e debole nel movimento. Mi riferisco al problema dell’attenzione alla questione sociale, spesso evocata (si pensi al nesso stringente tra pace e giustizia) ma scarsamente praticata. Naturalmente per questione sociale intendiamo i nessi tra lavoro e vita, tra produzione e riproduzione sociale, tra lavoro e ambiente e via dicendo. Oggi questa debolezza può essere concretamente affrontata e risolta. L’occasione è data dal referendum sull’art. 18, ed è un’occasione unica e non può essere mancata. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti ingiusti nelle piccole imprese non costituisce ovviamente tutto il programma per l’opposizione, ma certamente la leva per costruirlo. Da questo punto di vista vi è un’analogia con il peso che ebbe la questione salariale negli anni Sessanta. Allora venne detto: «Contro l’inflazione aumento dei salari», in assoluta controtendenza con il punto di vista dominante. Si esprimeva così un grande dirigente comunista come Palmiro Togliatti. Oggi conquistare diritti contro la precarietà costituisce un uguale capovolgimento di senso. Perciò il referendum è una leva per un nuovo programma e serve anche per mettere in discussione quel tanto di immagine di partito conservatore che ci accompagna rispetto alla questione operaia. In realtà promuovendo insieme ad altri il referendum, abbiamo dimostrato di cogliere appieno le trasformazioni prodotte dalla ristrutturazione capitalistica. Inoltre abbiamo affermato un diverso rapporto tra legge e contratti rispetto al passato. Quest’ultima questione è stata finora affrontata solo da destra, con il referendum avviene da sinistra. Infatti abbiamo contrastato efficacemente le ipotesi neoriformiste, come si vede anche dalla scelta dell’astensione nel referendum da parte dei propugnatori delle prime. Abbiamo sfondato su un punto: quello della percezione a livello di massa dei diritti di cittadinanza, legata al mantenimento del posto di lavoro. Il diritto al reintegro è infatti un argine estremo in questa direzione che va valorizzato. Questa scelta propone anche una critica dell’economia politica. Il modello vigente in Italia, in particolare negli ultimi anni, è quello di un’alta flessibilità e di bassi diritti. La Fiat ha generalizzato il modello Melfi e accordi che permettono la sostituzione di lavoratori maturi con giovani precari. Questo modello non vuole rispettare l’esistenza di un contratto nazionale collettivo, ma punta per sua natura a un contratto individuale di lavoro. La persistenza e l’estensione dell’articolo 18 è per l’appunto un argine contro queste tendenze, infatti in questo modo viene ribadito che anche il lavoratore che vede individualizzato il suo contratto di lavoro, resta comunque in possesso di un bagaglio incomprimibile di diritti, solo sopra il quale può dispiegarsi la contrattazione. Il cosiddetto rapporto fiduciario che dovrebbe esistere nelle piccole imprese è del tutto astratto, ma è il veicolo per una insistente riproposizione del modello di contratto individuale. L’estensione dell’articolo 18 rappresenta anche un elemento di politica economica, non solo di politica sociale. Naturalmente questo non avviene automaticamente ma richiede di dispiegare appieno l’iniziativa politica e la critica alla teoria della compatibilità. Ricordo qui che Claudio Napoleoni ci fornì una lezione indimenticabile su questo punto. Mi riferisco in particolare ad un convegno dell’allora Pci di circa una ventina di anni fa nel quale Michele Salvati propose di assumere la gabbia delle compatibilità delle rivendicazioni economico-sociale rispetto alle regole del sistema. Napoleoni al contrario parlò della necessità di far valere un vincolo interno al sistema capitalistico, basato sull’irriducibilità di soggetti sociali alle esigenze dell’organizzazione sociale e produttiva capitalistica, oppure al contrario, di accettare la proposta di Salvati ma a quel punto dismettere di chiamarsi comunista. Sappiamo come andò a finire. Oggi l’ipotesi di una crescita ininterrotta dell’attuale sistema economico è ormai accantonata. Nello stesso tempo l’incremento della produttività viene assorbita direttamente ed interamente per la prima volta dai profitti dell’impresa, senza nessuna anche se disuguale redistribuzione sociale. A maggior ragione l’accettazione delle teorie della compatibilità porterebbe ad una diminuzione di salario reale, di diritti e di potere. Terremoto a sinistra La questione della dignità, dei diritti, della critica al sistema capitalistico, di una diversa idea dello sviluppo, sono elementi in nuce di questa campagna referendaria e proprio per questo essa ha prodotto un terremoto politico. Il governo è imbarazzato. Prima aveva pensato di andare allo scontro sul No e vincere; poi si è impensierito ed ha progettato il boicottaggio del referendum, scegliendo una data per la sua convocazione che vuole scoraggiare le forze interne alla maggioranza a scegliere il No. Ancora maggiori sono i sommovimenti intervenuti nelle forze di opposizione, in due direzioni. La prima. Vi è un’onda positiva oltre le previsioni. Non so se la Cgil alla fine dirà Sì, ma se questo avvenisse, come del resto è probabile, sarebbe un fatto nuovo. In Cgil pressoché l’intero apparato era cofferatiano, e proprio per questo la posizione che oggi si accinge a prendere rappresenta uno strappo. Questo non deriva dal caso ma dalla sua esposizione ai movimenti. Ha contato di più il parere di una categoria o di una Camera del lavoro che non l’appartenenza politica dei gruppi dirigenti sindacali. Nello stesso tempo l’Arci mette a frutto la sua internità ai movimenti. Così Cgil e Arci compiono una scelta di autonomia che, se si consolidasse, cambierebbe sensibilmente il quadro sociale e politico. L’obiettivo del quorum Nel centrosinistra avanza invece un quadro preoccupante e negativo. Vi erano già dei segnali nella Margherita e nei Ds, a proposito del tentativo di reinserirsi in una linea moderata una volta conclusasi la guerra guerreggiata in Iraq. Tuttavia ritengo che la posizione assunta dalla segreteria Ds sulla questione referendaria sia clamorosa. Non penso fosse prevedibile, già la scelta della libertà di voto era discutibile, ma progettare il fallimento del referendum sulla falsariga del governo, della Confindustria, della parte più moderata del centrosinistra, è particolarmente grave. Lo è in sé perché la campagna referendaria rischia di essere spiazzata. Se infatti il confronto si riduce a quello tra il voto e il non voto, arretra il terreno degli argomenti di merito. E così pure succede se tutta la contesa si rivolge a sinistra. Malgrado questo dobbiamo evitare risse e fare emergere la discussione sui contenuti. Se la Cgil deciderà per il Sì dovremo valutare e apprezzare fortemente una simile scelta che sarebbe per la prima volta in aperto contrasto con il centrosinistra. Nel paese esiste una forte potenzialità e l’esempio del referendum sul divorzio non è infondato. Possiamo porci concretamente l’obiettivo del raggiungimento del quorum e della vittoria del Sì. Per poterlo fare dobbiamo ottenere che ogni forza collabori al successo di questa iniziativa secondo le sue inclinazioni e contemporaneamente promuovere processi politici che ripropongano discriminanti programmatiche. In sostanza dobbiamo condurre due operazioni. Da un lato procedere nella costruzione di una sinistra d’alternativa, in primo luogo ragionando con le forze che stanno nello schieramento referendario. Molte forze che si erano affidate a Cofferati sono rimaste deluse. Molte considerano intollerabile le recenti posizioni dei Ds e del centrosinistra. In secondo luogo dobbiamo porre il problema della qualità dell’opposizione a Berlusconi. Dobbiamo stare addosso al centrosinistra. Dobbiamo promuovere il confronto partendo dal fatto che il centrosinistra non è e non sarà la realtà unitaria con cui c’eravamo confrontati finora. Questo confronto non va promosso solo per aumentare l’opposizione, ma anche per intensificare i rapporti con quelle parti del centrosinistra che si distinguono da esso. Mi piacerebbe promuovere un confronto con i "girotondini" sull’articolo 18, per verificare quale sia la loro opinione in merito a due cose così clamorose come il rifiuto alla partecipazione alla consultazione e all’estensione dei diritti. Berlusconi e la fine del dopoguerra Anche per queste ragioni le elezioni amministrative non sono nicchie separate dai grandi temi della politica. Proprio per questo è bene avere costruito molte intese con il centrosinistra, dal momento che lo dobbiamo incalzare. In questa ricerca si sono verificate anche delle gravi battute d’arresto, come a Brescia, dove si è prodotta un’esclusione nei nostri confronti, che la dice lunga sul modo opportunistico di intendere le alleanze da parte del centrosinistra. Naturalmente questo non significa trascurare la specificità delle questioni locali che ripropongono temi programmatici di grande spessore. Dobbiamo anche produrre una verifica sulle modalità e sul senso della nostra partecipazione ai governi locali, e come questa in particolare possa contribuire ad una critica in positivo dello stato in cui versano le forze di opposizione nel quadro nazionale. Berlusconi non è una pura patologia che si sconfigge contrapponendo la pace alla guerra e denunciando il suo sistema di governo. Certamente una patologia c’è, come si è ben visto nella vicenda delle più che scomposte reazioni alla sentenza contro Cesare Previti. Berlusconi è però efficace in questa sua aggressività e coglie elementi che possono anche spiazzare la sinistra riformista. Egli percepisce la fine del dopoguerra. Quando afferma che la Costituzione italiana è sovietica, non afferma solo una clamorosa inesattezza storica, ma vuole, seppure rozzamente, denunciare l’aspetto programmatico della Costituzione di allora che rifiutava il primato dell’impresa. Lo dice paradossalmente, ma capisce che quella Costituzione non è riducibile, come invece il quadro che emerge dall’attuale convenzione europea, alla logica di mercato. Se non ci si chiarisce sul carattere della politica delle destre l’opposizione non cresce. Vorrei fare un altro esempio: un commentatore, parlando di Bush, ha affermato, utilizzando le stesse parole del presidente, che egli rifiuta la modernità tranne che per l’aspetto del mercato e delle alte tecnologie (in particolare quelle belliche) e che egli punta un fucile a canne mozze, e non certo lavora di fioretto, cosa che i liberal non comprenderebbero; e infatti, aggiunge l’articolista, il povero diavolo distrutto dal lavoro quotidiano si spinge ad apprezzare pubblicamente Bush contro la minaccia dell’insicurezza della sua vita. E’ quello che la sinistra comunque deve capire. Dobbiamo incontrare e parlare a tanti poveri diavoli o poveri cristi che dir si voglia. Lo possiamo più facilmente fare partendo dal referendum. Abbiamo anche bisogno di un di più di analisi per capire cosa rappresenta il governo Bush. La sua dottrina è una risposta forte e radicale alla crisi e all’instabilità. Non è il fascismo, non è il nazismo, ma è il frutto di una rivoluzione culturale che configura il pensiero reazionario in un moderno impianto. L’obiettivo è controllare le risorse strategiche, i flussi e le comunicazioni per impedire il declino imperiale e spostare fuori dagli Usa l’instabilità. Al posto del keynesismo sono proposti iperliberismo e guerra. Tuttavia il sistema non riesce a invertire la tendenza alla crisi economica e perciò propone come supplenza la guerra, come tappa di una guerra di civiltà, il cui avversario è il male. Liberismo sotto accusa Siamo di fronte ad un’amministrazione Usa che svolge il ruolo di un involucro imperiale. Su questo vi sono delle differenze tra di noi, come si è visto nell’ultima direzione, pur con delle prevalenti concordanze. Uso il termine imperiale pur sapendo che è molto ambiguo, che addirittura viene usato spesso con significati opposti. Ad esempio alcuni lo individuano come la condizione di un mondo che avrebbe imprigionato le forze distruttive del capitalismo in modo definitivo, mentre noi lo concepiamo come una specifica forma di dominio connessa a forti instabilità. Se le cose stanno così il futuro riposa sulla crescita del movimento. La grandezza di questo movimento è ormai chiara. Dicevamo che avrebbe superato il Novecento, sarebbe andato oltre e così è avvenuto. La sua fondazione culturale gli ha permesso di evitare ultimamente la disputa attorno al carattere breve o lungo della guerra in Iraq. Questa è stata evitata perché l’obiettivo non è mai stato la vittoria militare sul campo, ma la contestazione radicale della guerra in sé, il che ha permesso di mettere sotto accusa il liberismo. Questo ha anche permesso una critica alla sovranità. La globalizzazione non cancella certamente gli Stati-nazione, ma li posiziona diversamente e provoca la crisi dei vecchi ordinamenti sovranazionali. Questo spiega il riposizionamento di tutti i soggetti in campo. Del movimento, in primo luogo. Esso è però l’unico che si allarga e si estende tendenzialmente all’insieme del popolo della pace. Gli altri si spaccano, come l’Onu e l’Europa. Anche se per quest’ultima la rottura rappresenta un elemento dinamico. Non erano in molti quelli che potevano prevedere che i contrasti della Francia giungessero fino alla minaccia del diritto di veto. L’aut-aut che scalza il riformismo Il riformismo è espulso dalla contesa. Nella situazione mondiale l’aut-aut si fa stringente. Il condizionamento dall’interno del sistema liberista non funziona, servono rotture e nuove definizioni. Del resto così fanno i nostri avversari, prima la guerra, poi un po’ di restyling, mentre l’Onu viene messo sempre da parte. La prospettiva dell’alternativa ottiene un avanzamento e vi sono elementi concreti incoraggianti. Ad esempio in America Latina, alla quale anche l’Europa dovrebbe guardare con interesse. L’idea di un’Europa armata e che si contrappone così alla potenza statunitense non ha più senso. Le vere chiavi dell’autonomia dell’Europa sono invece una capacità di soggettività politica e una diversità di modello sociale. Un intervento per la pace in Palestina; per eliminare le basi nei propri territori; una battaglia sulla convenzione europea; il sollevamento della questione salariale in tutto il continente costituiscono le basi per una ricostruzione della sinistra alternativa in Europa. Il movimento deve essere la nostra bussola e così deve essere per tutti i soggetti. Cuba, amicizia senza autocensura Anche per questo abbiamo assunto l’atteggiamento che sapete su Cuba, affermando due elementi. Il primo è quello di proseguire nella nostra amicizia con Cuba (non siamo d’accordo, anche se rispettiamo, con il "Mi fermo qui" di José Saramago). Il secondo di svolgere una critica netta all’uso della pena di morte e della repressione del dissenso. La natura di quest’ultimo può anche essere riprovevole, ma non può essere affrontata in modo burocratico, autoritario, repressivo. Non intendiamo i rapporti amichevoli come autocensura. Nel nostro recente congresso abbiamo dimostrato il nostro sincero apprezzamento per Cuba, distinguendo la sua condizione da altre che abbiamo invece criticato. Ma pensare di lavare i panni sporchi in famiglia è un errore micidiale. Detto questo, anche in Parlamento, abbiamo ribadito la nostra assoluta contrarietà ad ogni forma di prosecuzione dell’embargo o di ulteriore punizione e abbiamo invece reclamato la fine del primo e l’apertura di un rapporto di collaborazione culturale e commerciale con Cuba. Nello stesso discorso del primo maggio del presidente Fidel Castro sono del resto emersi elementi di riflessione sulla necessità di giungere ad un’abolizione della pena di morte. Noi dobbiamo essere coraggiosi su questa strada. Altri hanno fatto scelte diverse mettendo in luce una differente concezione della società che appunto è all’origine di passate divisioni. La contestazione radicale della logica e della pratica della guerra e la critica dell’attuale politica economica che ha come leva l’estensione dell’art. 18, sono perciò i due grandi pilastri della nostra iniziativa nelle prossime settimane.
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